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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
La Turchia di domani
post pubblicato in Focus Europe, il 11 settembre 2010


(...) Secondo l’opposizione, sia quella che siede fra i banchi del Parlamento, sia quella che vive fra tribunali e caserme, l’Akp ha un’agenda segreta per portare le regole dell’islam nel midollo delle istituzioni turche. Questa ipotesi trova molti consensi fra gli analisti occidentali. Negli ultimi anni, Erdogan ha cercato a più riprese di ridurre il potere delle istituzioni kemaliste: ha salutato con favore le inchieste della magistratura su Ergenekon e Boyzol, due complotti che hanno messo nei guai giornalisti, politici e generali delle forze armate; ha votato una proposta per riportare il velo islamico nelle università; ha dato al paese una nuova politica estera con poco riguardo per Israele e gli Stati Uniti. Alla fine di maggio, una flotta con aiuti umanitari e squadre di fanatici è partita alla volta di Gaza per infrangere l’embargo deciso dal governo di Gerusalemme. Negli scontri con l’esercito israeliano sono morte una decina di persone, tutte di nazionalità turca. L’episodio ha portato i due paesi, due storici partner del medio oriente sin dagli anni Cinquanta, sull’orlo della rottura.
Il governo non ha scelto una data casuale per il voto. Le urne aprono domani, 12 settembre, a trent’anni esatti dall’ultimo, vero, colpo di mano militare. Allora, fra i politici arrestati o costretti a lasciare il paese c’era un mentore di Erdogan, Necmettin Erbakan. Per il premier, il referendum è anche una questione privata.

La milizia politico-religiosa di Erdogan
post pubblicato in Focus Europe, il 6 giugno 2010


L'Ihh, l'associazione che ha organizzato la spedizione è lo strumento di pressione nelle mani del premier turco (Guido Olimpio dal sito del Corriere, 6 giugno 2010)

WASHINGTON – La flottiglia di Gaza è solo l’inizio. Nelle intenzioni del premier turco Erdogan, l’IHH (Insan Haklary Ve Hurriyetleri Vakfi), l’associazione che ha organizzato la spedizione, deve trasformarsi in uno strumento di pressione. Politica e religiosa.
OBIETTIVO SVIZZERA - Il prossimo obiettivo, per il quale c’è già stato uno stretto coordinamento tra gli attivisti e il governo, sarà la Svizzera. L’IHH, con l’aiuto di Ankara, dovrebbe lanciare una campagna contro il no della Confederazione elvetica alla costruzione di minareti nel Paese. L’idea di Erdogan è di usare l’IHH come un lungo braccio di influenza. E per questo ha garantito pieno appoggio al suo leader Bulent Yildirim. Il governo, come prima mossa, avrebbe deciso di rimborsare l’associazione con due milioni di dollari a coperture delle spese sostenute per acquistare due dei battelli impiegati nella sfida a Israele. Un gesto tangibile che rappresenta un sigillo agli stretti rapporti.
PRIMA DI ERDOGAN - Prima dell’arrivo al potere di Erdogan, l’IHH era guardata dai servizi turchi con grande sospetto. La polizia e l’intelligence ritenevano che fosse troppo legata ad ambienti radicali. Non solo: c’erano stati fitti scambi di informazione con colleghi occidentali sulla pericolosità del gruppo. E nel 1998 la sede dell’associazione era stata perquisita dalla polizia che cercava delle armi. Ma quando Erdogan è diventato premier tutto è cambiato. (...)sul movimento sono arrivati, senza troppi controlli, anche finanziamenti esterni. In particolare dall’Iran dalle potenti “bonyad” - fondazioni legate al regime – e da associazioni saudite. (...)
I CONTATTI CON HAMAS - In vista dell’operazione Gaza, Yldirim ha accentuato i contatti con Hamas e l’IHH ha si è dedicata alla raccolta fondi in favore del movimento palestinese e ampliato l’attività di propaganda. Un asse consacrato da due incontri importanti tra Yldirim e i capi di Hamas. Il primo nel gennaio 2009 con Khaled Meshal e il secondo, sei mesi fa, con Ismail Haniyeh. Consultazioni benedette dai turchi in vista della grande sfida nel Mediterraneo.


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permalink | inviato da franzmaria il 6/6/2010 alle 22:18 | Versione per la stampa
La Turchia più lontana dall'Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 2 giugno 2010



Non v’è dubbio che la flottiglia che puntava su Gaza era qualcosa di più d’una semplice spedizione destinata a portare soccorso umanitario ai civili palestinesi che vivono, in condizioni spesso disperate, nella soffocante striscia invasa e colpita dagli israeliani nel 2008. I pacifisti erano in realtà attivisti filopalestinesi, legati per tanti fili all’organizzazione terroristica di Hamas. Lo scopo vero della loro traversata era dichiaratamente provocatorio: forzare l’embargo e il severo blocco marittimo imposto da Israele lungo la striscia per ostacolare l’arrivo clandestino di armi e materiali balistici ai guerriglieri locali, sostenuti soprattutto dalla Siria e dall’Iran.

Non v’è dubbio, altresì, che la reazione delle forze navali israeliane è stata eccessiva, nevrastenica, mal guidata e mal controllata. La frettolosità tecnica con cui l’hanno eseguita ha provocato un eccidio di grave danno per l’immagine di Gerusalemme già logorata nel mondo.(...)

Ma al centro della situazione, estremamente complessa dopo la catastrofe, non si trovano soltanto le mosse difensive intemperanti e sbagliate di un combattivo governo di destra israeliano. Al centro direi storico, più che contingentemente politico, si trova la Turchia, il più cospicuo e potente Paese islamico del Medio Oriente. La flottiglia degli attivisti era salpata in gran parte dalle coste turche e da Cipro. Era stata progettata e finanziata principalmente dall’Ong turca «Ihh», organizzazione radicale islamica fondata nel 1992 e legata al network dei Fratelli musulmani. La nave ammiraglia della spedizione, Mavi Marmara, batteva bandiera turca, erano turchi molte centinaia di attivisti, infine erano turche tutte o quasi le nove vittime uccise dalle truppe speciali israeliane.

Si è quindi detto che è scoppiato un esordio di guerra tra Israele e la Turchia dopo circa sessant’anni d’alleanza sul piano economico, politico e perfino militare. Ma, in realtà, non è stato un esordio. E’ stato piuttosto il culmine più visibile e più clamoroso, ancorché indiretto, di una parabola da tempo negativa nei rapporti generali di Ankara, non solo col vicino Stato israeliano, ma con l’Occidente nel suo complesso. Dallo scontro letale nelle acque internazionali intorno a Gaza s’è visto emergere e prendere quasi corpo uno spostamento massiccio, un rivolgimento geopolitico, un novum pericoloso perché dilagante in uno degli scacchieri più infiammabili del globo. In definitiva stiamo assistendo al distacco dal mondo atlantico di un Paese forte e vitale di 80 milioni che costituì, per decenni, il baluardo orientale della Nato con un esercito ritenuto secondo soltanto a quello americano.(...)

Erdogan ha subito avviato una lunga e difficile trattativa per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea che gli americani, più di tanti europei, vedevano di buon occhio e favorivano come vincolo di continuità con la Nato. Ma qui iniziava un baratto quasi contabile e assai ambiguo fra il dare e l’avere. Non si capiva bene dove Erdogan e il suo partito volessero portare la Turchia pseudomoderna. (...)

L’impressione era che Erdogan e Gül, che esibivano in pubblico le loro mogli rigorosamente velate, più che desiderare l’avvicinamento all’Europa usassero l’Europa per stroncare, mediante clausole ed esigenze europee, l’incombenza dello storico potere parallelo kemalista presente fin dagli Anni Venti nelle istituzioni e nella società turche. Commissari e deputati di Bruxelles, spesso strabici esportatori di eccessivo democratismo moralistico, erano portati a scorgere soltanto una casta di golpisti nei militari e nei magistrati che nel 1960, 1971, 1980 avevano interrotto con colpi di Stato confuse e insidiose derive parlamentari istituendo governi militari di durata sempre breve e transeunte. Per Erdogan era indispensabile colpire e dimezzare con pugno di ferro il loro ruolo di garanti e custodi del lascito laico di Kemal per capovolgere e riasiatizzare, in parte, una Turchia ricollocata magari in prima fila tra i Paesi islamici della regione. Egli ha usato sovente con astuzia le regole europee per emasculare l’europeismo dalla giunta secolare. Non a caso ha fatto arrestare il 22 febbraio oltre 40 esponenti militari, fra cui 14 di altissimo rango.

(...) Ma il vero dramma della storia in atto va ben al di là della fine del tradizionale rapporto d’amicizia tra Ankara e Gerusalemme. La verità è che siamo in presenza della più profonda crisi nelle relazioni, un tempo solide e proficue, della Turchia con l’Occidente in quanto tale. Una Turchia riallineata con forza, e perfino con pulsioni egemoniche panislamiche, ai più militanti Paesi musulmani arabi e non arabi.

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permalink | inviato da franzmaria il 2/6/2010 alle 20:3 | Versione per la stampa
Bonino: "l'Europa aiuti la Turchia"
post pubblicato in Focus Europe, il 29 luglio 2008


da Il Riformista del 29 luglio 2008, pag. 1, di Sonia Oranges

Ogni volta che l’Europa mostra lentezze, tentennamenti, o addirittura minaccia ripensamenti , la Turchia subisce contraccolpi. Ne è convinta la vicepresidente del Senato Emma Bonino: «Fare un collegamento diretto tra un attentato dinamitardo e il negoziato di adesione è certamente azzardato, ma viceversa non vedere alcun nesso, come nel caso della bomba fatta scoppiare domenica alla vigilia della riunione della corte costituzionale che deve deliberare sulla messa al bando del partito islamico Akp del premier Erdogan, sarebbe però da miopi. Prima la Turchia riesce ad ancorarsi all’Europa, a guardare verso occidente, a consolidare una democrazia basata sullo stato di diritto,prima uscirà dalla zona di confine nella quale è oggi relegata. Sull’entrata o meno della Turchia non ci sono gli occhi puntati solamente degli europei ma anche del mondo islamico, sia della componente riformatrice che magari scommette sull’adesione della Turchia per imprimere una svolta anche ai casa propria, sia di quella che spera in un fallimento del negoziato, in nome di una politica del tanto peggio, tanto meglio».

Chi sono i "nemici" della Turchia?
Oltre a quelli all’interno della stessa Turchia, e per limitarsi all’Unione europea, purtroppo il fronte è molto ampio. Si va da Sarkozy, che asserisce che la Turchia appartiene all’Asia minore, come se l’Unione europea fosse un progetto geografico e non un progetto politico che vede nell’allargamento della democrazia uno dei suoi fattori fondanti, a Cipro - paese piccolo ma che in Consiglio pesa quanto uno grande per il noto problema della divisione dell’isola, alla Germania che ha assorbito le prime ondate di immigrazione turca ed è contraria all’idea che il mercato interno possa inglobare anche l’immensa popolazione turca che è di circa 72 milioni, e in genere a tutta una serie di ambienti politici e culturali ostili all’ingresso di un grande paese musulmano.

Quali sarebbero i "costi" per l’Europa di non avere la Turchia tra i suoi membri?
Anzitutto, alzerebbe una nuova cortina di ferro tra sé e un intero mondo, quello di fede musulmana, dimostrando una sua - nuova - natura di società non inclusiva e intollerante e contribuendo così a restringere l’orizzonte di libertà e democrazia nell’area mediterranea in una fase in cui l’Unione per il Mediterraneo, appena lanciata a Parigi, viene osannata come iniziativa finalmente innovativa perché coinvolge la sponda sud. Questo è l’argomento che mi sta più a cuore ma potrei evocare anche quello economico, visto il valore aggiunto, non soltanto in termini di forza lavoro, che la Turchia porterebbe con sé, basti pensare al ruolo chiave che svolge per il transito dei rifornimenti energetici. Tral’altro, noi non possiamo che invidiare la crescita economica della Turchia, il suo processo di riforme e il livello di apertura dei suoi mercati. Ricordo, peraltro, che la Turchia è trai principali partner commerciali dell’Italia.

Akp partito islamico o Riformatore?
L’Akp, pur con tutte le sue contraddizioni e la sua innegabile impronta confessionale, è il partito che ha puntato il tutto per tutto sull’Europa e su alcune coraggiose riforme adottate dal 2002 in poi. E' evidente che una sua messa al bando oggi bloccherebbe qualsiasi velleità d’integrazione europea. Dietro il processo alla presunta islamizzazione della società turca da parte dell’Akp vi sono, infatti, le forti pulsioni nazionaliste di un retaggio kemalista che vede nell’esercito il suo più forte baluardo, fino alla minaccia costante del tintinnio di sciabole.

Come leggere gli ultimi attentati a Istanbul?
Mi sembra che la riunione della corte costituzionale e l’imminente rinnovo dei vertici militari possano, purtroppo, non esserne estranei. E che l’obiettivo possa essere, magari, quello di andare a elezioni anticipate con un Akp messo fuori legge o per lo meno pesantemente menomato.

Frattini ha ribadito l’appoggio italiano all’ingresso di Ankara nell’Ue.Tanto basta?
La dichiarazione di Frattini è coerente e in continuità con la posizione dei governi italiani che si sono susseguiti, e che è sempre stata molto chiara. Ma la nostra voce rischia di essere sempre più isolata se il processo di adesione rimane così lento, così tortuoso, sempre rimesso in discussione. E quello che ho sempre temuto, vale a dire un’Europa che non ha l’audacia di dire no, né la forza di dire sì, ma che riesce solamente a balbettare la cosa peggiore: un «sì, ma» ripetuto all’infinito.

 


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Non solo Smirne - 3
post pubblicato in Comunità, il 1 aprile 2008


(...) Nel suo rapporto di 162 pagine, corredate da estratti audio e video il procuratore generale Yalcinkaya ha raccolto tutti i dati della deriva islamica dell'Akp: direttive del partito sul divieto di vendere alcolici, creazione di spazi per sole donne nei luoghi pubblici, distribuzione di copie del Corano con il logo del partito islamico, sono solo alcuni dei numerosi esempi riportati. “Non è possibile attendere sino a quando il partito sarà riuscito a stabilire il modello di stato che preconizza”, scrive il procuratore, “per giustificare la decisione di procedere con un formale ricorso. In Turchia è evidente che i movimenti dell’Islam politico e il partito in questione aspirano a stabilire un sistema fondato sulla sharia piuttosto che sullo stato di diritto”. (...)

Il breve articolo da cui traggo la citazione.

Non solo Smirne - 2
post pubblicato in Diario, il 31 marzo 2008


Aggiornamento su quanto ho scritto stamani: le prime decisioni della Corte costituzionale turca sembrano andare a favore dell'ammissibilità della richiesta di chiusura dell'AKP; un primo giudizio "formale"  ancora "precedente" il merito della questione, ma certamente un segnale di cui tenere conto nelle prossime settimane (basti pensare al vertice NATO previsto nei prossimi giorni). Da notare che non verrà comunque coinvolto il Presidente Gul.

La decisione della Corte


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Non solo Smirne
post pubblicato in Comunità, il 31 marzo 2008


Oggi tifiamo Milano per l'Expo (con la speranza che l'eventuale vittoria venga sfruttata per il bene di tutta la città e di tutto il paese, cosa non sempre avvenuta per altri grandi eventi), ma la decisione riguardante anche l'"avversaria" turca Smirne ci sollecita a guardare a quel paese, dove le ultime notizie non sono particolarmente rassicuranti.

Diciamo che il giudizio sul 2015 non è quello che forse - oggi - interessa di più la Turchia.
Ancora in pendenza una crisi istituzionale e di poteri; ancora in tensione la nuova politica "islamico-moderata" (con tutte le ambiguità del caso) rappresentata simbolicamente dalla coppia Erdogan - Gul e l'anima "laica" di un paese che sta cambiando, ma che ha il timore di perdere alcune caratteristiche che lo hanno distinto nello spazio medioorientale, con tutte le conseguenze del caso (tensioni nelle alleanze con gli Stati Uniti e con Israele, nuovo protagonismo coniugato a nuova "flessibilità" nelle relazioni con altri stati dell'area - Siria e Iran, e soprattutto nuove regole "contro" l'ostracismo alla religione che aveva caratterizzato l'impianto strutturato da Kemal Ataturk).

Il difficile equilibrio fra posizioni diverse è oggi messo in discussione dalla richiesta del giudice Abrurahamam Galcinkayan di mettere "fuori legge" l'AKP, il partito del Presidente Gul e del Primo Ministro Erdogan.
La Corte Costituzionale potrebbe decidere proprio oggi, o comunque a breve.

Di seguito, alcuni articoli di Asia news per approfondire la questione: si tenga presente che è un'agenzia di informazione cattolica, e quindi il giudizio sull'impianto laico-turco e quello sulle possibilità di riforme che potrebbero essere messe in campo dall'APK vanno letti anche sotto l'ottica del non semplice e non lineare rapporto Chiesa cattolica - Turchia (basti pensare alla variazione di posizioni di Ratzinger "e" di Benedetto XVI sulla possibilità di ingresso della Turchia in Europa)

Il ricorso alla Corte Costituzionale
Le reazioni di Erdogan al ricorso
Un'analisi che risale all'elezione di Gul alla presidenza

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