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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Le Armi Ai Ribelli? Aiuto Inutile, Strategia Confusa
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 1 aprile 2011


Una guerra che non doveva neanche iniziare sta proseguendo con strani stop-and-go e continue "improvvisazioni".
 
Le recenti dichiarazioni di Obama dicono della volontà di fornire armi ai ribelli anti-Gheddafi: un errore clamoroso, oltre che il segno tangibile della dubbia volontà di fare realmente la guerra che è stata iniziata.
 
Data l'imperizia e la dubbia composizione dei gruppi di ribelli, probabilmente le armi andrebbero ad alimentare ben altri traffici.
 
Data la confusione politica - apparentemente non rimediabile - dell'alleanza, aumentare la diffusione di armi non aiuterebbe il raggiungimento dell'obiettivo, né di quello esplicito ("semplicemente" fermare Gheddafi), né di quello implicito (rovesciare Gheddafi e ridistribuire il potere materiale del controllo delle risorse libiche), e porterebbe drammaticamente più vicini al caos.
 
O l'alleanza decide di intervenire via terra, in termini extra Onu e di fatto creando un mandato euro-americano sulla Libia (nulla di scandaloso, si badi; la riscoperta dei "mandati" e dei "protettorati" non è di oggi), ma la cosa allora va esplicitata e progettata, perché i costi umani e militari sarebbero probabilmente molto alti; oppure è meglio cercare un onorevole compromesso.
 
Anche nell'intervento contro la Serbia si fermò il massacro dei kossovari, ma fummo incapaci di chiarire a noi stessi quali fossero gli obiettivi della guerra (fermare il massacro? far cadere Milosevic? rendere indipendente il Kosovo?) e si arrivò ai patti con Milosevic, che cadde solo in seguito, anche sotto la spinta di manifestazioni popolari e di elezioni.
 
Potrebbe essere così anche con un Gheddafi tenuto "sotto controllo" politicamente; sempre che i libici siano in grado di prendere in mano il loro destino: in questo nessuna alleanza e nessun Sarkozy può sostituirli.

Noi abbiamo già fatto forse troppo, e sicuramente male; tanto che le prime vittime di questa guerra sembrano essere paradossalmente la Nato e la Unione europea.
 
Ora fermiamoci.
 
Francesco Maria Mariotti

LIBIA: RASMUSSEN ESCLUDE CHE LA NATO POSSA ARMARE I RIBELLI

 (AGI) Stoccolma - Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha escluso che l'Alleanza possa armare i ribelli libici. "Siamo li' per proteggere il popolo libico, non per armare la gente", ha ricordato Rasmussen citando la risoluzione 1973 dell'Onu al termine di un incontro a Stoccolma con il premier svedese, Fredrik Reinfeldt. "Poiche' la Nato e' coinvolta, e io parlo a nome della Nato, noi ci concentreremo sul rafforzamento dell'embargo per le armi e lo scopo evidente dell'embargo e' quello di fermare il flusso di armi nel Paese", ha assicurato Rasmussen

 


 
 
 
Marta Dassù, Il pericolo è un altro Kosovo
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 4 marzo 2011


Segnalo l'articolo di Marta Dassù comparso sulla Stampa di giovedì 3 marzo (i grassetti nel brano che riporto sono miei).
Le preoccupazioni sono le medesime di cui ho parlato pochi giorni fa (potete leggere il post poco più sotto): siamo consapevoli dei costi di un'operazione in Libia? Siamo in grado di gestire tutte le conseguenze di una posizione "interventista"?
 
Di seguito anche i link di altri interventi sulla situazione in NordAfrica.
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Uno stallo del genere, con tutti i pericoli che si porta dietro, era prevedibile. Il comportamento di Gheddafi non è poi molto diverso da quello di Milosevic, altro dittatore amico dell’Italia e che alla fine (1999) abbiamo bombardato, assieme agli impianti di Telecom a Belgrado. Il punto è che la gestione internazionale della crisi libica rischia di entrare in una spirale molto simile: dalle sanzioni economiche ai corridoi umanitari, fino ai bombardamenti militari. Siamo preparati a un esito del genere? La sensazione, guardando agli interventi occidentali degli ultimi due decenni, è che questo tipo di guerre moderne nascano appunto così: come guerre non dichiarate e forse neanche volute, ma che diventano inevitabili come ultimo anello di una catena di azioni-reazioni. Quale Paese in prima linea, molto più esposto di altri, l’Italia ha interesse a evitare che la risposta internazionale alla crisi libica ricalchi le stesse dinamiche. Perchél’esito sarebbe già scritto: finiremo per bombardare Tripoli.

Se americani ed europei decidessero di colpire sedi e strumenti del potere di Gheddafi, come si comincia a chiedere da Bengasi, le implicazioni sarebbero almeno tre. Primo: diventeremmo alleati di una parte in conflitto, così come lo diventammo a suo tempo dei guerriglieri kosovari-albanesi. E’ una scelta politica che siamo intenzionati a compiere? Non è facile rispondere, anche perché non è chiaro, in realtà, come sia composta la galassia assai frammentata dell’opposizione cirenaica. Secondo: l’appoggio cinese e russo alla prima risoluzione dell’Onu è stato essenziale; ma è escluso che Pechino (e forse Mosca) possano votare a favore di un’azione militare, che sarebbe quindi essenzialmente americana ed europea. Dopo aver bombardato, gli occidentali sarebbero comunque oggetto del risentimento della popolazione locale: la gratitudine dei popoli liberati è merce rara.

Terzo: l’uso della forza nei conflitti interni agli Stati non si esaurisce con il primo intervento. Crea anzi le premesse di una lunga presenza, militare e politica, trasformando nei fatti la «responsabilità di proteggere» - ossia un intervento motivato da ragioni umanitarie - in un semi-protettorato. A dodici anni dall’intervento in Kosovo siamo sempre lì, con i nostri soldati e i nostri soldi. E’ un onere che l’Italia e l’Europa sono pronte ad assumersi, in Libia? (...) 

 
 
 

 
Libia: etica dell'intervento e calcoli della politica
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 febbraio 2011


Sembra necessario prendere posizione, oggi, su quanto sta accadendo in Libia.
E' vero, non è rinviabile un'iniziativa forte di Italia ed Europa nei confronti di Gheddafi.

Epperò, anche in un momento di così forte emozione, è necessario tenere presenti alcuni fattori.

1. Qualità, quantità, limpidezza delle informazioni: cosa sappiamo di quanto sta succedendo in Libia? e soprattutto come lo sappiamo? non vuole essere un interrogativo relativizzante, ma non possiamo dipendere da al-Arabiya o Al Jazeera, così come in passato - per esempio per quanto riguarda la ex-Jugoslavia - sembravamo dipendere (troppo) dalla CNN. 

Non si mette in discussione né la serietà dei network in questione, né la semplice "verità dei fatti"; ma siamo in una fase in cui qualsiasi notizia può rappresentare una sorta di "arma non convenzionale", riproducibile attraverso la Rete, incontrollabile, la cui potenza può essere amplificata oltre il dovuto. La politica non può dipendere solamente dalle informazioni giornalistiche, anche se non può prescindere da esse. 

La politica - intesa come l'insieme delle strutture statuali, ma anche le forze sociali e partitiche - deve fare filtro delle notizie che arrivano da una zona ad alta tensione, banalmente confrontando più fonti, banalmente avvalendosi di strumenti di inteligence (e noi italiani in Libia dovremmo avere rapporti consolidati con tutti gli attori in campo), ma anche riflettendo secondo un "vestito di idee" che aiuti a valutare il peso delle fonti stesse, e a capire "a chi giova" l'uso e l'"esplosione" di alcune informazioni, piuttosto che altre.

Questo anche di fronte a una crisi umanitaria e civile come quella che stiamo attraversando in Libia? sì, per quanto possa apparire cinico: la storia degli ultimi anni di politica estera è (anche) una storia di eccessi emotivi, dal Medio Oriente alla Jugoslavia, dall'11 settembre all'Afghanistan. Mescolate a giuste ragioni, la spinta dei mass-media è a volte risultata preponderante nella decisione all'azione.

Ma gli imperativi morali non sono eccessi emotivi; e per evitare questi ultimi - e per obbedire al meglio ai primi - le notizie vanno valutate con la massima attenzione.

2. Qualsiasi azione "costa" e non esiste la "neutralità" assoluta. Tutte le opzioni che si stanno prendendo in considerazione per difendere i civili libici dalle rappresaglie di Gheddafi implicano che in qualche modo ci si schieri in quella che è ormai una guerra civile. Al "minimo" dell'interventismo, per fare un esempio, l'imposizione di una no-fly zone potrebbe di fatto implicare un riconoscimento (forse rinviabile, ma difficilmente eludibile) della indipendenza di alcune parti della Libia.

Allora: "stiamo fermi"?; no, però troppe volte in passato (ricordate la Somalia?) generose inziative umanitarie si sono impantanate per una non piena considerazione delle dinamiche operative e del terreno concreto su cui si andava ad agire.

Aggiungo: l'operazione umanitaria non è "chiudibile" in poco tempo. Se si comincia a intervenire, anche solo per difendere i civili (ed è praticamente impossibile fare "solo" quello; quando si è difeso il popolo kossovaro da Milosvic si è dovuto comunque ovviamente prendere le armi contro la Serbia e bombardare Belgrado, e si è di fatto aperta una via di autonomia per il Kosovo, anche se a parole molti non volevano), ebbene se si comincia a intervenire non è possibile pensare di andare via in poche settimane. A maggior ragione per il nostro rapporto speciale con la Libia, se ci facciamo promotori di una qualsiasi iniziativa dobbiamo sapere che questo sarà un impegno di anni, aperto ed esplicito o coperto e segreto che sia.

Siamo pronti a questo, al di là dei titoli dei giornali e delle emozioni di questi giorni? 
Più sarà concreta la risposta a questa domanda, meno vana sarà la nostra eventuale azione.

Francesco Maria Mariotti


“La situazione è abbastanza tranquilla perché al mattino non vi sono movimenti particolari, in genere gli scontri avvengono di notte, quando si sentono da lontano gli echi delle sparatorie” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario Apostolico di Tripoli, in Libia. “Siamo un po’ distanti perché ci troviamo nei pressi del centro di Tripoli, dove la situazione è calma, e da dove non sentiamo molto di quello che accade in periferia. Però dall’insieme mi sembra che oggi la situazione sia più serena, almeno attorno alla nostra chiesa non vi sono particolari segni di turbolenza. Abbiamo sentito che i mezzi di comunicazione hanno riferito di attacchi aerei, ma questo avviene al di fuori di Tripoli, per lo meno non nel centro della capitale. Nella periferia sembra che certi gruppi vogliano penetrare in città, ed è qui che avvengono gli scontri”.
Circa i movimenti aerei al di sopra della città, Mons. Martinelli nota: “ieri ci sono stati dei movimenti aerei, però lo ripeto, io da qui non sento niente. Ho sentito solo degli spari in lontananza, ma più di questo non posso dire. Mi hanno riferito che in periferia vi sono stati movimenti aerei e degli spari, ma non so dire cosa sia successo”. 
Dal punto di vista sociale Mons. Martinelli, dice che “Tripoli si sta svuotando dei cittadini stranieri, a partire dalle famiglie dei lavoratori europei. Ormai non ci sono più né donne né bambini europei. La comunità cattolica è composta da stranieri, europei e asiatici. Buona parte degli europei è già partita. Resteranno i filippini, in particolare le infermiere filippine, e gli africani clandestini, che sono quelli che hanno più necessità di assistenza”.
Circa l’evoluzione della crisi, Mons. Martinelli afferma: “Dopo il discorso di ieri sera (22 febbraio), mi sembra che Gheddafi non abbia nessuna intenzione di cedere e che si senta abbastanza forte. Ha richiamato all’unità ed alla pace e ha criticato coloro che si solo lasciati trascinare dalle ‘turbolenze fondamentaliste’. Sono convinto che ci siano tante persone che vogliono la pace al di là di tutto e delle divisioni politiche. La gente vuole la serenità, perché prima delle violenze tutto sommato si stava tranquilli. Da un momento all’altro è scoppiata questa situazione che ci ha un po’ sorpresi perché l’ambiente era abbastanza tranquillo, a parte alcuni gruppi che si agitavano nell’est della Libia. Lì forse si è già creata una situazione direi quasi instabile. A Tripoli la situazione appare invece più sotto controllo”.
“Per quel che riguarda la Chiesa - continua il Vicario Apostolico di Tripoli - non abbiamo avuto il minimo disturbo, anzi abbiamo avuto dei segni di solidarietà da parte dei libici sia nei confronti delle suore sia nei confronti dei cristiani, come le infermiere filippine, che vivono al servizio totale degli ospedali locali”.
Infine, circa la situazione in cui vivono le suore che operano nella Cirenaica, Mons. Martinelli afferma: “Mi hanno detto che non desiderano essere contattate, per ovvi motivi, ma anche perché sono prese dal lavoro. Sono stanche anche per quello che capita. Il loro unico momento di pausa è alla sera tardi, quando finiscono il lavoro. Siamo comunque in contatto continuo con loro. I loro superiori sono preoccupati per la situazione. Abbiamo dato indicazioni per cui se una suora è stanca fisicamente e psicologicamente possa tranquillamente lasciare il Paese per un periodo di riposo. Qui da Tripoli probabilmente partirà un gruppo di suore che si interessano degli immigrati, perché al momento non c’è molto lavoro, in quanto, in questa situazione, è molto delicato operare”. (L.M.) (Agenzia Fides 23/2/2011)
 
La tragedia della Libia è il primo, vero test di politica estera cui l’Italia si trovi di fronte da vari anni a questa parte. Come tale, andrebbe affrontato con serietà e coesione nazionale.
Il bagno di sangue che si sta consumando nel nostro cortile di casa non è certo il terreno adatto per segnare facili punti di politica interna. Per tre ragioni molto semplici, a cominciare dal fatto che l’apertura a Gheddafi è da vari decenni una politica bipartisan. Una politica condivisa nella sostanza anche se non nelle forme (ridicole e umilianti) dell’ultima visita a Roma del «cane pazzo del Medio Oriente», vecchia definizione di Reagan che torna utile oggi. Gli unici distinguo, rispetto a questa politica pro-Gheddafi, sono venuti dalla Lega, ancora di fronte all’aumento del capitale libico in Unicredit. Seconda e ovvia ragione: il nostro Paese ha una posta in gioco vera, e molto rilevante, nel futuro della Libia. Non si tratta, come nel caso dell’Afghanistan, di salvaguardare la propria credibilità nella Nato attraverso la lotta contro il terrorismo. Si tratta di sicurezza energetica, di costi del petrolio, di quote azionarie di grandi banche e società della Penisola, di cittadini italiani che lavorano là. La Libia è ormai parte integrante del nostro sistema economico, come registra senza pietà la Borsa di Milano. Terza ragione: il caos cruento della Libia prepara una nuova ondata migratoria, facendo saltare quegli accordi bilaterali con cui l’Italia, esposta varie volte ai ricatti del rais di Tripoli, ha negli ultimi anni contenuto i flussi verso le sue coste. Ma si aggiunge una quarta e ancora più sgradevole verità: nella relazione con Gheddafi, l’Italia è stata la parte debole. (...)
 
 
(...) Quando Gheddafi, nell'estate del 1970, ordinò l'espulsione dei circa 15.000 italiani che vivevano allora nel Paese, il presidente del Consiglio fu dapprima Mariano Rumor, poi Emilio Colombo, ma il ministro degli Esteri in entrambi i governi fu Aldo Moro. Qualcuno sostenne che occorresse reagire energicamente, ma nessuno riuscì a precisare che cosa si dovesse intendere per «energia». Prevalse la linea di Moro, vale a dire la convinzione che l'Italia non potesse aprire una partita simile, per qualche aspetto, a quella che la Francia aveva definitivamente perduto in Algeria otto anni prima. Come la Francia, del resto, anche noi avevamo sull'altra sponda del Mediterraneo interessi petroliferi e più generalmente economici che andavano per quanto possibile tutelati. Buona o cattiva, questa fu la linea politica di tutti i ministri degli Esteri italiani da Giulio Andreotti a Gianni De Michelis, da Lamberto Dini a Massimo D'Alema. Come in altre questioni l'Italia ha dimostrato che nella storia della politica estera soprattutto degli ultimi quarant'anni la continuità è molto più frequente della rottura. Ogni governo, quale che fosse il suo colore, ha cercato di negoziare con Gheddafi una specie di trattato di pace.

Abbiamo adottato una linea cinica e indecorosa? Forse conviene ricordare che i primi aerei dell'aeronautica militare libica, dopo il colpo di Stato, furono i Mirage francesi; che la Germania contribuì alla creazione in Libia di una industria chimica; che gli americani, dopo avere inutilmente cercato di uccidere Gheddafi nel 1986, revocarono le sanzioni non appena il Colonnello rinunciò alle sue ambizioni nucleari; che la Gran Bretagna, nell'agosto del 2009, ha liberato e restituito alla Libia, per «ragioni umanitarie», il responsabile del sanguinoso attentato del dicembre 1988 nel cielo di Lockerbie. Ora, naturalmente, nessun governo europeo può astenersi dal condannare le violente repressioni di Bengasi e di Tripoli. Noi, in particolare, abbiamo il diritto e il dovere di alzare la voce contro Gheddafi e i suoi metodi. Ma cerchiamo almeno di farlo senza cogliere l'occasione per combattere una ennesima battaglia di politica interna. Nel momento in cui in Libia si muore lo spettacolo sarebbe particolarmente indecoroso.
 


 
Enzo Bettiza sulla Stampa - Lo scarto balcanico
post pubblicato in Focus Europe, il 14 ottobre 2010


(...) S’è per esempio visto, sull’avambraccio di un gigantesco ultrà belgradese, la fatale data del 1389, evocante la tragedia degli eserciti slavi guidati dai serbi contro i turchi nella sfortunata battaglia del Kosovo Polje. Ai duemila guerriglieri serbi, perché tali e non tifosi erano per davvero, interessava assai poco parteggiare sia pure energicamente per la loro squadra e gufare per quella italiana.

Interessava molto più agli epigoni e fanatici della Stella Rossa di Belgrado sottolineare con brutalità, in un grande emporio europeo come Genova, che essi provenivano dai battaglioni paramilitari dediti a suo tempo a perpetrare in Bosnia, Croazia e Kosovo i più orrendi massacri compiuti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Gli energumeni in tuta mortuaria, passamontagna terroristico sul volto, teschio gessoso con ossa incrociate sul petto, solo in parvenza evocavano i Gozzilla tratti da qualche film o videogame dell’orrore; in realtà s’è trattato di veterani ben agguerriti, provenienti in gran parte dalle temibili «Tigri di Arkan», lanzichenecchi ipernazionalisti che avevano il loro vivaio nella Stella Rossa di Belgrado il cui gestore milionario, durante e dopo le ultime guerre interjugoslave, era stato per l’appunto Željko Ražnatovic, detto Arkan. (...)
 
Che si sia trattato, inoltre, di una vera e propria performance paramilitare, lo dimostrava anche la quintessenza insieme leggendaria e politica che animava i veterani decisi a distruggere lo stadio Marassi con lancio di razzi, fumogeni, bombe di carta, cesoie, coltelli e spranghe d’ogni genere: la distruzione doveva essere un ammonimento non alla nazionale italiana, ma all’Italia in quanto tale, che aveva partecipato alla guerra antiserba nel Kosovo e riconosciuto, insieme con altre sessantuno nazioni, l’indipendenza kosovara nel febbraio 2008. Il momento culminante del raptus mitico lo si è visto nel momento in cui hanno dispiegato la bandiera albanese, con l’aquila bicipite, dandola alle fiamme e tracciando minacciosamente nell’aria il segno ortodosso delle tre dita: «Serbia divina», «Montenegro sacro», «Bosnia fedele». Purtroppo quel sacro gesto cristiano, pervertito dai cetnici delle milizie più estremiste, è stato contraccambiato dal campo di gioco, non si sa se per condivisione o per paura dal capitano Dejan Stankovic. (...)
 

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permalink | inviato da franzmaria il 14/10/2010 alle 22:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Richard Holbrooke su Kosovo e Georgia
post pubblicato in Diario, il 15 settembre 2008


Mondi e politiche segnala due interviste di Richard Holbrooke, colui che viene considerato "l'architetto" della pace di Dayton. Dal Kosovo alla questione di Abkhazia e Ossezia del Sud che pretendono l'indipendenza dalla Georgia: casi che Mosca vorrebbe far leggere "in parallelo" per giustificare il suo atteggiamento. Ma il Kosovo non è un precedente. Per quanto sforzi faccia Putin, i conti non tornano totalmente...

Tratto dall'Osservatorio dei Balcani

Come le è apparso il Kosovo durante la sua visita? E' questo quello che si aspettava la comunità internazionale dopo la dichiarazione di indipendenza?
Credo che la situazione politica negli ultimi nove mesi sia stata molto difficile. La gente del Kosovo merita credito per la strada pacifica scelta per dichiarare l'indipendenza, e per l'assenza di atti di violenza nei confronti delle minoranze etniche, in particolare di quella serba, e dei loro monumenti religiosi. D'altra parte la situazione economica del paese è difficile, e questo rappresenta di certo un grande problema.  
Durante la sua visita ha citato spesso il conflitto in Georgia, ed i tentativi di paragonare la situazione in Caucaso con quella in Kosovo. Crede che stiamo assistendo ad un ritorno della potenza russa e all'atmosfera della guerra fredda?
Non stiamo tornando alla guerra fredda, che rappresentava un conflitto tra due ideologie e due blocchi pesantemente armati, impegnati in una sfida a livello globale. Oggi assistiamo alla “rioccupazione” da parte della Russia di parte del suo vicinato geopolitico. Questo può provocare momenti di crisi anche profonda, ma non significa un ritorno alla guerra fredda.
(...)
Mi preme sottolineare come le affermazioni russe sul fatto che la loro azione in Ossezia del Sud sia comparabile a quanto fatto dall'Occidente in Kosovo, sia priva di fondamento. I due scenari sono del tutto diversi, e la Russia avrebbe comunque agito come ha fatto, con o senza il precedente del Kosovo.
(...)
Il Kosovo non è un precedente, perché il suo status finale di nazione indipendente è conseguenza logica della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, approvata nel 1999 anche con il consenso della Russia. Da una parte non si poteva lasciare il Kosovo sotto perenne amministrazione dell'Onu, una scelta troppo costosa e temporanea, e sicuramente negativa per la popolazione. Dall'altra non si poteva pensare ad un ritorno della regione sotto la sovranità serba, perché questo avrebbe sicuramente riaperto il conflitto. L'unica strada aperta rimaneva quella dell'indipendenza
(...)
Come spiega l'esitazione dei paesi arabi a riconoscere l'indipendenza kosovara, se si tiene in mente che il 90% della sua popolazione è di religione islamica?
Non so perché i paesi arabi stiano reagendo con tanta lentezza. Spero che inizieranno a muoversi presto, e credo che se il Kosovo saprà comunicare con loro in modo ragionevole e paziente, si arriverà ad una conclusione positiva. In ogni caso è già arrivato il riconoscimento della Turchia, che è sicuramente molto importante, e spero che arriveranno presto quelli di Macedonia, Montenegro e Portogallo. Per il Kosovo, in ogni caso, il riconoscimento più importante è quello dell'Unione Europea.
(...)
Lei ha dichiarato che l'Ue non dovrebbe accettare l'ingresso della Serbia finché questa non sarà pronta ad accettare e riconoscere l'indipendenza del Kosovo, cosa che rappresenterebbe una mossa pericolosa. Perché?
Credo che il rischio di accogliere nell'Unione Europea un membro che ha dispute territoriali con un suo vicino sia molto alto. Potrebbe portare a conflitti e darebbe la possibilità alla Serbia di utilizzare la propria membership per intralciare il cammino del Kosovo. Credo che la soluzione migliore sarebbe fare entrare Serbia e Kosovo insieme, parallelamente alla Bosnia Erzegovina.
Vede segnali di una volontà europea di accogliere la Serbia così com'è oggi?
L'Unione Europea ha lasciato intendere che se il generale Mladic verrà consegnato all'Aja il processo di allargamento alla Serbia verrà iniziato. Spero che quando questo accadrà verrà messo in chiaro con Belgrado che la Serbia non verrà ammessa finché il Kosovo non verrà riconosciuto come stato libero ed indipendente all'interno dei suoi confini.
(...)

"Puntano a rivesciare Saakashvili", l'intervista di Holbrooke al Corriere

Kosovo russo
Il Kosovo non è l'Ossezia

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