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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Europa - Africa (con la Cina sullo sfondo, naturalmente): Gheddafi ha forse ragione?
post pubblicato in Focus Europe, il 1 settembre 2010


Per riflettere con una impostazione un po' meno episodica ed emotiva sulla visita di Gheddafi (gestita in maniera pessima dalla nostra diplomazia e dal nostro governo) può essere interessante un articolo del sempre bravo Mario Deaglio sulla Stampa, chiaro e lucido nel delineare gli scenari che avremo di fronte nel prossimo futuro. 

I rapporti fra Europa (non solo Italia) e Africa vanno pensati tenendo anche presente che da tempo (vd. un articolo di AffriInternazionali del 2006uno del 2007 e uno più recente del 2010), il continente africano tende a guardare con molto interesse al rapporto con la Cina, che ha per certi aspetti meno scrupoli e sicuramente più velocità di azione dell'Occidente. 

La sfida è aperta; rovesciamo le brutte parole di Gheddafi, riprendiamoci la nostra dignità di Stato fondatore della Unione Europea, e guardiamo ai fatti, provando a vedere le opportunità che si possono delineare.

Buona lettura

Francesco Maria Mariotti

 
 
La visita del colonnello Gheddafi, con le sue modalità a dir poco insolite, ha presentato elementi di forte sgradevolezza e ha impressionato l’opinione pubblica per quello che è stato percepito come un forte accento antieuropeo e anticristiano. Occorre però distinguere gli elementi soggettivi di questa sgradevolezza, legati alla fondamentale incompatibilità del personaggio con l’opinione pubblica italiana ed europea, dagli elementi oggettivi. E qui, purtroppo, occorre prendere atto di un’amara verità: quando parla del futuro dell’Europa e dell’Africa, il colonnello ha sostanzialmente ragione.

Dietro al suo discorso ci sono cifre non confutabili. Nelle più recenti statistiche demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Europa nel suo complesso è valutata a circa 730 milioni, Russia compresa (circa 450 se si considera soltanto l’Europa Occidentale); gli abitanti dell’Africa «nera», ossia dell’Africa sub sahariana sono circa 860 milioni. C’è quindi poco più di un africano «nero» per ogni europeo, mentre sessant’anni fa c’erano quasi tre europei per ogni africano. Intorno al 2030, secondo proiezioni statistiche attendibili, gli africani «neri» per ogni europeo saranno quasi due.
 (...) Il lettore si ponga nei panni di un capofamiglia africano che ha a cura l’avvenire dei suoi figli: prende i suoi risparmi e a quello che ritiene più in gamba procura un posto su un autobus incredibilmente stipato sul quale le valigie di cartone sono un lusso.

L’autobus si incammina per le piste della savana che, per i capricci della geografia, in due casi su tre finiscono in Libia evitando sia le catene montuose sia i deserti più duri. E qui entra in scena il colonnello Gheddafi del quale si può correttamente dire che, dal punto di vista degli africani, detiene le chiavi del Paradiso europeo; e molto sgarbatamente e molto duramente chiede agli europei di pagarlo per tenere chiusa la porta. Gheddafi ha fatto un riferimento alle «invasioni barbariche» che non è troppo scorretto: i barbari che si presentavano alle porte dell’Impero Romano circa 1700 anni fa solo raramente avevano propositi bellicosi, assai più spesso erano affamati. E per tenerli lontani i Romani quanto potevano facevano affidamento su popolazioni-cuscinetto; Gheddafi propone la Libia per questo ruolo.

Per dire «no» a Gheddafi non bastano le parole, è necessaria una proposta alternativa. Questo governo non sembra certo averla, come non sembra averla l’intera classe politica europea; e bisogna ricordare che qualsiasi proposta alternativa ha un prezzo. Tale prezzo potrebbe essere inizialmente molto elevato, specie se si prevedono iniziative che comportino forti investimenti in Africa, magari con prospettive di mutuo vantaggio economico futuro dell’Africa e dell’Europa.

L’opinione pubblica europea dovrebbe convincersi che, in qualche modo, il prezzo va pagato e che le condizioni di calma alle frontiere meridionali non dureranno in eterno. E potrebbe anche concludere che, tutto sommato, i cinque miliardi chiesti dal colonnello sono ragionevoli: dopotutto si prende lui l’incarico di respingere i possibili migranti mentre noi siamo liberi di guardare dall’altra parte, seguire con grande attenzione le vicende del calcio, uno sport in cui i neri sono guardati con sospetto anche quando hanno un passaporto italiano, e continuare a parlare dei princìpi che hanno fatto grande l’Europa, in nome dei quali il resto del mondo dovrebbe continuare a trattarci con rispetto.
 

IMMIGRATO, CAPRO ESPIATORIO DELLA CRISI
post pubblicato in Idee, il 2 gennaio 2009


di Maurizio Ambrosini 31.12.2008 dal sito Lavoce.info 

In tempi di recessione, fermiamo i nuovi ingressi di lavoratori immigrati: è una proposta illusoria e dannosa. In primo luogo perché i decreti flussi non consentono l'arrivo di nuovi migranti, ma danno la possibilità di regolarizzare la propria posizione a chi è già in Italia e ha un lavoro. E una simile norma nulla potrebbe verso i lavoratori neo-comunitari. Quanto alle badanti, servono di continuo nuove forze per rispondere alla domanda. Si tratta però di una discussione utile alla propaganda politica perché individua un capro espiatorio delle difficoltà che si annunciano.

La proposta di bloccare i nuovi ingressi di lavoratori stranieri non è stata accolta, ma se ne è discusso e ha assunto un netto rilievo politico. Alla fine, si è comunque arrivati a una riduzione di 20mila unità negli ingressi programmati.

BRACCIA PER AGRICOLTURA E INDUSTRIA

È necessaria un’osservazione preliminare: l’Italia è uno dei pochi Stati europei ad ammettere esplicitamente e a programmare annualmente l’ingresso per ragioni di lavoro di immigrati che non siano altamente qualificati o destinati a ricoprire posti di lavoro stagionali. Rispetto ai contesti europei centro-settentrionali, il nostro mercato del lavoro, come quello di altri paesi dell’Europa meridionale, si è mostrato molto più bisognoso di manodopera per una serie di occupazioni, generalmente manuali, che non hanno più trovato una risposta adeguata nell’offerta di lavoro nazionale. Il nostro mercato del lavoro, in altri termini, richiede braccia in misura maggiore dei nostri partner continentali.

Con una recessione in atto, ci si può però domandare se non sia il caso di voltare pagina: i posti di lavoro disponibili, benché di mediocre qualità, dovrebbero essere lasciati agli italiani o eventualmente agli immigrati già regolarmente residenti che dovessero averne bisogno? Benché l'idea possa apparire ragionevole ed economicamente fondata, la sua applicazione sarebbe foriera di effetti perversi e risulterebbe di fatto irrealizzabile. Vediamo perché.

L'IPOCRISIA DEI FLUSSI

Primo e fondamentale problema. I decreti flussi, in realtà, non fanno entrare nuovi lavoratori, ma servono a regolarizzare lavoratori di fatto già entrati e inseriti nel mercato del lavoro italiano, presso imprese e famiglie. Lo hanno ammesso candidamente in Tv, vantandosene, gli ultimi due presidenti del Consiglio. Un anno fa sono state presentate domande di autorizzazione all’ingresso per circa 740mila persone, mentre soltanto 170mila hanno potuto regolarizzare la propria posizione. La sospensione del decreto avrebbe significato non arrestare gli ingressi, bensì annullare la possibilità di emergere e di entrare a far parte del mercato del lavoro legale. Il taglio di 20mila autorizzazioni non riduce i nuovi ingressi, bensì impedisce a 20mila persone già presenti e occupate in Italia di mettersi in regola. I lavoratori immigrati oggi irregolari, ma occupati, continuano a esserlo. E le imprese che li impiegano continuano a fare concorrenza sleale a quelle con lavoratori in regola. Contribuisce a questo esisto l’indebolimento delle ispezioni sui luoghi di lavoro, disposto dall’attuale governo,. Anche nelle famiglie, quanti non riescono a rientrare nei decreti flussi continuano a lavorare senza diritti, con sofferenza per loro e con riflessi negativi per salari e condizioni di impiego di altri.
Un freno alla possibilità di regolarizzarsi potrebbe avrebbe come effetto il rientro in patria? L’esperienza degli altri paesi riceventi, e dell'Italia di precedenti periodi difficili, come quello dei primi anni Novanta, non conforta questa previsione. È assai improbabile che l'immigrato che perde il lavoro per effetto della crisi, rientri in patria. L’emigrazione è un grande investimento, personale e familiare, ed è difficile che un migrante accetti di ritornare indietro sconfitto. La crisi inoltre colpisce anche le economie dei paesi d’origine, compromettendo la possibilità di aprire un’attività in patria o anche di trovare un lavoro.
Secondo problema. Ogni anno l’emanazione del cosiddetto “decreto flussi” sugli ingressi autorizzati è sollecitata dal ministero degli Esteri, perché serve come moneta di scambio con i paesi con cui abbiamo sottoscritto accordi per il rimpatrio degli immigrati espulsi, un’operazione già di per sé difficile e costosa, che in caso di mancata collaborazione diventerebbe pressoché impossibile. Alle ragioni economiche per l’apertura, si accompagnano dunque forti ragioni politiche, che toccano per di più uno dei punti più sentiti dall’opinione pubblica e più enfatizzati dall’attuale coalizione di governo.
Terzo problema. I decreti flussi autorizzano l’ingresso di lavoratori giuridicamente extracomunitari. Una sospensione toccherebbe solo loro, non i lavoratori che provengono da paesi neo-comunitari, come Romania, Polonia, Bulgaria. Ci sono poi i ricongiungimenti familiari degli immigrati regolarmente residenti, che comportano l’arrivo di coniugi in età da lavoro: non va dimenticato che il 50,4 per cento degli immigrati sono donne. In un paese democratico, rispettoso dei diritti umani, difficilmente i ricongiungimenti possono essere fermati. È quindi abbastanza illusorio credere, o far credere, che con la sospensione del decreto flussi, si fermerebbe l’immigrazione. Più probabilmente, si sostituirebbe un tipo di immigrazione con un altro.
Quarto problema. Buona parte dei posti di lavoro che gli immigrati occupano non solo sono di modesta qualità, ma sono destinati essenzialmente a immigrati neo arrivati, senza famiglia, senza legami sociali, senza conoscenze del nostro paese. L’esempio tipico sono le assistenti domiciliari. Quelle che con un termine molto riduttivo delle effettive responsabilità loro affidate chiamiamo “badanti”. Queste lavoratrici, una volta ottenuto il sospirato permesso di soggiorno, di norma tendono a uscire da un ambito così costrittivo, pesante psicologicamente e inconciliabile con una vita privata normale. Appena possono, passano a lavorare in residenze per anziani, a impiegarsi come colf a ore e altro ancora. Servono quindi di continuo nuove forze per rispondere alla domanda. Per bloccare sul serio le assunzioni di nuove assistenti domiciliari dall’estero, bisognerebbe cambiare il modello di assistenza agli anziani, ma i costi sarebbero molto maggiori. Che siano sopportati dalle casse pubbliche o da quelle private, in tempi di crisi non sembra una soluzione destinata a fare molta strada. Non a caso, la quota di ingressi relativa alle assistenti domiciliari non è stata intaccata.
Quinto problema. Sappiamo che gli stili di vita non si adeguano subito e neppure automaticamente alle minori disponibilità di reddito. Per le idee relative ai lavori desiderabili, la vischiosità è ancora maggiore. Il lavoro, infatti, non è solo un modo per guadagnarsi da vivere, ma anche posizione sociale, immagine di se stessi di fronte agli altri. Non è affatto detto che gli italiani rimasti senza lavoro farebbero la coda per occupare i posti degli immigrati nei cantieri edili, nelle fonderie, negli allevamenti, nelle famiglie. In ogni caso, occorrerebbe parecchio tempo, mentre la manodopera, quando serve, come per esempio nelle attività stagionali legate all’agricoltura o al turismo, serve subito.
Per tutte queste ragioni, la proposta di chiusura delle frontiere era non solo ingannevole, ma dannosa. Ed è stata recepita solo parzialmente, in un gioco di mediazione puramente politica. Può però servire alla propaganda di partito, in questi tempi di crisi, perché individua i capri espiatori delle difficoltà che si annunciano. Non aiuta invece a perseguire gli interessi effettivi del paese.

Quattro idee per il presidente che verrà
post pubblicato in Idee, il 31 ottobre 2008


di MICHAEL BLOOMBERG, sindaco di New York (2008, Newsweek Inc. - La Stampa, 31 ottobre 2008)
 
La Borsa è crollata. Il mercato del credito è congelato. La disoccupazione cresce. Le case finiscono alle banche. I consumi sono deboli. Le fabbriche tagliano la produzione. Una recessione globale è alle porte. Benvenuto alla Casa Bianca, 44° Presidente!

La crisi finanziaria globale ha suggerito innumerevoli confronti con la Grande Depressione e senza dubbio i media le chiederanno subito di descrivere in dettaglio la sua agenda per i primi cento giorni, aspettandosi che lei replichi lo scatto legislativo di Franklin D. Roosevelt nel 1933. Il mio consiglio è: li ignori. I suoi primi cento giorni a Washington saranno meglio spesi nella preparazione dei successivi 1.360.

I primi cento giorni di FDR realizzarono quello che l’amministrazione Bush e il Congresso hanno cercato di fare negli ultimi sessanta: ripristinare la fiducia nelle nostre istituzioni finanziarie. Quando lei entrerà alla Casa Bianca, il peggio del panico bancario dovrebbe essere alle spalle.

E’ invece possibile che si sia nel pieno della recessione e portarne fuori il Paese gettando le basi per un nuovo secolo di crescita e prosperità non è impresa da farsi in pochi mesi e neppure con la sola riforma delle regole.
Riorganizzare le strutture che governano le istituzioni finanziarie sarà probabilmente il compito principale del prossimo Congresso, ed era ora. Ma è cruciale che lei non permetta al Congresso di confondere la riforma delle regole con un’agenda economica. La salute e la forza a lungo termine dell’economia di una nazione dipendono non tanto dalla forma delle regole federali quanto dalla capacità di crescita e innovazione.
Negli ultimi dieci anni c’è stata una sfida al nostro status di superpotenza economica mondiale mai vista prima. Grazie soprattutto all’America, il capitalismo ha trionfato nel mondo e adesso tutti ci vogliono battere al nostro gioco. Questa è una competizione che ci dovrebbe allettare, perché noi continuiamo a godere di tutti i vantaggi: le università migliori, le fabbriche e le cure mediche più avanzate, i lavoratori più imprenditoriali e la qualità di vita migliore. Ma come un campione sportivo che, soddisfatto di sé, ha smesso di allenarsi, così il governo federale - paralizzato dagli interessi particolari - ha lasciato che l’America perdesse combattività e forza. Recuperarle non sarà facile né indolore ma l’alternativa - perdere terreno a favore di Cina, India, Corea, Giappone, Unione europea - non è un’opzione.
La crisi dei mercati finanziari ha elevato i nostri problemi economici a tema principale della campagna elettorale e la sua vittoria, caro Presidente, è largamente attribuibile alla fiducia che gli elettori hanno riposto in lei e nella sua capacità di agire e ottenere risultati. Lei ha fatto la sua campagna sulla necessità di apportare cambiamenti e riformare quasi ogni aspetto della politica federale, compresa la sanità e la sicurezza sociale. Temi fondamentali, come tanti altri. Ma lei non potrà affrontarli tutti contemporaneamente, dovrà stabilire delle priorità e, in tempi di crisi economica, l’economia deve avere la precedenza su tutto.
Lei riceverà consigli da molte persone sagge. Come sindaco della più grande città americana, come uomo d’affari che ha cominciato 25 anni fa con tre uomini e una caffettiera, come padre di due ragazze profondamente preoccupate per il futuro del loro Paese, le offrirò qualche idea anch’io.

INFRASTRUTTURE
Il tornado Katrina ha tragicamente messo in luce lo stato delle nostre infrastrutture, ma tutti i sindaci d’America lo vedono ogni giorno: trasporti di massa da costruire, ponti da riparare, aeroporti da ampliare, acquedotti e fognature da migliorare. Gli americani riconoscono la necessità di maggiori investimenti nelle infrastrutture e dalla mia esperienza a New York sono disposti a pagarli, a condizione di essere certi che il loro denaro sarà speso per migliorare le loro comunità e non le possibilità di rielezione di qualche legislatore. Anziché pagare le infrastrutture con le riserve accantonate, si potrebbe creare una banca specifica, che finanzi progetti basati rigorosamente sul merito, investendo di più là dove più grande è il bisogno e coinvolgendo i cittadini nel controllo della spesa e dei tempi di realizzazione. Lo chiami «Nuovo New Deal», Presidente: investire di più, più saggiamente e con miglior resa. In questo modo non solo ci sarà lavoro per gli americani, ma ci saranno anche le infrastrutture che servono per competere nel XXI Secolo.

ENERGIA
Più energia nucleare e nuove trivellazioni, certo. Ma entrambi sappiamo che la vera soluzione a lungo termine sono le fonti rinnovabili, come già hanno capito i governi del Medio Oriente che, pur ricco di petrolio, investe nell’energia verde. Se saremo noi i pionieri, creeremo decine di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti. Se invece dovremo acquistarla da altri, continueremo a trasferire all’estero miliardi di dollari

IMMIGRAZIONE
Per essere pionieri nelle nuove tecnologie occorrono i cervelli migliori. Purtroppo il nostro sistema respinge molti immigrati o, dopo averli istruiti, dà loro un calcio, per cui quelli prendono il loro sapere e se lo portano in Paesi più accoglienti. Questa è pura follia! E danneggia la nostra capacità di innovazione. Una nuova legge per l’immigrazione è dunque fondamentale. Potrebbe prendere la forma di una carta di identificazione che permetta ai datori di lavoro di verificare la legalità dei candidati, aumentando le opportunità per chi insegue il sogno americano e offrendo a chi è qui illegalmente la possibilità di guadagnarsi il diritto a restare.

EDUCAZIONE
L’America è diventata una superpotenza perché abbiamo sempre aperto le porte ai più brillanti e perché le nostre grandi scuole li hanno prodotti. Ma da decenni il nostro sistema educativo è in folle, mentre altri Paesi schiacciavano l’acceleratore, con il risultato che adesso competono con noi per i lavori ad alta specializzazione. Anche lei, Presidente, sa quanto sia importante per i nostri studenti imparare più matematica, più scienze, più ingegneria, più tecnologia. Il problema non è solo che non spendiamo abbastanza, perché spendiamo moltissimo, ma che mettiamo il denaro in un modello di scuola superato e inefficiente, retto più dal potere dei sindacati che dalle necessità degli studenti. Occorrono invece standard di insegnamento più alti, stipendi migliori, premi di merito, rapporti sul rendimento scolastico, orari più lunghi. Queste riforme sono state fondamentali per il nostro successo a New York. E se è stato possibile attuarle qui, dove i sindacati e gli interessi particolari hanno spradroneggiato per decenni, possono essere benissimo attuate in tutto il Paese. 

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