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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Scrivi Kashmir, leggi Europa?
post pubblicato in Focus Europe, il 15 settembre 2010


E' sempre rischioso connettere eventi diversi e scenari politici distanti, ma la globalizzazione ci costringe all'"imprudenza" di una narrazione sintetica e terribilmente semplificatoria.
 
L'Occidente e l'Islam (è già utilizziamo due concetti troppo vasti, quasi "falsi" nella loro presunta omnicomprensività) sembrano essersi "fronteggiati" nei giorni scorsi su varie piazze del mondo: dagli Usa dei Corani da bruciare alla sfida costituzionale interna alla Turchia che guarda con ambiguità all'Europa, fino al Kashmir, dove i fondamentalisti musulmani usano il pretesto  - perché tale è - del pastore Jones per un nuovo attacco alle altre religioni presenti su quel territorio, in particolare ai cristiani. 
 
Pur rigettando la retorica dello "scontro di civiltà", dobbiamo porci il problema del futuro delle società liberali in questo "incontro conflittuale". Di questo parlano - negli articoli che propongo alla vostra riflessione - Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, e padre Gheddo.
 
Il problema non è ovviamente religioso: infatti il cristiano (per dire della fede di cui - forse - posso un po' rispondere personalmente) sa che sarà presto minoranza (anzi lo è già), e non ne ha paura; ma è un problema laicissimo e tutto politico - indipendentemente da qualsiasi identità culturale - capire come preservare gli spazi pubblici da tutti i fondamentalismi; e decidere di non arrendersi alla subdola autocensura dettata dalla paura e da un'errata concezione del rispetto delle identità altre.
 
Per dirla in breve: nel confrontarci con il complesso e variegato mondo islamico che è presente anche fra noi, non so se ci sia necessità di proibire come in Francia il velo integrale, ma certo non possiamo farci imporre un bavaglio.
 
Francesco Maria Mariotti
 
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NB: i grassetti dei brani che seguono sono miei
 
(...) La «prevedibilità» della violenza scatenata in India contro cristiani colpevoli solo di essere tali, non toglie niente alla sua inaccettabilità e pretestuosità. È solo l’ennesima manifestazione della dilagante e crescente intolleranza nell’Islam, una vera e propria malattia che sta soffocando le società dove l’Islam è religione maggioritaria, e che rischia di restringere gli spazi di libertà anche nelle nostre società. Che siano le vignette danesi, le provocazioni di un idiota o più sofisticate polemiche culturali, quando un qualunque imam leva la voce per scatenare la violenza è sicuro di trovare seguito e, troppo spesso, anche la connivenza delle autorità (basti pensare ai cristiani impiccati in Pakistan per blasfemia dopo «regolare processo»). Come ha sottolineato ieri Angelo Panebianco con l’abituale franchezza sul Corriere, «la “loro” malattia dovrebbe essere, ma non è, il nostro primo argomento di discussione».(...) I reverendi Jones dell'Islam, V.E.Parsi sulla Stampa
 
(...) La crescita della presenza islamica è un fatto irreversibile. Ma non è stata scritta la parola definitiva su quali rapporti si affermeranno fra musulmani e società europee. Nascerà, come si spera, un Islam «europeo», ove religione e piena accettazione dei princìpi occidentali di convivenza civile riusciranno a convivere? Oppure, prevarranno il rifiuto, la separazione e il conflitto? L’esito dipenderà, almeno in parte, dalle scelte degli europei: dalla loro capacità di valorizzare il ruolo dei leader non fondamentalisti, a scapito dei fondamentalisti, delle comunità musulmane, e dalle regole di convivenza che riusciranno a varare e a fare rispettare. E dipenderà anche dal loro impegno nel fronteggiare la sfida militare del radicalismo islamico nei molti luoghi in cui si manifesta. Poiché si ha a che fare con un sistema di vasi comunicanti, se il radicalismo islamico dovesse collezionare sconfitte nei vari angoli del mondo, ciò avrebbe effetti positivi sugli orientamenti prevalenti nelle comunità musulmane europee (fra i giovani, soprattutto). Così come effetti di segno contrario, negativi, avrebbero le vittorie del radicalismo islamico. Bisognerebbe però sbarazzarsi della tesi minimalista che molti hanno adottato in Occidente (e che contribuisce a spiegare, ad esempio, il tiepido appoggio europeo all’impegno Nato in Afghanistan): la tesi secondo la quale una minaccia globale non esiste, essendo i vari conflitti in cui opera il radicalismo islamico figli solo di circostanze e situazioni locali. (...) dal Corriere della Sera: Gli occhi chiusi dell'Occidente, di A.Panebianco
 
(...) Ironicamente i due stati rivali, nati dall’India imperiale britannica, concordano sul fatto che il Kashmir non debba essere indipendente, la soluzione che sembra invece preferire la sua popolazione. Il governo di Manmohan Singh che sta guidando l’elefante indiano sulla strada (ancora lunga) della superpotenza globale, ha tutto sommato trascurato il problema kashmiro, sperando forse di relegarlo in una dimensione locale. Ma il Kashmir è per certi aspetti una piccola Palestina, più esotica e meno dirompente certo, ma un fuoco che si autoalimenta, una tragedia di cui non si scorge la fine (...) 
 
(...) Va però registrato che da diversi anni, nella lotta per l’autonomia del Kashmir si sono infiltrati gruppi di musulmani radicali, sottomettendola a un progetto di stampo fondamentalista e legato alle lotte iraniane e medio-orientali. Ieri nelle manifestazioni si lanciavano slogan anti-indiani, ma anche anti-Usa e anti-Israele: un fatto, questo, alquanto nuovo nel panorama politico indiano. Il tentativo di islamizzare il Kashmir, eliminando le altre minoranze – sikh, indù e cristiane – è sempre più forte. (...)  da AsiaNews: I frutti di “Brucia il Corano”: scuola cattolica bruciata, due scuole protestanti nel mirino
 
(...) Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”.(...)
La Turchia di domani
post pubblicato in Focus Europe, il 11 settembre 2010


(...) Secondo l’opposizione, sia quella che siede fra i banchi del Parlamento, sia quella che vive fra tribunali e caserme, l’Akp ha un’agenda segreta per portare le regole dell’islam nel midollo delle istituzioni turche. Questa ipotesi trova molti consensi fra gli analisti occidentali. Negli ultimi anni, Erdogan ha cercato a più riprese di ridurre il potere delle istituzioni kemaliste: ha salutato con favore le inchieste della magistratura su Ergenekon e Boyzol, due complotti che hanno messo nei guai giornalisti, politici e generali delle forze armate; ha votato una proposta per riportare il velo islamico nelle università; ha dato al paese una nuova politica estera con poco riguardo per Israele e gli Stati Uniti. Alla fine di maggio, una flotta con aiuti umanitari e squadre di fanatici è partita alla volta di Gaza per infrangere l’embargo deciso dal governo di Gerusalemme. Negli scontri con l’esercito israeliano sono morte una decina di persone, tutte di nazionalità turca. L’episodio ha portato i due paesi, due storici partner del medio oriente sin dagli anni Cinquanta, sull’orlo della rottura.
Il governo non ha scelto una data casuale per il voto. Le urne aprono domani, 12 settembre, a trent’anni esatti dall’ultimo, vero, colpo di mano militare. Allora, fra i politici arrestati o costretti a lasciare il paese c’era un mentore di Erdogan, Necmettin Erbakan. Per il premier, il referendum è anche una questione privata.

Testimonianza e Politica
post pubblicato in Diario, il 10 aprile 2008


Il mondo si infiamma per il Tibet: giustamente, ma attendiamo la fine dei Giochi e soprattutto qualche eventuale misura contro la Cina, per vedere "il concreto" - la "verità" - di tale protesta. Siamo tutti capaci di dire "bau bau" e portare un nastrino bianco senza renderci conto di quale possa essere l'effettiva soluzione di un problema di lunga data.

Mentre noi gridiamo, infatti, la Cina si espende in Africa, e tiene in mano i debiti degli States; e della coscienza occidentale sembra francamente non interessarsi molto, se non per problemi di immagine.

La questione è un po' più complessa, e la sfida alla Cina - che potrebbe arrivare a un "clash" non solo politico -economico (anche se probabilmente traslato su territori neutri, così come in Jugoslavia si sono giocati i supplementari della guerra fredda con la Russia...) - si deve progettare (e non improvvisare) su più ambiti, senza lasciarsi sedurre dai commoventi proclami di boicottaggio dei nuovi Messia politici, sempre più star del nulla, sempre meno "politici realisti" (vd. quel Presidente che sta riscoprendo la grandeur francese in salsa "le sparo grosse", tanto dal punto di vista internazionale le decisioni vere sono altre... tanto il lavoro sporco con le infermiere in Libia l'aveva fatto la diplomazia tedesca... O comunque - non sia mai! - lui non fa affari con i dittatori...).

Oggi sulla Stampa Boris Biancheri ci spiega come le campagne elettorali nel mondo siano un misto di globalizzazione ed esasperato "localismo". Da leggere con attenzione, perché Biancheri ha il pregio della sintesi e della precisione (come avrà capito chi segue questo blog, sono doti che inevitabilmente invidio...) e ci aiuta a capire anche i "veri moventi" che muovono le politiche odierne, al di là della retorica dei diritti che spesso le accompagna.

Si potrà dire che la Testimonianza - in un mondo globalizzato - è sempre più necessaria, anche quando "inutile".

E' corretto, da un certo punto di vista.
Ma al tempo stesso l'idea di "testimonianza" che abbiamo è molto "televisiva", di scenografia (come spesso le cose di "politica politicata", d'altro canto; non è necessariamente un vizio, questo; perché la politica incide a volte anche "dalla scena").

La controprova di una reale testimonianza è: "quanto costa?" "quale il prezzo che si paga?".

Ne sa qualcosa, per cambiare argomento (si fa per dire) Ayaan Hirsi, intervistata l'altra sera da Giovanna Zucconi nella nuova trasmissione Gargantua. Si può convenire o meno con le tesi nette e forti della Hirsi, e probabilmente in alcune di esse si sentono la forza e la passione che non soggiaciono ad alcuna mediazione. E che quindi - forse - rischiano l'impoliticità. Però la sua è una testimonianza che mette a pegno la propria vita. Discutibile, ma non ridicolizzabile. Soprattutto per noi che ogni giorno siamo tentati da un relativismo valoriale incapace di vedere i rischi del multiculturalismo e di una facile retorica dell'accoglienza.

(Per certi aspetti simile, anche se per altri è molto distante, noi abbiamo in Italia la testimonianza di Magdi Allam; da cui ormai  molto ci separa, per una sua scelta integrale - speriamo non integralista - di stampo neoconservatrice e per la durezza di alcune sue posizioni; ma anche la sua situazione - sottoposto a minacce di morte dagli integralisti islamici a causa delle sue battaglie - non può essere sottovalutata, né rimossa; e questo a prescindere dall'accordo o disaccordo con alcune sue tesi).

Comunque - anche al di là del merito della questione - la Testimonianza, quella vera, costa caro. E allora ha sì il diritto di contrapporsi alla Politica, chiedere ragione dei compromessi; combatterli. Parlare ad alta voce, anche se in minoranza.

I principi tenteranno sempre di non ascoltare le voci delle Antigoni che chiedono giustizia e libertà; libertà dal dolore; libertà dall'oppressione. I principi - e le principesse (quante femministe sono principesse incapaci di ascolto... ) - spesso non guarderanno alla realtà effettuale delle cose.

Ma i corpi delle donne, di ogni Antigone (anche "involontaria", anche al di là dell'essere apertamente politiche) - la loro sofferenza, la loro solitudine - rimangono ad accusare, anche nel silenzio. Accusa contro ogni integralismo e contro ogni intolleranza.

E contro ogni facile coalizione di "politiche vuote" e "testimonianze - spettacolo".
Lasciate in pace i teodofori: sono altre le battaglie che ci attendono.

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