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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
La prima guerra di Obama
post pubblicato in Diario, il 30 novembre 2008


di Daniele Ranieri - Dal Sito del giornale Il Foglio - 29 novembre 2008  

Islamabad. Quando il primo giorno d’agosto 2007 il candidato democratico Barack Obama parlò finalmente di politica estera fece un discorso molto duro sul Pakistan e i commentatori pensarono tutti: “Dice così perché vuole dimostrare di poter reggere il confronto con il suo avversario più temibile, Hillary Clinton, ferratissima sulle questioni estere, ma deve evitare di pronunciare le parole Iraq e Iran, per non spiazzare la sua base: quindi, Pakistan”. Il senatore nero aveva detto: “Se sarò eletto nel novembre 2008, attaccherò gli obiettivi appartenenti ad al Qaida dentro il Pakistan, con o senza l’approvazione del governo pachistano”. Ora che è presidente eletto, Obama, ancora a Chicago in Illinois assieme al suo staff, sa che il Pakistan sta diventando la sua prima guerra. Pakistan ovviamente inteso come territorio fisico dello scontro con l’islamismo radicale e antioccidentale, infestato dai nemici, e non come nazione governata da un’amministrazione alleata. Il primo consigliere di Obama su queste cose è Bruce Riedel, analista della Cia fino al 2006 e già consulente di Bill Clinton. Nel 1998 preparò un dossier per il presidente spiegando che il paese doveva essere considerato e trattato come “l’area più pericolosa del mondo”. Islamabad guarda a Riedel con antipatia, perché lo considera troppo “filoindiano” sulle questioni sudasiatiche. Lui dice che l’Amministrazione Obama si concentrerà “molto più su Afghanistan e Pakistan di quanto ha fatto l’Amministrazione Bush e di quanto avrebbe fatto John McCain se avesse vinto le elezioni, perché è quello il fronte centrale della guerra contro al Qaida”.

In realtà, gli sforzi americani si sono già spostati sull’Asia del sud. A luglio l’Amministrazione di George W. Bush ha cambiato strategia per combattere gli estremisti fin dentro i loro covi sicuri delle Fata (Federally administrated tribal areas). Si tratta delle province tribali del Pakistan, al confine con l’Afghanistan e fuori dal controllo del governo. Il cambio di strategia è stato certamente preso d’accordo con la leadership pachistana, in un incontro segreto sulla portaerei Uss Abraham Lincoln in navigazione nel mezzo dell’Oceano indiano; ma pure oggi che la notizia è trapelata – con grave imbarazzo per la parte pachistana – Islamabad per salvare la faccia continua a protestare con sdegno “le violazioni da parte americana della propria sovranità territoriale”. Barack Obama ha già dato segno di voler continuare in blocco proprio questa strategia, confermando al loro posto i due uomini chiave: il segretario alla Difesa Robert Gates, un pragmatico che conosce bene l’area fin dai tempi del suo servizio nella Cia, e il generale David H. Petraeus, stratega del miglioramento “oltre ogni più rosea previsione” – sono parole di Obama – in Iraq.

Attacco stile spetsnaz
In che cosa consiste questo cambio di passo in Pakistan? George W. Bush con i suoi ha concordato tre modifiche importanti rispetto al passato. Le regole di ingaggio sono diverse: ora gli americani possono intervenire in territorio pachistano anche con squadre a terra e non più soltanto con attacchi dall’aria. E’ già successo, a settembre. Anche se sono raid veloci compiuti da reparti speciali, si tratta di azioni appena un gradino sotto all’intervento militare. Tanto più che – secondo informazioni non confermate dal Pentagono – gli americani hanno appena aperto una base con trecento uomini, mezzi blindati ed elicotteri in Pakistan, in una zona montagnosa proprio vicino alle aree tribali. Il secondo cambiamento riguarda la frequenza degli attacchi, che si è fatta frenetica, quasi quotidiana. Amir Mir, giornalista del quotidiano pachistano The News, è entrato in possesso di un rapporto ministeriale sui raid americani. Nel 2006 e nel 2007 furono dieci in tutto. Nei primi dieci mesi del 2008 sono stati 32. Di questi, almeno sedici in settembre e ottobre. A novembre gli americani hanno colpito il 7, il 14, il 19, il 21 e ieri. La maggioranza dei raid colpisce militanti stranieri che abitano le Fata per la condizione di meravigliosa impunità di cui hanno goduto negli anni scorsi. Il 19 ottobre i Predator senza pilota hanno ucciso Abdullah Azzam al Saudi. Come indica il nom de guerre, era un comandante saudita di livello medio-alto di al Qaida, con l’incarico specifico di tenere le relazioni con i talebani afghani. C’è anche il terzo cambiamento: gli attacchi americani non sono più confinati alle sette province tribali delle Fata, come in passato. L’accordo tra gentlemen in vigore con i pachistani fino a luglio – colpiamo noi dove voi non arrivate – è stato lasciato cadere: ora anche le aree sotto il pieno controllo del governo, se contengono bersagli importanti, sono considerate obiettivi. Come aveva detto Obama nell’agosto 2007.
Non è detto che dall’altra parte del fronte, dalla parte degli estremisti collusi con i servizi segreti pachistani, non abbiano anche loro cambiato passo. Secondo gli analisti, l’attacco a Mumbai ha tutte le caratteristiche in stile spetsnaz (le unità speciali sovietiche infiltrate in occidente durante la Guerra fredda) di un’operazione militare già pianificata in caso di guerra tra India e Pakistan per colpire le città dietro le linee nemiche. Mappe, rotte, obiettivi, sequenze d’attacco: tutto era già pronto da tempo, e poi è stato passato ai volontari islamisti.

i mondi e le politiche di Obama
post pubblicato in Diario, il 6 novembre 2008


La Storia - esprimiamoci con retorica - sembra aver fatto un passo in avanti la notte scorsa: un sogno sembra essersi avverato. Ma quali scelte concretamente segneranno la presidenza di Barack Obama? Sapendo che il periodo di transizione potrebbe essere usato da altri attori dello scenario internazionale per mettere alle strette una Casa Bianca "in ricostruzione", con possibili tensioni "straordinarie" dagli esiti imprevedibili, le priorità "normali" potrebbero concentrarsi soprattutto sulle scelte di tipo economico. La speranza di molti è che non prevalga l'idea protezionista, che durante tutte le primarie e nella campagna elettorale è serpeggiata (è un eufemismo) fra le fila democratiche, e non solo. Chiedere un New Deal è rischiare di fare della retorica un po' vuota, ed è anche forse sognare un "qualcosa di sinistra" che non necessariamente risponderebbe alla crisi globale che ancora non ha fatto vedere tutti i suoi effetti. Certo, vincere come ha vinto Obama permette di affrontare questa crisi con un respiro diverso: e sarebbe bello se questo Presidente - in qualche modo "votato da tutto il mondo" - fosse capace di tessere nuove connessioni, economiche e politiche, facesse prevalere il dialogo e il multilateralismo, ricompattasse l'Occidente che si è spezzato in Iraq e soffre di crisi di fiducia nel futuro. E' però il caso di riflettere sul fatto che l'America che oggi si presenta al mondo, sia pure con una faccia molto migliore di quella che la rappresentava negli ultimi otto anni, è un'America che non ha più - comunque - una leadership globale. Già prima dei peggiori errori di Bush, e indipendentemente da quelli, il mondo ha fatto sentire con diverse voci dissonanti la difficoltà (l''impossibilità?) di costruire un'armonia politica. I nuovi giocatori globali, anche nel pesante scenario economico che ci troviamo a percorrere, non si lasceranno dettare l'agenda tanto facilmente. Dalle nuove regole finanziarie globali, a quelle del commercio, alle questioni ambientali, un lavoro paziente e non banale attende questo Presidente, ma non solo lui. L'Europa, che ha avuto in qualche modo un "successo" politico nella gestione della crisi finanziaria, può attrezzarsi e impostare un lavoro che richiede molta intelligenza, ma anche molta più unità di quella dimostrata finora. E' tempo che le "forze gentili" mettano in campo tutta la loro perizia: diplomatica, intellettuale, economica e anche militare. Un mondo lo chiede, prima che nello strano vuoto dell'"interregno" i nemici della pace e del progresso, o semplicemente le paure di questi giorni, tornino a dettare le loro angosciose parole d'ordine.

Francesco Maria Mariotti

Mondi e Politiche segnala  di seguito alcune riflessioni che possono essere molto utili per capire come potrebbero indirizzarsi le scelte del nuovo Presidente statunitense. In particolare Boris Biancheri dalla Stampa di oggi, Janiki Cingoli del Centro Italiano per la pace in Medio Oriente con un ricco dossier, le analisi di Affari Internazionali.

L'agenda del mondo, di Boris Biancheri (la Stampa, 6 novembre 2008)
Il primo grande impegno internazionale dell'era del dopo Bush non sarà Obama a gestirlo ma lo stesso Bush. La prassi americana vuole infatti che un nuovo presidente eletto a novembre prenda il potere solo nel gennaio dell'anno seguente: passano così settanta spesso difficili e imbarazzanti giorni in cui tutti guardano al nuovo mentre ha il bastone di comando in mano ancora il vecchio. (...)

Quale Medio Oriente attende Obama, di Janiki Cingoli (CIPMO)
Il Medio Oriente che si troverà davanti Barack Obama è una regione solcata da tensioni sempre più acute e da un accentuato processo di polarizzazione, a quasi un anno dalla Conferenza di Annapolis, che aveva come obbiettivo il rilancio del negoziato israelo–palestinese–arabo, e dopo le forzate dimissioni del premier israeliano Olmert. (...)

Obama e il mondo, di Stefano Silvestri (dal sito AffarInternazionali)
Barack Obama è stato eletto su temi di politica interna. Ed è normale che un nuovo Presidente, all’inizio del suo primo mandato, si concentri più sulle questioni interne che su quelle internazionali, e questa tendenza sarà certamente rafforzata dalla necessità di porre mano alla grave crisi economica. Eppure egli potrebbe diventare importantissimo per il futuro della potenza e del ruolo americano nel mondo (...)

Le scelte non più rinviabili, di Paolo Guerrieri (dal sito AffarInternazionali)
Nell’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti l’economia – non vi sono dubbi – ha avuto un ruolo determinante. Una larga fetta dei cittadini americani lo ha votato perché lo ritiene in grado di fronteggiare, meglio del suo avversario, il senatore McCain, i gravi problemi che affliggono l’economia americana. C’è da augurarsi che abbiano ragione. La crisi che si è abbattuta sugli Stati Uniti – e sul resto del mondo - è in effetti di una gravità senza precedenti in questo secondo dopoguerra. Basta dare uno sguardo ai dati più recenti. (...)

Obama di fronte alla sfida russa, di Maurizio Massari (dal sito AffarInternazionali)
A soli dieci mesi di distanza dal suo insediamento, Barack Obama si troverà a dover celebrare il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e della fine della guerra fredda. Il bilancio di questo periodo non si può dire sia linearmente positivo. Da un lato, l’Europa “whole and free” è stata più o meno realizzata con l’ingresso nell’Ue e nella Nato dei paesi europei dell’ex blocco sovietico; dall’altro, con il principale avversario della guerra fredda, la Russia post-sovietica, i rapporti sono restati in una sorta di limbo. (...)

Obama e il rebus Iran, di Raffaello Matarazzo (dal sito AffarInternazionali)
Il rapporto con l’Iran e la controversia sul suo programma nucleare saranno uno dei più importanti banchi di prova della strategia diplomatico-negoziale del nuovo Presidente americano. Lo saranno non solo per l’estrema complessità ed urgenza del tema, ma anche e soprattutto perché dalla ridefinizione dei rapporti con Teheran dipenderà, in buona parte, il più ampio disegno di stabilizzazione del Medio Oriente che l’amministrazione Obama porra' in cima alla sua agenda. (...)

I dilemmi della sicurezza nazionale, di Giovanni Gasparini (dal sito AffrInternazionali)
La sicurezza nazionale è una delle priorità dell’agenda di Barack Obama, forse seconda solo alla crisi finanziaria ed economica mondiale. La piattaforma elettorale domocratica vi dedica 16 dense pagine (un terzo del documento) significativamente intitolate “Rinnovare il ruolo guida degli Stati Uniti”. Sia l'elettorato americano che i tradizionali alleati degli Usa, europei in testa, si attendono un cambiamento di fondo nella politica di difesa e di sicurezza di Washington. Ma sarà Barack Obama capace di muovere il formidabile potenziale di difesa degli Stati Uniti fuori dalle secche in cui si è cacciato negli ultimi anni? Da chi si farà aiutare il nuovo Presidente? E cosa potrà concretamente fare per migliorare i rapporti con gli alleati europei? Proviamo a fare qualche ipotesi in merito. (...)

Obama, l'energia, e il rapporto transatlantico, di Ida Garibaldi (dal sito AffarItaliani)
Tra le sfide che la presidenza Bush lascia a quella di Barack Obama ce n’è una che riguarda da vicino l’Europa e i precari equilibri della relazione transatlantica. Negli ultimi otto anni la dipendenza energetica del Vecchio Continente dalla Russia è considerevolmente aumentata, creando un nuovo fattore di disturbo nel rapporto tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei. Obama dovrà intervenire rapidamente per evitare che gli interessi americani ed europei in tema di energia divergano ulteriormente, e l’Europa divenga sempre più vulnerabile al ricatto politico di Mosca. (...)

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