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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Europa: nella crisi l'opportunità di una leadership globale
post pubblicato in Focus Europe, il 19 ottobre 2008


Un successo dell'Europa, di Mario Monti (Corriere della Sera, 19 ottobre 2008)

Due settimane fa esprimevo la speranza che l'Unione Europea sapesse reagire alla crisi finanziaria accelerando il passo dell'integrazione e non, come si poteva temere, lasciando prevalere le forze della disintegrazione attraverso risposte nazionali in conflitto tra loro e con l'ordinamento comunitario.

Ad oggi, il bilancio è decisamente positivo. È importante esserne consapevoli, in una fase in cui tanti europei avevano perso fiducia nella Ue per vari motivi: dal «no» degli irlandesi al Trattato di Lisbona al «no» di autorevoli economisti al modello economico europeo, ritenuto sistematicamente inferiore rispetto, si noti, a quello americano. Ma è altrettanto importante vedere con chiarezza i passi ancora da compiere, se si vuole consolidare il recente successo politico europeo.

Di successo si può ben parlare, se si pensa alla capacità decisionale — per rapidità, coesione e portata delle misure — dimostrata dalla Ue in questa occasione. Nei pochi giorni intercorsi tra l'incontro del 4 ottobre a Parigi tra i quattro membri europei del G8 e il Consiglio europeo del 16 ottobre, l'Unione a 27 ha preso decisioni che hanno indotto la grande e più agile «Unione a 1», gli Stati Uniti, a modificare notevolmente le proprie. E si è trattato certamente di un successo politico. Sono stati i governi degli Stati membri — che nella Ue sono l'espressione più diretta della politica — a dare una prova inconsueta di dinamismo e di convergenza. Il presidente di turno del Consiglio europeo, Nicolas Sarkozy, è riuscito a tenere per la prima volta una riunione dei capi di governo dei Paesi dell'area dell'euro, superando le resistenze della Germania che vi vedeva una minaccia all'indipendenza della Banca centrale europea. È riuscito a far confluire nelle decisioni del vertice dell'euro il contributo innovativo del governo britannico. È riuscito a far adottare un piano d'azione concertato, anche grazie al forte sostegno del governo italiano, favorevole in questa circostanza a soluzioni comunitarie molto avanzate. Per consolidare questo successo politico e far leva su di esso nella gestione, che sarà lunga e difficile, della crisi finanziaria ed economica, l'Unione Europea deve compiere altri passi, tre in particolare: non perdere il senso dell'emergenza, non rivolgere contro le regole europee il recente successo della politica europea, rendere istituzionale la fortunata ma occasionale coincidenza che ha permesso di prendere tempestivamente decisioni difficili. L'emergenza e l'impegno. Nessuno può dire quanto durerà la situazione di grave emergenza— per ora soprattutto finanziaria, ma che presto pervaderà l'economia reale — che ha stimolato così efficacemente il processo delle decisioni nella Ue. (...)

Il nuovo ordine finanziario globale? Sarà guidato da Sarkozy e Brown, Ennio Carretto, Corriere della Sera

Sul quotidiano l'ex ministro inglese Brittan: «La mossa per frenare il panico fa guadagnare all’Europa un po’ di rispetto»

WASHINGTON – «L’Europa non è più un museo economico». Così scrive il New York Times in un articolo intitolato «D’improvviso l’Europa sembra molto intraprendente», in cui afferma che in dieci giorni essa è riuscita a fare ciò che l’America non riuscì a fare in un mese: a varare cioè «un piano innovatore» per superare la crisi finanziaria che l’America è stata costretta a imitare. L’articolo è corredato da una fotografia del presidente francese Sarkozy e del premier inglese Brown e dalla didascalia: «Il futuro? Sarkozy e Brown hanno aperto la strada». Il New York times ricorda che per alcuni anni Wall Street e l’amministrazione Bush hanno liquidato l’Europa come «una località per languide vacanze», deridendone il sistema economico.

Ma potrebbe essere l’Europa, ammonisce, a impostare un nuovo ordine finanziario globale, una seconda Bretton Woods, dal nome della località del New Hampshire dove nel 1944 fu istituito il primo. L’incontro di sabato tra Sarkozy e il presidente Bush ha dimostrato che l’amministrazione americana in carica, a parole favorevole al progetto, in realtà vi è contraria: nella serie di summit che il G8 e i colossi economici emergenti terranno dopo quello di novembre, Bush intende salvaguardare innanzitutto il libero mercato, «le fondamenta essenziali del capitalismo democratico». Ma se il democratico Barack Obama verrà eletto presidente, come sembra probabile dopo l’appoggio appena datogli dall’ex segretario di Stato Colin Powell, una icona repubblicana pentita, quella di W sarà una battaglia di retroguardia. Obama è per l’ordine finanziario multilaterale proposto da Sarkozy e Brown, non per quello unilaterale di Bush. (...)

La crisi finanziaria e i rapporti transatlantici - Nuovi equilibri e vecchi problemi
Stefano Silvestri - presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI)  - 13/10/2008

 
Siamo alla vigilia di un nuovo patto transatlantico? Una rinnovata e forte intesa tra Stati Uniti ed Unione Europea potrebbe offrire alla governabilità internazionale quella credibilità e soprattutto quel motore strategico che oggi le fa crudelmente difetto e che ci spinge verso una grave crisi sistemica, non solo economica, ma anche, ed inevitabilmente, politica.

Ma cos’è questa crisi? Al di là delle più complesse e approfondite analisi degli economisti, essa è in primo luogo dovuta ad un drammatico crollo della fiducia: degli operatori nel mercato finanziario, dei creditori nei debitori, delle banche tra loro, dei cittadini nei loro governi, in una sorta di feroce spirale che sfida i limiti della razionalità. In termini strategici equivale ad un profondo deficit di “soft power”: l’alleanza dei “forti”, dal G7 al Fmi, stringe le fila, i centri di potere, attraverso le banche centrali, immettono sul mercato generose iniezioni del loro “hard power” sotto forma di liquidità e di bassi tassi di sconto, ma tutto sembra impallidire e viene largamente bruciato dal panico degli operatori, alimentato da una reciproca e generale sfiducia nella mano pubblica e nei confronti di un “mercato” tanto più temuto e rispettato in quanto, almeno apparentemente e in questa fase, irrazionale.

Per dirla con altre parole, il deficit di governabilità tipico dell’attuale fase della globalizzazione raggiunge così il suo apice. Subito dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 il mercato finanziario era crollato, ma la dura e pronta reazione americana (la “guerra al terrorismo”) aveva iniettato nuova fiducia e creato nuovo consenso. Sette anni dopo, quel patrimonio è stato sprecato in una serie di incredibili errori, dalla condotta della stessa guerra al terrorismo all’invasione dell’Iraq, e la governabilità internazionale, invece di venire rafforzata, è stata indebolita dal comportamento erratico e unilaterale della maggiore potenza mondiale. Ora quindi il sistema politico e di sicurezza fatica ad avere l’autorità e la credibilità necessarie per iniettare fiducia nella sua capacità di controllare e ridurre la crisi. Il cerchio dei due “settembre neri” si chiude in largo passivo. (...)


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permalink | inviato da franzmaria il 19/10/2008 alle 23:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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