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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Tra Stati Uniti e Russia rischia di più l’Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 25 novembre 2008


di Carlo Jean, da Il Messaggero del 25 novembre 2008, pag. 1 (testo tratto dal sito dei Radicali)

L’elezione di Barack Obama continua a suscitare grandi aspettative. Non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Anche negli Usa il suo consenso si è accresciuto. Dal 52% di elettori che lo hanno votato, si è passati al 70% che esprimono un parere favorevole su di lui. Avrà un Congresso ed un Senato a maggioranza democratica. Le prime sue mosse sembrano indicare due possibilità. La prima è che si senta meno sicuro di quanto appaia. Lo indicano la scelta di Hillary Clinton come Segretario di Stato ed il suo intendimento di nominare esponenti al Partito Repubblicano ad importanti cariche, quale quella di Segretario della Difesa. Da un lato, tale decisione è rischiosa. Potrebbero essere “vipere”, capaci di giocargli qualche brutto scherzo. Dall’altro lato, tale scelta potrebbe portargli voti bipartisan. Potrebbe averne bisogno. La situazione che eredita è pesante sotto il profilo sia economico che politico-strategico. La sua priorità sarà senza dubbio l’economia. È troppo presto per sapere quale sarà il suo piano per uscire dalla crisi. A quanto si sa, sarà un mix del tradizionale approccio repubblicano di taglio delle tasse e di quello democratico di aumento della spesa pubblica per sostenere l’occupazione, non solo con grandi lavori infrastrutturali, ma anche sovvenzionando industrie come quelle automobilistiche, ad alta intensità di manodopera. Esse, secondo taluni economisti, dovrebbero essere lasciate fallire e trasferite ai Paesi emergenti, dove la forza lavoro costa meno. I fondi dovrebbero essere concentrati sui settori ad alta tecnologia, cioè gli unici che, finita la crisi, potrebbero assicurare la supremazia americana nel mondo.

A parte l’economia, Barack dovrà affrontare gravi problemi di politica estera. Non solo l’Iraq e l’Afghanistan. Ma anche l’incertezza sulla stabilità del Pakistan, la proliferazione in Iran, i rapporti con l’Europa, con la Russia, con la Cina, il futuro della Nato, della difesa antimissili, ed altri ancora. All’Italia interessano soprattutto i rapporti degli Usa con l’Europa e quelli con la Russia.

In Europa, è caduto il vezzo di affermare che gli Usa sono in declino, ma di aspettare che sia il nuovo presidente ad affermare la sua leadership ed a decidere l’agenda di che cosa fare. Giustamente, il Consiglio Europeo ha deciso di non attendere che Obama dica che cosa vuole dall’Europa. Ma di anticipare i tempi, prospettando ad Obama non solo quello che l’Europa vuole, ma anche quanto può dare o non dare agli Usa. È una decisione saggia. Dire di no alle richieste Usa, tradirebbe le aspettative di Obama. Lo metterebbe in difficoltà di fronte al Congresso. Sarebbe controproducente. Potrebbe essere disastroso. I capi dei governi europei hanno perciò deciso di inviare una lettera ad Obama. Essa non conterrà solo affermazioni generiche ed auspici. Non sarà centrata sulla crisi finanziaria né sul secondo Bretton Woods. Parlerà di Medio Oriente, Afghanistan, Russia e Nato, precisando quanto gli europei possono e non possono dare. La redazione della lettera sarà difficile. L’Ue non solo è debole, ma anche divisa. Non vi sono molte forze militari aggiuntive per sostenere il surge americano in Afghanistan. Con la crisi economica, nessun governo europeo è disponibile ad aumentare in modo massiccio gli stanziamenti per l’Afghanistan o per il rafforzamento della Nato, che Obama vorrebbe allargare all’Ucraina e alla Georgia. In aprile prossimo, si terrà un Summit Nato a Strasburgo, in occasione dei sessant’anni dell’Alleanza. Per Obama sarà il primo viaggio da presidente in Europa. Allora i nodi verranno al pettine. È incerto se la sua visita alle capitali europee avrà successo come quella pre-elettorale del settembre scorso. Come ha messo in evidenza Marta Dassù sul Financial Times del 20 novembre scorso, il peso dell’Europa dipenderà dalla sua unione. Per ora non si può dire che esista. Troppi parlano a nome dell’Europa. Il successo in Georgia è stato più di Sarkozy che dell’Ue. Obama potrebbe essere costretto a scegliere fra la “nuova” Europa preferita da Bush e la “vecchia” Europa. Deciderà anche alle spalle degli europei a seconda dei rapporti che avrà con Mosca.

L’Europa non è riuscita a decidere quale politica adottare nei confronti di una Russia, tornata ad essere assertiva e che pretende l’esclusività sul suo “estero vicino”. L’Europa vorrebbe invece su tale area un partenariato strategico, in cui la “politica di vicinato” europea possa convivere con gli interessi russi. Obama dovrà tener conto dell’inevitabilità di una certa ambiguità europea. L’Europa dipende troppo dal gas russo. Il suo sogno sarebbe quello di un’intesa a tre. Rischia però di essere esclusa dai negoziati fra Washington e Mosca, a meno che non si accordi su di una politica comune. Se non le riuscisse a definirla, potrebbero esservi gravi conseguenze. Si indebolirebbe non solo la Nato, ma la stessa Ue. In Europa si dovrebbe formare un “nucleo duro”. Più probabilmente ciascuno cercherà di accordarsi sottobanco con gli Usa. L’entusiasmo europeo su Obama evaporerà. L’incapacità europea di essere partner rispettabile degli Usa annullerà la possibilità di una rinnovata intesa transatlantica, da cui dipende la possibilità europea di contare nel mondo. L’Europa potrebbe allora uscire dalla storia.


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Europa: nella crisi l'opportunità di una leadership globale
post pubblicato in Focus Europe, il 19 ottobre 2008


Un successo dell'Europa, di Mario Monti (Corriere della Sera, 19 ottobre 2008)

Due settimane fa esprimevo la speranza che l'Unione Europea sapesse reagire alla crisi finanziaria accelerando il passo dell'integrazione e non, come si poteva temere, lasciando prevalere le forze della disintegrazione attraverso risposte nazionali in conflitto tra loro e con l'ordinamento comunitario.

Ad oggi, il bilancio è decisamente positivo. È importante esserne consapevoli, in una fase in cui tanti europei avevano perso fiducia nella Ue per vari motivi: dal «no» degli irlandesi al Trattato di Lisbona al «no» di autorevoli economisti al modello economico europeo, ritenuto sistematicamente inferiore rispetto, si noti, a quello americano. Ma è altrettanto importante vedere con chiarezza i passi ancora da compiere, se si vuole consolidare il recente successo politico europeo.

Di successo si può ben parlare, se si pensa alla capacità decisionale — per rapidità, coesione e portata delle misure — dimostrata dalla Ue in questa occasione. Nei pochi giorni intercorsi tra l'incontro del 4 ottobre a Parigi tra i quattro membri europei del G8 e il Consiglio europeo del 16 ottobre, l'Unione a 27 ha preso decisioni che hanno indotto la grande e più agile «Unione a 1», gli Stati Uniti, a modificare notevolmente le proprie. E si è trattato certamente di un successo politico. Sono stati i governi degli Stati membri — che nella Ue sono l'espressione più diretta della politica — a dare una prova inconsueta di dinamismo e di convergenza. Il presidente di turno del Consiglio europeo, Nicolas Sarkozy, è riuscito a tenere per la prima volta una riunione dei capi di governo dei Paesi dell'area dell'euro, superando le resistenze della Germania che vi vedeva una minaccia all'indipendenza della Banca centrale europea. È riuscito a far confluire nelle decisioni del vertice dell'euro il contributo innovativo del governo britannico. È riuscito a far adottare un piano d'azione concertato, anche grazie al forte sostegno del governo italiano, favorevole in questa circostanza a soluzioni comunitarie molto avanzate. Per consolidare questo successo politico e far leva su di esso nella gestione, che sarà lunga e difficile, della crisi finanziaria ed economica, l'Unione Europea deve compiere altri passi, tre in particolare: non perdere il senso dell'emergenza, non rivolgere contro le regole europee il recente successo della politica europea, rendere istituzionale la fortunata ma occasionale coincidenza che ha permesso di prendere tempestivamente decisioni difficili. L'emergenza e l'impegno. Nessuno può dire quanto durerà la situazione di grave emergenza— per ora soprattutto finanziaria, ma che presto pervaderà l'economia reale — che ha stimolato così efficacemente il processo delle decisioni nella Ue. (...)

Il nuovo ordine finanziario globale? Sarà guidato da Sarkozy e Brown, Ennio Carretto, Corriere della Sera

Sul quotidiano l'ex ministro inglese Brittan: «La mossa per frenare il panico fa guadagnare all’Europa un po’ di rispetto»

WASHINGTON – «L’Europa non è più un museo economico». Così scrive il New York Times in un articolo intitolato «D’improvviso l’Europa sembra molto intraprendente», in cui afferma che in dieci giorni essa è riuscita a fare ciò che l’America non riuscì a fare in un mese: a varare cioè «un piano innovatore» per superare la crisi finanziaria che l’America è stata costretta a imitare. L’articolo è corredato da una fotografia del presidente francese Sarkozy e del premier inglese Brown e dalla didascalia: «Il futuro? Sarkozy e Brown hanno aperto la strada». Il New York times ricorda che per alcuni anni Wall Street e l’amministrazione Bush hanno liquidato l’Europa come «una località per languide vacanze», deridendone il sistema economico.

Ma potrebbe essere l’Europa, ammonisce, a impostare un nuovo ordine finanziario globale, una seconda Bretton Woods, dal nome della località del New Hampshire dove nel 1944 fu istituito il primo. L’incontro di sabato tra Sarkozy e il presidente Bush ha dimostrato che l’amministrazione americana in carica, a parole favorevole al progetto, in realtà vi è contraria: nella serie di summit che il G8 e i colossi economici emergenti terranno dopo quello di novembre, Bush intende salvaguardare innanzitutto il libero mercato, «le fondamenta essenziali del capitalismo democratico». Ma se il democratico Barack Obama verrà eletto presidente, come sembra probabile dopo l’appoggio appena datogli dall’ex segretario di Stato Colin Powell, una icona repubblicana pentita, quella di W sarà una battaglia di retroguardia. Obama è per l’ordine finanziario multilaterale proposto da Sarkozy e Brown, non per quello unilaterale di Bush. (...)

La crisi finanziaria e i rapporti transatlantici - Nuovi equilibri e vecchi problemi
Stefano Silvestri - presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI)  - 13/10/2008

 
Siamo alla vigilia di un nuovo patto transatlantico? Una rinnovata e forte intesa tra Stati Uniti ed Unione Europea potrebbe offrire alla governabilità internazionale quella credibilità e soprattutto quel motore strategico che oggi le fa crudelmente difetto e che ci spinge verso una grave crisi sistemica, non solo economica, ma anche, ed inevitabilmente, politica.

Ma cos’è questa crisi? Al di là delle più complesse e approfondite analisi degli economisti, essa è in primo luogo dovuta ad un drammatico crollo della fiducia: degli operatori nel mercato finanziario, dei creditori nei debitori, delle banche tra loro, dei cittadini nei loro governi, in una sorta di feroce spirale che sfida i limiti della razionalità. In termini strategici equivale ad un profondo deficit di “soft power”: l’alleanza dei “forti”, dal G7 al Fmi, stringe le fila, i centri di potere, attraverso le banche centrali, immettono sul mercato generose iniezioni del loro “hard power” sotto forma di liquidità e di bassi tassi di sconto, ma tutto sembra impallidire e viene largamente bruciato dal panico degli operatori, alimentato da una reciproca e generale sfiducia nella mano pubblica e nei confronti di un “mercato” tanto più temuto e rispettato in quanto, almeno apparentemente e in questa fase, irrazionale.

Per dirla con altre parole, il deficit di governabilità tipico dell’attuale fase della globalizzazione raggiunge così il suo apice. Subito dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 il mercato finanziario era crollato, ma la dura e pronta reazione americana (la “guerra al terrorismo”) aveva iniettato nuova fiducia e creato nuovo consenso. Sette anni dopo, quel patrimonio è stato sprecato in una serie di incredibili errori, dalla condotta della stessa guerra al terrorismo all’invasione dell’Iraq, e la governabilità internazionale, invece di venire rafforzata, è stata indebolita dal comportamento erratico e unilaterale della maggiore potenza mondiale. Ora quindi il sistema politico e di sicurezza fatica ad avere l’autorità e la credibilità necessarie per iniettare fiducia nella sua capacità di controllare e ridurre la crisi. Il cerchio dei due “settembre neri” si chiude in largo passivo. (...)


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Nuova guerra fredda? Il ruolo dell'Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 27 agosto 2008


Arrigo Levi sulla Stampa di oggi - Il grande freddo

Ma che giornate stiamo vivendo! La notizia che è stato sventato un tentativo di assassinio del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti ha rievocato ricordi fra i più tragici del nostro passato: Dallas, Los Angeles! Come non bastasse, in India, un Paese che siamo soliti immaginare pacifico per natura, si moltiplicano gli orrendi omicidi di cristiani. E intanto, si alternano sulle prime pagine dei giornali titoli che dicono «Torna la guerra fredda» ad altri (ottimisti) che dicono «Torna la guerra fredda?».

La storia si ripete? Forse sì, nei suoi errori. Ma lascia un po’ senza parole apprendere che nella «piccola guerra che rivolta il mondo» - come l’ha definita la lucida analisi di Anna Zafesova sulla Stampa - coinvolgendo di nuovo Russia e Occidente in un duro confronto, saremmo, oltre a tutto, precipitati per colpa di uno sprovveduto (e modero il linguaggio). A un intervistatore che gli chiedeva se non si sentisse responsabile dell’attuale situazione, il leader georgiano Saakashvili ha risposto, candidamente: «Ho sempre pensato che l’Ossezia del Sud fosse un territorio senza importanza per la Russia. Ho commesso questo errore perché credevo che l’attacco principale avrebbe avuto luogo in Abkhazia».

Strano che nessuno dei suoi consiglieri, georgiani o stranieri, abbia pensato di fargli capire che, da che mondo è mondo, uno piccolo piccolo non può provocare uno grande grande senza aspettarsi una dura risposta. O forse il suo «errore» è stato di pensare che l’America sarebbe scesa in campo al suo fianco in una «piccola guerra», che sarebbe diventata assai grande, mentre ha già ben altre guerre meno piccole da affrontare?

È poi evidente che le cause di questo «settembre nero» che ci prepariamo a vivere sono state più d’una, e che all’ingenuo protagonismo di Saakashvili si è affiancato un ben più pericoloso protagonismo aggressivo da parte della Russia, che sta cercando di riprendersi quello che può dai tanti territori che ha perduto (per sua colpa) o almeno di prevenire, con i durissimi interventi prima in Cecenia, ora in Georgia, che anche altri dei tanti popoli con tante lingue diverse che compongono la Federazione Russa pensino di dover dire un giorno addio all’ultimo degli imperi. Della dura sfida che viene da Mosca soltanto in parte si può fare ricadere la responsabilità sull’Occidente, che non avrebbe, dice Gorbaciov, «rispettato la Russia».

Non è certo colpa nostra (secondo me neanche sua) se l’Impero è crollato nel caos. Concordo con lui nel pensare che l’abrogazione da parte americana del Trattato sulla difesa antimissili, che è stato la fondamentale garanzia della «pace del terrore» fra le super potenze nucleari, e la decisione di collocare sistemi antimissilistici proprio in Paesi confinanti con la Russia, siano state decisioni avventate (purtroppo non le sole) dell’America di Bush.

Si dà il caso (purtroppo le cose stanno proprio così) che la proliferazione nucleare e la possibilità che armi atomiche cadano in mano a fondamentalisti folli, disposti a mandare dritti in paradiso i loro stessi popoli pur di distruggere New York o Mosca, creino una situazione molto diversa dal passato. Oggi le superpotenze atomiche si trovano nella necessità di predisporre adeguate difese antimissilistiche, non consentite dal vecchio trattato. Ma era allora opportuno partire non da una decisione unilaterale, sia pure dicendosi disposto a discuterne con la controparte, ma da un serio, aperto negoziato preliminare. Questo era tanto più necessario in un momento in cui, per vari motivi, tutto il sistema dei trattati - sulle armi atomiche come sulle forze convenzionali -, che garantiva la «pace fredda» fra l’Unione Sovietica e i Paesi della Nato, è stato in parte sospeso, o smantellato, o è in via di smantellamento. Proprio mentre ha più che mai bisogno di essere consolidato.

Non c’è alcun conflitto di interessi strategici fra Russia e Occidente (io sono sempre tentato di dire «e gli altri Paesi occidentali», giudicando che la storia russa sia stata e sia decisamente una «storia europea»). Tutti abbiamo la necessità di proteggerci contro una minaccia di tipo del tutto nuovo, che non era prevista, e nemmeno prevedibile, negli anni del confronto diretto tra Est e Ovest. Così pure non c’è conflitto di interessi (tutt’al più una giusta trattativa sui prezzi) neppure fra chi produce petrolio e gas per venderli e chi li compra. O fra un Paese «in via di sviluppo», come è, per tanti aspetti, ancora oggi la Russia, e i Paesi sviluppati che contribuendo allo sviluppo altrui ne traggono in legami di vantaggio.

Quando si sostiene la necessità di negoziare con i russi, è necessario comprendere che si tratta di avviare un grande, assai difficile negoziato a tutto campo, come del resto, non mi stanco di ricordarlo, si è fatto per gran parte del tempo della guerra fredda. In un negoziato così vasto e ambizioso, l’Europa può avere, se saprà esprimere una propria linea unitaria, una parte importante. Ma è ovvio che non ci sarà nessun negoziato senza un’America che ne sia convinta partecipe. E così, siamo condotti a guardare al dopo-Bush, e a seguire con trepidazione il tempo che ci separa dall’insediarsi di una nuova Amministrazione. Intanto, è giusto che l’Europa, e in Europa l'Italia, parli ai russi con pacata fermezza. Non si sentono rispettati? Lo sarebbero di più se rispettassero gli accordi firmati e il diritto internazionale, e non lo violassero a danno di altri Stati indipendenti.

L'analisi del Foglio - Sarkozy atlantico

Perché il capo dell’Eliseo può far passare alla storia il suo semestre all’Ue
L’attacco russo alla Georgia ha diviso l’Europa in due. Da una parte le capitali d’occidente, Roma, Parigi e Berlino, più preoccupate dei rapporti economici con Mosca che del futuro di Tbilisi; dall’altra le giovani democrazie d’oriente, quelle di Varsavia, Praga e Tallin, che hanno garantito immediatamente il loro sostegno al presidente della Georgia, Mikhail Saakashvili. Un appoggio senza condizioni, come quello offerto dalla Casa Bianca appena l’esercito di Mosca ha invaso la piccola Repubblica del Caucaso. Proprio a est George W. Bush ha i migliori alleati nella difesa di quei valori che l’America ha reso universali.
Il capo dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy, ha ottenuto dal presidente russo Medvedev la firma sull’accordo di cessate il fuoco con la Georgia. Quel successo, già parziale, è finito in pezzi ieri quando la Russia ha riconosciuto l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud. Ma l’azione del Cremlino può avere un effetto inatteso: nulla unisce gli alleati quanto la presenza di un avversario. E la Russia, in questo momento, va affrontata con la durezza che si deve a un avversario. Oggi l’Europa ha la possibilità di costruire una posizione di politica estera finalmente comune e condivisa; Sarkozy può aggregare il consenso dei paesi membri e formulare una strategia forte contro il Cremlino. Il suo semestre di presidenza all’Unione europea non passerà alla storia per la crescita economica né per la firma del Trattato costituzionale. Dopo aver riportato la Francia nella Nato, però, ha l’occasione di riportare nell’Alleanza atlantica anche l’Europa.

L'analisi di Carracciolo

I possibili futuri scenari di crisi

L'intervista al Presidente del Parlamento europeo Pottering


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permalink | inviato da franzmaria il 27/8/2008 alle 22:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Guerra in Europa - accordo in sei punti per risolvere la crisi
post pubblicato in Focus Europe, il 12 agosto 2008


(ultimo aggiornamento ore 17:55)
dal sito del Corriere

Un piano in sei punti per la soluzione della crisi in Georgia accettato dalla Russia, che ora la presidenza francese riporterà a Tbilisi: è quanto emerge dall’incontro fra il capo dell’Eliseo Nicolas Sarkozy e il presidente russo Dmitri Medvedev. Ma Sarkozy in conferenza stampa ha tenuto a sottolineare che nel piano «c’è l’impegno russo a rispettare e garantire la sovranità della Georgia: è un punto importante». Se la parte georgiana firmerà, sarà aperta la via per la normalizzazione della situazione in Ossezia del Sud. Ecco i sei punti dell'accordo raggiunto fra Medvedev e Sarkozy, presidente di turno dell'Ue:

1) Non ricorso alla forza
2) Cessazione immediata di tutte le ostilità
3) Libero accesso agli aiuti umanitari
4) Ritorno delle forze armate georgiane alle postazioni permanenti (caserme)
5) Ritiro delle forze russe alle posizioni precedenti al conflitto. Per la creazione di meccanismi internazionali, le forze di interposizione russe prendono misure supplementari di sicurezza
6) Inizio di un dibattito internazionale sul futuro status di Ossezia del Sud e Abkhazia, e dei mezzi per garantire stabilità e sicurezza.

Guerra in Europa - Continua l'inutile strage. Fermare Mosca, cessare il fuoco
post pubblicato in Focus Europe, il 11 agosto 2008


ultimo aggiornamento: ore 18

L'immagine è tratta dal sito del Corriere

La cartina di Le Monde
Le date chiave del conflitto
Lo speciale del Guardian
Lo speciale dell'Osservatorio Caucaso

Franco Frattini, ministro degli esteri italiano:(...) «La Russia vorrebbe che la risoluzione Onu dicesse con chiarezza che è stata la Georgia a violare le regole internazionali per prima. C’è una trattativa in corso, per trovare una formulazione adeguata, una soluzione potrebbe essere alle viste. Ho appena sentito Condoleezza Rice, non è ottimista. Ha chiesto all’Italia di adoperarsi per una mediazione. Cosa che naturalmente stiamo facendo».(...)
"Italia valore aggiunto", secondo il ministro (il Foglio)

Barbara Spinelli sulla Stampa: "Ora ci si indigna tutti sorpresi, ma quel che succede è una logica conseguenza di queste resuscitate idee defunte. E non voler vedere serve a poco, perché il non-visto esiste pur sempre e non eclissa colpe, omissioni, follie che sono di tutti. Non eclissa innanzitutto le colpe del Presidente georgiano, al potere dopo la Rivoluzione delle Rose del 2003. Il regista Otar Iosseliani, intervistato da La Repubblica, lo chiama «un folle, nel senso letterale del termine» (...) Non meno folle è Putin, «anche se molto più intelligente»: non vuol rassegnarsi alla perdita dell’Urss, non ha mai accettato la sovranità della Georgia. Sono anni che eccita Abkhazia e Ossezia del Sud, ai confini georgiani, russificandole. Quasi tutti gli osseti del Sud hanno ottenuto in questi anni passaporti da Mosca e da Mosca sono tutelati. (...) Infine c’è l’irresponsabilità, vasta, dell’Europa. Sono anni che alle sue periferie si guerreggia, e ancora non ha preso forma un pensiero forte, convincente per Mosca e le nazioni che per secoli erano nella sfera d’influenza russa. Fra l’offerta d’adesione e l’indifferenza c’è il nulla, e il continuo tergiversare facilita ogni sorta di provocazioni. Non solo: l’adesione è offerta sbadatamente, dimenticando le radici ideali dell’Unione. Si appoggia la sovranità georgiana, ma senza spiegare che la sovranità in Europa non è più assoluta. (...) Al posto di guida, intanto, c’è la forza di Putin: forza militare, forza di ricatto energetico, forza di chi scruta il nostro vuoto e non è portato a far altro che profittarne.

L'editoriale del Corriere della Sera: "Fosse servita una conferma è arrivata dall’Ossezia. Con un vicino, la Russia di Vladimir Putin, così determinato a perseguire i suoi obiettivi neo-imperiali l’Europa deve darsi coraggio e recuperare la propria forza politica. E sicuramente quelli che abbiamo davanti sono sei mesi estremamente importanti per il Vecchio Continente. Bisognerà aspettare gennaio prima che si insedi alla Casa Bianca il nuovo presidente ma l’operato di George W. è giudicato talmente fallimentare che, chiunque vinca tra Barack Obama e James McCain, il dopo Bush si annuncia sin d’ora sotto il segno della discontinuità. A quel punto, però, che Europa si troverà davanti il nuovo presidente? E di conseguenza che sforzo di elaborazione e proposta saprà fare in questo lasso di tempo la Ue per presentarsi all’appuntamento con il giusto appeal? Il rischio che stiamo correndo è di rassegnarci all’egemonia del pensiero debole. Come europei siamo impauriti dalle nuove condizioni della competizione internazionale. (...) Eppure abbiamo un’altra chance. L’ambizione. In un mondo che non riesce a trovare il bandolo della matassa, in cui tutti cercano di comporre le contraddizioni ma nessuno ci riesce (il nuovo fallimento dei Doha Round lo testimonia), la Ue un pregio inestimabile ce l’ha: è essa stessa un modello riuscito di governance, un esperimento di integrazione economica e politica, unico nell’Occidente. "

La storia di Saakashvili
Dall'Osservatorio Caucaso un'interessante analisi della democrazia georgiana (settembre 2007)
Il Caucaso secondo Bruxelles (Osservatorio Caucaso, luglio 2008)

Occidente troppo fiacco, secondo Richard Perle
Piero Fassino: "Pacificare tutto il Caucaso"
Un disastro che annulla 15 anni di negoziati
Mosca imperialista

Le prime ricadute sul mercato petrolifero
La difficile posizione della Turchia

La giornata di oggi
dal sito di Repubblica lo svolgersi del conflitto 

(di seguito vengono riportati alcuni degli aggiornamenti delle ultime ore)

17:37  Mosca annuncia ripercussioni in rapporti con Polonia
La Russia annuncia ripercussioni nelle relazioni bilaterali con quei paesi che hanno prodotto dichiarazioni "ciniche, poco chiare e intempestive". Su tutti, Polonia e paesi baltici. "La posizione tenuta da alcuni membri della comunità internazionale nell'evoluzione della situazione nell'Ossezia del sud mette a repentaglio la qualità dei rapporti bilaterali con la Russia, mettendo in discussione perfino gli appuntamenti a livello più alto", ha detto uno dei portavoce del ministero degli Esteri russo, Boris Malakhov. "Le dichiarazioni di alcuni stati, tra cui i baltici e la Polonia, sono state ciniche, poco chiare e intempestive", ha precisato.
17:35  Ministri di Tbilisi intervengono domani davanti a Consiglio Nato
Il ministro degli Esteri georgiano Eka Tkeshelashvili e la collega agli Interni Eka Zguladze, saranno domani al quartier generale della Nato a Bruxelles. Le due esponenti del governi di Tbilisi incontreranno il segretario generale dell'Alleanza Jaap de Hoop Scheffer e poi parleranno di fronte al Consiglio Atlantico che si riunisce in mattinata a livello di ambasciatori. Lo rende noto un comunicato diffuso a Bruxelles dalla Nato.
17:32  Nunzio apostolico: "Può scoppiare intero continente"
"C'è bisogno di una pace stabile, perché si tratta di una cerniera che potrebbe far scoppiare un intero continente". Lo ha detto, riferendosi alla crisi in Ossezia del Sud, il nunzio apostolico in Georgia, monsignor Claudio Gugerotti.
17:14  Inviato Usa per il Caucaso in viaggio verso l'Europa
L'inviato americano per il Caucaso Matthew Bryza ha lasciato gli Stati Uniti per una missione di mediazione con l'Unione Europea volta a mettere fine ai combattimenti in corso nella regione separatista georgiana dell'Ossezia del Sud. Lo ha riferito il portavoce del Dipartimento di Stato Usa Robert Wood.
16:57  Gordon Brown: "Mosca non ha giustificazioni per continuare"
"La Russia non ha giustificazioni per continuare la sua azione militare in Georgia": lo ha detto il primo ministro britannico Gordon Brown, per il quale l'attacco "minaccia la stabilità dell'intera regione".
15:30  Saakashvili e Kouchner evacuati d'urgenza da Gori
Il presidente della Georgia Mikhail Saakashvili e il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner sono stati evacuati d'urgenza da Gori a causa della presenza 'sospetta' di un elicottero che sorvolava la città. A denunciare l'accaduto è stato lo stesso Saakashvili, che si era recato a Gori per mostrare al capo della diplomazia francese, in missione per conto dell'Ue, i danni provocati dai bombardamenti russi.
15:28  Mosca accusa: "Ancora bombe georgiane su Tskhinvali"
Il ministero della Difesa russo ha confermato la ripresa dei bombardamenti georgiani in Ossezia del Sud, in particolare nella capitale Tskhinvali e in altri villaggi. Lo riferisce l'agenzia russa Interfax.
15:25  Medvedev: "Russia porterà avanti operazioni militari fino alla fine"
La Russia porterà "fino alla fine" le operazioni militari in Georgia. Lo ha detto il presidente russo, Dmitri Medvedev, incontrando alla Duma i capi delle forze politiche. "Non v'è dubbio che l'operazione sarà condotta sino alla usa logica fine", cioè, secondo Mosca, forzare i georgiani alla pace. Medvedev, ha chiesto, in un incontro con il presidente finlandese, Tarja Halonen, che l'Osce compia una missione umanitaria nell'Ossezia del sud.
15:23  Ministri del G7 esortano la Russia ad accettare cessate il fuoco
I ministri degli Esteri dei Paesi del G7 hanno raggiunto l'accordo per esortare la Russia ad accettare il cessate il fuoco immediato chiesto dalla Georgia per quanto riguarda il conflitto in Ossezia del Sud. Lo ha annunciato il Dipartimento di Stato americano
14:31  Bilancio russo: uccisi 1.600 civili
E' di 1.600 civili uccisi, 15 soldati russi morti e 70 feriti il bilancio della guerra nel sud dell'Ossezia. Lo ha riferito il ministero degli Esteri russo.
14:24  Medvedev: "Nel Caucaso non saremo osservatori passivi"
La Russia non sarà mai "un osservatore passivo" della situazione nel Caucaso. Lo ha detto oggi il presidente russo Dmitri Medvedev.
14:23  La Georgia taglia forniture gas russo all'Armenia
La Georgia ha drasticamente ridotto il volume di gas russo trasportato in Armenia attraverso il gasdotto che passa in territorio georgiano. Lo ha annunciato un portavoce della società energetica di stato armena.
14:09  Medvedev dice sì a missione Osce
Il presidente russo Dmitri Medvedev si è detto favorevole, in un colloquio con il ministro degli Esteri finlandese, a una presenza di esponenti dell'Osce in Ossezia del sud. Lo riferisce l'agenzia Interfax. Medvedev ha anche mutuato la frase del premier Vladimir Putin sul fatto che l'azione russa "sarà portata alla sua logica conclusione".
13:58  Ripresi bombardamenti georgiani sull'Ossezia del sud
Le forze georgiane hanno ripreso intensi bombardamenti nell'Ossezia del sud, secondo fonti ossete citate dall'agenzia russa Interfax. Secondo un'altra agenzia, la Rosbalt, sono in corso anche duelli aerei.
12:45  La Russia repinge cessate il fuoco: "Georgia combatte ancora"
Un portavoce del Cremlino ha affermato che la Russia respinge il cessate il fuoco sottoscritto unilateralmente dalla Georgia in quanto le forze armate di Tbilisi continuano a combattere.
12:40  La Nato contro Mosca: "In Georgia uso eccessivo della forza"
La Nato denuncia l'uso eccessivo della forza da parte della Russia e la violazione dell'integrità territoriale della Georgia. Il segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, "è preoccupato per l'uso sproporzionato della forza - ha detto la sua portavoce, Carmen Romero - e per la mancanza di rispetto dell'integrità territoriale della Georgia".
12:27  Domani Sarkozy prima a Mosca e poi a Tbilisi
Il presidente francese Nicolas Sarkozy si recherà in missione di mediazione a Mosca domani, e nello stesso giorno raggiungerà poi Tbilisi: lo ha annunciato in tele-conferenza stampa il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, reduce da un colloquio con Bernard Kouchner, ministro degli Esteri di Parigi. Sarkozy è anche presidente semestrale di turno dell'Unione Europea.
12:25 
Russia ribadisce condizioni per cessate il fuoco: "Ritiro totale"
Dopo la firma di una tregua unilaterale da parte georgiana, la Russia ribadisce che le "condizioni per il cessate il fuoco restano invariate", ovvero la Georgia deve effettuare il "totale ritiro" delle proprie truppe e deve firmare un accordo di non belligeranza con l'Ossezia del sud.

11:54  Saakashvili firma documento per il cessate il fuoco
Il presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha firmato un documento per il cessate il fuoco alla presenza del ministro degli esteri francese Bernard Kouchner e del finlandese Aleksader Stubb, presidente dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in europa (Osce) in missione negoziale a Tbilisi. E' stato lo stesso leader georgiano a riferirlo.

Testimonianza e Politica
post pubblicato in Diario, il 10 aprile 2008


Il mondo si infiamma per il Tibet: giustamente, ma attendiamo la fine dei Giochi e soprattutto qualche eventuale misura contro la Cina, per vedere "il concreto" - la "verità" - di tale protesta. Siamo tutti capaci di dire "bau bau" e portare un nastrino bianco senza renderci conto di quale possa essere l'effettiva soluzione di un problema di lunga data.

Mentre noi gridiamo, infatti, la Cina si espende in Africa, e tiene in mano i debiti degli States; e della coscienza occidentale sembra francamente non interessarsi molto, se non per problemi di immagine.

La questione è un po' più complessa, e la sfida alla Cina - che potrebbe arrivare a un "clash" non solo politico -economico (anche se probabilmente traslato su territori neutri, così come in Jugoslavia si sono giocati i supplementari della guerra fredda con la Russia...) - si deve progettare (e non improvvisare) su più ambiti, senza lasciarsi sedurre dai commoventi proclami di boicottaggio dei nuovi Messia politici, sempre più star del nulla, sempre meno "politici realisti" (vd. quel Presidente che sta riscoprendo la grandeur francese in salsa "le sparo grosse", tanto dal punto di vista internazionale le decisioni vere sono altre... tanto il lavoro sporco con le infermiere in Libia l'aveva fatto la diplomazia tedesca... O comunque - non sia mai! - lui non fa affari con i dittatori...).

Oggi sulla Stampa Boris Biancheri ci spiega come le campagne elettorali nel mondo siano un misto di globalizzazione ed esasperato "localismo". Da leggere con attenzione, perché Biancheri ha il pregio della sintesi e della precisione (come avrà capito chi segue questo blog, sono doti che inevitabilmente invidio...) e ci aiuta a capire anche i "veri moventi" che muovono le politiche odierne, al di là della retorica dei diritti che spesso le accompagna.

Si potrà dire che la Testimonianza - in un mondo globalizzato - è sempre più necessaria, anche quando "inutile".

E' corretto, da un certo punto di vista.
Ma al tempo stesso l'idea di "testimonianza" che abbiamo è molto "televisiva", di scenografia (come spesso le cose di "politica politicata", d'altro canto; non è necessariamente un vizio, questo; perché la politica incide a volte anche "dalla scena").

La controprova di una reale testimonianza è: "quanto costa?" "quale il prezzo che si paga?".

Ne sa qualcosa, per cambiare argomento (si fa per dire) Ayaan Hirsi, intervistata l'altra sera da Giovanna Zucconi nella nuova trasmissione Gargantua. Si può convenire o meno con le tesi nette e forti della Hirsi, e probabilmente in alcune di esse si sentono la forza e la passione che non soggiaciono ad alcuna mediazione. E che quindi - forse - rischiano l'impoliticità. Però la sua è una testimonianza che mette a pegno la propria vita. Discutibile, ma non ridicolizzabile. Soprattutto per noi che ogni giorno siamo tentati da un relativismo valoriale incapace di vedere i rischi del multiculturalismo e di una facile retorica dell'accoglienza.

(Per certi aspetti simile, anche se per altri è molto distante, noi abbiamo in Italia la testimonianza di Magdi Allam; da cui ormai  molto ci separa, per una sua scelta integrale - speriamo non integralista - di stampo neoconservatrice e per la durezza di alcune sue posizioni; ma anche la sua situazione - sottoposto a minacce di morte dagli integralisti islamici a causa delle sue battaglie - non può essere sottovalutata, né rimossa; e questo a prescindere dall'accordo o disaccordo con alcune sue tesi).

Comunque - anche al di là del merito della questione - la Testimonianza, quella vera, costa caro. E allora ha sì il diritto di contrapporsi alla Politica, chiedere ragione dei compromessi; combatterli. Parlare ad alta voce, anche se in minoranza.

I principi tenteranno sempre di non ascoltare le voci delle Antigoni che chiedono giustizia e libertà; libertà dal dolore; libertà dall'oppressione. I principi - e le principesse (quante femministe sono principesse incapaci di ascolto... ) - spesso non guarderanno alla realtà effettuale delle cose.

Ma i corpi delle donne, di ogni Antigone (anche "involontaria", anche al di là dell'essere apertamente politiche) - la loro sofferenza, la loro solitudine - rimangono ad accusare, anche nel silenzio. Accusa contro ogni integralismo e contro ogni intolleranza.

E contro ogni facile coalizione di "politiche vuote" e "testimonianze - spettacolo".
Lasciate in pace i teodofori: sono altre le battaglie che ci attendono.

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