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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Scrivi Kashmir, leggi Europa?
post pubblicato in Focus Europe, il 15 settembre 2010


E' sempre rischioso connettere eventi diversi e scenari politici distanti, ma la globalizzazione ci costringe all'"imprudenza" di una narrazione sintetica e terribilmente semplificatoria.
 
L'Occidente e l'Islam (è già utilizziamo due concetti troppo vasti, quasi "falsi" nella loro presunta omnicomprensività) sembrano essersi "fronteggiati" nei giorni scorsi su varie piazze del mondo: dagli Usa dei Corani da bruciare alla sfida costituzionale interna alla Turchia che guarda con ambiguità all'Europa, fino al Kashmir, dove i fondamentalisti musulmani usano il pretesto  - perché tale è - del pastore Jones per un nuovo attacco alle altre religioni presenti su quel territorio, in particolare ai cristiani. 
 
Pur rigettando la retorica dello "scontro di civiltà", dobbiamo porci il problema del futuro delle società liberali in questo "incontro conflittuale". Di questo parlano - negli articoli che propongo alla vostra riflessione - Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, e padre Gheddo.
 
Il problema non è ovviamente religioso: infatti il cristiano (per dire della fede di cui - forse - posso un po' rispondere personalmente) sa che sarà presto minoranza (anzi lo è già), e non ne ha paura; ma è un problema laicissimo e tutto politico - indipendentemente da qualsiasi identità culturale - capire come preservare gli spazi pubblici da tutti i fondamentalismi; e decidere di non arrendersi alla subdola autocensura dettata dalla paura e da un'errata concezione del rispetto delle identità altre.
 
Per dirla in breve: nel confrontarci con il complesso e variegato mondo islamico che è presente anche fra noi, non so se ci sia necessità di proibire come in Francia il velo integrale, ma certo non possiamo farci imporre un bavaglio.
 
Francesco Maria Mariotti
 
*****
 
NB: i grassetti dei brani che seguono sono miei
 
(...) La «prevedibilità» della violenza scatenata in India contro cristiani colpevoli solo di essere tali, non toglie niente alla sua inaccettabilità e pretestuosità. È solo l’ennesima manifestazione della dilagante e crescente intolleranza nell’Islam, una vera e propria malattia che sta soffocando le società dove l’Islam è religione maggioritaria, e che rischia di restringere gli spazi di libertà anche nelle nostre società. Che siano le vignette danesi, le provocazioni di un idiota o più sofisticate polemiche culturali, quando un qualunque imam leva la voce per scatenare la violenza è sicuro di trovare seguito e, troppo spesso, anche la connivenza delle autorità (basti pensare ai cristiani impiccati in Pakistan per blasfemia dopo «regolare processo»). Come ha sottolineato ieri Angelo Panebianco con l’abituale franchezza sul Corriere, «la “loro” malattia dovrebbe essere, ma non è, il nostro primo argomento di discussione».(...) I reverendi Jones dell'Islam, V.E.Parsi sulla Stampa
 
(...) La crescita della presenza islamica è un fatto irreversibile. Ma non è stata scritta la parola definitiva su quali rapporti si affermeranno fra musulmani e società europee. Nascerà, come si spera, un Islam «europeo», ove religione e piena accettazione dei princìpi occidentali di convivenza civile riusciranno a convivere? Oppure, prevarranno il rifiuto, la separazione e il conflitto? L’esito dipenderà, almeno in parte, dalle scelte degli europei: dalla loro capacità di valorizzare il ruolo dei leader non fondamentalisti, a scapito dei fondamentalisti, delle comunità musulmane, e dalle regole di convivenza che riusciranno a varare e a fare rispettare. E dipenderà anche dal loro impegno nel fronteggiare la sfida militare del radicalismo islamico nei molti luoghi in cui si manifesta. Poiché si ha a che fare con un sistema di vasi comunicanti, se il radicalismo islamico dovesse collezionare sconfitte nei vari angoli del mondo, ciò avrebbe effetti positivi sugli orientamenti prevalenti nelle comunità musulmane europee (fra i giovani, soprattutto). Così come effetti di segno contrario, negativi, avrebbero le vittorie del radicalismo islamico. Bisognerebbe però sbarazzarsi della tesi minimalista che molti hanno adottato in Occidente (e che contribuisce a spiegare, ad esempio, il tiepido appoggio europeo all’impegno Nato in Afghanistan): la tesi secondo la quale una minaccia globale non esiste, essendo i vari conflitti in cui opera il radicalismo islamico figli solo di circostanze e situazioni locali. (...) dal Corriere della Sera: Gli occhi chiusi dell'Occidente, di A.Panebianco
 
(...) Ironicamente i due stati rivali, nati dall’India imperiale britannica, concordano sul fatto che il Kashmir non debba essere indipendente, la soluzione che sembra invece preferire la sua popolazione. Il governo di Manmohan Singh che sta guidando l’elefante indiano sulla strada (ancora lunga) della superpotenza globale, ha tutto sommato trascurato il problema kashmiro, sperando forse di relegarlo in una dimensione locale. Ma il Kashmir è per certi aspetti una piccola Palestina, più esotica e meno dirompente certo, ma un fuoco che si autoalimenta, una tragedia di cui non si scorge la fine (...) 
 
(...) Va però registrato che da diversi anni, nella lotta per l’autonomia del Kashmir si sono infiltrati gruppi di musulmani radicali, sottomettendola a un progetto di stampo fondamentalista e legato alle lotte iraniane e medio-orientali. Ieri nelle manifestazioni si lanciavano slogan anti-indiani, ma anche anti-Usa e anti-Israele: un fatto, questo, alquanto nuovo nel panorama politico indiano. Il tentativo di islamizzare il Kashmir, eliminando le altre minoranze – sikh, indù e cristiane – è sempre più forte. (...)  da AsiaNews: I frutti di “Brucia il Corano”: scuola cattolica bruciata, due scuole protestanti nel mirino
 
(...) Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”.(...)
India - La strage di Mumbai e la questione del Kashmir
post pubblicato in Diario, il 1 dicembre 2008


da AffarInternazionali - 01/12/2008

di Eva Pföstl - direttore di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”
 
Tra le informazioni lasciate filtrare dalla polizia indiana (ma ancora incontrollate) c’è quella che il terrorista arrestato a Mumbai, nel corso della recente strage, sarebbe stato addestrato dal Laskar-e-taiba, formazione militare terroristica vicina ad al-Qaida, con il suo centro operativo nel Kashmir pachistano. Benché questo gruppo condivida con altri movimenti “jiahdisti” l’obiettivo strategico di instaurare un governo religioso fondamentalista in Pakistan, la sua particolarità è quella di essere anche legato alla guerriglia anti-indiana nella regione contesa del Kashmir.

Banco di prova per Usa e Ue
Avviene così che la strage di Mumbai finisca per porre all’Unione europea, a Obama e al suo futuro segretario di Stato Hillary Clinton una priorità che il consigliere del neo presidente per le politiche di sicurezza nel sud-est asiatico, Bruce Ridel, aveva già individuato: disinnescare la questione del Kashmir e con essa quella dei rapporti tra musulmani e induisti in una regione strategicamente vitale.

Sotto il profilo giuridico e politico il conflitto del Kashmir – occorre aggiungere lo Jammu, regione gemella del Kashmir indiano, perché oramai pienamente coinvolta nella guerriglia - è uno dei più complicati. Dal 1947 a oggi sono all'incirca quaranta le proposte ufficialmente avanzate per uscire dal pantano del Kashmir, ma nessuna ha ottenuto il consenso di tutte le parti in causa. (... continua sul sito AffarInternazionali)


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permalink | inviato da franzmaria il 1/12/2008 alle 23:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La strana disfatta
post pubblicato in Idee, il 30 novembre 2008


di Barbara Spinelli - La Stampa - 30/11/2008 
 
È importante ascoltare quello che dicono gli indiani, quando si parla degli attentati di mercoledì a Mumbai (ex Bombay). Quel che essi vivono è un 11 settembre: un bivio egualmente costernante.

Uno scoprirsi massimamente potenti, e massimamente vulnerabili. Così è per scrittori come Amit Chaudhuri o Suketu Mehta, autore di Maximum City. Così per Amartya Sen. Meno perentori degli occidentali, essi vedono mali interni e esterni al tempo stesso. Mali interni perché la modernizzazione (l’India incredibile della pubblicità bellissima che appare a intervalli regolari sulla Bbc) suscita rancori non illegittimi nelle minoranze musulmane, e arroganti estremismi negli indù. Mali esterni perché i terroristi s’addestrano spesso in Pakistan, nutrendosi d’un conflitto tra India e Pakistan che non scema. Secondo Sen urge affrontare ambedue le cause, ma non con i mezzi del 2001: il premio Nobel dell’economia non parla di guerre e civiltà. Dice che «la priorità è ristabilire l’ordine e la pace, per evitare effetti negativi sullo sviluppo economico» indiano.

La prova somiglia all’11 settembre, ma i dubbi sulla risposta crescono. La via americana ed europea non ha curato i mali, ma li ha acutizzati. Non ha portato ordine in Asia centrale e meridionale, ma esasperato discordie locali. Soprattutto ha banalizzato la guerra, ovunque: quando la superpotenza l’adopera come una delle tante opzioni e non come l’ultima, tutti precipitano nella rivalità mimetica. Così fa il Pakistan, per proteggersi dall’India e dalla sua influenza sull’Afghanistan. Così l’Iran, per evitare attacchi Usa a partire da Kabul. Così l’India, che sospetta connivenze tra Pakistan e terroristi. Nei servizi inglesi sta facendosi strada l’idea che la parola stessa - guerra - sia stata rovinosa. Ha nobilitato criminali comuni, tramutandoli in belligeranti. Ha strappato le radici ai conflitti riducendoli a uno scontro planetario tra società del terrore e del consenso, scontro teorizzato da Philip Bobbit e criticato da David Cole sulla New York Review of Books: come se il terrore fosse un valore attraente, paragonabile al comunismo nel XX secolo. Nell’ottobre scorso, sul Guardian, Stella Rimington, ex direttore dei servizi interni inglesi, ha detto: «Spero che il futuro presidente Usa smetta di parlare di guerra al terrore». La reazione all’11 settembre fu sproporzionata, l’erosione delle libertà civili «non necessaria, controproducente»: la guerra «fu un errore perché fece credere che il terrorismo potesse esser debellato con le armi».

Le maggiori sconfitte son quelle che capitano quando si combattono guerre con i manuali di ieri: lo storico Marc Bloch pensò questo, quando Hitler sgominò la Francia, e nel ’40 parlò di Strana Disfatta. Anche quella occidentale è una strana disfatta. Due guerre son state condotte come se il problema fosse tutto nell’ideologia di Al Qaeda. Come se all’origine del male non ci fossero modernizzazioni instabili in Asia, diseguaglianze detestate, conflitti regionali incancreniti.

La guerra può esser necessaria ma è cieca alla geografia, alla storia, ammantata com’è d’ideologia. Mette bandierine su mappamondi che non guarda. Se il Pakistan è divenuto luogo d’addestramento terrorista, è perché in quel Paese ci sono malattie sistematicamente trascurate. Categorie semplificatrici come guerra e terrorismo impediscono di vedere il lento divenire d’un Paese, incitano a usare le lenti del giornalista, che della storia vede solo la coda. Anche le guerre contro il terrore sono bolle: la realtà è ignorata, al suo posto se ne costruisce una immaginaria, utile a scopi mai raggiunti.

Non ha senso guerreggiare ancora in Afghanistan se non s’impara a guardare la geografia degli attori. Ai confini afghani: Asia centrale a Nord, Iran a Ovest, Pakistan a Sud-Est, Cina a Est. Ai confini indiani: Pakistan a Ovest, Cina e Myanmar a Est. Ai confini pachistani: Iran e Afghanistan a Ovest, Cina a Nord, India a Est. Le dispute, cruente, risalgono all’epoca coloniale britannica, quando tribù e popoli erano usati come cuscinetti, pedine. Questo fu, nell’800, il Grande Gioco anglo-russo sulla pelle afghana, indiana. Il Gioco mortificante continua.

Il Pakistan è nazione cruciale e invelenita, da decenni. La guerra afghana ha solo spostato il terrorismo, spingendolo nei covi pachistani da cui era partito durante l’occupazione sovietica, con l’aiuto Usa. Un’intera regione pachistana è governata da talebani, al confine afghano (le Aree Tribali amministrate federalmente, Fata). Insorti e terroristi prosperano con l’appoggio di parte dei servizi pachistani, e Islamabad fatica a monopolizzare la violenza perché di queste mafie teme di aver bisogno. Ha bisogno delle Aree Tribali per controllare l’Afghanistan, dei talebani per frenare quella che percepisce come minaccia indiana. Non bisogna dimenticare che Musharraf fiancheggiò Bush per combattere non i talebani, ma l’India: lo disse il 19 settembre 2001. Zardari, suo successore, tenta coraggiosamente il riavvicinamento all’India e il controllo dei servizi. Sarebbe disastroso considerarlo già ora un vinto.

Il Pakistan si sente in una tenaglia, minacciato di smembramento, e questo spiega tante sue debolezze. L’alleanza India-Afghanistan, la nuova complicità (anche nucleare) indo-americana: sono segni infausti per una potenza nucleare tuttora trattata come paria. C’è poi la Cina, che investe sempre più in Afghanistan. Sette anni sono infine passati dalla guerra, e la questione pachistana decisiva ancora non è stata affrontata. È la questione dei confini, sia con l’Afghanistan sia con l’India: a tutt’oggi scandalosamente indefiniti. Kabul contesta la linea Durand al confine col Pakistan, perpetuando il bisogno pachistano, lungo tale linea, di una zona pashtun super-armata anche se ribelle. Con l’India la frontiera è indistinta, senza accordo sul Kashmir. Ordine e pace presuppongono frontiere certe: l’Europa lo insegna. Il loro venir meno è un progresso, quando ex nemici stringono un’unione. Quando essa non c’è le frontiere indefinite si spostano nelle menti, divenendo mortifere.

La strana sconfitta nelle guerre anti-terrore rivaluterà forse gli esperti, a scapito degli ideologi. In un saggio su Foreign Affairs, due grandi esperti come Barnett Rubin e Ahmed Rashid indicano vie molto concrete, consistenti in negoziati diplomatici multipli e iniziative contro corrente. Il fatto che non comincino acutizza il sospetto diffuso che l’Occidente voglia guerre infinite, per controllare le risorse d’Asia centrale e contrastare la Cina. La vera lotta al terrorismo, per Rubin e Rashid, comincerà il giorno in cui si accetterà di distinguere fra breve e lungo termine, e tra combattenti e terroristi. Al Qaeda non è un’onnipotenza: vive perché gli insorti non hanno sbocco (Al Qaeda «è un’ispirazione, non un’organizzazione», scrive Bernardo Valli su la Repubblica). Con i talebani è ora di negoziare, per sconnetterli dal terrore. Alcuni loro leader hanno fatto capire che se le truppe Nato se ne vanno, s’impegneranno a non attaccare l’Occidente.

Un impegno bellico accresciuto in Afghanistan è pericoloso, senza questa rivoluzione diplomatica. Così com’è pericolosa l’idea di Robert Gates, segretario alla Difesa, secondo cui Kabul deve avere un esercito di 204 mila uomini - soldati e poliziotti - prima di un disimpegno Usa. Non solo l’Afghanistan non potrà pagarselo (Rubin e Rashid spiegano come il costo di simile forza, 3,5 miliardi di dollari, sia proibitivo anche se Kabul avesse una crescita annua del 9 per cento), ma la guerra continuerà a esser l’unica sua risorsa, e l’unica risorsa della regione intera. È questa spirale che alimenta i terrorismi, locali e mondiali. Non vederlo è suicida da parte dell’India, dell’Afghanistan, degli occidentali. Alimenta i peggiori sospetti sulle loro e le nostre intenzioni. 

La prima guerra di Obama
post pubblicato in Diario, il 30 novembre 2008


di Daniele Ranieri - Dal Sito del giornale Il Foglio - 29 novembre 2008  

Islamabad. Quando il primo giorno d’agosto 2007 il candidato democratico Barack Obama parlò finalmente di politica estera fece un discorso molto duro sul Pakistan e i commentatori pensarono tutti: “Dice così perché vuole dimostrare di poter reggere il confronto con il suo avversario più temibile, Hillary Clinton, ferratissima sulle questioni estere, ma deve evitare di pronunciare le parole Iraq e Iran, per non spiazzare la sua base: quindi, Pakistan”. Il senatore nero aveva detto: “Se sarò eletto nel novembre 2008, attaccherò gli obiettivi appartenenti ad al Qaida dentro il Pakistan, con o senza l’approvazione del governo pachistano”. Ora che è presidente eletto, Obama, ancora a Chicago in Illinois assieme al suo staff, sa che il Pakistan sta diventando la sua prima guerra. Pakistan ovviamente inteso come territorio fisico dello scontro con l’islamismo radicale e antioccidentale, infestato dai nemici, e non come nazione governata da un’amministrazione alleata. Il primo consigliere di Obama su queste cose è Bruce Riedel, analista della Cia fino al 2006 e già consulente di Bill Clinton. Nel 1998 preparò un dossier per il presidente spiegando che il paese doveva essere considerato e trattato come “l’area più pericolosa del mondo”. Islamabad guarda a Riedel con antipatia, perché lo considera troppo “filoindiano” sulle questioni sudasiatiche. Lui dice che l’Amministrazione Obama si concentrerà “molto più su Afghanistan e Pakistan di quanto ha fatto l’Amministrazione Bush e di quanto avrebbe fatto John McCain se avesse vinto le elezioni, perché è quello il fronte centrale della guerra contro al Qaida”.

In realtà, gli sforzi americani si sono già spostati sull’Asia del sud. A luglio l’Amministrazione di George W. Bush ha cambiato strategia per combattere gli estremisti fin dentro i loro covi sicuri delle Fata (Federally administrated tribal areas). Si tratta delle province tribali del Pakistan, al confine con l’Afghanistan e fuori dal controllo del governo. Il cambio di strategia è stato certamente preso d’accordo con la leadership pachistana, in un incontro segreto sulla portaerei Uss Abraham Lincoln in navigazione nel mezzo dell’Oceano indiano; ma pure oggi che la notizia è trapelata – con grave imbarazzo per la parte pachistana – Islamabad per salvare la faccia continua a protestare con sdegno “le violazioni da parte americana della propria sovranità territoriale”. Barack Obama ha già dato segno di voler continuare in blocco proprio questa strategia, confermando al loro posto i due uomini chiave: il segretario alla Difesa Robert Gates, un pragmatico che conosce bene l’area fin dai tempi del suo servizio nella Cia, e il generale David H. Petraeus, stratega del miglioramento “oltre ogni più rosea previsione” – sono parole di Obama – in Iraq.

Attacco stile spetsnaz
In che cosa consiste questo cambio di passo in Pakistan? George W. Bush con i suoi ha concordato tre modifiche importanti rispetto al passato. Le regole di ingaggio sono diverse: ora gli americani possono intervenire in territorio pachistano anche con squadre a terra e non più soltanto con attacchi dall’aria. E’ già successo, a settembre. Anche se sono raid veloci compiuti da reparti speciali, si tratta di azioni appena un gradino sotto all’intervento militare. Tanto più che – secondo informazioni non confermate dal Pentagono – gli americani hanno appena aperto una base con trecento uomini, mezzi blindati ed elicotteri in Pakistan, in una zona montagnosa proprio vicino alle aree tribali. Il secondo cambiamento riguarda la frequenza degli attacchi, che si è fatta frenetica, quasi quotidiana. Amir Mir, giornalista del quotidiano pachistano The News, è entrato in possesso di un rapporto ministeriale sui raid americani. Nel 2006 e nel 2007 furono dieci in tutto. Nei primi dieci mesi del 2008 sono stati 32. Di questi, almeno sedici in settembre e ottobre. A novembre gli americani hanno colpito il 7, il 14, il 19, il 21 e ieri. La maggioranza dei raid colpisce militanti stranieri che abitano le Fata per la condizione di meravigliosa impunità di cui hanno goduto negli anni scorsi. Il 19 ottobre i Predator senza pilota hanno ucciso Abdullah Azzam al Saudi. Come indica il nom de guerre, era un comandante saudita di livello medio-alto di al Qaida, con l’incarico specifico di tenere le relazioni con i talebani afghani. C’è anche il terzo cambiamento: gli attacchi americani non sono più confinati alle sette province tribali delle Fata, come in passato. L’accordo tra gentlemen in vigore con i pachistani fino a luglio – colpiamo noi dove voi non arrivate – è stato lasciato cadere: ora anche le aree sotto il pieno controllo del governo, se contengono bersagli importanti, sono considerate obiettivi. Come aveva detto Obama nell’agosto 2007.
Non è detto che dall’altra parte del fronte, dalla parte degli estremisti collusi con i servizi segreti pachistani, non abbiano anche loro cambiato passo. Secondo gli analisti, l’attacco a Mumbai ha tutte le caratteristiche in stile spetsnaz (le unità speciali sovietiche infiltrate in occidente durante la Guerra fredda) di un’operazione militare già pianificata in caso di guerra tra India e Pakistan per colpire le città dietro le linee nemiche. Mappe, rotte, obiettivi, sequenze d’attacco: tutto era già pronto da tempo, e poi è stato passato ai volontari islamisti.

INDIA SOTTO ATTACCO
post pubblicato in Diario, il 27 novembre 2008


Il braccio in India, la mente nell'ombra, di CLAUDIO GALLO, la Stampa, 27 novembre 2008

Mumbai, la vecchia Bombay dei portoghesi e dei britannici, è tornata a calcarsi in testa l’elmetto dell’emergenza terrorismo dopo poco più di due anni dai sanguinosi attacchi ai treni dell’11 luglio del 2006. La città deliziosamente indolente dove Rushdie ambientò i «Figli della Mezzanotte», diventata capitale della finanza nell’India della bomba atomica e dei voli lunari, è di nuovo in ginocchio per un attacco terroristico. Soltanto sei settimane fa un’ondata di attentati nei mercati più popolosi di Delhi aveva provocato venti morti.

Il terrorismo islamico è da subito l’imputato ma è una definizione che spiega molto poco perché è soltanto una cornice generale. Certo, ad alcune televisioni indiane è arrivata via e-mail la rivendicazione del gruppo di fuoco «Guru-Al Hindi», che farebbe parte dei «mujaheddin del Deccan», un gruppo sconosciuto che non dice nulla. Anche la motivazione dell’attacco, la volontà di vendicare i soprusi della polizia indiana sui musulmani di Mumbai, sembra inconsistente di fronte all’ampiezza e alla dimensione militare dell’attacco. A questo punto, poche ore dopo un grande attentato, spunta immancabilmente il nome di Lashkar-i-Toiba, l’«Esercito dei puri», l’organizzazione terroristica islamista, nata in Afghanistan nel 1991, che si è fatta un nome soprattutto nella guerra sporca per il Kashmir, dove dal 1993 si è distinta per l’efficenza militare e la crudeltà degli attacchi contro i civili non musulmani. Il gruppo ha firmato i principali attentati degli scorsi anni in India, dall’attacco al parlamento di Delhi del 2001 agli attentati di Mumbai due anni fa.

Lashkar-i-Toiba, nella liste delle organizzazioni terroriste del Dipartimento di Stato americano, considera hindu ed ebrei nemici da distruggere. Il quartier generale del gruppo è a Lahore, in Pakistan, dove addestrerebbe i militanti che vanno poi a combattere in Kashmir. E’ facile immaginare che un’organizzazione del genere non possa operare nel Paese senza il consenso dell’Isi, i potenti servizi segreti pakistani, gli inventori dei taleban, la cui regia oscura è postulata in qualsiasi complotto terroristico dall’11 settembre in poi. Molte delle intricate e multiformi sigle dell’intelligence indiano staranno facendo in questi istanti una serie di collegamenti simili ma purtroppo non è così facile. Inoltre sembra certo che Lashkar-i-Toiba proprio a Mumbai conti sull’appoggio della rete criminale di Dawood Ibrahim, un gangster che alla fine viene sempre tirato in ballo quando una bomba scoppia in città. La D-Company, l’organizzazione di Dawood, 53 anni, in cima alla lista dei ricercati dell’Interpol, quarto nella lista di Forbes dei dieci criminali più detestati al mondo, sarebbe attiva lungo tutta la costa occidentale dell’India. La sua rete è una base logistica formidabile per qualsiasi organizzazione terrorista. Inutile dire che molti in India credono che Dawood sia nascosto in Pakistan.

La catena di comando, che andrebbe dall’Isi ai terroristi islamici, non è oggi così scontata. Negli ultimi tempi il presidente pachistano Zardari si è prodigato in gesti distensivi, rassicurando gli ex nemici indiani che Islamabad non userà mai per prima l’atomica. E solo due giorni fa una delegazione delle agenzie investigative pachistana e indiana si sono incontrate per un accordo di cooperazione sulla sicurezza comune. Anche questa volta, come per le stragi del 2006, si affaccia lo spettro di Al Qaeda, che potrebbe aver prestato la sua regia globale a un conflitto tradizionalmente regionale. Già nella notte la polizia starà interrogando non troppo gentilmente i terroristi catturati. Oggi sarà il giorno delle piste, vedremo se porteranno da nessuna parte, o in troppi luoghi come in passato. 

«Il nome non conta. Questa è Al Qaeda» - L'analisi di Ahmed Rashid, dal Corriere della Sera

Mumbai-America. Il ritorno della paura - Fronte unico dall'Afghanistan al Pakistan via India. Con gli Stati Uniti nel mirino, dal Corriere della Sera

Le carte - Strage Mumbai: gli attacchi in India, da Limes

L'analisi di Limes sui precedenti attacchi terroristici in India

La strage al Marriott
post pubblicato in Comunità, il 22 settembre 2008


«Dietro la strage al Marriott anche 007 stranieri» da Corriere della Sera del 22 settembre 2008, pag. 13, di Lorenzo Cremonesi

Nessuno lo dice ufficialmente. Ma tanti in Pakistan sono convinti che dietro il grave attentato contro l’hotel Marriott di Islamabad due giorni fa vi sia anche la «lunga mano» dei servizi segreti indiani. Lo affermano a bassa voce nei ministeri e nei circoli di governo. Ai media i portavoce della polizia ripetono che si deve guardare alla «pista talebana». Ma poi anche i dirigenti del maggior partito di opposizione, la Lega Islamica guidata da Nawaz Sharif, aggiungono che le cellule di Al Qaeda o dei loro alleati talebani «sono aiutate da New Delhi per destabilizzare il Pakistan». Intervistato dal Corriere lo stesso Sharif ieri sera si è rifiutato di condannare pubblicamente i talebani e le forze dell’estremismo islamico. Nel frattempo il numero dei morti confermati dal ministero dell’Interno sale a quota 53 (tra loro anche l’ambasciatore ceco e due alti militari americani). I feriti sono oltre 260. Si cerca ancora tra le macerie fumanti. Tra i dispersi è segnalato un diplomatico danese. (...)

Il sogno infranto all’hotel Marriott da La Repubblica del 22 settembre 2008, pag. 1, di Mohsin Hamid

Ricordo ancora quella nuotata con un’amica italiana nella piscina dell’Hotel Marriott di Islamabad qualche anno fa. Sembrava rilassata, lei. L’idea che un uomo di pelle scura nuotasse accanto a una donna di pelle bianca le pareva del tutto normale. Io, invece, mi sentivo leggermente a disagio. Mi rendevo conto che quella piscina - dove persone di entrambi i sessi e di ogni nazionalità possibile nuotava in tutta tranquillità davanti a degli sconosciuti - offriva una vista davvero insolita per il mio Paese.   Sabato scorso quell’albergo è stato distrutto da un’autobomba. Gli attentatori probabilmente speravano di fare delle vittime tra gli stranieri che vi alloggiano di frequente, ma anche di dimostrare che perfino l’albergo più sicuro nel centro della capitale era vulnerabile e alla loro portata. L’Hotel Marriott però è stato preso di mira anche per motivi simbolici: è infatti il luogo nel quale il Pakistan si mescola per così dire con il mondo esterno. E’ un luogo nel quale i confini culturali sono confusi e spesso violati. Rappresentava molte delle cose che gli estremisti più violenti odiano maggiormente, poiché gli estremisti vogliono costituire un Pakistan puro, un cosiddetto "Stato islamico". Così l’attentato avrebbe costituito, per così dire, una vittoria perle forze dell’estremismo religioso. (...)
 
Obama e McCain "Al Qaeda si batte dentro il Pakistan" da La Stampa del 22 settembre 2008, pag. 13,
di Maurizio Molinari

Il kamikaze che ha distrutto l’hotel Marriott di Islamabad aveva per obiettivo la sede del Parlamento o l’ufficio del primo ministro. La polizia pakistana ha ricostruito i momenti precedenti alla deflagrazione che ha causato almeno 53 vittime - ma il bilancio continua ad aumentare con il progressivo recupero delle salme - arrivando alla conclusione che si è trattato di un piano che puntava a colpire la leadership politica della nazione. I terroristi hanno adoperato come mezzo un camion carico di materiali da costruzione perché a Islamabad sono fra i pochi veicoli che hanno l’autorizzazione a circolare anche dopo il tramonto. A bordo vi erano circa 600 kg di esplosivo ad alto potenziale assieme a mine e proiettili d’artiglieria. L’autista-kamikaze si è prima diretto con il camion bomba verso la sede del Parlamento, dove aveva appena finito di parlare il neo-presidente Asif Ali Zardari insediatosi due settimane fa, ma ha trovato la strada bloccata da troppe protezioni. Subito dopo ha tentato di ripiegare sulla sede dell’ufficio del premier, Yousuf Raza Gilaani, ma anche qui si è reso conto che non sarebbe riuscito ad avvicinarsi a sufficienza all’edificio. Solo a questo punto il camion ha invertito la marcia, avvicinandosi all’hotel Marriott dove in quel momento c’erano circa 200 persone nel ristorante per la rituale cena di Ramadan. (...)

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