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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Le Armi Ai Ribelli? Aiuto Inutile, Strategia Confusa
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 1 aprile 2011


Una guerra che non doveva neanche iniziare sta proseguendo con strani stop-and-go e continue "improvvisazioni".
 
Le recenti dichiarazioni di Obama dicono della volontà di fornire armi ai ribelli anti-Gheddafi: un errore clamoroso, oltre che il segno tangibile della dubbia volontà di fare realmente la guerra che è stata iniziata.
 
Data l'imperizia e la dubbia composizione dei gruppi di ribelli, probabilmente le armi andrebbero ad alimentare ben altri traffici.
 
Data la confusione politica - apparentemente non rimediabile - dell'alleanza, aumentare la diffusione di armi non aiuterebbe il raggiungimento dell'obiettivo, né di quello esplicito ("semplicemente" fermare Gheddafi), né di quello implicito (rovesciare Gheddafi e ridistribuire il potere materiale del controllo delle risorse libiche), e porterebbe drammaticamente più vicini al caos.
 
O l'alleanza decide di intervenire via terra, in termini extra Onu e di fatto creando un mandato euro-americano sulla Libia (nulla di scandaloso, si badi; la riscoperta dei "mandati" e dei "protettorati" non è di oggi), ma la cosa allora va esplicitata e progettata, perché i costi umani e militari sarebbero probabilmente molto alti; oppure è meglio cercare un onorevole compromesso.
 
Anche nell'intervento contro la Serbia si fermò il massacro dei kossovari, ma fummo incapaci di chiarire a noi stessi quali fossero gli obiettivi della guerra (fermare il massacro? far cadere Milosevic? rendere indipendente il Kosovo?) e si arrivò ai patti con Milosevic, che cadde solo in seguito, anche sotto la spinta di manifestazioni popolari e di elezioni.
 
Potrebbe essere così anche con un Gheddafi tenuto "sotto controllo" politicamente; sempre che i libici siano in grado di prendere in mano il loro destino: in questo nessuna alleanza e nessun Sarkozy può sostituirli.

Noi abbiamo già fatto forse troppo, e sicuramente male; tanto che le prime vittime di questa guerra sembrano essere paradossalmente la Nato e la Unione europea.
 
Ora fermiamoci.
 
Francesco Maria Mariotti

LIBIA: RASMUSSEN ESCLUDE CHE LA NATO POSSA ARMARE I RIBELLI

 (AGI) Stoccolma - Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha escluso che l'Alleanza possa armare i ribelli libici. "Siamo li' per proteggere il popolo libico, non per armare la gente", ha ricordato Rasmussen citando la risoluzione 1973 dell'Onu al termine di un incontro a Stoccolma con il premier svedese, Fredrik Reinfeldt. "Poiche' la Nato e' coinvolta, e io parlo a nome della Nato, noi ci concentreremo sul rafforzamento dell'embargo per le armi e lo scopo evidente dell'embargo e' quello di fermare il flusso di armi nel Paese", ha assicurato Rasmussen

 


 
 
 
Enzo Bettiza sulla Stampa - Lo scarto balcanico
post pubblicato in Focus Europe, il 14 ottobre 2010


(...) S’è per esempio visto, sull’avambraccio di un gigantesco ultrà belgradese, la fatale data del 1389, evocante la tragedia degli eserciti slavi guidati dai serbi contro i turchi nella sfortunata battaglia del Kosovo Polje. Ai duemila guerriglieri serbi, perché tali e non tifosi erano per davvero, interessava assai poco parteggiare sia pure energicamente per la loro squadra e gufare per quella italiana.

Interessava molto più agli epigoni e fanatici della Stella Rossa di Belgrado sottolineare con brutalità, in un grande emporio europeo come Genova, che essi provenivano dai battaglioni paramilitari dediti a suo tempo a perpetrare in Bosnia, Croazia e Kosovo i più orrendi massacri compiuti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Gli energumeni in tuta mortuaria, passamontagna terroristico sul volto, teschio gessoso con ossa incrociate sul petto, solo in parvenza evocavano i Gozzilla tratti da qualche film o videogame dell’orrore; in realtà s’è trattato di veterani ben agguerriti, provenienti in gran parte dalle temibili «Tigri di Arkan», lanzichenecchi ipernazionalisti che avevano il loro vivaio nella Stella Rossa di Belgrado il cui gestore milionario, durante e dopo le ultime guerre interjugoslave, era stato per l’appunto Željko Ražnatovic, detto Arkan. (...)
 
Che si sia trattato, inoltre, di una vera e propria performance paramilitare, lo dimostrava anche la quintessenza insieme leggendaria e politica che animava i veterani decisi a distruggere lo stadio Marassi con lancio di razzi, fumogeni, bombe di carta, cesoie, coltelli e spranghe d’ogni genere: la distruzione doveva essere un ammonimento non alla nazionale italiana, ma all’Italia in quanto tale, che aveva partecipato alla guerra antiserba nel Kosovo e riconosciuto, insieme con altre sessantuno nazioni, l’indipendenza kosovara nel febbraio 2008. Il momento culminante del raptus mitico lo si è visto nel momento in cui hanno dispiegato la bandiera albanese, con l’aquila bicipite, dandola alle fiamme e tracciando minacciosamente nell’aria il segno ortodosso delle tre dita: «Serbia divina», «Montenegro sacro», «Bosnia fedele». Purtroppo quel sacro gesto cristiano, pervertito dai cetnici delle milizie più estremiste, è stato contraccambiato dal campo di gioco, non si sa se per condivisione o per paura dal capitano Dejan Stankovic. (...)
 

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permalink | inviato da franzmaria il 14/10/2010 alle 22:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Terrorismo politico - Dallo stadio alla guerra civile
post pubblicato in Focus Europe, il 13 ottobre 2010


Maurizio Stefanini, autore di un saggio sulla politica e la violenza nel calcio modernoracconta su Il Foglio di oggi come dallo stadio il terrorismo politico degli ultranazionalisti serbi è stato capace di essere famigerato protagonista della guerra civile che ha dilaniato la Jugoslavia (forse dovremmo dire "delle guerre civili"...).
 
Ieri sono accaduti fatti che sarebbe grave errore catalogare come semplici "incidenti sportivi": abbiamo visto la regia calcolata di un terrorismo nazionalista che vuole colpire simbolicamente e praticamente il percorso di avvicinamento della Serbia all'Europa e con esso la solidarietà europea tutta.
 
Guai a sottovalutare i rischi di questa strategia politica che forse può trovare imitatori e alleati anche all'interno di altre tifoserie.
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Si arriva così al 13 maggio 1990: in programma allo stadio Maksimir di Zagabria è Dinamo Zagabria-Stella Rossa, ma la domenica precedente si è tenuto il secondo turno delle prime elezioni pluraliste croate, che la nazionalista Comunità democratica croata (Hdz) di Franjo Tudjman ha vinto a mani basse. Sono tremila gli ultras belgradesi che partono per Zagabria, con alla loro testa il trentottenne Zeljko Raznatovic´ detto Arkan, un pluripregiudicato che ha soggiornato per le carceri di mezza Europa, protagonista di spettacolari rapine e spettacolari evasioni, che però è protetto dai servizi jugoslavi: capo della sicurezza di una discoteca belgradese, organizza gli ultras della Crvena Zvezda in una pasticceria regalatagli dalla dirigenza della squadra. Già durante il viaggio in treno i Delije sfasciano le carrozze e terrorizzano i passeggeri. Poi, andando verso lo stadio, rompono le vetrine di tutti i negozi che incontrano. Sugli spalti sradicano cartelloni pubblicitari e sedie, intonando slogan provocatori: "Zagabria è Serbia"; "uccideremo Tudjman". (...) già il 30 maggio il Parlamento croato annuncia una nuova Costituzione. Ad agosto i serbi di Croazia indicono un referendum per proclamare la loro autonomia. Il 26 settembre a Spalato i tifosi di Hajduk e Partizan inaugurano l’ultimo campionato della Jugoslavia unita affrontandosi a colpi di spranga. Il 30 settembre un Consiglio eletto dai serbi di Croazia proclama l’autonomia. Il 22 dicembre 1990 è il Parlamento di Zagabria che approva quella nuova Costituzione per cui i serbi si trovano degradati da "nazione costitutiva" a "minoranza nazionale". Il 23 dicembre 1990 un referendum proclama l’indipendenza slovena. Il 31 marzo 1991 un ufficiale croato viene ucciso da dei serbi. Il 9 aprile la polizia croata si proclama Guardia nazionale. A maggio il veto dei serbi a Stipe Mesic blocca la presidenza federale. Il 19 maggio si tiene il referendum sull’indipendenza croata, che verrà proclamata il 25 giugno. E' ormai iniziata la Guerra di indipendenza croata che durerà fino al 1995, e che provocherà oltre ventimila morti. Durante e dopo si combattono anche la Guerra di indipendenza slovena del 1991, con una sessantina di morti; la Guerra della Bosnia-Erzegovina del 1992-95, con quasi centomila morti; la Guerra del Kosovo del 1999, con un bilancio variamente stimato tra le quindicimila e le trentamila vittime; l’Insurrezione albanese della Valle di Preševo del 2001, con una cinquantina di vittime; il conflitto in Macedonia del 2001, con un altro paio di centinaia di morti. Arrestato dai croati il 29 novembre 1990, mentre è impegnato in un traffico di armi a favore delle milizie che stanno organizzando i serbi di Krajina e Slavonia, liberato in modo misterioso il 14 giugno 1991, Arkan si metterà poi ad arruolare proprio tra "eroi" e "becchini" la milizia paramilitare delle Tigri, che ricicla i cori da stadio come inni di guerra ed è armata fino ai denti: perfino carri armati ed elicotteri. Attivi in Croazia, in Bosnia e in Kosovo, gli ultras armati di Arkan si renderanno colpevoli di atrocità inenarrabili: quattrocento omicidi a Bijeljina nell’aprile del 1992; seicento a Brcko e ventimila nella zona di Prijedor nelmaggio 1992; ottocentottanta a Sanski Most a giugno; settecento a Cerska tra il febbraio e il marzo del 1993… Le testimonianze parlano di campi di concentramento, uomini bruciati vivi, fosse comuni riempite con cadaveri di donne e bambini. Ci sono gli uomini di Arkan anche tra gli autori delle esecuzioni di massa a Srebrenica. Nel contempo, il leader delle Tigri può coltivare ormai in larga scala la sua antica vocazione per la rapina, che assieme ai traffici di armi, benzina, sigarette e auto rubate lo rende un uomo ricco. Esaltato da canzoni popolari, celebrato dalla Chiesa ortodossa, sposato a una cantante folk di 21 anni più giovane con un matrimonio da favola, dopo che gli Accordi di Dayton lo costringono a smobilitare le Tigri lui si butta in politica, con un partito che nel 2000 otterrà quattordici seggi al parlamento di Belgrado. Inoltre diventa a sua volta presidente di una squadra belgradese: la modesta Obilic´, che però nel 1995 vince la coppa, nel 1997 fa addirittura l’accoppiata scudetto-coppa e nel 1998 può dunque partecipare alla Champions League. Dicono in molti, grazie alle minacce che Arkan fa arrivare alle squadre avversarie. (...)
 

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permalink | inviato da franzmaria il 13/10/2010 alle 16:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Terrorismo politico allo stadio. L'Europa reagisca
post pubblicato in Focus Europe, il 12 ottobre 2010


Le scene che abbiamo visto stasera allo stadio di Marassi e nel pomeriggio nelle strade di Genova rappresentano una forma particolare e gravissima di terrorismo politico.

Nazionalisti serbi  hanno simbolicamente messo in scacco l'Europa, prendendo in ostaggio una manifestazione sportiva, impedendo che si svolgesse la partita Italia - Serbia.

La reazione dell'Europa - non solo a livello delle istituzioni sportive - deve essere durissima e senza nessuno sconto, e la Serbia  - nelle sue istituzioni di governo - deve essere chiamata a rispondere dei controlli che sono stati effettuati sui tifosi-terroristi che hanno stuprato questa serata.

Un pensiero per i poliziotti che in queste ore stanno gestendo questa difficilissima situazione.

Francesco Maria Mariotti

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Richard Holbrooke su Kosovo e Georgia
post pubblicato in Diario, il 15 settembre 2008


Mondi e politiche segnala due interviste di Richard Holbrooke, colui che viene considerato "l'architetto" della pace di Dayton. Dal Kosovo alla questione di Abkhazia e Ossezia del Sud che pretendono l'indipendenza dalla Georgia: casi che Mosca vorrebbe far leggere "in parallelo" per giustificare il suo atteggiamento. Ma il Kosovo non è un precedente. Per quanto sforzi faccia Putin, i conti non tornano totalmente...

Tratto dall'Osservatorio dei Balcani

Come le è apparso il Kosovo durante la sua visita? E' questo quello che si aspettava la comunità internazionale dopo la dichiarazione di indipendenza?
Credo che la situazione politica negli ultimi nove mesi sia stata molto difficile. La gente del Kosovo merita credito per la strada pacifica scelta per dichiarare l'indipendenza, e per l'assenza di atti di violenza nei confronti delle minoranze etniche, in particolare di quella serba, e dei loro monumenti religiosi. D'altra parte la situazione economica del paese è difficile, e questo rappresenta di certo un grande problema.  
Durante la sua visita ha citato spesso il conflitto in Georgia, ed i tentativi di paragonare la situazione in Caucaso con quella in Kosovo. Crede che stiamo assistendo ad un ritorno della potenza russa e all'atmosfera della guerra fredda?
Non stiamo tornando alla guerra fredda, che rappresentava un conflitto tra due ideologie e due blocchi pesantemente armati, impegnati in una sfida a livello globale. Oggi assistiamo alla “rioccupazione” da parte della Russia di parte del suo vicinato geopolitico. Questo può provocare momenti di crisi anche profonda, ma non significa un ritorno alla guerra fredda.
(...)
Mi preme sottolineare come le affermazioni russe sul fatto che la loro azione in Ossezia del Sud sia comparabile a quanto fatto dall'Occidente in Kosovo, sia priva di fondamento. I due scenari sono del tutto diversi, e la Russia avrebbe comunque agito come ha fatto, con o senza il precedente del Kosovo.
(...)
Il Kosovo non è un precedente, perché il suo status finale di nazione indipendente è conseguenza logica della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, approvata nel 1999 anche con il consenso della Russia. Da una parte non si poteva lasciare il Kosovo sotto perenne amministrazione dell'Onu, una scelta troppo costosa e temporanea, e sicuramente negativa per la popolazione. Dall'altra non si poteva pensare ad un ritorno della regione sotto la sovranità serba, perché questo avrebbe sicuramente riaperto il conflitto. L'unica strada aperta rimaneva quella dell'indipendenza
(...)
Come spiega l'esitazione dei paesi arabi a riconoscere l'indipendenza kosovara, se si tiene in mente che il 90% della sua popolazione è di religione islamica?
Non so perché i paesi arabi stiano reagendo con tanta lentezza. Spero che inizieranno a muoversi presto, e credo che se il Kosovo saprà comunicare con loro in modo ragionevole e paziente, si arriverà ad una conclusione positiva. In ogni caso è già arrivato il riconoscimento della Turchia, che è sicuramente molto importante, e spero che arriveranno presto quelli di Macedonia, Montenegro e Portogallo. Per il Kosovo, in ogni caso, il riconoscimento più importante è quello dell'Unione Europea.
(...)
Lei ha dichiarato che l'Ue non dovrebbe accettare l'ingresso della Serbia finché questa non sarà pronta ad accettare e riconoscere l'indipendenza del Kosovo, cosa che rappresenterebbe una mossa pericolosa. Perché?
Credo che il rischio di accogliere nell'Unione Europea un membro che ha dispute territoriali con un suo vicino sia molto alto. Potrebbe portare a conflitti e darebbe la possibilità alla Serbia di utilizzare la propria membership per intralciare il cammino del Kosovo. Credo che la soluzione migliore sarebbe fare entrare Serbia e Kosovo insieme, parallelamente alla Bosnia Erzegovina.
Vede segnali di una volontà europea di accogliere la Serbia così com'è oggi?
L'Unione Europea ha lasciato intendere che se il generale Mladic verrà consegnato all'Aja il processo di allargamento alla Serbia verrà iniziato. Spero che quando questo accadrà verrà messo in chiaro con Belgrado che la Serbia non verrà ammessa finché il Kosovo non verrà riconosciuto come stato libero ed indipendente all'interno dei suoi confini.
(...)

"Puntano a rivesciare Saakashvili", l'intervista di Holbrooke al Corriere

Kosovo russo
Il Kosovo non è l'Ossezia

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