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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Trichet Presidente d'Europa per una fase Costituente
post pubblicato in Focus Europe, il 7 settembre 2011


Con l'attentato in India a pochi giorni dall'anniversario dell'11 settembre il terrorismo dimostra di avere l'occhio lungo, colpendo una delle nazioni protagoniste del futuro. 
Come scrive Gordon Brown, anche l'India deve essere coinvolta nella "grande contrattazione globale" che dovrebbe spingere le potenze emergenti a coordinarsi con Europa e USA per portare a soluzione la crisi globale. 

L'Europa deve comunque parlare con una voce sola: Barroso è espressione del concerto degli Stati, Draghi prenderà il ruolo "tecnocratico" (in realtà fortemente politico, ma comunque svincolato dalla ricerca di consenso, come è bene che sia) di Presidente della BCE. Si deve però cercare di "far vedere" al mondo una voce europea politicamente autonoma, che sia eletta dal Parlamento europeo con un mandato limitato per guidare il continente verso una nuova fase costituente

Trichet potrebbe essere il candidato migliore, dopo che avrà passato il testimone a Draghi: è stato lui il primo a fare una delle proposte più interessanti per l'Europa del futuro, un Ministro europeo delle Finanze.
 
Ma al di là dei nomi: oggi è ancora fondamentale che le figure di riferimento dell'Europa siano "tecnici - politici" capaci di "resistere" alle tentazioni della popolarità, e soprattutto del populismo; un giorno forse - superata questa tempesta - potremo votare direttamente il vertice europeo, confrontando proposte politiche alternative. 

Ma è un giorno ancora lontano.

Francesco Maria Mariotti

(...) Dobbiamo innanzitutto rilanciare la visione di cooperazione globale contenuta nel patto sulla crescita del G-20. Serve però un programma più ampio: la Cina dovrebbe concordare di aumentare la spesa delle famiglie e le importazioni dei consumi; l'India dovrebbe aprire i propri mercati in modo tale da garantire ai propri poveri l'accesso alle importazioni a basso costo; e l'Europa e l'America devono rilanciare la competitività con l'obiettivo di aumentare le importazioni. Nel 2009 il G-20 è stato inflessibile sulla necessità di un nuovo regime finanziario globale per la futura stabilità. Il problema è già sotto gli occhi di tutti. Le passività del settore bancario dell'Europa sono quasi cinque volte superiori a quelle degli Usa. Le banche tedesche hanno una leva finanziaria che è 32 volte superiore al patrimonio netto. Ai fini della stabilità finanziaria non serve quindi solo la ricapitalizzazione delle banche, ma anche una riforma dell'euro, fondata sul coordinamento delle politiche fiscali e monetarie e su un maggiore ruolo della Bce, in veste di prestatore di ultima istanza, nel sostenere i singoli Governi (non le singole banche). Il G-20 non raggiungerà crescita e stabilità senza concentrarsi su una riduzione del debito a lungo termine. Ma esiste anche un imperativo nel breve periodo, ossia evitare una spirale negativa. (...) L'accordo sulla crescita del G-20 deve essere anche un accordo sull'occupazione.(...)

Alla fine del 1930, il presidente Hoover aveva capito che la posizione debitoria della Germania stava per diventare insostenibile per la perdita di fiducia dei mercati nella capacità dei creditori (privati) tedeschi di ripagare l'enorme debito estero. Al presidente era perfettamente chiaro che, per salvare non solo la Germania ma l'intera Europa e gli stessi Stati Uniti da una crisi senza precedenti, erano necessari prestiti pubblici (in sostituzione del credito privato) e la sospensione delle riparazioni di guerra imposte ai tedeschi dal Trattato di Versailles. Ai collaboratori che gli chiedevano perché non prendesse subito l'iniziativa, Hoover rispondeva che era necessario che la situazione si deteriorasse ulteriormente perché si creassero le "condizioni politiche" per un intervento a favore della Germania. Sappiamo come andò. Nell'estate 1931, alla caduta dei redditi e dell'occupazione si aggiunse una crisi bancaria senza precedenti catalizzata dal ritiro dei capitali stranieri dalle banche tedesche. Solo allora l'opinione pubblica e le cancellerie compresero che la crisi avrebbe travolto non solo la Germania, ma l'intera economia mondiale e si crearono le "condizioni politiche" che resero possibile l'iniziativa di Hoover per una moratoria delle rate del debito di guerra tedesco. Questa giusta iniziativa arrivò fuori tempo massimo. (...) 

Speciale

(...) La conclusione è semplice: la Cina ha visto nell’11 settembre una finestra di opportunità strategica. Di cui cogliere i vantaggi. A sei mesi dall’attacco di al Qaeda, la Cina entrava senza problemi nel WTO: la globalizzazione “made in China” era cominciata. Sul piano interno, Pechino ha utilizzato la minaccia qaedista per combattere con durezza il proprio “terrorismo”, il separatismo uiguro nello Xinjiang. (...) per la leadership comunista capitalista cinese un’America indebolita poteva essere un vantaggio; un’America troppo debole non lo è. Questa è tutta la differenza, in effetti, fra il settembre 2001 e il settembre 2008: quando, con la crisi finanziaria e le sue conseguenze, la Cina si è trovata esposta ai guai dei suoi vecchi “maestri” occidentali.
Il rischio, visto da Pechino, è che l’era post-americana arrivi troppo in fretta, costringendo una leadership ancora riluttante ad assumersi una quota di oneri globali, con i costi e le responsabilità che ne derivano.(...)
Africa e MO, Costringere la Cina a Intervenire
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 agosto 2011


In Africa e in Medio Oriente si stanno giocando partite diverse, ma entrambe molto rischiose per la stabilità internazionale.

Questa crisi politica sembra svolgersi in parallelo ma non in contatto con quella finanziaria ed conomica, che oramai richiede una soluzione a livello mondiale: gli eurobond (o la proposta più elaborata Prodi-Quadrio Curzio) possono essere utilissimi per noi, ma non sono la panacea di tutti i mali, e l'uscita dal dramma può avvenire solo con un tavolo che veda Stati Uniti, Ue e Cina darsi una disciplina monetaria comune e decidere come governare insieme il mondo, provando a dare una spinta alla crescita.

Ed è proprio su questo tavolo che andrebbero posti anche i dossier politici, in particolare Libia e Medio Oriente: la Cina sembra a prima vista non essere presente su questi scenari, ma se si pensa alla penetrazione di Pechino nel continente africano, non vi può essere dubbio che la "nuova" superpotenza abbia interesse - e debba riconoscere di averlo - nella soluzione della crisi di Tripoli e nella gestione di tutti i principali capitoli che interessano la stabilità geopolitica globale (debiti sovrani, materie prime, terrorismo, migrazioni, lavoro, etc).

La Cina fino ad oggi ha dato l'impressione di non voler assumere esplicitamente le responsabilità di superpotenza che oramai tutto il mondo le riconosce, preferendo un gioco silenzioso per lo più economico, ma non direttamente politico: questa fase può dirsi ormai conclusa, e Washington e Bruxelles devono costringere Pechino a scendere in campo, a co-governare il mondo, a spendere parola, influenza e moneta - e forse non solo quelle - perché questa crisi globale di governance possa iniziare a risolversi. E noi europei potremmo avere un ruolo fondamentale in questa dialettica fra "potenze riluttanti", per dirla con una espressione di Marta Dassù.

Non abbiamo bisogno solo di una nuova Bretton Woods, come dicono molti: facendo finta che questi paragoni (forse un po' deboli e troppo retorici) abbiano un senso, potremmo forse dire che c'è da organizzare anche una nuova Yalta. 

Speriamo di non dover pagare per questo il prezzo di una nuova guerra globale.

Francesco Maria Mariotti






Gheddafi spiazza l'Occidente (E. Bettiza)
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 14 marzo 2011



La riconquista di Brega, porta d’ingresso alla Cirenaica isolata, ultimo caposaldo degli insorti disorganizzati e allo sbaraglio, segna il decisivo punto di svolta a favore delle truppe di Gheddafi nell’avanzata verso la metà secessionista della Libia. Ogni ora che passa accresce sempre più il riconsolidamento del regime repressivo del Colonnello, dei suoi accoliti e soprattutto dei suoi figli addestrati al comando militare e alle pubbliche relazioni. Un’occhiata alla carta geografica basta a darci l’istantanea della situazione. Bengasi, roccaforte dei ribelli, è nel mirino. Dopo la caduta di Ras Lanuf, centro petrolifero da cui i ribelli intendevano lanciare un attacco simbolico contro Sirte, città natale di Gheddafi, soltanto l’intervento unanime della comunità internazionale avrebbe potuto arrestare questa riscossa implacabile del raiss.

Ma l’unanimità non c’è stata, non c’è, ed è azzardato sperare che ci sarà nei prossimi giorni. Lo stesso concetto di «comunità internazionale» si sta rivelando vacuo e quasi sinonimo del nulla di fatto. Quelli che davano per certa o imminente la fine della dittatura libica, a cominciare dal presidente Obama, dovranno rivedere il loro affrettato pronostico e fare i conti, come ai tempi di Miloševic e del Kosovo, con la paralisi dell’Onu e l’inusitata tenuta di potere di un dittatore spietato e caparbio. (...)

Già il figlio più politicizzato del raiss, Saìf al Islam, in una recente intervista al «Corriere della Sera» ha evocato la possibilità di un’opzione energetica in favore dei cinesi, minacciando gravi ritorsioni contro governanti e investitori italiani accusati di «tradimento» e «complicità con i terroristi cirenaici». Minacce mirate che, assieme a quella di sommergere la Penisola con migliaia di fuggiaschi africani, non si dovrebbero prendere tanto alla leggera. Un Muammar Gheddafi condannato come criminale in Occidente ma inaspettatamente resuscitato, grazie ai veti di Pechino e di Mosca, alla sommità di tonnellate d’oro nero porrà grossi e tremendi quesiti all’Italia e all’Europa nel suo insieme. Come ha scritto sul «Foglio» Carlo Panella, correremo il rischio di avere alle porte di casa uno «Stato pirata» governato da «un imprenditore del terrorismo».

Si capisce meglio, anche se duole capirlo, la prudenza con cui i governi di Roma e di Berlino hanno cercato di trattare, fin dall’inizio, una crisi che non definirei «rivoluzionaria» ma, piuttosto, un condensato spontaneo di collere tribali contro una tirannide tribale e personale insieme. Il tutto, com’era in parte prevedibile, non poteva che insabbiarsi in una rivolta disperata e abbandonata a se stessa. Una rivolta non ad armi pari. Il clan di potere che, aggredito, sembrava destinato al collasso corre invece armatissimo verso Bengasi e Tobruk alla riconquista del tempo e dello spazio perduto. Nelle prossime ore comprenderemo se i giochi resteranno aperti o se si sono già chiusi.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8503&ID_sezione=&sezione= 

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permalink | inviato da franzmaria il 14/3/2011 alle 22:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Per ora vince Gheddafi?
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 8 marzo 2011


Ma per ora vince il raiss, di Lucia Annunziata, laStampa, 8 marzo 2011

(...) La Casa Bianca, per bocca del capo dello staff William Daley, ha però fatto subito piazza pulita di queste intemperanze, facendo presente la difficoltà a mettere in atto una no fly zone su una nazione vasta come la Libia, armata di moderne difese antiaeree di fabbricazione russa. «Tanti parlano di no fly zone - ha detto Daley con un certo sprezzo - come se si trattasse di un videogame», frase che in giornata ha ripreso, e non a caso, il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini. Ugualmente sprezzante nei confronti di ogni ipotesi militare è stato l’uomo che, eventualmente, avrebbe nelle sue mani proprio la gestione di un intervento di tal genere, il segretario alla Difesa Robert Gates, definendole «chiacchiere». Un Paese vasto come l’Alaska, ha detto Gates, trovando la perfetta immagine per chiarire le dimensioni di una impresa armata, non può che iniziare con attacchi aerei e finire con una operazione di vaste proporzioni. Il termine va tradotto con «invasione di terra».

In ogni caso, e qualunque fossero i piani di guerra, non ci sarebbe mai un appoggio internazionale sufficiente a far approvare all’Onu un mandato. Mancano all’appello i membri chiave del Consiglio, come la Russia (ieri lo ha detto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov) e la Cina, e mancano potenze regionali come il Brasile. Così come in Medioriente mancherebbe l’appoggio della Lega Araba che già si è schierata contro ogni intervento occidentale.

L’Italia, già riluttante nemica di Gheddafi, ha ancora meno dubbi sul che fare: «Mi pare di sentir parlare di interventi militari e credo che sarebbe un errore molto grave», ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Quello che rimane sul tavolo, dunque, sono le solite strade - un piano Marshall, che è la parola magica che si evoca quando non si sa cosa dire, oppure la via diplomatica dei contatti con l’opposizione, o ancora un massiccio invio di mezzi per aiutare la popolazione delle zone liberate o i profughi. Misure necessarie, ma tutte di contorno rispetto al problema che si è creato ormai in Libia: cioè che il colonnello Gheddafi non appare vicino, e forse nemmeno lontano, a cadere.

Giorno dopo giorno, i combattimenti stanno svelando la assoluta improvvisazione con cui i ribelli hanno avviato la loro rivolta. Ma se la buona fede con cui si sono avviati in una vicenda che oggi appare forse più grande delle loro forze è spiegabile con il contesto generale con cui si sono mossi, la sorpresa della resistenza messa in atto dal Colonnello parla anche della esilità delle nostre conoscenze dei rapporti di forza, della situazione sul terreno, e della struttura di potere nella Libia di Gheddafi.(...)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8480&ID_sezione=&sezione=

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Italia distratta, Europa timida
post pubblicato in Focus Europe, il 21 gennaio 2011


A chi non volesse ridurre la nostra politica a una guerra civile in salsa giudiziaria (con possibili esiti imprevedibili, come fu per Tangentopoli), conviene levare gli sguardi e capire che si stanno giocando - senza di noi - partite ben più importanti. 

Dall'altra parte del Mediterraneo c'è chi si illude sui moti di ribellione in atto; si parla anche di "rivoluzioni liberatorie", forse non rendendosi conto di quali possano essere gli improvvisi rovesci di queste partite incontrollate. Ben venga, se riesce a dispiegarsi, la democrazia nell'Africa mediterranea; ma quali saranno i suoi colori e le sue parole d'ordine? 

Noi italiani, capaci di gestire in passato il "golpe" a favore di Ben Alì, oggi sembriamo silenti, distratti dalle nostre vicende, con il rischio che nel frattempo altri stati, o - peggio - altre forze non statuali prendano piede sulle nostre "rotte". Perché di questo alfine si tratta: del controllo dei nostri mari, e del confronto economico quotidiano e continuo fra stati e potenze, anche attraverso l'"arma" delle migrazioni.  Questa la partita che (non) stiamo giocando.

Allargando lo sguardo all'Europa, verrebbe da dire così: se gli italiani oggi sono distratti, gli europei in genere sono timidi. 
C'è infatti ancora troppa paura dei mercati e poca politica, perché il nostro continente-federazione possa partecipare dignitosamente alla spartizione del potere nel mondo; il confronto diretto USA - CINA sembra metterci fuori gioco, ma a ben vedere le due superpotenze potrebbero trovare in questo attore "terzo" la sponda con cui evitare un perenne braccio di ferro, oggi ancora "silenzioso", domani chissà.

Se lo volessero, quindi, Italia ed Europa potrebbero fare la differenza, una grande differenza; ma forse pensiamo ancora di dover aspettare il permesso del mondo per esistere: in una sorta di "strascico psicologico" del secondo dopoguerra, ci illudiamo che gli USA ci proteggano ancora come un tempo e aspettiamo che siano loro a indicarci la strada.

Non è così; speriamo di accorgercene prima di dover pagare prezzi troppo elevati.

Francesco Maria Mariotti
Cina - USA
post pubblicato in Focus Oriente, il 20 gennaio 2011


Usa e Cina: scacchi o dama?
 
(...) Quel che cambia è la filosofia, come spiega a 2+2 Mario Deaglio, docente di Economia internazionale all'Università di Torino appassionato di cultura cinese: "Negli scacchi i pezzi vengono mangiati (uccisi) finché attaccando non si arriva al Re, che viene fatto prigioniero. Viene salvato solo il nucleo di potere eliminando tutto il resto: così si sono combattute le guerre in Occidente. Invece la logica del go – precisa Deaglio continuando la metafora – è che non si distrugge nulla: il nemico non viene attaccato (non viene ucciso) ma si cerca di impedirgli le mosse. E si dichiara sconfitto quando resta bloccato. In maniera elementare, così la Cina ha preso possesso di Hong Kong togliendo la città-stato al dominio inglese". L'economista pensa che Pechino stia ripetendo lo stesso gioco su ampia scala "incrociando fattori diplomatici, economici e militari, in apparenza di piccola entità, che messi assieme legano le mani al gigante americano". In economia la strategia diventa chiara se si guarda al finanziamento del debito americano, di cui Pechino è il maggiore detentore con con 2mila miliardi di dollari di riserve in valuta estera. Prestito che, per volere dei cinesi, viene rinegoziato ogni sei mesi, durante i quali si possono aggiungere nuove condizioni utili a tessere la tela oppure a modificare la strategia precedente, senza distruggerne l'impianto (il go insegna). Eppure Washington preme perché Pechino apprezzi velocemente la valuta locale, lo yuan. Cosa che sta invece avvenendo a singhiozzo e lentamente perché il colosso asiatico non ha fretta (il go colpisce ancora). Il governo ragiona su base quinquennale: "Non è importante vincere subito - nota Deaglio – l'orizzonte cinese è spostato in avanti di 15-20 anni, quando la popolazione comincerà a invecchiare più rapidamente e i cinesi dovranno aver fissato regole che consentano loro di vivere bene al centro del sistema internazionale". In armonia, come vuole la teoria confuciana tornata di moda.(...)

 
 
 
 
 
 



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permalink | inviato da franzmaria il 20/1/2011 alle 20:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Europa fra Cina e Usa
post pubblicato in Focus Europe, il 14 dicembre 2010


Sottolineo i passaggi finali dell'editoriale "Usa e Cina le potenze riluttanti", di Marta Dassù, pubblicato sulla Stampa del 14 dicembre 2010.
 
Francesco Maria Mariotti
 

(...) Se la Cina è per ora una potenza riluttante e l’America lo è temporaneamente (ri)diventata, cosa ne sarà della famosa «governance» internazionale? Ammettiamo pure, ha detto un partecipante cinese al colloquio di Aspen a Pechino, che la crescita di potere di un Paese ne aumenti anche le responsabilità internazionali; la Cina non ha nessuna intenzione di pensarsi come «potenza irresponsabile». Ma chi definisce le responsabilità?
Il rischio, con Cina e Stati Uniti entrambi ripiegati all’interno e al tempo stesso forzati a coesistere, è quello di un vuoto di potere conflittuale. Il rischio è l’incertezza: su di sé e sulle mosse reciproche.

E’ di fronte a una prospettiva del genere che l’Europa stagnante potrebbe trovare una sua ragione di essere. In teoria e nella pratica dell’ultimo anno, l’Europa appare ancora più risucchiata dalla crisi dell’euro; e quindi marginale rispetto alle tensioni o distensioni cino-americane. Che il cosiddetto G-2 decolli o si frantumi (si vedrà nel gennaio prossimo, con la visita di Hu Jintao negli Stati Uniti), l’Europa sembra destinata a rimanere alla finestra, più che sedersi allo stesso tavolo.
Non è necessariamente così. Seduti al tavolo a tre della Scuola di Partito a Pechino, con cinesi e americani, gli europei hanno parlato e pesato.

Soprattutto, è stata la presenza degli europei a costringere Cina e Stati Uniti a uno scambio diverso: meno concentrato sulle rivalità bilaterali ma anche meno spiazzato dalla latitudine di un forum alla G-20. Certo, è stato soltanto un esperimento politico-intellettuale; ma per quello che può contare, l’impressione è che questo tipo di Europa, a condizione che risolva la propria crisi interna, servirebbe. L’Europa come network? Non sarà una grande teoria, su come governare il mondo di oggi. Ma è una convinzione possibile: l’Europa come fattore unificante, più che come forza a sé stante, troverebbe uno spazio nei terminal del XXI secolo.


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permalink | inviato da franzmaria il 14/12/2010 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tornare a Keynes?
post pubblicato in Diario, il 19 ottobre 2010


Un po' di articoli sul ritorno a una politica di stampo keynesiano. 
Può essere utile per seguire il dibattito che si sta sviluppando in più sedi
Ciao
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Il debito per finanziare i consumi è una cosa, mentre il debito per finanziare gli investimenti è tutt'altra cosa. Un conto è quello fine a se stesso, altro conto è quello che rinnova le infrastrutture: non bisogna confondersi. E comunque ci potrebbero essere altri modi, oltre al debito statale, per finanziare una vera politica keynesiana.
 
Cioè? 
Io credo che mai come ora servirebbe un organismo europeo, magari garantito da tutti gli stati dell'Unione, in grado di emettere obbligazioni finalizzate allo sviluppo di progetti infrastrutturali di medio-lungo termine. Per la tranquillità degli investitori, si potrebbero fissare anche paletti rigidi per vincolare i finanziamenti all'esecuzione delle opere. Le faccio un esempio: si potrebbe vincolare il finanziamento alla realizzazione dell'autostrada o della ferrovia entro tempi prestabiliti. Così, se l'opera viene consegnata in ritardo, le imprese colpevoli dovranno versare una penale. D'altro canto, riceveranno un premio se consegneranno in anticipo.

E quali progetti andrebbero finananziati? 
Ovviamente infrastrutture, per esempio aumentando e velocizzando il trasporto ferroviario come stanno facendo gli svizzeri. Ma non solo. Si potrebbero anche realizzare delle intelligenti – e sottolineo intelligenti – spese militari, che sono ad altissima intensità di lavoro qualificato: impegnano fisici, ingegneri e tecnici, tutte figure che oggi vanno ad alimentare la massa dei precari.

Cosa intende per spese intelligenti? 
Quelle nel campo dell'avionica, della sicurezza, ma non solo. Si potrebbe portare avanti anche qualche progetto spaziale: queste sono iniziative che potrebbero rivelarsi determinanti per il futuro tecnologico del paese. Le faccio un esempio: lei scia?

Sì. 
Ebbene: la fibra di carbonio con cui sono fatti gli sci non è stata inventata per lo sport di montagna, ma per scopi militari. Insomma: buona parte della tecnologia è nata dal mondo militare, perché solo chi non bada a spese può veramente investire in ricerca. E questo risponde alla sua domanda sul debito degli stati: se si investe in ricerca e in infrastrutture, si aumenta il debito ma si accresce anche la ricchezza del paese. Oggi invece le spese sono in gran parte sterili. Quello che serve è una visione di lungo termine da parte dei nostri governanti. (...) Guido Roberto Vitale: la crisi si batte solo con Keynes

 
(...) “I margini non sono molti – spiega al Foglio l’economista Alberto Quadrio Curzio, preside della facoltà di Scienze politiche all’Università Cattolica di Milano – Possiamo usare le poche risorse disponibili allo scopo di rafforzare il quarto capitalismo. In sostanza, si tratta di interventi selettivi di due tipi: il primo per far crescere le dimensioni delle imprese e favorire la concentrazione; il secondo per la ricerca, attraverso gli enti e le istituzioni universitarie che la sanno fare”. E le infrastrutture? “Questo è un compito che spetta all’Unione europea”, risponde Quadrio Curzio. 
Il teorema Summers, aggiunge l’economista apprezzato e ascoltato nelle stanze del Tesoro italiano, vale più per l’Ue che per gli Stati Uniti. “L’Europa ha i fondamentali economici in ordine, quindi potrebbe realizzare un programma di investimenti a lungo termine, rilanciando la domanda interna, non attraverso consumi che, vista la struttura e l’età della popolazione, non possono dare più di tanto”. Investimenti finanziati non con spesa pubblica diretta, ma sul mercato, lanciando titoli come gli eurobond già proposti da Jacques Delors. “I fondi sovrani sono pieni di liquidità. Anziché investire direttamente nelle imprese, potrebbero partecipare a un fondo europeo per le infrastrutture”, insiste Quadrio Curzio. La riforma del patto di stabilità, così com’è stata proposta finora, “diventa una tagliola terribile se non è accompagnata da politiche di rilancio che non gravino sul debito pubblico”. (...) Teorema Summers da IlFoglio
 
(...) Uno strumento utile a livello europeo è quello, di tremontiana ispirazione, degli eurobond per finanziare gli investimenti strutturali. Ma il vero apriscatole, cioè uno strumento che rompa il circolo vizioso costituito da debiti crescenti e crisi valutarie, può essere la proposta, avanzata da Paolo Savona, di collocare i debiti sovrani presso il Fondo monetario internazionale in diritti speciali di prelievo con tassi non soggetti a speculazioni di breve periodo, in modo da liberare le politiche economiche, stabilizzare i mercati finanziari e riavviare il finanziamento di investimenti a lungo termine e, aggiungiamo noi, creare le condizioni per un accordo monetario con la Cina, rispettandone le esigenze, in breve andare alla radice dei problemi. Teorema Savona? Vale la pena di riparlarne con calma, ma non troppa.Controteorema, sempre dal Foglio
 
(...) La crescita registrata dalla metà degli anni 1990 aveva come presupposto esattamente il contrario del rigore oggi richiesto ed è per questo che, pur essendosi presentato vigoroso, è finito in modo drammatico. Non meno importante, però, è che il rientro dagli squilibri avvenga senza creare spinte deflazionistiche che aggraverebbero ancor più i problemi da affrontare. Prima che accadesse quello che è successo, questo quotidiano (ilMessaggero, nota mia) ha affrontato il problema chiedendo ai governanti di creare le condizioni affinché tutti i Paesi vengano messi in condizione di rispettare il rigore fiscale e le banche centrali quello monetario senza peggiorare la situazione.
Non essendo suo stile limitarsi a sollevare i problemi, ha suggerito di negoziare un accordo per parcheggiare parte dei debiti pubblici in eccesso presso il Fondo monetario internazionale, denominandolo in diritti speciali di prelievo e chiedendo alla Cina di accettare maggiore flessibilità del cambio estero dello yuan in contropartita delle garanzie date alle sue riserve ufficiali e agli Stati Uniti di rinunciare alla centralità del dollaro. Se neanche si prova a raggiungere questa soluzione il perseguimento del rigore per annuncio o per decreto equivarrà a un inseguimento faticoso e pericoloso di un risanamento che produrrà crisi economiche e disordini sociali. Ancor più se l’incapacità di vedere lontano si manifesterà con un ridimensionamento della ricchezza finanziaria in mano alle famiglie per difendere l’attività produttiva e l’occupazione. (...) Paolo Savona, non programmate una deflazione
 
(...) Tra gli italiani, invece, sono note le convinzioni di Corrado Passera, che lo stesso ad di Intesa Sanpaolo non ha mancato di esporre pubblicamente a più riprese: per il nostro paese, servirebbe un investimento di 250 miliardi di euro nei prossimi cinque anni per strade, aeroporti e reti di tlc. La maggior parte dei fondi – ha detto Passera – può venire da investitori privati se il governo appoggia l’investimento con “un meccanismo di garanzie pubbliche”. Il banchiere Guido Roberto Vitale, in un’intervista al Sole 24 Ore di ieri, è andato anche più nel dettaglio: “Credo che mai come ora servirebbe un organismo europeo, magari garantito da tutti gli stati dell’Unione, in grado di emettere obbligazioni finalizzate allo sviluppo di progetti infrastrutturali di medio-lungo termine”. Anche un economista liberista come Francesco Giavazzi – ordinario alla Bocconi e con una lunga esperienza di insegnamento al Mit di Boston – difende alcune ragioni di fondo del cosiddetto “teorema Summers”: “E’ vero, questo è un buon momento per ipotizzare l’avvio di grandi opere – dice al Foglio – se non altro perché agli stati, oggi, indebitarsi costerebbe relativamente poco. Senza contare che effettivamente gli Stati Uniti hanno bisogno di un ammodernamento delle loro infrastrutture”. Poi però Giavazzi ricorda che “circa il 70 per cento del pil americano è dovuto ai consumi e alla domanda privata, quindi è inutile illudersi che nuove infrastrutture possano, da sole, rilanciare l’economia”. E in particolare sulla situazione europea, l’editorialista del Corriere della Sera precisa: “Non far nulla, comunque, non è un’opzione valida. C’è tanto da fare per liberare l’economia: dall’alleggerimento del fardello fiscale alle attese liberalizzazioni”. (...) Basta flemma e austerity 
Europa - Africa (con la Cina sullo sfondo, naturalmente): Gheddafi ha forse ragione?
post pubblicato in Focus Europe, il 1 settembre 2010


Per riflettere con una impostazione un po' meno episodica ed emotiva sulla visita di Gheddafi (gestita in maniera pessima dalla nostra diplomazia e dal nostro governo) può essere interessante un articolo del sempre bravo Mario Deaglio sulla Stampa, chiaro e lucido nel delineare gli scenari che avremo di fronte nel prossimo futuro. 

I rapporti fra Europa (non solo Italia) e Africa vanno pensati tenendo anche presente che da tempo (vd. un articolo di AffriInternazionali del 2006uno del 2007 e uno più recente del 2010), il continente africano tende a guardare con molto interesse al rapporto con la Cina, che ha per certi aspetti meno scrupoli e sicuramente più velocità di azione dell'Occidente. 

La sfida è aperta; rovesciamo le brutte parole di Gheddafi, riprendiamoci la nostra dignità di Stato fondatore della Unione Europea, e guardiamo ai fatti, provando a vedere le opportunità che si possono delineare.

Buona lettura

Francesco Maria Mariotti

 
 
La visita del colonnello Gheddafi, con le sue modalità a dir poco insolite, ha presentato elementi di forte sgradevolezza e ha impressionato l’opinione pubblica per quello che è stato percepito come un forte accento antieuropeo e anticristiano. Occorre però distinguere gli elementi soggettivi di questa sgradevolezza, legati alla fondamentale incompatibilità del personaggio con l’opinione pubblica italiana ed europea, dagli elementi oggettivi. E qui, purtroppo, occorre prendere atto di un’amara verità: quando parla del futuro dell’Europa e dell’Africa, il colonnello ha sostanzialmente ragione.

Dietro al suo discorso ci sono cifre non confutabili. Nelle più recenti statistiche demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Europa nel suo complesso è valutata a circa 730 milioni, Russia compresa (circa 450 se si considera soltanto l’Europa Occidentale); gli abitanti dell’Africa «nera», ossia dell’Africa sub sahariana sono circa 860 milioni. C’è quindi poco più di un africano «nero» per ogni europeo, mentre sessant’anni fa c’erano quasi tre europei per ogni africano. Intorno al 2030, secondo proiezioni statistiche attendibili, gli africani «neri» per ogni europeo saranno quasi due.
 (...) Il lettore si ponga nei panni di un capofamiglia africano che ha a cura l’avvenire dei suoi figli: prende i suoi risparmi e a quello che ritiene più in gamba procura un posto su un autobus incredibilmente stipato sul quale le valigie di cartone sono un lusso.

L’autobus si incammina per le piste della savana che, per i capricci della geografia, in due casi su tre finiscono in Libia evitando sia le catene montuose sia i deserti più duri. E qui entra in scena il colonnello Gheddafi del quale si può correttamente dire che, dal punto di vista degli africani, detiene le chiavi del Paradiso europeo; e molto sgarbatamente e molto duramente chiede agli europei di pagarlo per tenere chiusa la porta. Gheddafi ha fatto un riferimento alle «invasioni barbariche» che non è troppo scorretto: i barbari che si presentavano alle porte dell’Impero Romano circa 1700 anni fa solo raramente avevano propositi bellicosi, assai più spesso erano affamati. E per tenerli lontani i Romani quanto potevano facevano affidamento su popolazioni-cuscinetto; Gheddafi propone la Libia per questo ruolo.

Per dire «no» a Gheddafi non bastano le parole, è necessaria una proposta alternativa. Questo governo non sembra certo averla, come non sembra averla l’intera classe politica europea; e bisogna ricordare che qualsiasi proposta alternativa ha un prezzo. Tale prezzo potrebbe essere inizialmente molto elevato, specie se si prevedono iniziative che comportino forti investimenti in Africa, magari con prospettive di mutuo vantaggio economico futuro dell’Africa e dell’Europa.

L’opinione pubblica europea dovrebbe convincersi che, in qualche modo, il prezzo va pagato e che le condizioni di calma alle frontiere meridionali non dureranno in eterno. E potrebbe anche concludere che, tutto sommato, i cinque miliardi chiesti dal colonnello sono ragionevoli: dopotutto si prende lui l’incarico di respingere i possibili migranti mentre noi siamo liberi di guardare dall’altra parte, seguire con grande attenzione le vicende del calcio, uno sport in cui i neri sono guardati con sospetto anche quando hanno un passaporto italiano, e continuare a parlare dei princìpi che hanno fatto grande l’Europa, in nome dei quali il resto del mondo dovrebbe continuare a trattarci con rispetto.
 

AmeriCina, appuntamento a novembre
post pubblicato in Focus Oriente, il 12 luglio 2010



La Cina si sta già preparando a pieno regime e l’America senza dubbio sta facendo altrettanto. Infatti nell’agenda politica globale non c’è appuntamento da qui alla fine di novembre più importante.In quel periodo il presidente cinese Hu Jintao comincerà la sua visita in Usa che dovrebbe dare nuovo impulso alle relazioni bilaterali tra le due maggiori potenze attuali America e Cina, comunque si voglia chiamare questo rapporto, G2 o «AmeriCina». Eppure, da qui a novembre, perché la visita sia davvero un successo, i due Paesi dovranno sormontare una serie di problemi complessi. Oggi il rapporto è ostaggio di contorte questioni strategico militari.

Il dialogo bilaterale è bloccato perché Washington vorrebbe parlare senza cambiare nulla; Pechino invece vuole che prima l’America risolva la questione della vendita delle armi a Taiwan e le missioni Usa di sorveglianza/spionaggio intorno alla Cina. (...)

Se Taiwan, abitata da gente di etnia Han, come la maggioranza della Cina, diventa formalmente indipendente, perché dovrebbero rimanere cinesi il Xinjiang o il Tibet, abitati da etnie non Han? Ma se Xinjiang e Tibet diventano indipendenti, Pechino perde metà del suo territorio nazionale. In altre parole, la vendita di armi americane a Taiwan gioca all’interno della politica cinese e taiwanese a favore di forze che vogliono allontanare le parti. D’altro canto l’America è obbligata alla vendita per una legge del congresso. E comunque, se smettesse di vendere armi ciò potrebbe essere visto dall’opinione pubblica Usa come se una timida America consegnasse l’agnello taiwanese al lupo cinese. In passato la vicenda era secondaria, ora è diventata più urgente perché Pechino sta registrando molti passi avanti bilaterali e quindi vorrebbe e assicurare i suoi successi chiudendo il problema delle armi. Inoltre ci sono le missioni di sorveglianza americane sulla Cina. Navi e aerei Usa ne compiono circa un migliaio con vari scopi: rilevazioni di fondali o accertamento delle capacità militar tecnologiche cinesi. 

In queste occasioni ci sono stati degli incidenti, nel 2001 o l’anno scorso, cose che potrebbero sempre accendere conflitti più importanti. Gli Usa vorrebbero stabilire quindi un codice di condotta per le missioni. La Cina si oppone perché un codice di condotta stabilirebbe un rapporto con gli Usa di avversario, da guerra fredda. Poi ciò varrebbe solo per gli Usa, Pechino non è in grado di compiere simili azioni intorno al territorio americano. Infine c’è il problema della vendita di tecnologia duale americana alla Cina, cosa che servirebbe spesso, come col nucleare, anche a ridurre le crescenti emissioni di carbone di Pechino. Qui Washington ha fatto delle concessioni, ma sono minime secondo la Cina che vorrebbe molto di più.

L’America diede e fece dare molte tecnologie a Pechino fino al 1989, ma dopo i fatti di Tiananmen impose un embargo che dura fino ad oggi. Ci vorrebbe un grande patto politico bilaterale per togliere l’embargo, ma a oggi tale patto è complicato anche dal fatto che molti vicini, dal Giappone all’India, si sentono schiacciati dalla crescita cinese. Essi temono che uno spostamento americano verso Pechino possa cambiare definitivamente equilibri politici ed economici in Asia e quindi nel mondo.(...)

La nuova «AmeriCina» mette però in un cono d’ombra l’Europa. Ciò tanto più che l’Usa-Cina deve comprendere i nuovi equilibri dell’Asia Pacifico. Così, anche sul nostro benessere grava un punto di domanda: visto che la visione militare in questo caso viene prima di quella industriale, anche l’economia dell’Europa potrebbe subirne conseguenze. Ciò probabilmente non domani, ma già il dopodomani è in forse.

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permalink | inviato da franzmaria il 12/7/2010 alle 22:21 | Versione per la stampa
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