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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Enzo Bettiza sulla Stampa - Lo scarto balcanico
post pubblicato in Focus Europe, il 14 ottobre 2010


(...) S’è per esempio visto, sull’avambraccio di un gigantesco ultrà belgradese, la fatale data del 1389, evocante la tragedia degli eserciti slavi guidati dai serbi contro i turchi nella sfortunata battaglia del Kosovo Polje. Ai duemila guerriglieri serbi, perché tali e non tifosi erano per davvero, interessava assai poco parteggiare sia pure energicamente per la loro squadra e gufare per quella italiana.

Interessava molto più agli epigoni e fanatici della Stella Rossa di Belgrado sottolineare con brutalità, in un grande emporio europeo come Genova, che essi provenivano dai battaglioni paramilitari dediti a suo tempo a perpetrare in Bosnia, Croazia e Kosovo i più orrendi massacri compiuti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Gli energumeni in tuta mortuaria, passamontagna terroristico sul volto, teschio gessoso con ossa incrociate sul petto, solo in parvenza evocavano i Gozzilla tratti da qualche film o videogame dell’orrore; in realtà s’è trattato di veterani ben agguerriti, provenienti in gran parte dalle temibili «Tigri di Arkan», lanzichenecchi ipernazionalisti che avevano il loro vivaio nella Stella Rossa di Belgrado il cui gestore milionario, durante e dopo le ultime guerre interjugoslave, era stato per l’appunto Željko Ražnatovic, detto Arkan. (...)
 
Che si sia trattato, inoltre, di una vera e propria performance paramilitare, lo dimostrava anche la quintessenza insieme leggendaria e politica che animava i veterani decisi a distruggere lo stadio Marassi con lancio di razzi, fumogeni, bombe di carta, cesoie, coltelli e spranghe d’ogni genere: la distruzione doveva essere un ammonimento non alla nazionale italiana, ma all’Italia in quanto tale, che aveva partecipato alla guerra antiserba nel Kosovo e riconosciuto, insieme con altre sessantuno nazioni, l’indipendenza kosovara nel febbraio 2008. Il momento culminante del raptus mitico lo si è visto nel momento in cui hanno dispiegato la bandiera albanese, con l’aquila bicipite, dandola alle fiamme e tracciando minacciosamente nell’aria il segno ortodosso delle tre dita: «Serbia divina», «Montenegro sacro», «Bosnia fedele». Purtroppo quel sacro gesto cristiano, pervertito dai cetnici delle milizie più estremiste, è stato contraccambiato dal campo di gioco, non si sa se per condivisione o per paura dal capitano Dejan Stankovic. (...)
 

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permalink | inviato da franzmaria il 14/10/2010 alle 22:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Terrorismo politico - Dallo stadio alla guerra civile
post pubblicato in Focus Europe, il 13 ottobre 2010


Maurizio Stefanini, autore di un saggio sulla politica e la violenza nel calcio modernoracconta su Il Foglio di oggi come dallo stadio il terrorismo politico degli ultranazionalisti serbi è stato capace di essere famigerato protagonista della guerra civile che ha dilaniato la Jugoslavia (forse dovremmo dire "delle guerre civili"...).
 
Ieri sono accaduti fatti che sarebbe grave errore catalogare come semplici "incidenti sportivi": abbiamo visto la regia calcolata di un terrorismo nazionalista che vuole colpire simbolicamente e praticamente il percorso di avvicinamento della Serbia all'Europa e con esso la solidarietà europea tutta.
 
Guai a sottovalutare i rischi di questa strategia politica che forse può trovare imitatori e alleati anche all'interno di altre tifoserie.
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Si arriva così al 13 maggio 1990: in programma allo stadio Maksimir di Zagabria è Dinamo Zagabria-Stella Rossa, ma la domenica precedente si è tenuto il secondo turno delle prime elezioni pluraliste croate, che la nazionalista Comunità democratica croata (Hdz) di Franjo Tudjman ha vinto a mani basse. Sono tremila gli ultras belgradesi che partono per Zagabria, con alla loro testa il trentottenne Zeljko Raznatovic´ detto Arkan, un pluripregiudicato che ha soggiornato per le carceri di mezza Europa, protagonista di spettacolari rapine e spettacolari evasioni, che però è protetto dai servizi jugoslavi: capo della sicurezza di una discoteca belgradese, organizza gli ultras della Crvena Zvezda in una pasticceria regalatagli dalla dirigenza della squadra. Già durante il viaggio in treno i Delije sfasciano le carrozze e terrorizzano i passeggeri. Poi, andando verso lo stadio, rompono le vetrine di tutti i negozi che incontrano. Sugli spalti sradicano cartelloni pubblicitari e sedie, intonando slogan provocatori: "Zagabria è Serbia"; "uccideremo Tudjman". (...) già il 30 maggio il Parlamento croato annuncia una nuova Costituzione. Ad agosto i serbi di Croazia indicono un referendum per proclamare la loro autonomia. Il 26 settembre a Spalato i tifosi di Hajduk e Partizan inaugurano l’ultimo campionato della Jugoslavia unita affrontandosi a colpi di spranga. Il 30 settembre un Consiglio eletto dai serbi di Croazia proclama l’autonomia. Il 22 dicembre 1990 è il Parlamento di Zagabria che approva quella nuova Costituzione per cui i serbi si trovano degradati da "nazione costitutiva" a "minoranza nazionale". Il 23 dicembre 1990 un referendum proclama l’indipendenza slovena. Il 31 marzo 1991 un ufficiale croato viene ucciso da dei serbi. Il 9 aprile la polizia croata si proclama Guardia nazionale. A maggio il veto dei serbi a Stipe Mesic blocca la presidenza federale. Il 19 maggio si tiene il referendum sull’indipendenza croata, che verrà proclamata il 25 giugno. E' ormai iniziata la Guerra di indipendenza croata che durerà fino al 1995, e che provocherà oltre ventimila morti. Durante e dopo si combattono anche la Guerra di indipendenza slovena del 1991, con una sessantina di morti; la Guerra della Bosnia-Erzegovina del 1992-95, con quasi centomila morti; la Guerra del Kosovo del 1999, con un bilancio variamente stimato tra le quindicimila e le trentamila vittime; l’Insurrezione albanese della Valle di Preševo del 2001, con una cinquantina di vittime; il conflitto in Macedonia del 2001, con un altro paio di centinaia di morti. Arrestato dai croati il 29 novembre 1990, mentre è impegnato in un traffico di armi a favore delle milizie che stanno organizzando i serbi di Krajina e Slavonia, liberato in modo misterioso il 14 giugno 1991, Arkan si metterà poi ad arruolare proprio tra "eroi" e "becchini" la milizia paramilitare delle Tigri, che ricicla i cori da stadio come inni di guerra ed è armata fino ai denti: perfino carri armati ed elicotteri. Attivi in Croazia, in Bosnia e in Kosovo, gli ultras armati di Arkan si renderanno colpevoli di atrocità inenarrabili: quattrocento omicidi a Bijeljina nell’aprile del 1992; seicento a Brcko e ventimila nella zona di Prijedor nelmaggio 1992; ottocentottanta a Sanski Most a giugno; settecento a Cerska tra il febbraio e il marzo del 1993… Le testimonianze parlano di campi di concentramento, uomini bruciati vivi, fosse comuni riempite con cadaveri di donne e bambini. Ci sono gli uomini di Arkan anche tra gli autori delle esecuzioni di massa a Srebrenica. Nel contempo, il leader delle Tigri può coltivare ormai in larga scala la sua antica vocazione per la rapina, che assieme ai traffici di armi, benzina, sigarette e auto rubate lo rende un uomo ricco. Esaltato da canzoni popolari, celebrato dalla Chiesa ortodossa, sposato a una cantante folk di 21 anni più giovane con un matrimonio da favola, dopo che gli Accordi di Dayton lo costringono a smobilitare le Tigri lui si butta in politica, con un partito che nel 2000 otterrà quattordici seggi al parlamento di Belgrado. Inoltre diventa a sua volta presidente di una squadra belgradese: la modesta Obilic´, che però nel 1995 vince la coppa, nel 1997 fa addirittura l’accoppiata scudetto-coppa e nel 1998 può dunque partecipare alla Champions League. Dicono in molti, grazie alle minacce che Arkan fa arrivare alle squadre avversarie. (...)
 

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permalink | inviato da franzmaria il 13/10/2010 alle 16:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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