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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Prova di orchestra
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 24 settembre 2009


L'editoriale di Janiki Cingoli, Direttore del centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Il vertice a tre tra Obama, Netanyahu e Abu Mazen, tenutosi a New York non è stato solo una   photo opportunity. La stretta di mano tra i leader israeliano e palestinese ha messo fine ad una incomunicabilità che durava dalla vittoria elettorale di Netanyahu.

Ma l’incontro ha dato modo soprattutto ad Obama di esternare tutta la sua impazienza per il prolungato palleggio negoziale israelo-palestinese, che nelle scorse settimane ha costretto il suo Inviato Speciale George Mitchell ad una spoletta defatigante e senza risultato.(...)

Nelle prossime settimane i contatti di Mitchell con le due delegazioni presenti a New York e tra le due delegazioni dovrebbero ripartire, sotto la supervisione della stessa Hillary Clinton, per arrivare poi a metà ottobre ad un qualche avvenimento ufficiale per la riapertura dei negoziati, già si parla di un possibile vertice a Sharm El-Sheikh.

Nella valutazione del vertice, occorre tener conto di una osservazione assai acuta fatta da Aluf Benn, sul quotidiano israeliano Ha’aretz: l’approccio di Obama è diverso da quello dei precedenti presidenti USA, da Clinton a Bush, che hanno iniziato ad occuparsi di Medio Oriente a fine mandato: egli è all’inizio, ha davanti i prossimi quattro anni e probabilmente sarà rieletto. Per lui il problema non è sottoscrivere un documento (non a caso anche in questo vertice non si è discusso su un possibile comunicato congiunto), è raggiungere l’obbiettivo in una ottica di medio termine, incamerando risultati successivi. Li ha già ottenuti, parzialmente, con Netanyahu, che è stato costretto a accettare la piattaforma due stati due popoli, pur tra mille limitazioni, ha rimosso molti dei blocchi stradali in Cisgiordania e ora è costretto a misurarsi con la questione degli insediamenti; li ha ottenuti in termini di sicurezza dai palestinesi, ed ora i due servizi di sicurezza israeliano e palestinese collaborano come mai prima; e sta cercando di ottenerli da alcuni stati arabi, in termini di passi concreti e intermedi in direzione del riconoscimento di Israele. In questa prospettiva, il vertice va considerato come una tappa, certo rilevante, ma non determinante.

Tuttavia, il disagio crescente per il caotico sviluppo dei contatti negoziali delle ultime settimane deve essere stato assai acuto, nel Presidente USA, se ha sentito il bisogno di convocare il vertice per esprimere la sua posizione e la sua determinazione ad andare avanti, ignorando tutti i rifiuti ricevuti dalle parti in causa, e la crescente confusione che si era venuta determinando.

Viene in mente il film di Fellini, “Prova di orchestra”, quando ogni musicista suona per conto suo, finché non arriva il suono del grande gong, e tutto rientra nell’ordine. Anche a New York il gong di Obama ha suonato, ma non è detto che il concerto cominci.


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permalink | inviato da franzmaria il 24/9/2009 alle 21:55 | Versione per la stampa
Quelle folle imponenti
post pubblicato in Idee, il 11 gennaio 2009


La Stampa, 11/1/2009 - VITTORIO EMANUELE PARSI
 
Numeri imponenti, quelli di ieri a Milano, che fanno impallidire quelli registrati pochi giorni fa sul sagrato del Duomo. Il fatto che il teatro della preghiera collettiva con cui si è conclusa la manifestazione pro Palestina sia stato diverso, il piazzale antistante la Stazione Centrale, consente di far chiarezza almeno su una cosa. Ciò che ci colpisce non ha nulla a che fare con l’ipotetico affronto o la meno ipotetica mancanza di delicatezza verso la religione ampiamente maggioritaria in Italia (ne scriveva sulla Stampa di ieri Gian Enrico Rusconi).

No, il punto è un altro e, evidentemente, molto più importante per la civile convivenza in una società composita culturalmente e per le istituzioni doverosamente laiche della Repubblica. Il punto è che la politicizzazione delle molte decine di migliaia di individui di religione islamica presenti nel nostro Paese sta avvenendo su un tema che incorpora, nella sua storia, sessant’anni di violenza e di rabbia: talvolta latente, talvolta esplosiva. Il punto è che ciò si manifesta nel momento in cui una «tregua duratura» tra Hamas e Israele sembra essere lontana e mentre le posizioni appaiono, se possibile, radicalizzarsi ulteriormente. Il punto infine è che, in queste condizioni e su questi temi, il rischio che organizzazioni politiche affini o vicine a Hamas (e, più in generale, al mondo del fondamentalismo islamista radicale) diventino le «beneficiarie naturali» di questa politicizzazione è estremamente elevato.

È in sé un fattore positivo che i cittadini stranieri che lavorano in Italia si organizzino politicamente per far valere i propri diritti, i propri interessi e le proprie aspettative. Ma non è indifferente, rispetto alla possibilità di una convivenza non programmaticamente conflittuale, che ciò avvenga nel nome di valori di un tipo o di un altro, sull’onda di una spinta all’integrazione o di fenomeni, come la guerra, che polarizzano e aiutano a trovare le ragioni dello scontro e della diversità esibita e brandita come un’arma, invece che impiegata come uno strumento di arricchimento complessivo della società.

Le manifestazioni pro Palestina di questi giorni, che avvengono un po’ in tutto il continente, sono legittime, in questa Europa costruita sui valori della tolleranza e della libertà. E noi vogliamo che resti tale. Guai a chi, impaurito, lo dimenticasse. Bene ha fatto il presidente del Consiglio a ricordarlo concretamente, liquidando la proposta leghista di far pagare una tassa sul permesso di soggiorno, quasi in una riedizione banalizzata della «vendita delle indulgenze» di infausta memoria. Ma chi marcia e prega per i propri «fratelli nell’Islam» deve essere consapevole che la libertà non è garantita dalle regole e dal loro rispetto, ma è costruita sulle regole e sul loro rispetto. L’entità di queste manifestazioni ci ricorda anche che il mondo arabo è parte del nostro mondo, e che i governi occidentali hanno uno speciale interesse a contribuire il più rapidamente possibile al raffreddamento di questa crisi, prestando tutta la loro disponibilità alla realizzazione del piano franco-egiziano per una forza internazionale a Gaza.  

Altri scenari da non dimenticare
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 13 agosto 2008


(...) Il nodo di Hamas, che controlla Gaza, e senza il cui apporto non può esserci alcuna pace in Palestina, si fa sempre più drammatico, anche per l’insorgere di aspri contrasti al suo interno, ma non sono migliorati neppure i rapporti tra Israele e i moderati dell’Anp, se Olmert ha dichiarato che nessun accordo è prevedibile entro il 2008, come sperava Bush. Lo stesso Olmert sta per lasciare il governo, travolto da accuse giudiziarie, e se il suo successore dovesse essere il falco Netanyahu, o anche l’attuale viceministro della Difesa, Mofaz, l’unica cosa da attendersi è un irrigidimento di Israele, non solo verso i palestinesi, ma anche verso la Siria e l’Iran. Mofaz, ma anche il suo capo, Barak, altro possibile successore di Olmert. Sono sempre più frequenti le «fughe di notizie» su piani di attacco israeliano ai siti nucleari iraniani, anche se si spera che sia solo uno strumento di pressione, mentre non si è certo alleggerita la situazione libanese, nonostante il «riconoscimento» siriano.(...)
Medio Oriente, l'arbitro resta l'America (la Stampa)

Attentato in Libano

Aumenta la concentrazione militare nel Golfo (Asia News)
La visita di re Abdullah in Iraq (Asia News)


MEDIO ORIENTE. IL DISGELO
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 27 giugno 2008


Segnalo e pubblico un intervento di Janiki Cingoli, direttore del Centro per la Pace in Medio Oriente. Approfitto per raccomandare il sito del CIPMO, sempre molto ricco e aggiornato, e dal quale di tanto in tanto trarremo - come oggi - qualche utile materiale per le nostre riflessioni.
FMM

Medio Oriente. Il disgelo
di Janiki Cingoli 
 

 
  Le notizie dal Medio Oriente testimoniano di una iniziale frattura della rigida impalcatura ideologica entro cui l’intera area si è trovata costretta durante la Presidenza Bush.

Da alcuni giorni è iniziata a Gaza la tregua tra Israele ed Hamas, grazie alla paziente mediazione dell’Egitto e del capo dei suoi servizi segreti, Omar Suleiman, che dovrebbe essere accompagnata da un allentamento della chiusura ai valichi di frontiera.

In una seconda fase, che dovrebbe culminare con lo scambio tra il caporale israeliano Shalit e un folto gruppo di prigionieri palestinesi, è prevista la riapertura stabile di tali valichi, con la presenza di forze di sicurezza dell’ANP (che inizierebbero così a rientrare a Gaza), egiziane ed europee. Tra sei mesi, poi, se la tregua dovesse reggere, essa potrebbe essere estesa anche alla Cisgiordania.

E’ evidente che tutto ciò comporta una notevole stabilizzazione del potere su Gaza di Hamas, che d’altronde ha dimostrato di saper far fronte, anche rafforzandosi, al lungo blocco economico imposto sulla Striscia dopo la sua presa di potere, dell’estate 2007.

Parallelamente, a breve è annunciato un nuovo incontro al Cairo tra delegazioni di Fatah e Hamas, dopo i contatti dei mesi scorsi nello Yemen e in Senegal, ed il recente appello del Presidente Abu Mazen per superare la frattura interpalestinese, ed arrivare a ricostituire un governo di unità palestinese. All’origine della nuova posizione del Presidente dell’ANP, che lo a portato a superare la ferma pregiudiziale mantenuta fino a tempi recenti, con la richiesta preliminare di ripristinare la situazione precedente il colpo, restituendo Gaza al controllo della legittima autorità, vi è probabilmente la situazione di stallo del negoziato ufficiale con Israele che ha fatto seguito alla Conferenza di Annapolis, e il ripetuto annuncio della costruzione di nuove abitazioni negli insediamenti ebraici intorno a Gerusalemme: annuncio che si è attirato anche la ferma condanna di Condoleeza Rice. Così come influisce sicuramente la sempre più precaria situazione interna israeliana, con un leader sempre più in bilico, anche se pare ancora resistere come la Torre di Pisa.

Se i tempi del negoziato si allungano, diventa prioritario per i palestinesi rafforzare le linee interne, per presentarsi più forti e meno esposti ai futuri appuntamenti.

In  questi stessi giorni, vi sono notizie sempre più incalzanti sull’accordo che sarebbe stato raggiunto tra Israele e Hezbollah, per lo scambio tra alcuni prigionieri libanesi e i due soldati israeliani catturati nel luglio 2006, che sarebbero rilasciati a giorni, non si sa se ancora vivi. E contestualmente si moltiplicano le pressioni statunitensi e egiziane su Israele perché si ritiri dalla piccola zona ancora contesa ai confini con il Libano, le Fattorie di Shebaa. Pressioni che si propongono di consolidare le posizioni del moderato Sinora nei confronti dello stesso Hezbollah, uscito rafforzato dal lungo braccio di ferro per l’elezione del nuovo Presidente libanese Michel Suleiman, grazie al potere di veto di fatto concessogli sui principali atti di governo.

Infine, da un mese è stato ufficialmente annunciato l’avvio di negoziati indiretti tra Israele e Siria, grazie alla mediazione turca, il cui ultimo round si è concluso nei giorni scorsi con una comune soddisfazione espressa dalle parti. La Siria si sente più sicura anche per l’esito del prolungato confronto libanese, che come si è detto ha rafforzato il suo principale partner, l’Hezbollah  che ora è in grado di bloccare ogni decisione governativa di andare più a fondo sulle indagini per l’assassinio dell’ex presidente Hariri.

Sullo sfondo, resta la minaccia iraniana, che Israele agita incessantemente in tutti i suoi contatti internazionali, non senza ragione, ma con una posizione che non prende sufficientemente atto del cambiamento strategico in atto negli Stati Uniti verso Teheran, dalla vecchia posizione di confrontation a breve a una politica di conteinement di medio periodo, il che implica un riassetto, una stabilizzazione e una ridefinizione dei rapporti diplomatici e di sicurezza in tutta l’area. Come commentava nei giorni scorsi un editoriale di Haaretz, l’insistenza israeliana sul tema finisce per essere percepita come un elemento che alimenta la tensione, invece di contribuire a risolverla. Lo Stato ebraico, in sostanza, passa un po’ come l’ultimo soldato giapponese, che non sa che la guerra è finita.

Se questo è il quadro, non si può negare che la campagna del Presidente Bush contro l’”Asse del Male” non abbia prodotto esattamente i risultati sperati.

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