.
Annunci online

"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
AmeriCina, appuntamento a novembre
post pubblicato in Focus Oriente, il 12 luglio 2010



La Cina si sta già preparando a pieno regime e l’America senza dubbio sta facendo altrettanto. Infatti nell’agenda politica globale non c’è appuntamento da qui alla fine di novembre più importante.In quel periodo il presidente cinese Hu Jintao comincerà la sua visita in Usa che dovrebbe dare nuovo impulso alle relazioni bilaterali tra le due maggiori potenze attuali America e Cina, comunque si voglia chiamare questo rapporto, G2 o «AmeriCina». Eppure, da qui a novembre, perché la visita sia davvero un successo, i due Paesi dovranno sormontare una serie di problemi complessi. Oggi il rapporto è ostaggio di contorte questioni strategico militari.

Il dialogo bilaterale è bloccato perché Washington vorrebbe parlare senza cambiare nulla; Pechino invece vuole che prima l’America risolva la questione della vendita delle armi a Taiwan e le missioni Usa di sorveglianza/spionaggio intorno alla Cina. (...)

Se Taiwan, abitata da gente di etnia Han, come la maggioranza della Cina, diventa formalmente indipendente, perché dovrebbero rimanere cinesi il Xinjiang o il Tibet, abitati da etnie non Han? Ma se Xinjiang e Tibet diventano indipendenti, Pechino perde metà del suo territorio nazionale. In altre parole, la vendita di armi americane a Taiwan gioca all’interno della politica cinese e taiwanese a favore di forze che vogliono allontanare le parti. D’altro canto l’America è obbligata alla vendita per una legge del congresso. E comunque, se smettesse di vendere armi ciò potrebbe essere visto dall’opinione pubblica Usa come se una timida America consegnasse l’agnello taiwanese al lupo cinese. In passato la vicenda era secondaria, ora è diventata più urgente perché Pechino sta registrando molti passi avanti bilaterali e quindi vorrebbe e assicurare i suoi successi chiudendo il problema delle armi. Inoltre ci sono le missioni di sorveglianza americane sulla Cina. Navi e aerei Usa ne compiono circa un migliaio con vari scopi: rilevazioni di fondali o accertamento delle capacità militar tecnologiche cinesi. 

In queste occasioni ci sono stati degli incidenti, nel 2001 o l’anno scorso, cose che potrebbero sempre accendere conflitti più importanti. Gli Usa vorrebbero stabilire quindi un codice di condotta per le missioni. La Cina si oppone perché un codice di condotta stabilirebbe un rapporto con gli Usa di avversario, da guerra fredda. Poi ciò varrebbe solo per gli Usa, Pechino non è in grado di compiere simili azioni intorno al territorio americano. Infine c’è il problema della vendita di tecnologia duale americana alla Cina, cosa che servirebbe spesso, come col nucleare, anche a ridurre le crescenti emissioni di carbone di Pechino. Qui Washington ha fatto delle concessioni, ma sono minime secondo la Cina che vorrebbe molto di più.

L’America diede e fece dare molte tecnologie a Pechino fino al 1989, ma dopo i fatti di Tiananmen impose un embargo che dura fino ad oggi. Ci vorrebbe un grande patto politico bilaterale per togliere l’embargo, ma a oggi tale patto è complicato anche dal fatto che molti vicini, dal Giappone all’India, si sentono schiacciati dalla crescita cinese. Essi temono che uno spostamento americano verso Pechino possa cambiare definitivamente equilibri politici ed economici in Asia e quindi nel mondo.(...)

La nuova «AmeriCina» mette però in un cono d’ombra l’Europa. Ciò tanto più che l’Usa-Cina deve comprendere i nuovi equilibri dell’Asia Pacifico. Così, anche sul nostro benessere grava un punto di domanda: visto che la visione militare in questo caso viene prima di quella industriale, anche l’economia dell’Europa potrebbe subirne conseguenze. Ciò probabilmente non domani, ma già il dopodomani è in forse.

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Stati Uniti Cina Taiwan Xinjiang Tibet Europa

permalink | inviato da franzmaria il 12/7/2010 alle 22:21 | Versione per la stampa
Siamo tutti tibetani?
post pubblicato in Comunità, il 18 marzo 2008


Difficile non "essere tibetani" oggi, con quello che sta succedendo nella dura e tragica repressione cinese. O anche - da un certo punto di vista - un po' troppo facile.

Mi spiego: nessuno deve tacere o sottovalutare ciò che sta avvenendo in Tibet in queste ore; ma francamente trovo un po' facile - e un po' sospetta - la velocità con sui si fanno manifestazioni di solidarietà, lasciando totalmente inesplorate le possibilità della politica.
Spesso più si manifesta, meno si affrontano i problemi concreti.

Il problema concreto da risolvere è: come garantire una certa autonomia al Tibet, in concerto - perché non si può fare altrimenti - con la Cina?
Si può adottare una "via intermedia" come quella suggerita dal Dalai Lama? in questo senso sarebbe interessante esplorare
questa soluzione anche perché potrebbe essere un "modello" definibile - mutatis mutandis - anche in altre situazioni.

E' da molti anni che vado dicendo - io minimo e semplice cittadino nelle associazioni o nei partiti in cui lavoro, insieme a molti altri (nel campo laico Pannella, nel campo
non laico il pensiero cattolico che stava dietro alcune delle azioni di Giovanni Paolo II - esclusa la vicenda croata...) che il principio di autodeterminazione dei popoli è un feticcio pericoloso.

Ho imparato dal Movimento Federalista Europeo che la parola d'ordine può essere, se necessario: "autogoverno, non autodeterminazione". Ovvero, non è necessario che si frantumino i paesi, perché i diritti delle minoranze siano tutelati, e perché un uomo possa vivere serenamente sotto il cielo stellato che a tutti appartiene, seguendo solo la sua coscienza, e senza inchinarsi a qualsivogli idolo o potentato. a qualsivoglia Stato.

L'idea di fondo del federalismo - quello vero! - è proprio quello di pensare una modulazione del governo degli uomini che lasci intatto il massimo di libertà disponibile per l'individuo, integrandolo nel più vicino e adattabile dei contesti nazionali, a sua libera scelta.

A SUA LIBERA SCELTA. (questa sottolineatura un po' "anarchica" è però molto mia, e ci tornerò in un prossimo post)
Contro ogni determinismo nazionale, costituzionale, legislativo, e poliziesco.

E' un problema da approfondire, e l'urgenza di queste ore forse costringe a segnali di tipo diverso.

Ma la politica estera non si fa governati dalle telecamere che filmano le "vittime di turno", perdonatemi la durezza.
No.

La politica estera è riflessione delle conseguenze (chi governerebbe il Tibet, se indipendente? quali le possibili rappresaglie cinesi? Quali le conseguenze per molte altre minoranze?)

Etica della responsabilità è anche pensare - utopicamente ma regolativamente per il presente - una possibile modalità di azione, la più libera ma anche la più concreta possibile, nelle condizioni date, e che apra spiragli su un futuro possibile. Non su un'astratta idea.

E inoltre, in chiusura, etica della responsabilità è anche etica della misura, delle concrete possibilità di azione; delle azioni che già dobbiamo fare e continuare.

E quindi: tanta attenzione sul Tibet, ma l'urgenza oggi per l'Italia e l'Europa si chiama ancora Balcani.
Con tutto quello che sta succedendo e che probabilmente avrà conseguenze molto gravi.

Lì il nostro "interesse" nazionale ed europeo.
Lì, ora. Non altrove, a fuggire la realtà con belle manifestazioni
...

Sfoglia giugno        agosto
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv