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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Africa e MO, Costringere la Cina a Intervenire
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 agosto 2011


In Africa e in Medio Oriente si stanno giocando partite diverse, ma entrambe molto rischiose per la stabilità internazionale.

Questa crisi politica sembra svolgersi in parallelo ma non in contatto con quella finanziaria ed conomica, che oramai richiede una soluzione a livello mondiale: gli eurobond (o la proposta più elaborata Prodi-Quadrio Curzio) possono essere utilissimi per noi, ma non sono la panacea di tutti i mali, e l'uscita dal dramma può avvenire solo con un tavolo che veda Stati Uniti, Ue e Cina darsi una disciplina monetaria comune e decidere come governare insieme il mondo, provando a dare una spinta alla crescita.

Ed è proprio su questo tavolo che andrebbero posti anche i dossier politici, in particolare Libia e Medio Oriente: la Cina sembra a prima vista non essere presente su questi scenari, ma se si pensa alla penetrazione di Pechino nel continente africano, non vi può essere dubbio che la "nuova" superpotenza abbia interesse - e debba riconoscere di averlo - nella soluzione della crisi di Tripoli e nella gestione di tutti i principali capitoli che interessano la stabilità geopolitica globale (debiti sovrani, materie prime, terrorismo, migrazioni, lavoro, etc).

La Cina fino ad oggi ha dato l'impressione di non voler assumere esplicitamente le responsabilità di superpotenza che oramai tutto il mondo le riconosce, preferendo un gioco silenzioso per lo più economico, ma non direttamente politico: questa fase può dirsi ormai conclusa, e Washington e Bruxelles devono costringere Pechino a scendere in campo, a co-governare il mondo, a spendere parola, influenza e moneta - e forse non solo quelle - perché questa crisi globale di governance possa iniziare a risolversi. E noi europei potremmo avere un ruolo fondamentale in questa dialettica fra "potenze riluttanti", per dirla con una espressione di Marta Dassù.

Non abbiamo bisogno solo di una nuova Bretton Woods, come dicono molti: facendo finta che questi paragoni (forse un po' deboli e troppo retorici) abbiano un senso, potremmo forse dire che c'è da organizzare anche una nuova Yalta. 

Speriamo di non dover pagare per questo il prezzo di una nuova guerra globale.

Francesco Maria Mariotti






Se Benedetto parla come Obama
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 7 giugno 2010


Lucia Annunziata, laStampa, 7 giugno 2010

Se è possibile mischiare cose che si muovono fra cielo e terra senza irriverenza, si potrebbe dire che il Santo Padre ieri si è espresso sul Medio Oriente come un democratico americano. Usiamo questa formula non per sminuire il discorso di Benedetto XVI, ma per sottolineare con chiarezza quanto di nuovo ci sembra sia emerso dal discorso con cui ha detto addio a Cipro, e dal documento che prepara il Sinodo sul Medio Oriente che si terrà a Roma in ottobre. 

La frase che certamente ha avuto più impatto, anche emotivo, riguarda la chiara definizione di responsabilità di Israele: «L’occupazione di Israele dei territori palestinesi sta creando difficoltà nella vita di tutti i giorni, impedendo la libertà di movimento, della vita economica e religiosa», ha detto il Papa, definendola «un’ingiustizia politica imposta ai palestinesi».

Ma è davvero questa una drastica presa di posizione? In realtà su Israele il Vaticano non ha mai avuto toni teneri. (...)

Più rilevante pare oggi una precisazione che sottolinea la gravità dell’occupazione: un atto, dice Benedetto XVI, «che nessun cristiano può giustificare con pretese teologiche». Il riferimento è fra i più duri, e coinvolge quell’enorme movimento di neo-evangelici (in Usa alcuni ne contano 50 milioni) che giustificano con il percorso della fine della storia, l’esistenza di Israele, e militano al suo fianco. È un fenomeno molto conosciuto negli Stati Uniti, che ha avuto il volto soprattutto del predicatore Jerry Falwell, uomo noto per il suo radicalismo repubblicano. 

Forse qui troviamo una chiave di volta del discorso del Papa. Forse è proprio la condanna di ogni estremismo, in qualunque religione, o meglio l’uso della religione come giustificazione di estremismo politico, ad essere il filo che percorre l’intervento di Benedetto XVI. 

Meno risalto hanno avuto ieri le sue parole sul mondo arabo, ma non sono state meno forti. 
Se la relazione con gli ebrei è stata definita «essenziale, benché non facile», quelle «tra cristiani e musulmani sono, più o meno spesso, difficili», ha detto il Papa. E ha introdotto una ragione di distanza fra mondo musulmano e visione cristiana di natura politica oltre che religiosa: «Soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini». Un taglio netto, e di profonda inconciliabilità, attuato intorno all’idea di cittadinanza, e che in maniera elegante parla dell’essenza di una dittatura.

Benedetto XVI, dunque, ieri non ha risparmiato critiche a nessuno dei protagonismi radicali in Medio Oriente: che sia l’esercizio delle armi di Israele, o il giustificazionismo in nome del Vangelo, o le dittature arabe. (...)

Con il suo discorso del Cairo agli arabi, Obama ha spostato lui stesso l’accento dalla ragione di questo o quello Stato, alle ragioni della cittadinanza: diritti umani, diritti civili, libertà, benessere, ovunque essi vengano violati. Un discorso che certamente ha in parte allontanato gli Usa dal loro ruolo di difensori senza se e senza ma di Israele, che però ha il merito di poter suonare la stessa campana dappertutto, e in tutte le orecchie. Dalla diplomazia, alla società civile, si direbbe in gergo europeo. 

Interessante è dunque che anche il Papa abbia parlato di cittadinanza da recuperare, nel senso dei valori di individuo e di libertà innanzitutto. Benedetto XVI si riferisce ai cristiani. Sappiamo qual è la sua preoccupazione su questo tema alla luce delle persecuzioni che i cristiani subiscono in tutti i Paesi arabi, certo non solo a Gaza o nei Territori ex Occupati della Cisgiordania. L’uccisione in Turchia di padre Padovese è ancora nella testa di tutti. 

La seconda occasione di Obama
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 2 settembre 2009


l'editoriale di Janiki Cingoli, dal sito del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Obama si appresterebbe a presentare, in vista della Assemblea Generale dell’ONU di fine settembre, una proposta complessiva di pace per il Medio Oriente. Un primo annuncio è stato dato alcune settimane fa dal ministro della Difesa israeliano Barak, che ha anticipato la richiesta di accogliere il piano. Sulla nuova proposta sono ritornati lo stesso Obama e Mubarak, nella conferenza stampa a conclusione della visita del presidente egiziano a Washington. L’annuncio sarebbe accompagnato da un vertice a tre, con il presidente USA, Netanyahu e Abu Mazen.


Non si sa molto delle caratteristiche del piano. Secondo alcuni potrebbe trattarsi dell’indicazione di un nuovo framework negoziale, con il ribadito richiamo alla Road Map,  l’indicazione del limite di due anni per la conclusione delle trattative, e la rivendicazione di un ruolo più attivo degli USA al tavolo negoziale. Secondo altri, si indicherebbero anche alcune essenziali linee guida sui contenuti, dando priorità alla definizione dei confini dei due stati, rispetto alla questione dei rifugiati e quella di Gerusalemme (malgrado la stretta interconnessione tra questi diversi problemi): ciò consentirebbe di svelenire la stessa questione degli insediamenti, una volta deciso quali tra essi sono destinati a restare israeliani. La proposta includerebbe in una fase successiva anche i contenziosi siriano e libanese, in modo da dare un assetto stabile a tutta la regione.

Il presidente USA, sicuramente, non parte da zero, e ha a disposizione un materiale abbondante e approfondito, dai “parametri” presentati nel 2000 da Clinton, al termine del negoziato di Camp David II, al verbale redatto da Moratinos a Taba, all’inizio del 2001, alla stessa proposta informale del Piano di Pace di Ginevra, del dicembre 2003, che fu appoggiata anche da Rahm Emmanuel, l’attuale Capo di Gabinetto di Obama.

Può interessare sapere che gli annessi particolareggiati di tale piano, i cosiddetti “Annex X”, che non erano stati completati, sono stati perfezionati nel dicembre 2008 a Torino, in un Seminario organizzato dal CIPMO (insieme ai Comitati di Ginevra israeliano e palestinese e al Ministero degli Esteri svizzero), e ora sono andati a integrare la documentazione a disposizione dello Staff presidenziale.

La presentazione del nuovo piano marcherà dunque un salto di qualità nella iniziativa USA, definendo le linee guida della pace possibile, a cui sarà difficile per ognuno delle parti in conflitto opporsi. Se ne sentiva il bisogno.

L’iniziativa mediorientale di Obama, annunciata con grande impatto nel suo discorso de Il Cairo, pare infatti essersi un po’ arenata. Malgrado le grandi attese suscitate soprattutto nel mondo arabo, i risultati sono ancora scarsi: il presidente USA, come sintetizza efficacemente Aluf Benn sul quotidiano israeliano Ha’aretz, si è trovato di fronte tre no: quello israeliano di congelare gli insediamenti, quello palestinese di riprendere il negoziato senza tale congelamento, quello arabo di intraprendere passi concreti in direzione del riconoscimento di Israele, per creare un clima propizio al negoziato.

Lo stesso giornalista ha d’altronde criticato la mancanza di una iniziativa di Obama in grado di parlare alla popolazione israeliana, parallela a quella presa verso il mondo arabo: la stessa sua visita al campo di sterminio di Buchenwald, effettuata il giorno dopo il discorso de Il Cairo, è sembrata più rivolta alla minoranza ebraica americana che alla società israeliana, che non ha visto in essa un gesto di riconoscimento delle ragioni fondative di Israele e dello stesso movimento nazionale ebraico, il sionismo. Ciò ha consentito uno spazio di manovra più ampio a Netanyahu, che nel suo braccio di ferro con gli Usa ha fatto perno su questo diffuso sentimento popolare: secondo l’ultimo sondaggio, solo il 12% della opinione pubblica del paese ritiene che il presidente USA sostenga gli interessi di Israele.

L’analisi del giornalista israeliano risulta in realtà un po’ sommaria, perché in questi mesi dei risultati importanti sono stati raggiunti: Netanyahu, nel suo discorso di risposta alle proposte del presidente USA, tenuto a Bar Ilan, ha finito per riconoscere il principio dei due stati per i due popoli, accettando l’idea di uno Stato palestinese purché esso sia demilitarizzato, Gerusalemme resti indivisa sotto sovranità israeliana, e palestinesi e arabi riconoscano Israele in quanto Stato ebraico. Condizioni ardue, certo, ma che non attenuano l’importanza del passo compiuto, che ha posto il leader israeliano al centro dello scenario politico e del consenso dell’opinione pubblica del suo paese. D’altro canto, il governo israeliano ha adottato significative misure per facilitare la circolazione dei palestinesi in Cisgiordania, rimuovendo molti dei blocchi stradali installati in questi anni dopo l’esplodere della seconda intifada.

Sulla questione del blocco degli insediamenti, l’inviato speciale USA, Mitchell, si è impegnato in un defatigante negoziato con gli israeliani, in particolare con il ministro della difesa Barak, che in questa fase si è proposto come principale interlocutore degli americani, sostituendosi di fatto all’impresentabile ministro degli Esteri Lieberman.

Al centro della trattativa, che dovrebbe essere finalizzato in queste settimane, la proposta di un congelamento a tempo delle costruzioni (si parla di 9 mesi), che non dovrebbe però riguardare le circa 2500 unità abitative già appaltate. Anche su Gerusalemme Est, resterebbe per Israele un margine di ambiguità e di manovra, anche se gli USA si riserverebbero libertà di critica. Per parte sua, il governo ha fatto trapelare la notizia del blocco dei nuovi relativi appalti pubblici , inclusi quelli riguardanti Gerusalemme Est, che però in realtà coprono meno della metà delle iniziative edilizie nelle colonie, in larga misura private. Esso si sarebbe inoltre impegnato a evitare altre iniziative provocatorie, quale la demolizione di abitazioni abusive o l’espulsione di famiglie palestinesi. Rispetto agli avamposti non autorizzati, Barak ancora una volta si è impegnato alla loro rimozione entro pochi mesi, anche se i coloni continuano a crearne dei nuovi.

Quanto ai palestinesi, Abu Mazen è uscito molto rafforzato dalla Conferenza di Al Fatah, la prima dopo venti anni, gestendo con equilibrio il processo di rinnovamento dell’organizzazione, eliminando la parte più impresentabile e sgangherata della vecchia guardia, e aprendo qualche spazio alla nuova guardia, capeggiata dal leader della seconda intifada, Marwan Barghouti, oggi detenuto nelle carceri israeliane, che si è classificato terzo nell’elezione del nuovo Comitato Centrale.

Il presidente dell’ANP ha retto la sfida di Hamas, che ha bloccato l’afflusso dei delegati provenienti da Gaza (a differenza di Israele che salvo rare eccezioni ha consentito l’ingresso ai delegati provenienti dall’estero, anche se coinvolti in atti di terrorismo), e ha fatto approvare un documento politico che rilancia in pieno la scelta negoziale, pur con qualche concessione verbale ai settori più militanti. Egli potrà, quindi, presentarsi al prossimo vertice come un interlocutore più credibile e munito di un ampio mandato politico, se non elettorale.

Infine, per quanto riguarda il mondo arabo, questo resta in generale attestato sulla linea del suo Piano di pace approvato a Beirut nel 2002, su iniziativa saudita, che condiziona il riconoscimento di Israele da parte di tutti gli Stati arabi alla restituzione dei territori arabi occupati nel ’67 e alla creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, insieme ad una soluzione “giusta e concordata” del problema dei rifugiati.

Tuttavia, Oman e Qatar (e probabilmente anche Tunisia e Marocco) avrebbero fatto sapere di essere disposti a accettare la riapertura degli uffici commerciali israeliani, chiusi all’esplodere della seconda intifada, se gli insediamenti vengono bloccati e il negoziato riparte. Resta invece ancora incerta la accettazione della richiesta USA di aprire lo spazio aereo e gli aeroporti arabi agli aerei di Israele, e di erogare visti turistici e di affari ai suoi cittadini.

I più riservati restano proprio gli autori del Piano arabo, i sauditi, probabilmente preoccupati per le aperture statunitensi all’Iran e che hanno la sensazione di essere tenuti ai margini dalla iniziativa del presidente USA, che ha fatto perno su Egitto e Turchia. L’Arabia Saudita si sarebbe comunque impegnata a erogare alcune centinaia di milioni di dollari al Governo palestinese di Ramallah.

Queste reciproche “confidence building measures”, per quanto parziali, sarebbero ugualmente annunciate in occasione del prossimo vertice di fine settembre.

Resta tuttavia l’impressione che l’iniziativa statunitense si sia dispersa in mille particolari, tralasciando il perno centrale, che resta il contenuto della pace possibile: la realtà, è che se non si conosce, almeno nelle grandi linee, dove si vuole arrivare, ognuno resta acquattato sulle sue posizioni, senza voler cedere anzitempo le carte che ritiene di avere in mano. Per questo il carattere della nuova proposta di Obama appare essenziale per rimettere in movimento la situazione. Essa deve essere attentamente calibrata e mirata, per non risultare ancora una volta un semplice annuncio di intenzioni, con il rischio di cadere nelle sabbie mobili di cui il Medio Oriente è disseminato.

Sullo sfondo, essenziali restano le grandi manovre sul nucleare iraniano, dopo il sanguinoso esito delle elezioni presidenziali in quel paese, con il pesante corollario delle susseguenti repressioni: si preannuncia un indurimento delle posizioni americane ed europee, che potrebbe facilitare, sull’altro versante, una maggiore flessibilità israeliana.


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permalink | inviato da franzmaria il 2/9/2009 alle 22:8 | Versione per la stampa
Quale futuro per il Medio Oriente?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 16 gennaio 2009


Scrivo mentre una "ultima ora" letta sul Corriere della Sera parla di una proposta di tregua da parte di Hamas: un anno contro il ritiro delle truppe israeliane e la revoca del blocco al territorio di Gaza.

Oggi Tzipi Livni volerà negli Stati Uniti, probabilmente per discutere il "cessate il fuoco" di "Piombo Fuso"; potremmo dunque essere alla svolta che il mondo attendeva con ansia, anche se dalla decisione alla messa in pratica potrebbero passare ancora diversi giorni, utili per consolidare i risultati sul terreno.

L'operazione militare era teoricamente giusta, e forse ha portato risultati positivi per Israele dal punto di vista strettamente militare; di contro ha però gettato su Gerusalemme l'ombra dell'"eccessiva durezza", della "sproporzione"; è ritornata l'immagine dello Stato militare contro la popolazione indifesa. E' inevitabilmente tornato il conteggio e i paragoni del numero di vittime. E nella riservatezza delle operazioni interne alla Striscia, il mondo dei media narra ancora di tutto, spesso senza un controllo preciso e senza una competenza tecnica che faccia distinguere cosa siano realmente i tracciati di luce che si vedono alla televisione, avvalorando così - ma spesso nell'imprecisione e nell'errore - le peggiori ipotesi.

Anche in questo caso, come in passato, però il problema non è nelle singole azioni od errori, ma è sostanzialmente politico: Israele sembra convinta - con moltissime ragioni, per la verità - che il mondo non capisca realmente il portato della tensione in Medio Oriente; da Gerusalemme si sono lette con molta chiarezza le "firme" iraniane dei nuovi missili che hanno superato la gittata dei "classici" Qassam e la "guida" siriana dal vertice di Hamas in esilio; e la preoccupazione è che il mondo non veda che la "guerra impossibile" in Gaza è una sorta di "sostituto" crudele di altre guerre, addirittura impensabili.

Quando il mondo seppe coalizzarsi contro l'Iraq che aveva invaso il Kuwait, Israele ebbe le rassicurazioni necessarie per non controbattere direttamente ai missili lanciati da Saddam Hussein. E la prima guerra del Golfo portò il Medio Oriente alla conferenza di Madrid, dove i Palestinesi - sotto "vesti" giordane  - cominciarono  a parlare con gli Israeliani; di lì - non direttamente, non in termini di conseguenza necessaria e automatica, con tutti gli "stop and go" e i "salti" che accompagnano le trattative diplomatiche fatte contemporanemente in posti diversi - si arrivò ad Oslo, a Rabin e Arafat che si stringono la mano.

La guerra del Golfo di Bush figlio, che aveva creato grandi perplessità in Israele fin dalla sua progettazione, ha lasciato un Medio Oriente frantumato e difficilmente governabile, aperto più di prima alle tentazioni terroristiche. In questo "paesaggio" Gerusalemme ha ritenuto di dover tentare di porre un argine chiaro e indiscutibile alle azioni di Hamas, che fossero proprie o per conto terzi.

Livni va a Washington a consegnare - più a Obama che a Bush - un risultato discutibile e difficile da difendere, ma probabilmente anche una situazione che può permettere al neopresidente americano di arrivare ad armi - si spera - silenti per tentare nuove strade, magari coinvolgendo l'Egitto - protagonista in primo piano della diplomazia parallela di questi giorni - e la Turchia, più discreta ma sempre infaticabile tessitrice del lavoro diplomatico nel Medio Oriente (si veda per questo l'analisi di Janiki Cingoli che riporto più sotto)

Se Livni o Barak dopo le elezioni di febbraio saranno ancora al governo, potrebbe essere realmente l'ora di un nuovo processo di pace: ma oltre al voto israeliano, sono tante le incognite di cui dovremo tenere conto. Fra queste, vorrei metterci il destino di un'Europa che potrà giocare un ruolo fondamentale (in particolare nelle trattative con l'Iran sul nucleare) se saprà trasformare la sua "cacofonia permanente" in una "polifonia concordata": oggi più che mai il Medio Oriente e il mondo hanno bisogno di una "forza gentile".

Francesco Maria Mariotti


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permalink | inviato da franzmaria il 16/1/2009 alle 2:53 | Versione per la stampa
MEDIO ORIENTE. IL DISGELO
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 27 giugno 2008


Segnalo e pubblico un intervento di Janiki Cingoli, direttore del Centro per la Pace in Medio Oriente. Approfitto per raccomandare il sito del CIPMO, sempre molto ricco e aggiornato, e dal quale di tanto in tanto trarremo - come oggi - qualche utile materiale per le nostre riflessioni.
FMM

Medio Oriente. Il disgelo
di Janiki Cingoli 
 

 
  Le notizie dal Medio Oriente testimoniano di una iniziale frattura della rigida impalcatura ideologica entro cui l’intera area si è trovata costretta durante la Presidenza Bush.

Da alcuni giorni è iniziata a Gaza la tregua tra Israele ed Hamas, grazie alla paziente mediazione dell’Egitto e del capo dei suoi servizi segreti, Omar Suleiman, che dovrebbe essere accompagnata da un allentamento della chiusura ai valichi di frontiera.

In una seconda fase, che dovrebbe culminare con lo scambio tra il caporale israeliano Shalit e un folto gruppo di prigionieri palestinesi, è prevista la riapertura stabile di tali valichi, con la presenza di forze di sicurezza dell’ANP (che inizierebbero così a rientrare a Gaza), egiziane ed europee. Tra sei mesi, poi, se la tregua dovesse reggere, essa potrebbe essere estesa anche alla Cisgiordania.

E’ evidente che tutto ciò comporta una notevole stabilizzazione del potere su Gaza di Hamas, che d’altronde ha dimostrato di saper far fronte, anche rafforzandosi, al lungo blocco economico imposto sulla Striscia dopo la sua presa di potere, dell’estate 2007.

Parallelamente, a breve è annunciato un nuovo incontro al Cairo tra delegazioni di Fatah e Hamas, dopo i contatti dei mesi scorsi nello Yemen e in Senegal, ed il recente appello del Presidente Abu Mazen per superare la frattura interpalestinese, ed arrivare a ricostituire un governo di unità palestinese. All’origine della nuova posizione del Presidente dell’ANP, che lo a portato a superare la ferma pregiudiziale mantenuta fino a tempi recenti, con la richiesta preliminare di ripristinare la situazione precedente il colpo, restituendo Gaza al controllo della legittima autorità, vi è probabilmente la situazione di stallo del negoziato ufficiale con Israele che ha fatto seguito alla Conferenza di Annapolis, e il ripetuto annuncio della costruzione di nuove abitazioni negli insediamenti ebraici intorno a Gerusalemme: annuncio che si è attirato anche la ferma condanna di Condoleeza Rice. Così come influisce sicuramente la sempre più precaria situazione interna israeliana, con un leader sempre più in bilico, anche se pare ancora resistere come la Torre di Pisa.

Se i tempi del negoziato si allungano, diventa prioritario per i palestinesi rafforzare le linee interne, per presentarsi più forti e meno esposti ai futuri appuntamenti.

In  questi stessi giorni, vi sono notizie sempre più incalzanti sull’accordo che sarebbe stato raggiunto tra Israele e Hezbollah, per lo scambio tra alcuni prigionieri libanesi e i due soldati israeliani catturati nel luglio 2006, che sarebbero rilasciati a giorni, non si sa se ancora vivi. E contestualmente si moltiplicano le pressioni statunitensi e egiziane su Israele perché si ritiri dalla piccola zona ancora contesa ai confini con il Libano, le Fattorie di Shebaa. Pressioni che si propongono di consolidare le posizioni del moderato Sinora nei confronti dello stesso Hezbollah, uscito rafforzato dal lungo braccio di ferro per l’elezione del nuovo Presidente libanese Michel Suleiman, grazie al potere di veto di fatto concessogli sui principali atti di governo.

Infine, da un mese è stato ufficialmente annunciato l’avvio di negoziati indiretti tra Israele e Siria, grazie alla mediazione turca, il cui ultimo round si è concluso nei giorni scorsi con una comune soddisfazione espressa dalle parti. La Siria si sente più sicura anche per l’esito del prolungato confronto libanese, che come si è detto ha rafforzato il suo principale partner, l’Hezbollah  che ora è in grado di bloccare ogni decisione governativa di andare più a fondo sulle indagini per l’assassinio dell’ex presidente Hariri.

Sullo sfondo, resta la minaccia iraniana, che Israele agita incessantemente in tutti i suoi contatti internazionali, non senza ragione, ma con una posizione che non prende sufficientemente atto del cambiamento strategico in atto negli Stati Uniti verso Teheran, dalla vecchia posizione di confrontation a breve a una politica di conteinement di medio periodo, il che implica un riassetto, una stabilizzazione e una ridefinizione dei rapporti diplomatici e di sicurezza in tutta l’area. Come commentava nei giorni scorsi un editoriale di Haaretz, l’insistenza israeliana sul tema finisce per essere percepita come un elemento che alimenta la tensione, invece di contribuire a risolverla. Lo Stato ebraico, in sostanza, passa un po’ come l’ultimo soldato giapponese, che non sa che la guerra è finita.

Se questo è il quadro, non si può negare che la campagna del Presidente Bush contro l’”Asse del Male” non abbia prodotto esattamente i risultati sperati.

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