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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
i mondi e le politiche di Obama
post pubblicato in Diario, il 6 novembre 2008


La Storia - esprimiamoci con retorica - sembra aver fatto un passo in avanti la notte scorsa: un sogno sembra essersi avverato. Ma quali scelte concretamente segneranno la presidenza di Barack Obama? Sapendo che il periodo di transizione potrebbe essere usato da altri attori dello scenario internazionale per mettere alle strette una Casa Bianca "in ricostruzione", con possibili tensioni "straordinarie" dagli esiti imprevedibili, le priorità "normali" potrebbero concentrarsi soprattutto sulle scelte di tipo economico. La speranza di molti è che non prevalga l'idea protezionista, che durante tutte le primarie e nella campagna elettorale è serpeggiata (è un eufemismo) fra le fila democratiche, e non solo. Chiedere un New Deal è rischiare di fare della retorica un po' vuota, ed è anche forse sognare un "qualcosa di sinistra" che non necessariamente risponderebbe alla crisi globale che ancora non ha fatto vedere tutti i suoi effetti. Certo, vincere come ha vinto Obama permette di affrontare questa crisi con un respiro diverso: e sarebbe bello se questo Presidente - in qualche modo "votato da tutto il mondo" - fosse capace di tessere nuove connessioni, economiche e politiche, facesse prevalere il dialogo e il multilateralismo, ricompattasse l'Occidente che si è spezzato in Iraq e soffre di crisi di fiducia nel futuro. E' però il caso di riflettere sul fatto che l'America che oggi si presenta al mondo, sia pure con una faccia molto migliore di quella che la rappresentava negli ultimi otto anni, è un'America che non ha più - comunque - una leadership globale. Già prima dei peggiori errori di Bush, e indipendentemente da quelli, il mondo ha fatto sentire con diverse voci dissonanti la difficoltà (l''impossibilità?) di costruire un'armonia politica. I nuovi giocatori globali, anche nel pesante scenario economico che ci troviamo a percorrere, non si lasceranno dettare l'agenda tanto facilmente. Dalle nuove regole finanziarie globali, a quelle del commercio, alle questioni ambientali, un lavoro paziente e non banale attende questo Presidente, ma non solo lui. L'Europa, che ha avuto in qualche modo un "successo" politico nella gestione della crisi finanziaria, può attrezzarsi e impostare un lavoro che richiede molta intelligenza, ma anche molta più unità di quella dimostrata finora. E' tempo che le "forze gentili" mettano in campo tutta la loro perizia: diplomatica, intellettuale, economica e anche militare. Un mondo lo chiede, prima che nello strano vuoto dell'"interregno" i nemici della pace e del progresso, o semplicemente le paure di questi giorni, tornino a dettare le loro angosciose parole d'ordine.

Francesco Maria Mariotti

Mondi e Politiche segnala  di seguito alcune riflessioni che possono essere molto utili per capire come potrebbero indirizzarsi le scelte del nuovo Presidente statunitense. In particolare Boris Biancheri dalla Stampa di oggi, Janiki Cingoli del Centro Italiano per la pace in Medio Oriente con un ricco dossier, le analisi di Affari Internazionali.

L'agenda del mondo, di Boris Biancheri (la Stampa, 6 novembre 2008)
Il primo grande impegno internazionale dell'era del dopo Bush non sarà Obama a gestirlo ma lo stesso Bush. La prassi americana vuole infatti che un nuovo presidente eletto a novembre prenda il potere solo nel gennaio dell'anno seguente: passano così settanta spesso difficili e imbarazzanti giorni in cui tutti guardano al nuovo mentre ha il bastone di comando in mano ancora il vecchio. (...)

Quale Medio Oriente attende Obama, di Janiki Cingoli (CIPMO)
Il Medio Oriente che si troverà davanti Barack Obama è una regione solcata da tensioni sempre più acute e da un accentuato processo di polarizzazione, a quasi un anno dalla Conferenza di Annapolis, che aveva come obbiettivo il rilancio del negoziato israelo–palestinese–arabo, e dopo le forzate dimissioni del premier israeliano Olmert. (...)

Obama e il mondo, di Stefano Silvestri (dal sito AffarInternazionali)
Barack Obama è stato eletto su temi di politica interna. Ed è normale che un nuovo Presidente, all’inizio del suo primo mandato, si concentri più sulle questioni interne che su quelle internazionali, e questa tendenza sarà certamente rafforzata dalla necessità di porre mano alla grave crisi economica. Eppure egli potrebbe diventare importantissimo per il futuro della potenza e del ruolo americano nel mondo (...)

Le scelte non più rinviabili, di Paolo Guerrieri (dal sito AffarInternazionali)
Nell’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti l’economia – non vi sono dubbi – ha avuto un ruolo determinante. Una larga fetta dei cittadini americani lo ha votato perché lo ritiene in grado di fronteggiare, meglio del suo avversario, il senatore McCain, i gravi problemi che affliggono l’economia americana. C’è da augurarsi che abbiano ragione. La crisi che si è abbattuta sugli Stati Uniti – e sul resto del mondo - è in effetti di una gravità senza precedenti in questo secondo dopoguerra. Basta dare uno sguardo ai dati più recenti. (...)

Obama di fronte alla sfida russa, di Maurizio Massari (dal sito AffarInternazionali)
A soli dieci mesi di distanza dal suo insediamento, Barack Obama si troverà a dover celebrare il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e della fine della guerra fredda. Il bilancio di questo periodo non si può dire sia linearmente positivo. Da un lato, l’Europa “whole and free” è stata più o meno realizzata con l’ingresso nell’Ue e nella Nato dei paesi europei dell’ex blocco sovietico; dall’altro, con il principale avversario della guerra fredda, la Russia post-sovietica, i rapporti sono restati in una sorta di limbo. (...)

Obama e il rebus Iran, di Raffaello Matarazzo (dal sito AffarInternazionali)
Il rapporto con l’Iran e la controversia sul suo programma nucleare saranno uno dei più importanti banchi di prova della strategia diplomatico-negoziale del nuovo Presidente americano. Lo saranno non solo per l’estrema complessità ed urgenza del tema, ma anche e soprattutto perché dalla ridefinizione dei rapporti con Teheran dipenderà, in buona parte, il più ampio disegno di stabilizzazione del Medio Oriente che l’amministrazione Obama porra' in cima alla sua agenda. (...)

I dilemmi della sicurezza nazionale, di Giovanni Gasparini (dal sito AffrInternazionali)
La sicurezza nazionale è una delle priorità dell’agenda di Barack Obama, forse seconda solo alla crisi finanziaria ed economica mondiale. La piattaforma elettorale domocratica vi dedica 16 dense pagine (un terzo del documento) significativamente intitolate “Rinnovare il ruolo guida degli Stati Uniti”. Sia l'elettorato americano che i tradizionali alleati degli Usa, europei in testa, si attendono un cambiamento di fondo nella politica di difesa e di sicurezza di Washington. Ma sarà Barack Obama capace di muovere il formidabile potenziale di difesa degli Stati Uniti fuori dalle secche in cui si è cacciato negli ultimi anni? Da chi si farà aiutare il nuovo Presidente? E cosa potrà concretamente fare per migliorare i rapporti con gli alleati europei? Proviamo a fare qualche ipotesi in merito. (...)

Obama, l'energia, e il rapporto transatlantico, di Ida Garibaldi (dal sito AffarItaliani)
Tra le sfide che la presidenza Bush lascia a quella di Barack Obama ce n’è una che riguarda da vicino l’Europa e i precari equilibri della relazione transatlantica. Negli ultimi otto anni la dipendenza energetica del Vecchio Continente dalla Russia è considerevolmente aumentata, creando un nuovo fattore di disturbo nel rapporto tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei. Obama dovrà intervenire rapidamente per evitare che gli interessi americani ed europei in tema di energia divergano ulteriormente, e l’Europa divenga sempre più vulnerabile al ricatto politico di Mosca. (...)

MEDIO ORIENTE. IL DISGELO
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 27 giugno 2008


Segnalo e pubblico un intervento di Janiki Cingoli, direttore del Centro per la Pace in Medio Oriente. Approfitto per raccomandare il sito del CIPMO, sempre molto ricco e aggiornato, e dal quale di tanto in tanto trarremo - come oggi - qualche utile materiale per le nostre riflessioni.
FMM

Medio Oriente. Il disgelo
di Janiki Cingoli 
 

 
  Le notizie dal Medio Oriente testimoniano di una iniziale frattura della rigida impalcatura ideologica entro cui l’intera area si è trovata costretta durante la Presidenza Bush.

Da alcuni giorni è iniziata a Gaza la tregua tra Israele ed Hamas, grazie alla paziente mediazione dell’Egitto e del capo dei suoi servizi segreti, Omar Suleiman, che dovrebbe essere accompagnata da un allentamento della chiusura ai valichi di frontiera.

In una seconda fase, che dovrebbe culminare con lo scambio tra il caporale israeliano Shalit e un folto gruppo di prigionieri palestinesi, è prevista la riapertura stabile di tali valichi, con la presenza di forze di sicurezza dell’ANP (che inizierebbero così a rientrare a Gaza), egiziane ed europee. Tra sei mesi, poi, se la tregua dovesse reggere, essa potrebbe essere estesa anche alla Cisgiordania.

E’ evidente che tutto ciò comporta una notevole stabilizzazione del potere su Gaza di Hamas, che d’altronde ha dimostrato di saper far fronte, anche rafforzandosi, al lungo blocco economico imposto sulla Striscia dopo la sua presa di potere, dell’estate 2007.

Parallelamente, a breve è annunciato un nuovo incontro al Cairo tra delegazioni di Fatah e Hamas, dopo i contatti dei mesi scorsi nello Yemen e in Senegal, ed il recente appello del Presidente Abu Mazen per superare la frattura interpalestinese, ed arrivare a ricostituire un governo di unità palestinese. All’origine della nuova posizione del Presidente dell’ANP, che lo a portato a superare la ferma pregiudiziale mantenuta fino a tempi recenti, con la richiesta preliminare di ripristinare la situazione precedente il colpo, restituendo Gaza al controllo della legittima autorità, vi è probabilmente la situazione di stallo del negoziato ufficiale con Israele che ha fatto seguito alla Conferenza di Annapolis, e il ripetuto annuncio della costruzione di nuove abitazioni negli insediamenti ebraici intorno a Gerusalemme: annuncio che si è attirato anche la ferma condanna di Condoleeza Rice. Così come influisce sicuramente la sempre più precaria situazione interna israeliana, con un leader sempre più in bilico, anche se pare ancora resistere come la Torre di Pisa.

Se i tempi del negoziato si allungano, diventa prioritario per i palestinesi rafforzare le linee interne, per presentarsi più forti e meno esposti ai futuri appuntamenti.

In  questi stessi giorni, vi sono notizie sempre più incalzanti sull’accordo che sarebbe stato raggiunto tra Israele e Hezbollah, per lo scambio tra alcuni prigionieri libanesi e i due soldati israeliani catturati nel luglio 2006, che sarebbero rilasciati a giorni, non si sa se ancora vivi. E contestualmente si moltiplicano le pressioni statunitensi e egiziane su Israele perché si ritiri dalla piccola zona ancora contesa ai confini con il Libano, le Fattorie di Shebaa. Pressioni che si propongono di consolidare le posizioni del moderato Sinora nei confronti dello stesso Hezbollah, uscito rafforzato dal lungo braccio di ferro per l’elezione del nuovo Presidente libanese Michel Suleiman, grazie al potere di veto di fatto concessogli sui principali atti di governo.

Infine, da un mese è stato ufficialmente annunciato l’avvio di negoziati indiretti tra Israele e Siria, grazie alla mediazione turca, il cui ultimo round si è concluso nei giorni scorsi con una comune soddisfazione espressa dalle parti. La Siria si sente più sicura anche per l’esito del prolungato confronto libanese, che come si è detto ha rafforzato il suo principale partner, l’Hezbollah  che ora è in grado di bloccare ogni decisione governativa di andare più a fondo sulle indagini per l’assassinio dell’ex presidente Hariri.

Sullo sfondo, resta la minaccia iraniana, che Israele agita incessantemente in tutti i suoi contatti internazionali, non senza ragione, ma con una posizione che non prende sufficientemente atto del cambiamento strategico in atto negli Stati Uniti verso Teheran, dalla vecchia posizione di confrontation a breve a una politica di conteinement di medio periodo, il che implica un riassetto, una stabilizzazione e una ridefinizione dei rapporti diplomatici e di sicurezza in tutta l’area. Come commentava nei giorni scorsi un editoriale di Haaretz, l’insistenza israeliana sul tema finisce per essere percepita come un elemento che alimenta la tensione, invece di contribuire a risolverla. Lo Stato ebraico, in sostanza, passa un po’ come l’ultimo soldato giapponese, che non sa che la guerra è finita.

Se questo è il quadro, non si può negare che la campagna del Presidente Bush contro l’”Asse del Male” non abbia prodotto esattamente i risultati sperati.

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