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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Dichiarazione del Presidente Napolitano sulla manovra economica
post pubblicato in Comunità, il 5 settembre 2011


Comunicato

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rilasciato la seguente dichiarazione: 
"Nessuno può sottovalutare il segnale allarmante rappresentato dall'odierna impennata del differenziale tra le quotazioni dei titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi. E' un segnale di persistente difficoltà a recuperare fiducia come è indispensabile e urgente. Si è ancora in tempo per introdurre in Senato nella legge di conversione del decreto del 13 agosto misure capaci di rafforzarne l'efficacia e la credibilità. Faccio appello a tutte le parti politiche perché sforzi rivolti a questo fine non vengano bloccati da incomprensioni e da pregiudiziali insostenibili"

Roma, 5 settembre 2011

http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Comunicato&key=12202

Napolitano risponde con chiarezza e trasparenza ai cittadini
post pubblicato in Diario, il 6 marzo 2010


Invito tutti a leggere con attenzione la bella risposta Di Giorgio Napolitano a due cittadini che esprimono le posizioni opposte rispetto alla questione liste. (Sotto la firma ne cito una parte; sul sito del Quirinale l'integrale del documento)

Da notare che il Presidente della Repubblica sottolinea come tutti fossero d'accordo su una soluzione politica, e che questa sarebbe stata necessariamente legislativa.

Giorgio Napolitano non è ipocrita e spiega con nitore una questione che in realtà è sempre stata molto semplice e forse non meritava i toni esagitati che oggi sentiamo da alcune parti dell'opposizione.

Francesco Maria

(...) Si era nei giorni scorsi espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell'opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere - neppure in Lombardia - "per abbandono dell'avversario" o "a tavolino". E si era anche da più parti parlato della necessità di una "soluzione politica": senza peraltro chiarire in che senso ciò andasse inteso. Una soluzione che fosse cioè "frutto di un accordo", concordata tra maggioranza e opposizioni?
Ora sarebbe stato certamente opportuno ricercare un tale accordo, andandosi al di là delle polemiche su errori e responsabilità dei presentatori delle liste non ammesse e sui fondamenti delle decisioni prese dagli uffici elettorali pronunciatisi in materia. In realtà, sappiamo quanto risultino difficili accordi tra governo, maggioranza e opposizioni anche in casi particolarmente delicati come questo e ancor più in clima elettorale: difficili per tendenze all'autosufficienza e scelte unilaterali da una parte, e per diffidenze di fondo e indisponibilità dall'altra parte.
Ma in ogni caso - questo è il punto che mi preme sottolineare - la "soluzione politica", ovvero l'intesa tra gli schieramenti politici, avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti - dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano - che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge.
Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell'interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione - comunque inevitabilmente legislativa - potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura. (...)

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permalink | inviato da franzmaria il 6/3/2010 alle 20:27 | Versione per la stampa
Napolitano all'Università di Gerusalemme
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 27 novembre 2008


Ampi stralci della conferenza del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano all'Università ebraica di Gerusalemme

"E' con profonda riconoscenza ed emozione che accolgo questo alto riconoscimento da parte di un’istituzione unica nella sua ragione storica e culturale come l’Università ebraica di Gerusalemme. E mi rivolgo a voi per quel che rappresento, come Presidente di un paese legato al vostro da vincoli di amicizia e solidarietà divenuti nel tempo sempre più forti e vivi, e, guardando al passato, da memorie luminose di convivenza, di dialogo e di scambio, da momenti memorabili di comunanza ideale, e anche da genuini sforzi di superamento delle pagine più buie vissute dall’Italia nel secolo scorso e costate al popolo ebraico un duro prezzo di umiliazioni e sofferenze.Mi rivolgo a voi nello stesso tempo come rappresentante di un grande paese fondatore dell’Europa unita e come portatore di un messaggio europeista, nel quale è culminata la lunga esperienza politica da me attraversata tra tentativi ed errori, tra genuine scelte ideali e morali e drammatiche contraddizioni.
Voglio innanzitutto rendere omaggio a questa Università, che viene da lontano, dalle sorgenti stesse della cultura ebraica e dalle ragioni di fondo del movimento volto ad affermare l’identità del popolo e della nazione ebraica nel loro progressivo farsi Stato. L’identità: dunque la cultura e la lingua, cui la vostra università ha dato un contributo inestimabile, peraltro non chiudendosi in sé stessa, tenendo aperte le sue porte, dialogando con altre culture. E nulla, né le guerre e le tensioni succedutesi nella regione, né gli attacchi terroristici, vi hanno fermato nel vostro impegno e nel vostro lavoro. La storia della vostra Università è dunque inseparabile da quella dello Stato di Israele, costituendone-si può dire- un primo embrione fin da anni lontani e poi divenendone un possente fattore di radicamento e promozione, condividendone le prove e le traversie di decenni.
(...)
Mi riferisco a quel che è rimasto scolpito nella prima anticipazione del movimento per l’autodeterminazione del popolo ebraico e del disegno di uno Stato nazionale ebraico. Chi può dimenticare le parole con cui Moses Hess, profeta del sionismo, aprì il suo Roma e Gerusalemme – L’ultima questione nazionale (si era nel 1862)? “Con la liberazione della Città Eterna sulle sponde del Tevere, comincia la liberazione della Città Eterna sul Monte Moria ; con il rinascimento dell’Italia comincia quello della Giudea.”
Il nostro Risorgimento fu dunque fonte di ispirazione e di incoraggiamento per l’evolversi – a partire dalla seconda metà del XIX secolo – della coscienza ebraica nel senso della consapevolezza di rappresentare non solo una comunità religiosa ma un popolo e una nazione e di dover mirare al Ritorno nella terra di Palestina. Ma importante, agli albori del sionismo, fu la lezione, soprattutto, di Giuseppe Mazzini per suggerire un approccio alla questione nazionale che presentasse la più limpida impronta umanistica e universalistica. Così, se l’ideale e il progetto sionistico si collocarono nell’età dei nazionalismi, essi si caratterizzarono per la distinzione e distanza da approcci aggressivi e ambizioni di potenza.
   A questo pensavo quando – celebrando a Roma, nel Palazzo del Quirinale, il “Giorno della Memoria” della Shoah – denunciai, due anni orsono, l’antisionismo come travestimento dell’antisemitismo. Si, c’è chi – non avendo nel mondo di oggi il coraggio di dichiararsi antisemita – assume come bersaglio il sionismo, con esso identificando una presunta volontà di dominio. E così si dà un clamoroso esempio di immiserimento della politica, riducendola a strumentalismo fazioso, spogliandola di ogni dimensione storico-culturale. Vedo qui, in generale, una delle attuali malattie della politica, una delle cause del suo decadimento.
(...)
Parliamo dell’Europa. Il primo e il secondo conflitto mondiale, e la lunga notte di totalitarismo liberticida, di intolleranza, di esaltazione bellicista che cadde tra l’uno e l’altro, sfociando perfino nella mostruosa aberrazione della Shoah, ci hanno vaccinato contro gli antagonismi irriducibili, i revanscismi, le ideologie improntate alla volontà di sopraffazione e predominio, che abbiamo in ultima istanza identificato col nazionalismo. Di qui è nata la grande intuizione e la costruzione paziente dell’integrazione europea : l’autolimitazione volontaria delle sovranità nazionali, il passaggio a esperienze nuove di sovranità condivisa e a istituzioni sovranazionali anche se non con poteri esclusivi.
   Ma non è certo privo di significato il fatto che – nello sviluppo, fino ad abbracciare 27 Stati membri, della costruzione europea – ci si sia attestati sulla formula di una “Unione di Stati e di popoli”. L’integrazione non ha implicato la scomparsa degli Stati nazionali, come qualcuno poteva forse aver semplicisticamente immaginato all’indomani della seconda guerra mondiale ; né tanto meno ha implicato l’annullamento delle diversità e delle identità nazionali.
Direi anzi che ci si trova ormai di fronte all’esigenza di un equilibrio più difficile che in fasi precedenti dell’integrazione europea. Quelle che Moses Hess denunciava come “tendenze livellatrici dell’industria e della civiltà moderna”, sono apparse negli ultimi anni come minacciose tendenze livellatrici e soffocatrici proprie del nuovo processo di globalizzazione. Ed esse suscitano fenomeni di smarrimento nelle nostre società, timori di perdita delle rispettive identità e sicurezze.
   Ne nascono – in particolare per l’Unione europea – dilemmi molto seri. Da un lato l’esigenza di rivalutare radici storiche e culturali nazionali, anzi locali e nazionali, rassicurando rispetto allo spettro di una innaturale e prevaricatoria uniformità e insieme di una crescente impotenza di fronte alle logiche della globalizzazione e alle forze che la dominano.
Dall’altro lato, la necessità che in un mondo globalizzato e interdipendente, si dia una dimensione nuova, meno che mai strettamente nazionale, all’esercizio di poteri pubblici democratici capaci di incidere sul corso di processi che su scala mondiale tendono a sfuggire a ogni controllo.
   E’ quel che stiamo vivendo come non mai per effetto della crisi finanziaria che dagli Stati Uniti è dilagata attraverso tutte le frontiere. E’ dunque giuocoforza mettere l’accento contro le chiusure e i protezionismi nazionali – potremmo dire contro potenziali o velleitari ritorni ai nazionalismi di un tempo : è giuocoforza mettere l’accento, in Europa, su quel rafforzamento di meccanismi decisionali e istituzioni comuni, che invece trova ancora ostacoli nella miopia e debolezza, in troppi casi, delle classi dirigenti e delle leadership politiche nazionali. Rafforzando la sua capacità di integrazione e di azione unitaria, l’Europa può in pari tempo concorrere efficacemente a un’affermazione, più in generale, di nuove regole di governance globale in un mondo così diverso da quello di qualche decennio fa. Agire più di prima in una dimensione che superi i limiti nazionali, assumere così un ruolo di attore globale, è l’unico modo che ha l’Europa – e che con essa hanno i suoi singoli Stati membri – per evitare di scivolare ai margini del nuovo baricentro dell’economia mondiale e degli affari internazionali. Confido che la spinta ideale europeistica, sostenuta dalla forza delle cose, riesca a prevalere in modo da consentirci i nuovi progressi necessari.
   Ho voluto dire dei dilemmi che ripropongono, in termini – s’intende – radicalmente mutati, il tema del rapporto tra autocoscienza nazionale e visione universale dei problemi di oggi e del futuro comune : perché in questo quadro si colloca anche la riflessione su quel che è rimasto incompiuto o quel che oggi si presenta tuttora fragile dei processi di unificazione nazionale in paesi come l’Italia e Israele.
   In Italia non si è raggiunto l’obbiettivo – riconosciuto dallo Stato nazionale più di un secolo fa – dell’unificazione economica, sociale e civile tra le due grandi aree che concorsero al compimento dell’unità politico-istituzionale del paese : il Nord e il Sud, il Settentrione e il Mezzogiorno. Nonostante prolungati tentativi, le distanze sono rimaste rilevanti, si sono temporaneamente e solo parzialmente, in certi periodi, attenuate ; appaiono oggi ancora più grandi e allarmanti. Non si possono sottovalutare le tensioni e i rischi che ne derivano, per la coesione e l’unità nazionale.
 In quanto al vostro paese, la straordinaria rinascita della nazione ebraica ha condotto allo storico raggiungimento della fondazione dello Stato ebraico – e sono qui per celebrarne il sessantesimo anniversario. Si è così riportata nella esistenza ebraica – secondo una definizione di Shlomo Avineri – una nuova dimensione pubblica e normativa. Ma il vostro Stato non è giunto ancora all’approdo dell’universale riconoscimento in seno alla comunità internazionale e segnatamente nel contesto della regione mediorientale, all’approdo di un pieno consolidamento della sua sicurezza nei confini esterni e nella convivenza interna e del suo stesso, originale modello di sviluppo economico e sociale.
   Tale consolidamento passa indiscutibilmente attraverso la conclusione di un processo di pace tra Israele, la comunità palestinese e il mondo arabo. Israele, le sue forze dirigenti, i suoi statisti ne sono stati sempre coscienti. La lentezza e tortuosità del cammino verso un accordo che ponga completamente e definitivamente termine al conflitto israeliano-palestinese non deve né far dimenticare e sottovalutare tutte le tappe via via raggiunte né oscurare la consapevolezza che si è sempre manifestata da parte israeliana del comune vitale interesse all’avanzamento e alla conclusione di un processo di pace
(...)
Perché quel percorso proceda più sicuro e spedito, anche l’Europa deve fare la sua parte. L’Unione Europa, cui d’altronde Israele è legata da un solido e stretto rapporto di associazione, è chiamata a contribuire attivamente – con gli Stati Uniti, con la Federazione russa e in sintonia con l’Organizzazione delle Nazioni Unite – allo scioglimento dei nodi che ancora condizionano gli sforzi delle due parti. E io sento di potervi rivolgere un appello a guardare con fiducia all’Europa, a credere nella vicinanza e nell’impegno dell’Unione Europea, nella sua volontà e capacità di assolvere il ruolo che le spetta.
(...)
L’Europa e Israele non possono inoltre non condividere l’orizzonte mediterraneo. E’ attorno al Mediterraneo – un mare che ha unito e non diviso le civiltà sorte attorno alle sue rive nel corso dei millenni – che sono state costruite le fondamenta e sono stati creati i principi ispiratori della civiltà di tutto il mondo occidentale. Tra i principali protagonisti di questa storia plurisecolare sono stati i nostri due popoli, il popolo italiano e il popolo d’Israele. Senza Israele non ci sarebbero stati né il cristianesimo né l’islamismo, strumenti fondamentali di civilizzazione, oggi impegnati, insieme con l’ebraismo, pur tra molte contraddizioni, nella ricerca di una nuova, costruttiva comprensione fra le religioni abramitiche, di grande importanza anche al di là dell’ambito religioso. E ai messaggi profetici d’Israele si sono ancora ispirati, in secoli recenti, i padri di quegli ideali di libertà, di uguaglianza, di pace universale e di fratellanza, essenza della nostra civiltà liberale e democratica, divenuta oggi modello per tutta l’umanità.
   Orbene, se il nostro sguardo si volge al passato al presente e al futuro, noi siamo certi che i problemi attuali dei popoli rivieraschi del Mediterraneo, e la costruzione di un avvenire di progresso civile ed economico e di pace per tutti loro, potranno ancora ricevere un essenziale, fondamentale contributo da nazioni come la mia Italia, e come Israele, che non hanno dimenticato i valori e gli ideali del loro glorioso passato, e che sono oggi tra i portatori della civiltà contemporanea, nella cultura e nella scienza. Voi, come noi, potete essere ispiratori e partecipi del progresso di popoli variamente impegnati nella ricerca del benessere e della pace.
   (...)
La autonomia di giudizio che si può esprimere dovunque, e nella stessa Israele in quanto Stato democratico, verso determinate posizioni di chi ne rappresenta di volta in volta il governo, non deve mai scivolare sul terreno della delegittimazione di Israele. La preoccupazione che da parte nostra si avverte e si esprime per la condizione del popolo palestinese, e oggi in special modo per la dura condizione della gente di Gaza, non può mai mettere in ombra il problema a cui nessuna parte palestinese e araba deve sfuggire : il problema del pieno, inequivoco, coerente riconoscimento dello Stato di Israele, della sua legittimità, del suo diritto all’esistenza e alla sicurezza.
   Perciò ci turbano le reticenze che ancora permangono, ci indignano e ci allarmano le negazioni e le minacce che ancora si levano perfino con la voce di qualche Capo di Stato e di governo. E vi opponiamo il nostro richiamo alla storia tormentata di cui siamo stati partecipi o testimoni, il dovere sempre vivo della memoria – soprattutto – della tragedia dell’Olocausto. E lo facciamo avendo nella mente e nel cuore il ricordo degli ebrei italiani che furono tra i protagonisti dei moti risorgimentali, di quelli che diedero poi contributi di primo piano alla costruzione e al governo del nostro Stato unitario, di coloro che soffrirono nel nostro stesso paese le infami persecuzioni del regime fascista e dell’occupante nazista, di quanti hanno ridato vita a libere comunità ebraiche nella nuova Italia democratica.
   Vorrei ricordarvi anche studiosi e politici che in anni lontani già seppero riflettere sul cammino parallelo verso l’unità italiana e l’autoaffermazione ebraica: compreso Antonio Gramsci, che in una delle sue illuminanti note dal carcere fascista sottolineò, sulla scorta di uno scritto di Arnaldo Momigliano, come “la formazione della coscienza nazionale italiana negli ebrei valesse a caratterizzare l’intero processo di formazione” della nostra coscienza nazionale.
   Vorrei ricordare ancora le figure di eroi della nostra Resistenza e insieme della causa ebraica : e il nome che mi pare giusto citare è quello di Enzo Sereni, ebreo e antifascista italiano, che fu uomo di eccezionale levatura intellettuale e morale, come ancora emerge dalla lettura del confronto epistolare, a partire dagli anni ’20, con il fratello Emilio, sulla scelta discorde tra comunismo e sionismo; e che fu tenace combattente, impegnato egualmente nell’appassionata esperienza del Kibbuz Givat Brenner e in audaci missioni fuori della terra di Palestina, fino all’ultima che lo vide paracadutato nell’Italia occupata dai tedeschi, catturato e quindi deportato e assassinato a Dachau.
   E infine come non rendere omaggio a quegli italiani che, quasi a risarcimento delle colpe del fascismo scelsero di dare – con un corale apporto di religiosi – solidarietà e assistenza agli ebrei nel momento del rischio più grave, a quelli che qui sono stati onorati come “Giusti” diventando motivo di orgoglio per il nostro paese.
   E come non rendere omaggio al grande e nobilissimo scrittore che ha saputo tradurre la terribile esperienza, sua personale come ebreo italiano e dell’intero popolo ebraico, in capolavori di valore universale : il nostro e vostro Primo Levi.    Quanti fili, dunque, si sono intrecciati tra i popoli italiano ed ebraico nel quadro stesso della nostra storia nazionale e – dopo la nascita dello Stato di Israele – nella sfera dei rapporti internazionali.
   Fili antichi, fili nuovi, egualmente robusti e vitali. Essi costituiscono qualcosa di più perfino dell’amicizia : costituiscono una vera e propria comunanza di valori e di scelte ideali, il senso di un destino da costruire insieme nel segno della pace, della libertà, della giustizia sulle due sponde del grande mare su cui ci affacciamo, e in Medio Oriente, in Europa, in ogni regione del mondo."

La visita di Napolitano in Israele
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 25 novembre 2008


di Janiki Cingoli, Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, 25-11-2008 
 
Il Presidente Napolitano oggi torna in Israele ventidue anni dopo la sua prima visita, svoltasi nell’86. Chi scrive partecipò a quella missione, e contribuì a organizzarla. Essa rappresentò certamente un salto di qualità nel rapporto tra sinistra italiana, ed in particolare il PCI di allora, ed Israele: un rapporto che si era lacerato dopo la Guerra di sei giorni, e che solamente un paziente lavoro di ricucitura, ed anche una chiara battaglia politica verso residue soggezioni a unilateralistiche logiche di campo consentirono di superare.

L’apertura ad Israele del PCI (di cui Napolitano era allora il responsabile internazionale) rappresentò un messaggio di svolta, rivolto anche all’ebraismo italiano, ma sicuramente esso guardava agli Stati Uniti, presso cui egli stava svolgendo un paziente lavoro di accreditamento, ed anche alla Unione Sovietica, verso cui egli stesso fece pressioni, riuscendo a ottenere da Mosca una dichiarazione di attenzione alle esigenze di sicurezza dello Stato ebraico, nei limiti del rispetto delle esigenze nazionali palestinesi. Questo per dire che da quella visita scaturì un paziente lavoro di tessitura diplomatica, volto a superare i muri di incomunicabilità creati dal conflitto.

Ma vi fu un altro elemento che su cui si concentrò la riflessione, la questione del sionismo. La parola non aveva ancora corso libero nel PCI, e su questo il leader comunista era ancora prudente: ricordo una sera, trascorsa in un Kibbutz con tutta la leadership del MAPAM (il partito della sinistra socialista poi confluito nel Meretz), in cui la discussione si concentrò proprio sul sionismo, che gli israeliani chiedevano di riconoscere come legittimo movimento di liberazione nazionale. Quella sera Napolitano fu cauto: “ci abbiamo messo tanto – interloquì a un certo punto – a superare il marxismo-leninismo con il trattino, ed ora voi ci chiedete di adottare marxismo-sionismo”.

Ma quella discussione lasciò il lui tracce profonde, e se ne trova l’eco in quella dichiarazione del 29 gennaio 2007,  nel giornata della memoria, in cui egli affermò che era necessario combattere ogni forma di antisemitismo, “ anche quando esso si travesta da antisionismo perché significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele”. Ed ancora ieri, nella intervista al Corriere della Sera, egli tornava sulla questione, affermando che “il movimento sionista si ispirò in non piccola parte al pensiero di Giuseppe Mazzini, a una visione universalista delle aspirazioni all’indipendenza nazionale dei nostri popoli, di tutti i popoli”.

Un altro suo aspetto caratterizzante è la convinzione che essere amici di Israele non significa essere meno amici della parte palestinese: la battaglia per il riconoscimento del diritto all’esistenza e alla sicurezza dello Stato di Israele va di pari passo con quella per la costruzione di uno Stato palestinese. I due aspetti non configgono, ma si rafforzano vicendevolmente. L’uno non può essere raggiunto senza l’altro.

Quello di Napolitano è infine uno sguardo laico, non offuscato da pregiudizi ideologici, un approccio estremamente realistico. E certamente egli si sarà posto, in questi giorni della visita, il problema di cosa resti oggi del sionismo, e di quanto il processo accelerato di colonizzazione dei territori palestinesi abbia potuto deteriorare quel progetto.

La situazione politica che oggi troverà a Gerusalemme il nostro Presidente è densa di incognite: il processo diplomatico avviato un anno fa ad Annapolis non è arrivato a conclusione, anche per le dimissioni anticipate di Olmert in seguito agli scandali in cui era coinvolto, e le prossime elezioni anticipate non promettono molto di buono: secondo gli ultimi sondaggi, Netanyahu, il leader del Likud, avrebbe un netto vantaggio di oltre sei seggi sulla Livni, leader di Kadima, e il centro destra sarebbe in netto vantaggio sul centro sinistra, anche includendo in esso i partiti arabi.

Naturalmente, l’elezione di Obama può influenzare positivamente l’elettorato, ma il suo insediamento, il prossimo 20 gennaio, avverrà troppo a ridosso delle elezioni del 10 febbraio, e sarà difficile che il suo nuovo approccio, molto più realistico e scevro dagli apriorismi ideologici del suo precedessore, possa già dispiegare i suoi effetti.

E’ probabile che i nuovi governanti israeliani siano chiamati a scelte assai difficili: è nota l’attenzione che il nuovo Presidente USA porta al Piano arabo del 2002, che postula la restituzione dei territori occupati nel ’67, la creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, ed una soluzione “equa e concordata” del problema dei rifugiati, in cambio del riconoscimento e della pace con tutti gli Stati arabi. I margini di manovra potrebbero perciò decisamente restringersi: ma anche per questo gli elettori israeliani potrebbero preferire un negoziatore duro, proprio come Netanyahu.

Di tutto questo Napolitano discuterà certamente a fondo e senza autocensure, come solo un vero amico può fare.

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