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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
La guerra costa. Ci tocca scegliere
post pubblicato in Diario, il 9 giugno 2011


L'ottimo articolo di Mario Deaglio di ieri va letto per vari motivi, prima di tutto per la sfida che pone a una politica che - approfittando dei fallimenti del mercato -  torna a occupare un posto in prima fila nella vita delle comunità. 
Per quanto riguarda i temi di questo blog invece mi preme sottolineare un brevissimo passaggio: "(...) E’ inevitabile che molte missioni militari all’estero debbano essere terminate. (...)".

Da qualche tempo ormai, si alternano voci e analisi che indicano un ripensamento complessivo del nostro impegno internazionale, (ma non vale solo per l'Italia). Probabilmente questo è inevitabile, perché è evidente che fare la guerra costa. Quindi nessuno scandalo se le necessità finanziarie ci spingono a rivedere il nostro ruolo internazionale. Certo è però che un "ritiro" da alcuni scenari è una operazione quanto mai delicata (anche per le ricadute sulla nostra credibilità internazionale), e andrebbe gestita con prudenza, senza dichiarazioni avventate, senza fasi interlocutorie troppo lunghe, ma anche senza fretta.

Importante è anche sapere che - per dirla in una battuta - il nemico ascolta: beninteso, i terroristi, i talebani in Afghanistan, o Hezbollah in LIbano non seguono certo la nostra rassegna stampa quotidiana, ma le "vibrazioni" della politica italiana e occidentale, e soprattutto eventuali "ipotesi di lavoro concrete" rilevano - evidentemente o "sotto traccia" - in ambasciate, università, convegni, contatti di intelligence. Punti, luoghi che sono sicuramente "sotto osservazione".

Da questo punto di vista, anche il recente attentato contro i nostri soldati in Libano può essere letto come "test" per capire se la comunità internazionale "tiene" la posizione, o se il nervosismo sale. Nel secondo caso si accresce la probabilità di un'intensificazione degli attacchi, per tentare di "convincerci" che sarebbe bene abbandonare quella missione.
 
Se proprio dobbiamo scegliere, dunque, meglio essere netti e mostrare al mondo le nostre priorità: chiudiamo l'inutile guerra in Libia, ridiscutiamo i tempi dell'Afghanistanma rimaniamo in Libano.
 
Francesco Maria Mariotti
Altri scenari da non dimenticare
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 13 agosto 2008


(...) Il nodo di Hamas, che controlla Gaza, e senza il cui apporto non può esserci alcuna pace in Palestina, si fa sempre più drammatico, anche per l’insorgere di aspri contrasti al suo interno, ma non sono migliorati neppure i rapporti tra Israele e i moderati dell’Anp, se Olmert ha dichiarato che nessun accordo è prevedibile entro il 2008, come sperava Bush. Lo stesso Olmert sta per lasciare il governo, travolto da accuse giudiziarie, e se il suo successore dovesse essere il falco Netanyahu, o anche l’attuale viceministro della Difesa, Mofaz, l’unica cosa da attendersi è un irrigidimento di Israele, non solo verso i palestinesi, ma anche verso la Siria e l’Iran. Mofaz, ma anche il suo capo, Barak, altro possibile successore di Olmert. Sono sempre più frequenti le «fughe di notizie» su piani di attacco israeliano ai siti nucleari iraniani, anche se si spera che sia solo uno strumento di pressione, mentre non si è certo alleggerita la situazione libanese, nonostante il «riconoscimento» siriano.(...)
Medio Oriente, l'arbitro resta l'America (la Stampa)

Attentato in Libano

Aumenta la concentrazione militare nel Golfo (Asia News)
La visita di re Abdullah in Iraq (Asia News)


Barak: "Nessuna opzione esclusa per l'Iran"
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 8 agosto 2008


L'intervista di Davide Frattini al ministro della difesa israeliano, Ehud Barak, pubblicata ieri sul Corriere della Sera. le sottolineature in grassetto sono mie.

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TEL AVIV — Mettetegli davanti una mappa del Medio Oriente — dice chi lo conosce bene — e vedrete che invece di piazzare bandierine sugli Stati nemici, preferisce fare un cerchio attorno alla testa di Hassan Nasrallah e Khaled Meshal. Il giovane comandante delle forze speciali è rimasto lo stratega dei blitz. Ehud Barak è ministro della Difesa dal giugno del 2007, in questi tredici mesi i «vicini» — come li chiama lui — hanno subito qualche colpo misterioso, tra Siria e Iran. Operazioni che Israele non si è mai attribuita e che il soldato più decorato nella storia del Paese non vuole commentare. Dice solo: «Dobbiamo sempre trovare la via migliore per ottenere il massimo risultato, con il minimo danno collaterale. Ma se dovessimo essere sfidati, stiamo preparando l'esercito a combattere fino a una vittoria inequivocabile».

La vittoria «equivocabile» è quella su cui gli israeliani si lacerano ancora, guerra del Libano 2006. Barak allora era un ex primo ministro in pensione, che guardava la politica dal trentaduesimo piano delle torri Akirov, dove vive in un attico acquistato con gli investimenti fatti da privato, e preparava il ritorno a un altro grattacielo, la Kirya, il Pentagono di Tel Aviv. Nell'ufficio, l'odore dei sigari cubani è forte. Una passione che il leader laburista ha in comune con il socio di coalizione, Ehud Olmert. Preferisce non parlare di politica interna e delle dimissioni annunciate dal premier. Ammette solo di essere pronto a far parte di un nuovo governo: «Il Paese ha bisogno di unità, le sfide sono immense, per la sicurezza e sul piano diplomatico. Ci aspettano opportunità e minacce. Due anni fa, abbiamo visto il prezzo pagato per l'inesperienza ai vertici e siamo dotati di abbastanza buonsenso per evitarlo in futuro. Da questa regione, arriva la profezia che un giorno l'agnello e il leone giaceranno insieme: finché gli agnelli devono essere periodicamente rimpiazzati, preferiamo essere il leone».

Gli americani hanno definito inaccettabile la risposta data dall'Iran sul congelamento del programma atomico. «Il messaggio di Teheran dimostra che il regime è determinato a sfidare tutto il mondo, a ingannare e rinviare. Il loro obiettivo è ottenere il nucleare militare, pensarla diversamente è un'illusione. L'Iran con l'atomica è una minaccia all'ordine mondiale. E' il momento per agire, con le sanzioni, non per parlare. Le sanzioni economiche e finanziarie devono essere rinforzate, accelerate. Gli sforzi devono includere la Russia, la Cina e l'India. E in ogni caso dobbiamo lasciare qualunque opzione aperta».

Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano, ha definito un «disastro», un eventuale attacco militare israeliano contro l'Iran. «Adesso c'è ancora tempo perché le sanzioni siano efficaci, ma ripeto — e lo dico con convinzione: il mondo e Israele devono lasciare qualunque opzione aperta. Il disastro sarebbe un Iran dotato di armi nucleari».

Le multinazionali continuano a condurre affari con l'Iran. «Con la globalizzazione, è difficile per i governi imporre le decisioni alle aziende. So che la Fiat ricomincerà a produrre auto in Iran. E' sbagliato. E' nell'interesse delle imprese un ordine mondiale stabile e che l'economia internazionale resti forte».

Amos Yadlin, capo dell'intelligence militare, sostiene che gli ayatollah stiano sviluppando missili in grado di colpire l'Europa. «Gli sforzi del programma balistico puntano a un raggio d'azione che va ben oltre Israele. Nei prossimi anni, potranno raggiungere tutti i protagonisti di questi negoziati sul nucleare, a eccezione degli Stati Uniti».

Come giudica l'operato delle truppe Unifil, nel sud del Libano? «I caschi blu hanno un certo impatto stabilizzante e dimostrano l'impegno dei Paesi partecipanti nel voler aiutare una nazione in difficoltà. Detto questo, la risoluzione 1701 (approvata dalle Nazioni Unite alla fine della guerra, ndr) non funziona ed è violata in continuazione da Hezbollah, Siria e Iran. Dalla fine della guerra, il movimento sciita ha triplicato il numero di razzi accumulati. I soldati e i comandanti sul campo provano a fare del loro meglio, ma i miliziani di Hezbollah si muovono con abiti civili, scavano bunker tra le case».

Andrebbero cambiate le regole d'ingaggio? «Le truppe Onu dovrebbero essere più determinate a entrare in azione, basandosi sulle informazioni che di certo possiedono. Gli Hezbollah provano a intimidirli e si genera un meccanismo minaccia-protezione».

Il governo israeliano ha siglato una tregua con Hamas. E' l'ammissione che la strategia dell'embargo, politico ed economico, è fallita? «Al contrario. Hamas ha chiesto il cessate il fuoco sotto la pressione dell'embargo e delle operazioni militari contro i lanci di razzi Qassam. Noi non negoziamo con Hamas, stiamo solo trattando per il rilascio del soldato rapito (il caporale Gilad Shalit, ndr). E non negozieremo con Hamas, fino a quando non accetteranno le richieste del Quartetto: riconoscimento di Israele e degli accordi firmati in passato, rinuncia alla violenza. Insomma, quando Hamas smetterà di essere Hamas».

Lei è accusato di non credere abbastanza nei negoziati con Abu Mazen, presidente palestinese, e di non fare abbastanza per rafforzarlo, come rimuovere i posti di blocco. «Da primo ministro, sono stato il leader israeliano che è andato più lontano nell'offerta fatta ai palestinesi. Ho ritirato tutte le truppe dalla Cisgiordania e in cambio un'ondata di attentati suicidi ha colpito le nostre città. E' ancora troppo presto per lasciare il controllo completo alle forze dell'Autorità. Hamas non può conquistare la Cisgiordania come ha fatto a Gaza solo perché i nostri soldati sono ancora là».

Davide Frattini - 07 agosto 2008

MEDIO ORIENTE. IL DISGELO
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 27 giugno 2008


Segnalo e pubblico un intervento di Janiki Cingoli, direttore del Centro per la Pace in Medio Oriente. Approfitto per raccomandare il sito del CIPMO, sempre molto ricco e aggiornato, e dal quale di tanto in tanto trarremo - come oggi - qualche utile materiale per le nostre riflessioni.
FMM

Medio Oriente. Il disgelo
di Janiki Cingoli 
 

 
  Le notizie dal Medio Oriente testimoniano di una iniziale frattura della rigida impalcatura ideologica entro cui l’intera area si è trovata costretta durante la Presidenza Bush.

Da alcuni giorni è iniziata a Gaza la tregua tra Israele ed Hamas, grazie alla paziente mediazione dell’Egitto e del capo dei suoi servizi segreti, Omar Suleiman, che dovrebbe essere accompagnata da un allentamento della chiusura ai valichi di frontiera.

In una seconda fase, che dovrebbe culminare con lo scambio tra il caporale israeliano Shalit e un folto gruppo di prigionieri palestinesi, è prevista la riapertura stabile di tali valichi, con la presenza di forze di sicurezza dell’ANP (che inizierebbero così a rientrare a Gaza), egiziane ed europee. Tra sei mesi, poi, se la tregua dovesse reggere, essa potrebbe essere estesa anche alla Cisgiordania.

E’ evidente che tutto ciò comporta una notevole stabilizzazione del potere su Gaza di Hamas, che d’altronde ha dimostrato di saper far fronte, anche rafforzandosi, al lungo blocco economico imposto sulla Striscia dopo la sua presa di potere, dell’estate 2007.

Parallelamente, a breve è annunciato un nuovo incontro al Cairo tra delegazioni di Fatah e Hamas, dopo i contatti dei mesi scorsi nello Yemen e in Senegal, ed il recente appello del Presidente Abu Mazen per superare la frattura interpalestinese, ed arrivare a ricostituire un governo di unità palestinese. All’origine della nuova posizione del Presidente dell’ANP, che lo a portato a superare la ferma pregiudiziale mantenuta fino a tempi recenti, con la richiesta preliminare di ripristinare la situazione precedente il colpo, restituendo Gaza al controllo della legittima autorità, vi è probabilmente la situazione di stallo del negoziato ufficiale con Israele che ha fatto seguito alla Conferenza di Annapolis, e il ripetuto annuncio della costruzione di nuove abitazioni negli insediamenti ebraici intorno a Gerusalemme: annuncio che si è attirato anche la ferma condanna di Condoleeza Rice. Così come influisce sicuramente la sempre più precaria situazione interna israeliana, con un leader sempre più in bilico, anche se pare ancora resistere come la Torre di Pisa.

Se i tempi del negoziato si allungano, diventa prioritario per i palestinesi rafforzare le linee interne, per presentarsi più forti e meno esposti ai futuri appuntamenti.

In  questi stessi giorni, vi sono notizie sempre più incalzanti sull’accordo che sarebbe stato raggiunto tra Israele e Hezbollah, per lo scambio tra alcuni prigionieri libanesi e i due soldati israeliani catturati nel luglio 2006, che sarebbero rilasciati a giorni, non si sa se ancora vivi. E contestualmente si moltiplicano le pressioni statunitensi e egiziane su Israele perché si ritiri dalla piccola zona ancora contesa ai confini con il Libano, le Fattorie di Shebaa. Pressioni che si propongono di consolidare le posizioni del moderato Sinora nei confronti dello stesso Hezbollah, uscito rafforzato dal lungo braccio di ferro per l’elezione del nuovo Presidente libanese Michel Suleiman, grazie al potere di veto di fatto concessogli sui principali atti di governo.

Infine, da un mese è stato ufficialmente annunciato l’avvio di negoziati indiretti tra Israele e Siria, grazie alla mediazione turca, il cui ultimo round si è concluso nei giorni scorsi con una comune soddisfazione espressa dalle parti. La Siria si sente più sicura anche per l’esito del prolungato confronto libanese, che come si è detto ha rafforzato il suo principale partner, l’Hezbollah  che ora è in grado di bloccare ogni decisione governativa di andare più a fondo sulle indagini per l’assassinio dell’ex presidente Hariri.

Sullo sfondo, resta la minaccia iraniana, che Israele agita incessantemente in tutti i suoi contatti internazionali, non senza ragione, ma con una posizione che non prende sufficientemente atto del cambiamento strategico in atto negli Stati Uniti verso Teheran, dalla vecchia posizione di confrontation a breve a una politica di conteinement di medio periodo, il che implica un riassetto, una stabilizzazione e una ridefinizione dei rapporti diplomatici e di sicurezza in tutta l’area. Come commentava nei giorni scorsi un editoriale di Haaretz, l’insistenza israeliana sul tema finisce per essere percepita come un elemento che alimenta la tensione, invece di contribuire a risolverla. Lo Stato ebraico, in sostanza, passa un po’ come l’ultimo soldato giapponese, che non sa che la guerra è finita.

Se questo è il quadro, non si può negare che la campagna del Presidente Bush contro l’”Asse del Male” non abbia prodotto esattamente i risultati sperati.

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