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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Per ora vince Gheddafi? - 2
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 8 marzo 2011



(...) I ribelli chiedono con crescente insistenza che la comunità internazionale intervenga per porre fine a una repressione che il prolungarsi della guerra civile rende sempre più violenta, mentre parimenti fa aumentare il nostro disagio di assistere inermi a quanto avviene. Eppure, proprio mentre Gheddafi accentuava la sua pressione sugli insorti, scemavano rapidamente le prospettive di un intervento militare occidentale diretto almeno a impedire l’impiego dei bombardieri contro la popolazione civile. Le ragioni tecniche e legali che rendono estremamente complicata l’attuazione di una no fly zone sui cieli della Libia sono state ampiamente spiegate in questi giorni. Sembra però opportuno sottolineare che proprio la capacità di resistenza mostrata dal colonnello modifica il quadro complessivo e rende l’ipotesi di intervento militare esterno ancora più implausibile. Non solo perché questo andrebbe incontro a difficoltà maggiori o a un numero di perdite prevedibilmente più alto. Ma per un fatto squisitamente politico.

Sino a pochi giorni fa un intervento militare esterno sarebbe stato un modo per accelerare un destino segnato, allo scopo di limitare il sacrificio di vite umane. Si sarebbe cioè configurato come un intervento umanitario un po’ più «muscolare», una sorta di operazione «Restore Hope» (Somalia 1991), auspicabilmente di maggior successo. Oggi il medesimo intervento avrebbe il senso di far pendere la bilancia a favore di una parte contro un’altra in una situazione di guerra civile ancora molto fluida e dall’esito incerto. Sarebbe un intervento dal chiaro significato politico: ben più arduo da accettare non solo per Cina e Russia, ma anche per molti Paesi arabi e africani. Guadagnando tempo, resistendo, Gheddafi sa così di rendere molto più difficile che lo sdegno occidentale possa produrre ciò che in cuor suo più teme, l’escalation (anche militare) dell’internazionalizzazione della crisi.


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permalink | inviato da franzmaria il 8/3/2011 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Libia: etica dell'intervento e calcoli della politica
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 febbraio 2011


Sembra necessario prendere posizione, oggi, su quanto sta accadendo in Libia.
E' vero, non è rinviabile un'iniziativa forte di Italia ed Europa nei confronti di Gheddafi.

Epperò, anche in un momento di così forte emozione, è necessario tenere presenti alcuni fattori.

1. Qualità, quantità, limpidezza delle informazioni: cosa sappiamo di quanto sta succedendo in Libia? e soprattutto come lo sappiamo? non vuole essere un interrogativo relativizzante, ma non possiamo dipendere da al-Arabiya o Al Jazeera, così come in passato - per esempio per quanto riguarda la ex-Jugoslavia - sembravamo dipendere (troppo) dalla CNN. 

Non si mette in discussione né la serietà dei network in questione, né la semplice "verità dei fatti"; ma siamo in una fase in cui qualsiasi notizia può rappresentare una sorta di "arma non convenzionale", riproducibile attraverso la Rete, incontrollabile, la cui potenza può essere amplificata oltre il dovuto. La politica non può dipendere solamente dalle informazioni giornalistiche, anche se non può prescindere da esse. 

La politica - intesa come l'insieme delle strutture statuali, ma anche le forze sociali e partitiche - deve fare filtro delle notizie che arrivano da una zona ad alta tensione, banalmente confrontando più fonti, banalmente avvalendosi di strumenti di inteligence (e noi italiani in Libia dovremmo avere rapporti consolidati con tutti gli attori in campo), ma anche riflettendo secondo un "vestito di idee" che aiuti a valutare il peso delle fonti stesse, e a capire "a chi giova" l'uso e l'"esplosione" di alcune informazioni, piuttosto che altre.

Questo anche di fronte a una crisi umanitaria e civile come quella che stiamo attraversando in Libia? sì, per quanto possa apparire cinico: la storia degli ultimi anni di politica estera è (anche) una storia di eccessi emotivi, dal Medio Oriente alla Jugoslavia, dall'11 settembre all'Afghanistan. Mescolate a giuste ragioni, la spinta dei mass-media è a volte risultata preponderante nella decisione all'azione.

Ma gli imperativi morali non sono eccessi emotivi; e per evitare questi ultimi - e per obbedire al meglio ai primi - le notizie vanno valutate con la massima attenzione.

2. Qualsiasi azione "costa" e non esiste la "neutralità" assoluta. Tutte le opzioni che si stanno prendendo in considerazione per difendere i civili libici dalle rappresaglie di Gheddafi implicano che in qualche modo ci si schieri in quella che è ormai una guerra civile. Al "minimo" dell'interventismo, per fare un esempio, l'imposizione di una no-fly zone potrebbe di fatto implicare un riconoscimento (forse rinviabile, ma difficilmente eludibile) della indipendenza di alcune parti della Libia.

Allora: "stiamo fermi"?; no, però troppe volte in passato (ricordate la Somalia?) generose inziative umanitarie si sono impantanate per una non piena considerazione delle dinamiche operative e del terreno concreto su cui si andava ad agire.

Aggiungo: l'operazione umanitaria non è "chiudibile" in poco tempo. Se si comincia a intervenire, anche solo per difendere i civili (ed è praticamente impossibile fare "solo" quello; quando si è difeso il popolo kossovaro da Milosvic si è dovuto comunque ovviamente prendere le armi contro la Serbia e bombardare Belgrado, e si è di fatto aperta una via di autonomia per il Kosovo, anche se a parole molti non volevano), ebbene se si comincia a intervenire non è possibile pensare di andare via in poche settimane. A maggior ragione per il nostro rapporto speciale con la Libia, se ci facciamo promotori di una qualsiasi iniziativa dobbiamo sapere che questo sarà un impegno di anni, aperto ed esplicito o coperto e segreto che sia.

Siamo pronti a questo, al di là dei titoli dei giornali e delle emozioni di questi giorni? 
Più sarà concreta la risposta a questa domanda, meno vana sarà la nostra eventuale azione.

Francesco Maria Mariotti


“La situazione è abbastanza tranquilla perché al mattino non vi sono movimenti particolari, in genere gli scontri avvengono di notte, quando si sentono da lontano gli echi delle sparatorie” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario Apostolico di Tripoli, in Libia. “Siamo un po’ distanti perché ci troviamo nei pressi del centro di Tripoli, dove la situazione è calma, e da dove non sentiamo molto di quello che accade in periferia. Però dall’insieme mi sembra che oggi la situazione sia più serena, almeno attorno alla nostra chiesa non vi sono particolari segni di turbolenza. Abbiamo sentito che i mezzi di comunicazione hanno riferito di attacchi aerei, ma questo avviene al di fuori di Tripoli, per lo meno non nel centro della capitale. Nella periferia sembra che certi gruppi vogliano penetrare in città, ed è qui che avvengono gli scontri”.
Circa i movimenti aerei al di sopra della città, Mons. Martinelli nota: “ieri ci sono stati dei movimenti aerei, però lo ripeto, io da qui non sento niente. Ho sentito solo degli spari in lontananza, ma più di questo non posso dire. Mi hanno riferito che in periferia vi sono stati movimenti aerei e degli spari, ma non so dire cosa sia successo”. 
Dal punto di vista sociale Mons. Martinelli, dice che “Tripoli si sta svuotando dei cittadini stranieri, a partire dalle famiglie dei lavoratori europei. Ormai non ci sono più né donne né bambini europei. La comunità cattolica è composta da stranieri, europei e asiatici. Buona parte degli europei è già partita. Resteranno i filippini, in particolare le infermiere filippine, e gli africani clandestini, che sono quelli che hanno più necessità di assistenza”.
Circa l’evoluzione della crisi, Mons. Martinelli afferma: “Dopo il discorso di ieri sera (22 febbraio), mi sembra che Gheddafi non abbia nessuna intenzione di cedere e che si senta abbastanza forte. Ha richiamato all’unità ed alla pace e ha criticato coloro che si solo lasciati trascinare dalle ‘turbolenze fondamentaliste’. Sono convinto che ci siano tante persone che vogliono la pace al di là di tutto e delle divisioni politiche. La gente vuole la serenità, perché prima delle violenze tutto sommato si stava tranquilli. Da un momento all’altro è scoppiata questa situazione che ci ha un po’ sorpresi perché l’ambiente era abbastanza tranquillo, a parte alcuni gruppi che si agitavano nell’est della Libia. Lì forse si è già creata una situazione direi quasi instabile. A Tripoli la situazione appare invece più sotto controllo”.
“Per quel che riguarda la Chiesa - continua il Vicario Apostolico di Tripoli - non abbiamo avuto il minimo disturbo, anzi abbiamo avuto dei segni di solidarietà da parte dei libici sia nei confronti delle suore sia nei confronti dei cristiani, come le infermiere filippine, che vivono al servizio totale degli ospedali locali”.
Infine, circa la situazione in cui vivono le suore che operano nella Cirenaica, Mons. Martinelli afferma: “Mi hanno detto che non desiderano essere contattate, per ovvi motivi, ma anche perché sono prese dal lavoro. Sono stanche anche per quello che capita. Il loro unico momento di pausa è alla sera tardi, quando finiscono il lavoro. Siamo comunque in contatto continuo con loro. I loro superiori sono preoccupati per la situazione. Abbiamo dato indicazioni per cui se una suora è stanca fisicamente e psicologicamente possa tranquillamente lasciare il Paese per un periodo di riposo. Qui da Tripoli probabilmente partirà un gruppo di suore che si interessano degli immigrati, perché al momento non c’è molto lavoro, in quanto, in questa situazione, è molto delicato operare”. (L.M.) (Agenzia Fides 23/2/2011)
 
La tragedia della Libia è il primo, vero test di politica estera cui l’Italia si trovi di fronte da vari anni a questa parte. Come tale, andrebbe affrontato con serietà e coesione nazionale.
Il bagno di sangue che si sta consumando nel nostro cortile di casa non è certo il terreno adatto per segnare facili punti di politica interna. Per tre ragioni molto semplici, a cominciare dal fatto che l’apertura a Gheddafi è da vari decenni una politica bipartisan. Una politica condivisa nella sostanza anche se non nelle forme (ridicole e umilianti) dell’ultima visita a Roma del «cane pazzo del Medio Oriente», vecchia definizione di Reagan che torna utile oggi. Gli unici distinguo, rispetto a questa politica pro-Gheddafi, sono venuti dalla Lega, ancora di fronte all’aumento del capitale libico in Unicredit. Seconda e ovvia ragione: il nostro Paese ha una posta in gioco vera, e molto rilevante, nel futuro della Libia. Non si tratta, come nel caso dell’Afghanistan, di salvaguardare la propria credibilità nella Nato attraverso la lotta contro il terrorismo. Si tratta di sicurezza energetica, di costi del petrolio, di quote azionarie di grandi banche e società della Penisola, di cittadini italiani che lavorano là. La Libia è ormai parte integrante del nostro sistema economico, come registra senza pietà la Borsa di Milano. Terza ragione: il caos cruento della Libia prepara una nuova ondata migratoria, facendo saltare quegli accordi bilaterali con cui l’Italia, esposta varie volte ai ricatti del rais di Tripoli, ha negli ultimi anni contenuto i flussi verso le sue coste. Ma si aggiunge una quarta e ancora più sgradevole verità: nella relazione con Gheddafi, l’Italia è stata la parte debole. (...)
 
 
(...) Quando Gheddafi, nell'estate del 1970, ordinò l'espulsione dei circa 15.000 italiani che vivevano allora nel Paese, il presidente del Consiglio fu dapprima Mariano Rumor, poi Emilio Colombo, ma il ministro degli Esteri in entrambi i governi fu Aldo Moro. Qualcuno sostenne che occorresse reagire energicamente, ma nessuno riuscì a precisare che cosa si dovesse intendere per «energia». Prevalse la linea di Moro, vale a dire la convinzione che l'Italia non potesse aprire una partita simile, per qualche aspetto, a quella che la Francia aveva definitivamente perduto in Algeria otto anni prima. Come la Francia, del resto, anche noi avevamo sull'altra sponda del Mediterraneo interessi petroliferi e più generalmente economici che andavano per quanto possibile tutelati. Buona o cattiva, questa fu la linea politica di tutti i ministri degli Esteri italiani da Giulio Andreotti a Gianni De Michelis, da Lamberto Dini a Massimo D'Alema. Come in altre questioni l'Italia ha dimostrato che nella storia della politica estera soprattutto degli ultimi quarant'anni la continuità è molto più frequente della rottura. Ogni governo, quale che fosse il suo colore, ha cercato di negoziare con Gheddafi una specie di trattato di pace.

Abbiamo adottato una linea cinica e indecorosa? Forse conviene ricordare che i primi aerei dell'aeronautica militare libica, dopo il colpo di Stato, furono i Mirage francesi; che la Germania contribuì alla creazione in Libia di una industria chimica; che gli americani, dopo avere inutilmente cercato di uccidere Gheddafi nel 1986, revocarono le sanzioni non appena il Colonnello rinunciò alle sue ambizioni nucleari; che la Gran Bretagna, nell'agosto del 2009, ha liberato e restituito alla Libia, per «ragioni umanitarie», il responsabile del sanguinoso attentato del dicembre 1988 nel cielo di Lockerbie. Ora, naturalmente, nessun governo europeo può astenersi dal condannare le violente repressioni di Bengasi e di Tripoli. Noi, in particolare, abbiamo il diritto e il dovere di alzare la voce contro Gheddafi e i suoi metodi. Ma cerchiamo almeno di farlo senza cogliere l'occasione per combattere una ennesima battaglia di politica interna. Nel momento in cui in Libia si muore lo spettacolo sarebbe particolarmente indecoroso.
 


 
Il ritorno della pirateria
post pubblicato in Comunità, il 27 novembre 2008


di Natalino Ronzitti, professore ordinario di Diritto Internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali - 27/11/2008 - dal sito AffarInternazionali

La pirateria è un vecchio “crimine di diritto delle genti”, consistente nella depredazione di navi ed equipaggi “per fini privati” da parte di un'altra nave. La pirateria veniva ed è repressa perché mette in pericolo la libertà dei traffici marittimi. Trattandosi di un crimine commesso per “fini privati”, essa si distingue dal terrorismo, che qualifica la commissione di atti di violenza per fini politici. Fino a poco tempo fa, l’attenzione dei commentatori era posta sul terrorismo marittimo, e alla pirateria, che è peraltro disciplinata dal diritto internazionale del mare, venivano dedicate poche righe nella manualistica corrente. Gli incidenti registrati non erano numerosi, per lo più confinati nello Stretto di Malacca o nelle coste adiacenti alla Nigeria.

La situazione è completamente mutata con la guerra civile in Somalia e la mancanza di un apparato statale in grado di attuare un’efficace politica preventiva e repressiva. Secondo un recente briefing del Direttore generale dell’Organizzazione marittima internazionale, sono stati compiuti al largo della Somalia 440 atti di pirateria a partire dal 1984. Di questi, 120 hanno avuto luogo nel 2008. Sono state attaccate e catturate oltre 35 navi, ed un riscatto è stato chiesto per la liberazione di navi ed equipaggi. Attualmente sono nelle mani dei pirati 14 navi e 280 uomini di equipaggio. Si sono verificate anche perdite di vite umane.

Le regole del diritto internazionale del mare, codificate nella Convenzione di Ginevra del 1958 sull’alto mare e nella Convenzione sul diritto del mare del 1982, sono chiare. Ciascuno Stato può fermare e catturare una nave pirata in alto mare. In servizio antipirateria possono operare solo le navi da guerra o le navi contrassegnate e riconoscibili quali mezzi in servizio di Stato e adibite a questo scopo dallo Stato della bandiera. La cattura può avvenire solo in alto mare. Per operare nelle acque territoriali altrui è necessario il consenso dello Stato costiero. Si suppone infatti che questi abbia la capacità di mantenere l’ordine nelle proprie acque. Anzi, la repressione della pirateria è un dovere dello Stato costiero. La nave e il carico catturati dai pirati e liberati dalla nave da guerra in alto mare non diventano proprietà dello Stato che la libera. La regola è espressa nel latinetto “pirata non mutat dominium”, al contrario di quanto avviene nella guerra marittima, dove la nave nemica e il carico possono costituire preda bellica dello Stato cattore. Il principio è chiaro, ma la sua applicazione non lo è, e la norma internazionale lascia una notevole discrezionalità allo Stato che opera la cattura, pur salvaguardando i diritti dei terzi in buona fede. Allo Stato che cattura la nave pirata, spetta il diritto di sequestrarla e di esercitare la giurisdizione penale nei confronti dell’equipaggio e di disporre dei beni, nella salvaguardia dei diritti dei proprietari.

Come ha reagito la comunità internazionale? In primo luogo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato due risoluzioni - 1816 del 2 giugno 2008 e 1838 del 7 ottobre 2008 - con cui autorizza gli Stati con navi nella zona ad entrare nelle acque territoriali somale. Tra l’altro si tratta di scortare le navi del World Food Program, che portano aiuti umanitari in Somalia. Le risoluzioni sono state adottate all’unanimità, ma la Cina ed altri paesi del terzo mondo hanno precisato che l’ingresso nelle acque somale non costituisce un precedente per modificare le regole del diritto del mare che consentono agli Stati esteri di operare solo in alto mare. È in preparazione una terza risoluzione del Consiglio, che dovrebbe disporre misure più incisive.

Intanto l’Oceano Indiano sta diventando molto affollato. Una flotta Nato, con la missione di scortare i convogli umanitari è presente nella zona, e la missione dovrebbe essere prorogata, nonostante che l’Ue abbia deciso un’azione comune per il dispaccio di una squadra navale, che dovrebbe essere operativa tra qualche giorno. L’Italia, che fa parte dell’operazione Nato, dovrebbe far parte pure di quella Ue. Tra l’altro sembra che le regole d’ingaggio Ue siano più incisive di quelle Nato.

Nell’Oceano indiano si trovano anche Cina e Russia. L’India non è andata tanto per il sottile, aprendo il fuoco contro una supposta nave pirata (altre fonti dicono che si è trattato di un errore poiché è stato affondato un peschereccio!). Gli Usa sono presenti con la Combined Task Force (Ctf) 150, che, oltre a svolgere missione antiterrorismo, svolge anche missione antipirateria. Anche il Pakistan ne fa parte.

Si ha l’impressione, però, che manchi un coordinamento. Le numerose “iniziative” lanciate dagli Stati Uniti, tipo la Proliferation Security Initiative (Psi) che comporta il fermo di navi estere in alto mare con il consenso della bandiera, potrebbero servire da modello per un’iniziativa congiunta contro la pirateria, che non può essere affidata alle sole Nazioni Unite. Ad esempio, nell’impossibilità di stabilizzare la situazione a terra, si potrebbe prevedere la chiusura delle coste somale, con una sorta di blocco alla rovescia (si può entrare, ma non uscire).

Le regole del diritto del mare già consentono di prendere misure incisive, compreso l’uso della forza, quando la nave sospetta di darsi alla pirateria non risponda all’alt che le viene intimato e risultano vani i tentativi di arrestarla. Quanto alla giurisdizione penale, essa può essere esercitata, come si è detto, dalla nave che procede alla cattura e la Francia lo ha già fatto con la cattura di 12 pirati, responsabili dell'abbordaggio di un panfilo francese, arrestati e trasportati in Francia. Altra possibilità è quella di consegnare i pirati catturati ad uno Stato della regione, ma qui sorgono altri problemi, tra cui quello di una giustizia conforme ai diritti dell’uomo. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Codice della Navigazione contiene disposizioni (artt. 1135-1136) per l’esercizio della giurisdizione penale e la conseguente irrogazione delle pene. È allo studio un decreto-legge a completamento delle disposizioni del Codice, specialmente per quanto riguarda la convalida dell’arresto.

Intanto gli “utenti” del mare sono preoccupati. I noli sono aumentati e i premi assicurativi anche. Le compagnie di navigazione preferiscono spesso pagare un riscatto per liberare la nave e non si vede come questa prassi possa essere fermata. Danneggiate sono anche le navi dedite alla pesca d’altura, in particolare quelle impiegate nella cattura dei tonni.

È ammissibile l’impiego di compagnie militari private? I “contractors” americani si sono già fatti avanti, ma le compagnie di navigazione non vedono con favore uno sviluppo del genere. Tra l’altro l’impiego di “contractors” solleva delicati problemi giuridici. Se una nave commerciale, con a bordo una compagnia di “contractors”, viene attaccata dai pirati, essa potrà reagire in legittima difesa e, secondo alcuni, potrebbe addirittura procedere alla cattura della nave pirata. Ma può una compagnia di “contractors” armare una nave per condurre la lotta alla pirateria? Le regole del diritto del mare prescrivono che la cattura possa essere operata solo da navi da guerra o navi in servizio di Stato adibite a questo scopo, ma nella seconda categoria difficilmente possono essere ricomprese le navi dei “contractors”.

Com’è facilmente intuibile i problemi non sono di poco conto. È pertanto necessaria una nuova “Iniziativa”, facente capo ad una coalizione di potenze marittime. Invece di redigere una convenzione, impresa non facile, sarebbe auspicabile l’adozione di uno Statement of Principles, contenente una serie di regole, non in contrasto, ma a sviluppo delle attuali norme di diritto internazionale del mare. Ove necessario, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza potrebbero conferire portata obbligatoria alle regole contenute nello Statement. In altri termini, l’Iniziativa, lungi dall’essere antagonista alle Nazioni Unite, dovrebbe avere natura complementare: Iniziativa e Nazioni Unite sarebbero mutually reinforcing. 

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