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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
L'equazione Hamas
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 31 dicembre 2008


29-12-2008 - di Janiki Cingoli, Centro per la pace in Medio Oriente
 
L’impressione generale è che lo Stato ebraico sia stato indotto all’offensiva in atto da una consapevole scelta di Hamas, che ha dichiarato decaduta la tregua stipulata sei mesi fa grazie alla mediazione egiziana (anche se la prima violazione era avvenuta da parte israeliana alcuni giorni prima della scadenza del 20 dicembre, con il bombardamento di un tunnel in costruzione, che aveva ucciso tre militanti palestinesi). L’organizzazione islamica (che forse aveva sottovalutato l’efficacia della possibile reazione israeliana), nell’ultima settimana ha lanciato sulle città israeliane di confine oltre trecento razzi e missili di varia portata, fino ad una distanza di circa 50 chilometri. Nell’ultimo anno, il totale dei razzi lanciati su Israele supera i 3000, anche se in generale essi sono piombati in aperta campagna, provocando più che altro molta paura, con pochi danni e poche vittime, contrariamente ai bombardamenti israeliani di questi giorni.

E’ evidente tuttavia che il Governo di Gerusalemme non poteva reggere a lungo una situazione del genere, anche in vista delle prossime elezioni politiche del 10 febbraio: i leader di Kadima e del Likud avevano ripetutamente attaccato il Ministro della Difesa e leader del Labour, Ehud Barak, per la  sua inazione, affermando che la situazione si era fatta intollerabile.

Ma Barak ha preferito preparare con calma la sua offensiva, utilizzando a fondo i sei mesi della tregua e selezionando accuratamente i suoi obbiettivi, anche attraverso una approfondita azione di intelligence, in modo da sorprendere per quanto possibile Hamas, infliggendogli il colpo più doloroso. I morti si avvicinano, nel momento in cui scriviamo, ai 300, e tra di loro molte sono certamente le vittime civili, per quanto accurata sia stata la scelta dei bersagli, spesso situati nelle zone più popolate: è quindi praticamente impossibile evitare, per usare l’angosciante eufemismo israeliano, “danni collaterali”.
Hamas ha naturalmente minacciato ritorsioni, e la ripresa degli attentati suicidi, chiamando i palestinesi alla “terza intifada”.

Intanto truppe e mezzi corazzati israeliani sono ammassati sul confine, non si capisce se per esercitare una pressione psicologica o per preannunciare una prossima operazione di terra, tesa a ripulire la fascia di confine da cui sono lanciati i razzi: ma si dovrebbe trattare in ogni caso,  probabilmente, di una operazione limitata nel tempo. Tutto vuole Israele salvo che ritrovarsi di nuovo impantanato in una situazione simile a quella dell’ultima guerra in Libano. Proprio quella esperienza ha dimostrato d’altronde che, limitandosi ad attacchi dall’aria, non si riesce a bloccare il lancio di missili contro Israele, ma anche che una azione di terra di portata limitata avrebbe solo effetti temporanei: una volta ritirate le truppe israeliane le rampe di lancio sarebbero rapidamente ripristinate.

Lo stesso obbiettivo, annunciato da alcuni dei leader ebraici, di arrivare a cancellare il controllo di Hamas su Gaza, abbattendone il Governo, appare non molto credibile: gli israeliani non vogliono arrivare ad una rioccupazione permanente della Striscia, che causerebbe loro forti perdite e costi altissimi, finendo per addossare loro la responsabilità civile del milione e mezzo di abitanti palestinesi. E d’altra parte sarebbe arduo, anche per Abu Mazen, arrivare a ripristinare la sua autorità sulla Striscia al seguito dell’esercito occupante.

Qui sta il punto: quali sono gli scopi effettivi che l’offensiva si propone, al di là della volontà di bloccare il lancio dei razzi, impartendo una lezione alle organizzazioni islamiche e ai militanti che li lanciano, e restituire pace e sicurezza alla parte meridionale del paese?

Quello che Hamas voleva, con la scelta di mettere sotto pressione Israele, è chiaro: ripristinare la tregua a condizioni più vantaggiose, garantendo una apertura dei valichi di frontiera meno aleatoria, in grado di assicurare il rifornimento costante della Striscia e della sua popolazione oramai esausta; concludere la trattativa per la liberazione del soldato israeliano Shalit, con il rilascio di un forte numero di prigionieri palestinesi, scelti tra i più rappresentativi; estendere la tregua anche alla Cisgiordania, dove i suoi militanti sono sotto la doppia pressione di Israele e delle forze di sicurezza dell’ANP. Si tratta, va detto, di punti già presenti nell’accordo di giugno, e di cui solo il primo  era stata parzialmente implementato.

Più in generale, la organizzazione islamica si proponeva di tornare al centro dell’attenzione araba e internazionale (e vi è riuscita in pieno grazie alle scene angosciose da Gaza, trasmesse dalle TV di tutto il mondo ed in particolare dai grandi network arabi); e di indebolire ulteriormente Al Fatah, dipingendo Abu Mazen come un traditore connivente con il nemico. Non sono stati risparmiati neanche attacchi al Governo egiziano e allo stesso Mubarak, reo di aver ricevuto nei giorni precedenti il Ministro degli Esteri Tzipi Livni, senza protestare per le sue dichiarazioni che preannunciavano l’attacco.

Ma Israele, cosa vuole davvero? Finito l’effetto iniziale dell’attacco, sarà necessario tornare a discutere di come rinnovare la tregua, e a quali condizioni: ora che entrambi hanno mostrato i muscoli, possono sedersi al tavolo della trattativa (se pur indiretta, attraverso la rinnovata mediazione egiziana) senza fare la figura del perdente. Un rituale che naturalmente non tiene conto del costo in vite umane, feriti e danni ingenti, e della enorme angoscia che tutto questo rituale di guerra ha causato nelle due popolazioni.

Probabilmente, si renderà necessario anche un intervento internazionale: già il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è pronunciato, pur senza la necessaria forza, per una sospensione di tutte le attività militari, ed è probabile che nei prossimi giorni l’intervento si faccia più incisivo.

Anche l’Europa deve far sentire di più la sua voce, e sia Bush che Obama possono esercitare la loro influenza moderatrice su Israele, così come gli Stati arabi moderati, a partire dall’Egitto e l’Arabia Saudita, su Hamas.

La condizione essenziale perché si torni alla tregua è che alla popolazione civile di Gaza venga assicurato un flusso costante di rifornimenti, riaprendo i valichi: su questo Hamas può difficilmente cedere. Lo stesso scambio tra Shalit e i prigionieri  palestinesi tornerebbe in quel caso nuovamente perseguibile.

Potrebbe probabilmente essere invece rinviata ad una fase successiva l’estensione della tregua alla Cisgiordania, che Israele non vuole concedere perché teme che così l’organizzazione islamica possa rafforzarsi troppo, a scapito della vacillante autorità dell’ANP.

La riapertura dei valichi potrebbe d’altronde comportare, in prospettiva, una rinnovata e rafforzata presenza internazionale alle frontiere, dopo la troppo limitata esperienza delle forze EUBAM.

Non si può nascondere che il ripristino e il consolidamento della tregua comporterebbero un sostanziale rafforzamento di Hamas, rappresentando un riconoscimento di fatto del suo controllo su Gaza e della sua capacità di tenuta rispetto al lungo assedio internazionale e israeliano cui è stato sottoposto. Fattori questi già presenti nell’accordo di sei mesi fa, e che verrebbero ora ulteriormente sanciti e stabilizzati, indebolendo ulteriormente Abu Mazen e l’ANP. Questa è d’altronde la realtà delle cose, e non si può ignorarla più a lungo.

Più in generale, la possibilità di un rilancio del processo negoziale israelo-palestinese, cui può puntare il neo Presidente Obama dopo il suo insediamento a fine gennaio, non potrà prescindere dalla consapevolezza che i palestinesi non possono essere rappresentati esclusivamente da Al Fatah, e che il coinvolgimento di Hamas, anche in maniera indiretta, si rende indispensabile, se non si vuole che i possibili accordi da raggiungere, con tutti i sacrifici che essi comporteranno per Israele, siano scritti sulla sabbia, e vengano rimessi in discussione il giorno dopo la loro firma.

Ciò richiede da parte della Comunità internazionale e dello stesso Israele una azione volta a favorire, e non a scoraggiare come in tutti questi anni, il raggiungimento di un nuovo accordo interpalestinese, senza dimenticare il versante siriano, che non può certo essere trascurato se la pace la si vuole fare davvero. Un approccio inclusivo, e non esclusivo e basato su prevalenti pregiudiziali ideologiche quale è quello che ha caratterizzato la presidenza Bush.


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permalink | inviato da franzmaria il 31/12/2008 alle 15:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
L'attacco di Israele contro Hamas a Gaza
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 28 dicembre 2008


L'intervista di Tzipi Livni al TG1

La cartina dell'attacco dal sito di Limes


Arrigo Levi sulla Stampa del 28 dicembre 2008 - La minaccia dell'Iran
 

(...) Nello storico confronto in atto, nel mondo arabo-islamico, tra fondamentalisti e modernizzatori, Hamas rappresenta, agli occhi dei governi arabi, un ostacolo a una pace generale, e quindi un pericolo per la loro stessa sopravvivenza. Si aggiunga che nella West Bank, controllata dal governo palestinese moderato di Abu Mazen, la situazione economica e politica è in netto miglioramento, la presenza israeliana sempre meno ossessiva. Il confronto con le condizioni drammatiche di Gaza, conquistata da Hamas con una violenza sanguinaria che gli eredi di Arafat a Ramallah non perdonano, diventava per Hamas intollerabile.

Così, le pur forti pressioni esercitate dall’Egitto su Hamas, per invitarlo alla moderazione, non hanno avuto successo. La denuncia della tregua e la ripresa dei lanci dei missili sulle cittadine del Sud d’Israele, a rischio di colpire «per errore» un villaggio arabo al di qua della frontiera (se due bambini arabi rimanevano uccisi, erano comunque destinati alla gloria dei martiri), era prevedibile e prevista. Altrettanto prevista, chiaramente utile a Hamas, ma inevitabile con le elezioni a febbraio, era una rappresaglia israeliana. Fin dove si spingerà non sappiamo. Sappiamo che un giuoco perverso di azioni e reazioni rischia di vanificare gli elementi positivi che abbiamo elencato: non per eccessivo ottimismo, ma per rispetto della realtà del quadro politico generale. Difficile dire chi possa fare qualcosa, e che cosa, per interrompere il «war game» che si è rimesso in moto. Sperare in Obama? Ma è ancora alle Hawaii.

L'analisi di Guido Olimpio sul sito del Corriere - 28 dicembre 2008

(...) LE PROSSIME TAPPE - In questa fase si possono segnalare i seguenti punti.
1) Israele ha iniziato ad ammassare forze terrestri attorno alla Striscia ed ha annunciato un richiamo di riservisti. Chiare indicazioni della volontà di «entrare» a Gaza con blindati e fanteria
2) I palestinesi continuano con i lanci di razzi e, se riusciranno, cercheranno di colpire con gli attentatori suicidi.
3) Verrà intensificata da parte israeliana la caccia «agli uomini dei missili» palestinesi. E’ tuttavia possibile che Hamas, imitando l’Hezbollah, abbia costituito cellule autonome di lanciatori. Una tattica facilitata dalle caratteristiche tecniche degli ordigni. Quasi rudimentali, sono facili da usare, si nascondono bene.
4) Israele ha effettuato un buon numero di incursioni per neutralizzare una quarantina di tunnel al confine tra Gaza ed Egitto. Sono la linea logistica vitale per Hamas. Attraverso le gallerie passa di tutto: dai consiglieri iraniani alle armi. Se si taglia questa «vena» per i palestinesi sarà ancora più dura e non resterà che la via del mare anche se i controlli israeliani la rendono ardua da percorrere.
5) E’ probabile che l’eliminazione di alcuni capi militari palestinesi sia seguita dall’uccisione di quadri politici. Un modo per accrescere le difficoltà del movimento. Non bisogna dimenticare che la leadership di Hamas non è compatta e sono note le rivalità tra i capi che risiedono all’estero (Siria, Iran, Libano) e quelli che vivono sotto le bombe a Gaza.
(...)

Antonio Ferrari, Corriere della Sera, 28 dicembre 2008 - I disperati della Striscia e le mire dell'Iran

(...) Ma il mondo forse sottovaluta il nefasto potenziale offensivo di Hamas, sempre meno partito politico e sempre più organizzazione terroristica, che ora minaccia una nuova campagna di attentati suicidi; sempre meno preoccupata per i problemi del popolo palestinese e per le quotidiane sofferenze degli abitanti di Gaza, e sempre più espressione di ciniche volontà esterne ai suoi confini, in particolare delle mire espansionistiche e aggressive degli ayatollah sciiti di Teheran. Se le emozioni, accese dalle immagini dei bombardamenti e dalle conseguenze su una popolazione stremata proprio a causa della feroce ostinazione di Hamas, si intensificano, non si possono sottovalutare né dimenticare le ragioni di quanto sta accadendo. La tracotanza degli estremisti islamici ha sfibrato il legittimo potere istituzionale dei palestinesi laici, guidati da Abu Mazen. Al punto che le elezioni presidenziali, che si sarebbero dovute tenere il 9 gennaio, alla scadenza naturale del mandato, sono state rinviate sine die. Non esistono infatti le condizioni perché il popolo della Palestina possa esprimere democraticamente la propria volontà politica.

Il voto, in questa cornice drammatica, diventerebbe un'occasione per moltiplicare le violenze dello scontro, ormai fatale, tra chi crede nel dialogo con la controparte israeliana, e chi vi si oppone, pronto al ricatto terroristico. Illuminanti non sono soltanto le manifestazioni di sostegno ad Hamas che si stanno moltiplicando nei campi-profughi palestinesi del Libano, ma l'atteggiamento dell'Hezbollah, punta avanzata dell'Iran a Beirut, quindi sul Mediterraneo. Hezbollah non minaccia soltanto Israele, ma si scaglia velenosamente contro i regimi arabi moderati, accusandoli di tradimento. Primo obiettivo l'Egitto, che da sempre cerca un'impossibile mediazione tra il laico Fatah e gli integralisti di Hamas, seguito dall'Arabia Saudita e dalla Giordania. Tutto questo dimostra che il vero obiettivo, da conseguire ad ogni costo sulla pelle dei disperati di Gaza, è la lotta per il potere tra i baldanzosi sciiti, resi più forti dalla guerra all'Iraq, che puntano a radicalizzare lo scontro fino alle più estreme conseguenze, utilizzando cinicamente sia Hezbollah sia Hamas, e i sunniti, che rappresentano la stragrande maggioranza del popolo arabo. In attesa dei primi passi del presidente americano Barack Obama, crescono le incognite anche sulle elezioni israeliane, che si terranno il 10 febbraio. (...)

Fabio Nicolucci sul Riformista del 28 gennaio 2008

(...)Perfettamente cosciente di questa impotenza e dunque della propria centralità politica, come del fatto che essa viene rilanciata dall’incrudelirsi dello scontro militare, Hamas mira così a mantenere il possesso dell’agenda in un anno cruciale come il 2009, che vedrà il 9 gennaio la scadenza del mandato di Abu Mazen da Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e il 10 febbraio le elezioni politiche israeliane. Oltre che elezioni in Iraq, Iran e Libano. Come probabilmente previsto da Hamas, proprio il fatto di trovarsi praticamente già in campagna elettorale ha infatti costretto il governo israeliano a mutare la decisione presa all’inizio della crisi da Barak, Olmert e Tizpi Livni, di esercitare il massimo di controllo possibile e di evitare una reazione su larga scala dalle imprevedibili conseguenze, dando così il via ad una lotta per il migliore posizionamento politico che inevitabilmente sotto elezioni diviene quello di chi ha la mano più vicina al grilletto. Una lotta fatta a spese della realtà militare che ha molto irritato lo Stato Maggiore dell’esercito israeliano, la cui cautela e prudenza intessuta di realismo è finita quasi per essere dipinta come codardia dai politici più estremi e spregiudicati di tutto lo spettro politico ma soprattutto di destra.(...)

Dal sito di Haaretz

Define the objectives in Gaza

With Gaza raid, Barak is back in the political ring

Barak: "Nessuna opzione esclusa per l'Iran"
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 8 agosto 2008


L'intervista di Davide Frattini al ministro della difesa israeliano, Ehud Barak, pubblicata ieri sul Corriere della Sera. le sottolineature in grassetto sono mie.

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TEL AVIV — Mettetegli davanti una mappa del Medio Oriente — dice chi lo conosce bene — e vedrete che invece di piazzare bandierine sugli Stati nemici, preferisce fare un cerchio attorno alla testa di Hassan Nasrallah e Khaled Meshal. Il giovane comandante delle forze speciali è rimasto lo stratega dei blitz. Ehud Barak è ministro della Difesa dal giugno del 2007, in questi tredici mesi i «vicini» — come li chiama lui — hanno subito qualche colpo misterioso, tra Siria e Iran. Operazioni che Israele non si è mai attribuita e che il soldato più decorato nella storia del Paese non vuole commentare. Dice solo: «Dobbiamo sempre trovare la via migliore per ottenere il massimo risultato, con il minimo danno collaterale. Ma se dovessimo essere sfidati, stiamo preparando l'esercito a combattere fino a una vittoria inequivocabile».

La vittoria «equivocabile» è quella su cui gli israeliani si lacerano ancora, guerra del Libano 2006. Barak allora era un ex primo ministro in pensione, che guardava la politica dal trentaduesimo piano delle torri Akirov, dove vive in un attico acquistato con gli investimenti fatti da privato, e preparava il ritorno a un altro grattacielo, la Kirya, il Pentagono di Tel Aviv. Nell'ufficio, l'odore dei sigari cubani è forte. Una passione che il leader laburista ha in comune con il socio di coalizione, Ehud Olmert. Preferisce non parlare di politica interna e delle dimissioni annunciate dal premier. Ammette solo di essere pronto a far parte di un nuovo governo: «Il Paese ha bisogno di unità, le sfide sono immense, per la sicurezza e sul piano diplomatico. Ci aspettano opportunità e minacce. Due anni fa, abbiamo visto il prezzo pagato per l'inesperienza ai vertici e siamo dotati di abbastanza buonsenso per evitarlo in futuro. Da questa regione, arriva la profezia che un giorno l'agnello e il leone giaceranno insieme: finché gli agnelli devono essere periodicamente rimpiazzati, preferiamo essere il leone».

Gli americani hanno definito inaccettabile la risposta data dall'Iran sul congelamento del programma atomico. «Il messaggio di Teheran dimostra che il regime è determinato a sfidare tutto il mondo, a ingannare e rinviare. Il loro obiettivo è ottenere il nucleare militare, pensarla diversamente è un'illusione. L'Iran con l'atomica è una minaccia all'ordine mondiale. E' il momento per agire, con le sanzioni, non per parlare. Le sanzioni economiche e finanziarie devono essere rinforzate, accelerate. Gli sforzi devono includere la Russia, la Cina e l'India. E in ogni caso dobbiamo lasciare qualunque opzione aperta».

Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano, ha definito un «disastro», un eventuale attacco militare israeliano contro l'Iran. «Adesso c'è ancora tempo perché le sanzioni siano efficaci, ma ripeto — e lo dico con convinzione: il mondo e Israele devono lasciare qualunque opzione aperta. Il disastro sarebbe un Iran dotato di armi nucleari».

Le multinazionali continuano a condurre affari con l'Iran. «Con la globalizzazione, è difficile per i governi imporre le decisioni alle aziende. So che la Fiat ricomincerà a produrre auto in Iran. E' sbagliato. E' nell'interesse delle imprese un ordine mondiale stabile e che l'economia internazionale resti forte».

Amos Yadlin, capo dell'intelligence militare, sostiene che gli ayatollah stiano sviluppando missili in grado di colpire l'Europa. «Gli sforzi del programma balistico puntano a un raggio d'azione che va ben oltre Israele. Nei prossimi anni, potranno raggiungere tutti i protagonisti di questi negoziati sul nucleare, a eccezione degli Stati Uniti».

Come giudica l'operato delle truppe Unifil, nel sud del Libano? «I caschi blu hanno un certo impatto stabilizzante e dimostrano l'impegno dei Paesi partecipanti nel voler aiutare una nazione in difficoltà. Detto questo, la risoluzione 1701 (approvata dalle Nazioni Unite alla fine della guerra, ndr) non funziona ed è violata in continuazione da Hezbollah, Siria e Iran. Dalla fine della guerra, il movimento sciita ha triplicato il numero di razzi accumulati. I soldati e i comandanti sul campo provano a fare del loro meglio, ma i miliziani di Hezbollah si muovono con abiti civili, scavano bunker tra le case».

Andrebbero cambiate le regole d'ingaggio? «Le truppe Onu dovrebbero essere più determinate a entrare in azione, basandosi sulle informazioni che di certo possiedono. Gli Hezbollah provano a intimidirli e si genera un meccanismo minaccia-protezione».

Il governo israeliano ha siglato una tregua con Hamas. E' l'ammissione che la strategia dell'embargo, politico ed economico, è fallita? «Al contrario. Hamas ha chiesto il cessate il fuoco sotto la pressione dell'embargo e delle operazioni militari contro i lanci di razzi Qassam. Noi non negoziamo con Hamas, stiamo solo trattando per il rilascio del soldato rapito (il caporale Gilad Shalit, ndr). E non negozieremo con Hamas, fino a quando non accetteranno le richieste del Quartetto: riconoscimento di Israele e degli accordi firmati in passato, rinuncia alla violenza. Insomma, quando Hamas smetterà di essere Hamas».

Lei è accusato di non credere abbastanza nei negoziati con Abu Mazen, presidente palestinese, e di non fare abbastanza per rafforzarlo, come rimuovere i posti di blocco. «Da primo ministro, sono stato il leader israeliano che è andato più lontano nell'offerta fatta ai palestinesi. Ho ritirato tutte le truppe dalla Cisgiordania e in cambio un'ondata di attentati suicidi ha colpito le nostre città. E' ancora troppo presto per lasciare il controllo completo alle forze dell'Autorità. Hamas non può conquistare la Cisgiordania come ha fatto a Gaza solo perché i nostri soldati sono ancora là».

Davide Frattini - 07 agosto 2008

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