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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
SUBITO UN NUOVO GOVERNO: MARIO MONTI PREMIER
post pubblicato in Focus Europe, il 12 settembre 2011


 

Dopo la giornata di oggi, il tempo che ci separa dal default del nostro paese sembra essersi ristretto in maniera drammatica: in questi momenti rischia di aggredirci un senso di impotenza, al quale non dobbiamo arrenderci.

Ho scritto il testo che segue a guisa di appello; se lo ritenete potete farlo girare.
Possiamo e dobbiamo farcela, ma il tempo stringe.
 
Francesco Maria

SUBITO UN NUOVO GOVERNO: MARIO MONTI PREMIER

 
Indipendentemente dalla collocazione politica che ognuno di noi può avere, non si può più negare che l'attuale situazione di stallo rischia di aggravare in termini irreversibili la crisi finanziaria del nostro paese.
 
E' quanto mai necessario che venga dato un segnale inequivocabile di svolta ai mercati e alle pubbliche opinioni del mondo che guardano con ansia all'Italia come punto di non ritorno di un'eventuale crisi dell'Euro: questo perché è evidente a tutti che se cadiamo noi, crolla l'Euro e si compromette irrimediabilmente il progetto di integrazione europea.
 
Tale segnale può essere dato solo con una crisi di governo pilotata che porti alla nascita di un governo tecnico di solidarietà nazionalesorretto dalle principali forze politiche presenti in Parlamento.
 
La persona giusta per guidarlo è Mario Monti. Con lui potrà forse collaborare anche Lorenzo Bini-Smaghi, che dovrebbe lasciare la BCE a breve, al momento dell'insediamento di Mario Draghi come Presidente.
 
In pochissimi giorni, già dopo l'approvazione della manovra finanziaria ed entro lunedì prossimo, il cambiamento va posto in essere senza più indugi: l'Unione Europea e la BCE devono difenderci come possono - anche mettendo in atto una nuova fase costituente che ci porti ad avere una reale governance economica del continente; ma la responsabilità di un cambiamento e della cura dei mali italiani spetta solo a noi.
Africa e MO, Costringere la Cina a Intervenire
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 agosto 2011


In Africa e in Medio Oriente si stanno giocando partite diverse, ma entrambe molto rischiose per la stabilità internazionale.

Questa crisi politica sembra svolgersi in parallelo ma non in contatto con quella finanziaria ed conomica, che oramai richiede una soluzione a livello mondiale: gli eurobond (o la proposta più elaborata Prodi-Quadrio Curzio) possono essere utilissimi per noi, ma non sono la panacea di tutti i mali, e l'uscita dal dramma può avvenire solo con un tavolo che veda Stati Uniti, Ue e Cina darsi una disciplina monetaria comune e decidere come governare insieme il mondo, provando a dare una spinta alla crescita.

Ed è proprio su questo tavolo che andrebbero posti anche i dossier politici, in particolare Libia e Medio Oriente: la Cina sembra a prima vista non essere presente su questi scenari, ma se si pensa alla penetrazione di Pechino nel continente africano, non vi può essere dubbio che la "nuova" superpotenza abbia interesse - e debba riconoscere di averlo - nella soluzione della crisi di Tripoli e nella gestione di tutti i principali capitoli che interessano la stabilità geopolitica globale (debiti sovrani, materie prime, terrorismo, migrazioni, lavoro, etc).

La Cina fino ad oggi ha dato l'impressione di non voler assumere esplicitamente le responsabilità di superpotenza che oramai tutto il mondo le riconosce, preferendo un gioco silenzioso per lo più economico, ma non direttamente politico: questa fase può dirsi ormai conclusa, e Washington e Bruxelles devono costringere Pechino a scendere in campo, a co-governare il mondo, a spendere parola, influenza e moneta - e forse non solo quelle - perché questa crisi globale di governance possa iniziare a risolversi. E noi europei potremmo avere un ruolo fondamentale in questa dialettica fra "potenze riluttanti", per dirla con una espressione di Marta Dassù.

Non abbiamo bisogno solo di una nuova Bretton Woods, come dicono molti: facendo finta che questi paragoni (forse un po' deboli e troppo retorici) abbiano un senso, potremmo forse dire che c'è da organizzare anche una nuova Yalta. 

Speriamo di non dover pagare per questo il prezzo di una nuova guerra globale.

Francesco Maria Mariotti






Il rispetto dei diritti umani in Russia
post pubblicato in Focus Europe, il 23 settembre 2009


Mozione per il rispetto dei diritti umani in Russia

(...) Noi siamo convinti che la politica del Governo italiano di buone relazioni con la Russia sia fondamentale. Noi siamo convinti che sia necessario rafforzare i legami tra l’Unione europea e la Russia, e l’Italia può svolgere un ruolo positivo in tal senso. Non contestiamo affatto l’impegno del Presidente Berlusconi di lavorare per intensificare le relazioni russo-americane, e siamo convinti che la nostra storia sia una storia di tradizionale amicizia con il popolo russo: anche nei momenti di tensione, di maggiore difficoltà nei processi di distensione - mi riferisco agli anni Sessanta, agli anni Cinquanta - noi come Paese ci siamo sempre sforzati (allora vi era anche un collateralismo di una parte politica) di tenere il rapporto con il popolo russo.
La Russia è andata avanti in questi anni, ha fatto molti progressi: non è più il Paese che abbiamo conosciuto, che molti di noi hanno conosciuto all’inizio della nostra attività politica, quando da giovani vedevamo un’Unione sovietica che era la negazione delle libertà civili, politiche e culturali. Noi siamo stati figli di una generazione che ha fatto le manifestazioni per gli intellettuali russi rinchiusi nei gulag, e non ci possiamo dimenticare alcun lezioni morali, culturali straordinarie di personalità come Solzenicyn. Oggi questa Russia, per fortuna, non esiste più: vi è un processo nei diritti civili, nelle forme democratiche, ma purtroppo - e qui è il problema - noi constatiamo negli ultimi tempi che questo processo democratico, che tante speranze aveva suscitato nel mondo occidentale e in tutto il pianeta, rischia di avere preoccupanti involuzioni.
L’onorevole Evangelisti ha sottolineato cose che mi trovano d’accordo, perché non dimentichiamo che qui parliamo del caso Khodorkovsky, ma abbiamo diversi e gravissimi episodi di giornalisti uccisi su cui ancora non si è fatta chiarezza; e poiché sono diversi, sono consequenziali questi episodi, sono tutti legati a vicende che rischiano di avere un unico filo conduttore, è ancora più preoccupante la situazione che monitoriamo dall’estero.
In questo contesto si situa la vicenda di Khodorkovsky. Basti pensare che la Yukos (lo voglio dire ai colleghi che probabilmente non hanno approfondito questi dossier), nel momento in cui l’autorità giudiziaria russa è intervenuta, aveva qualcosa come il 2 per cento del prodotto mondiale di petrolio, era una società importantissima, e noi non abbiamo alcuna competenza tecnica e giuridica, alcuna conoscenza delle vicende per definire gli atti di Khodorkovsky come proprietario della Yukos, atti giusti, conformi alla legge, positivi o negativi. Noi non siamo interessati in questa sede alle attività finanziarie, economiche di Khodorkovsky. Può darsi che i rilievi che gli vengono attribuiti siano, dal punto di vista della correttezza, giusti; ma questa vicenda giudiziaria, come il sottosegretario Mantica ha correttamente riportato, si è tinta in modo preoccupante di gravi colori e motivazioni politiche.
Tutti noi sappiamo che Khodorkovsky è stato un finanziatore di quei partiti liberali russi che sono stati completamente emarginati dall’arrivo di Putin nella vicenda politica interna e sappiamo che tutta la vicenda giudiziaria di Khodorkovsky è stata costellata da preoccupanti anomalie, anomalie gravi: nel momento in cui incomincia a decorrere il termine per la possibile scarcerazione, vengono elevate da parte dell’autorità giudiziarie nuove imputazioni a Khodorkovsky; insomma, tutti gli osservatori internazionali stanno con i «fucili puntati», con i «fari accesi» su questa vicenda. (...) Al Senato americano c’è una mozione dell’allora senatore Obama e dell’allora senatore McCain (non due passanti, non due signori insignificanti nella politica americana, ma i due candidati alla Presidenza degli Stati Uniti d’America, compreso naturalmente il Presidente eletto Obama) e maggioranza e opposizione hanno fatto assieme una mozione parlamentare sul caso Khodorkovsky, chiedendo alla Russia il rispetto dei diritti dell’uomo (riguardo al quale, evidentemente, c’era qualcosa di più che una sensazione sul fatto che in questa vicenda fosse stato pesantemente violato).
Il fatto è grave, se è vero che il Cancelliere tedesco Angela Merkel recentemente, incontrando il Presidente russo, in una conferenza stampa anch’essa ha sollevato il problema di Khodorkovsky.
Allora qui non si tratta di indagare sulle vicende giudiziarie di un signore o di un magnate russo: qui si tratta di capire in che misura la politica ha influenzato i destini di questo signore rispetto ad altri signori del petrolio in un Paese, che stiamo accreditando nonostante pagine buie. Onorevoli colleghi, in nome della realpolitik abbiamo messo il silenziatore a vicende come quella della Cecenia: chiedo un sussulto di dignità in un Parlamento di un grande Paese democratico come questo! Credo che il richiamo che nella mia mozione è formulato alle autorità russe sia un richiamo di onestà intellettuale e di serietà politica finalizzato allo stesso interesse della credibilità del Paese della Federazione Russa nell’ambito della comunità degli Stati liberi. (...) Ho qualche dubbio sull’indipendenza e sull’autonomia della magistratura russa comunque non entriamo nel dettaglio, non voglio neanche metterla ulteriormente in difficoltà tenendo una linea che potrebbe vanificare quello che è il mio obiettivo: il mio obiettivo - ve lo dico con chiarezza - è che questa mozione sia approvata all’unanimità, perché un Parlamento che si divide sulla difesa dei diritti civili in un Paese che ha la storia e la tradizione dell’Italia sarebbe un Parlamento non in grado di assolvere le sue responsabilità verso la comunità internazionale.

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permalink | inviato da franzmaria il 23/9/2009 alle 20:50 | Versione per la stampa
India - La strage di Mumbai e la questione del Kashmir
post pubblicato in Diario, il 1 dicembre 2008


da AffarInternazionali - 01/12/2008

di Eva Pföstl - direttore di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”
 
Tra le informazioni lasciate filtrare dalla polizia indiana (ma ancora incontrollate) c’è quella che il terrorista arrestato a Mumbai, nel corso della recente strage, sarebbe stato addestrato dal Laskar-e-taiba, formazione militare terroristica vicina ad al-Qaida, con il suo centro operativo nel Kashmir pachistano. Benché questo gruppo condivida con altri movimenti “jiahdisti” l’obiettivo strategico di instaurare un governo religioso fondamentalista in Pakistan, la sua particolarità è quella di essere anche legato alla guerriglia anti-indiana nella regione contesa del Kashmir.

Banco di prova per Usa e Ue
Avviene così che la strage di Mumbai finisca per porre all’Unione europea, a Obama e al suo futuro segretario di Stato Hillary Clinton una priorità che il consigliere del neo presidente per le politiche di sicurezza nel sud-est asiatico, Bruce Ridel, aveva già individuato: disinnescare la questione del Kashmir e con essa quella dei rapporti tra musulmani e induisti in una regione strategicamente vitale.

Sotto il profilo giuridico e politico il conflitto del Kashmir – occorre aggiungere lo Jammu, regione gemella del Kashmir indiano, perché oramai pienamente coinvolta nella guerriglia - è uno dei più complicati. Dal 1947 a oggi sono all'incirca quaranta le proposte ufficialmente avanzate per uscire dal pantano del Kashmir, ma nessuna ha ottenuto il consenso di tutte le parti in causa. (... continua sul sito AffarInternazionali)


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permalink | inviato da franzmaria il 1/12/2008 alle 23:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il ritorno della pirateria
post pubblicato in Comunità, il 27 novembre 2008


di Natalino Ronzitti, professore ordinario di Diritto Internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali - 27/11/2008 - dal sito AffarInternazionali

La pirateria è un vecchio “crimine di diritto delle genti”, consistente nella depredazione di navi ed equipaggi “per fini privati” da parte di un'altra nave. La pirateria veniva ed è repressa perché mette in pericolo la libertà dei traffici marittimi. Trattandosi di un crimine commesso per “fini privati”, essa si distingue dal terrorismo, che qualifica la commissione di atti di violenza per fini politici. Fino a poco tempo fa, l’attenzione dei commentatori era posta sul terrorismo marittimo, e alla pirateria, che è peraltro disciplinata dal diritto internazionale del mare, venivano dedicate poche righe nella manualistica corrente. Gli incidenti registrati non erano numerosi, per lo più confinati nello Stretto di Malacca o nelle coste adiacenti alla Nigeria.

La situazione è completamente mutata con la guerra civile in Somalia e la mancanza di un apparato statale in grado di attuare un’efficace politica preventiva e repressiva. Secondo un recente briefing del Direttore generale dell’Organizzazione marittima internazionale, sono stati compiuti al largo della Somalia 440 atti di pirateria a partire dal 1984. Di questi, 120 hanno avuto luogo nel 2008. Sono state attaccate e catturate oltre 35 navi, ed un riscatto è stato chiesto per la liberazione di navi ed equipaggi. Attualmente sono nelle mani dei pirati 14 navi e 280 uomini di equipaggio. Si sono verificate anche perdite di vite umane.

Le regole del diritto internazionale del mare, codificate nella Convenzione di Ginevra del 1958 sull’alto mare e nella Convenzione sul diritto del mare del 1982, sono chiare. Ciascuno Stato può fermare e catturare una nave pirata in alto mare. In servizio antipirateria possono operare solo le navi da guerra o le navi contrassegnate e riconoscibili quali mezzi in servizio di Stato e adibite a questo scopo dallo Stato della bandiera. La cattura può avvenire solo in alto mare. Per operare nelle acque territoriali altrui è necessario il consenso dello Stato costiero. Si suppone infatti che questi abbia la capacità di mantenere l’ordine nelle proprie acque. Anzi, la repressione della pirateria è un dovere dello Stato costiero. La nave e il carico catturati dai pirati e liberati dalla nave da guerra in alto mare non diventano proprietà dello Stato che la libera. La regola è espressa nel latinetto “pirata non mutat dominium”, al contrario di quanto avviene nella guerra marittima, dove la nave nemica e il carico possono costituire preda bellica dello Stato cattore. Il principio è chiaro, ma la sua applicazione non lo è, e la norma internazionale lascia una notevole discrezionalità allo Stato che opera la cattura, pur salvaguardando i diritti dei terzi in buona fede. Allo Stato che cattura la nave pirata, spetta il diritto di sequestrarla e di esercitare la giurisdizione penale nei confronti dell’equipaggio e di disporre dei beni, nella salvaguardia dei diritti dei proprietari.

Come ha reagito la comunità internazionale? In primo luogo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato due risoluzioni - 1816 del 2 giugno 2008 e 1838 del 7 ottobre 2008 - con cui autorizza gli Stati con navi nella zona ad entrare nelle acque territoriali somale. Tra l’altro si tratta di scortare le navi del World Food Program, che portano aiuti umanitari in Somalia. Le risoluzioni sono state adottate all’unanimità, ma la Cina ed altri paesi del terzo mondo hanno precisato che l’ingresso nelle acque somale non costituisce un precedente per modificare le regole del diritto del mare che consentono agli Stati esteri di operare solo in alto mare. È in preparazione una terza risoluzione del Consiglio, che dovrebbe disporre misure più incisive.

Intanto l’Oceano Indiano sta diventando molto affollato. Una flotta Nato, con la missione di scortare i convogli umanitari è presente nella zona, e la missione dovrebbe essere prorogata, nonostante che l’Ue abbia deciso un’azione comune per il dispaccio di una squadra navale, che dovrebbe essere operativa tra qualche giorno. L’Italia, che fa parte dell’operazione Nato, dovrebbe far parte pure di quella Ue. Tra l’altro sembra che le regole d’ingaggio Ue siano più incisive di quelle Nato.

Nell’Oceano indiano si trovano anche Cina e Russia. L’India non è andata tanto per il sottile, aprendo il fuoco contro una supposta nave pirata (altre fonti dicono che si è trattato di un errore poiché è stato affondato un peschereccio!). Gli Usa sono presenti con la Combined Task Force (Ctf) 150, che, oltre a svolgere missione antiterrorismo, svolge anche missione antipirateria. Anche il Pakistan ne fa parte.

Si ha l’impressione, però, che manchi un coordinamento. Le numerose “iniziative” lanciate dagli Stati Uniti, tipo la Proliferation Security Initiative (Psi) che comporta il fermo di navi estere in alto mare con il consenso della bandiera, potrebbero servire da modello per un’iniziativa congiunta contro la pirateria, che non può essere affidata alle sole Nazioni Unite. Ad esempio, nell’impossibilità di stabilizzare la situazione a terra, si potrebbe prevedere la chiusura delle coste somale, con una sorta di blocco alla rovescia (si può entrare, ma non uscire).

Le regole del diritto del mare già consentono di prendere misure incisive, compreso l’uso della forza, quando la nave sospetta di darsi alla pirateria non risponda all’alt che le viene intimato e risultano vani i tentativi di arrestarla. Quanto alla giurisdizione penale, essa può essere esercitata, come si è detto, dalla nave che procede alla cattura e la Francia lo ha già fatto con la cattura di 12 pirati, responsabili dell'abbordaggio di un panfilo francese, arrestati e trasportati in Francia. Altra possibilità è quella di consegnare i pirati catturati ad uno Stato della regione, ma qui sorgono altri problemi, tra cui quello di una giustizia conforme ai diritti dell’uomo. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Codice della Navigazione contiene disposizioni (artt. 1135-1136) per l’esercizio della giurisdizione penale e la conseguente irrogazione delle pene. È allo studio un decreto-legge a completamento delle disposizioni del Codice, specialmente per quanto riguarda la convalida dell’arresto.

Intanto gli “utenti” del mare sono preoccupati. I noli sono aumentati e i premi assicurativi anche. Le compagnie di navigazione preferiscono spesso pagare un riscatto per liberare la nave e non si vede come questa prassi possa essere fermata. Danneggiate sono anche le navi dedite alla pesca d’altura, in particolare quelle impiegate nella cattura dei tonni.

È ammissibile l’impiego di compagnie militari private? I “contractors” americani si sono già fatti avanti, ma le compagnie di navigazione non vedono con favore uno sviluppo del genere. Tra l’altro l’impiego di “contractors” solleva delicati problemi giuridici. Se una nave commerciale, con a bordo una compagnia di “contractors”, viene attaccata dai pirati, essa potrà reagire in legittima difesa e, secondo alcuni, potrebbe addirittura procedere alla cattura della nave pirata. Ma può una compagnia di “contractors” armare una nave per condurre la lotta alla pirateria? Le regole del diritto del mare prescrivono che la cattura possa essere operata solo da navi da guerra o navi in servizio di Stato adibite a questo scopo, ma nella seconda categoria difficilmente possono essere ricomprese le navi dei “contractors”.

Com’è facilmente intuibile i problemi non sono di poco conto. È pertanto necessaria una nuova “Iniziativa”, facente capo ad una coalizione di potenze marittime. Invece di redigere una convenzione, impresa non facile, sarebbe auspicabile l’adozione di uno Statement of Principles, contenente una serie di regole, non in contrasto, ma a sviluppo delle attuali norme di diritto internazionale del mare. Ove necessario, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza potrebbero conferire portata obbligatoria alle regole contenute nello Statement. In altri termini, l’Iniziativa, lungi dall’essere antagonista alle Nazioni Unite, dovrebbe avere natura complementare: Iniziativa e Nazioni Unite sarebbero mutually reinforcing. 

Tra Stati Uniti e Russia rischia di più l’Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 25 novembre 2008


di Carlo Jean, da Il Messaggero del 25 novembre 2008, pag. 1 (testo tratto dal sito dei Radicali)

L’elezione di Barack Obama continua a suscitare grandi aspettative. Non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Anche negli Usa il suo consenso si è accresciuto. Dal 52% di elettori che lo hanno votato, si è passati al 70% che esprimono un parere favorevole su di lui. Avrà un Congresso ed un Senato a maggioranza democratica. Le prime sue mosse sembrano indicare due possibilità. La prima è che si senta meno sicuro di quanto appaia. Lo indicano la scelta di Hillary Clinton come Segretario di Stato ed il suo intendimento di nominare esponenti al Partito Repubblicano ad importanti cariche, quale quella di Segretario della Difesa. Da un lato, tale decisione è rischiosa. Potrebbero essere “vipere”, capaci di giocargli qualche brutto scherzo. Dall’altro lato, tale scelta potrebbe portargli voti bipartisan. Potrebbe averne bisogno. La situazione che eredita è pesante sotto il profilo sia economico che politico-strategico. La sua priorità sarà senza dubbio l’economia. È troppo presto per sapere quale sarà il suo piano per uscire dalla crisi. A quanto si sa, sarà un mix del tradizionale approccio repubblicano di taglio delle tasse e di quello democratico di aumento della spesa pubblica per sostenere l’occupazione, non solo con grandi lavori infrastrutturali, ma anche sovvenzionando industrie come quelle automobilistiche, ad alta intensità di manodopera. Esse, secondo taluni economisti, dovrebbero essere lasciate fallire e trasferite ai Paesi emergenti, dove la forza lavoro costa meno. I fondi dovrebbero essere concentrati sui settori ad alta tecnologia, cioè gli unici che, finita la crisi, potrebbero assicurare la supremazia americana nel mondo.

A parte l’economia, Barack dovrà affrontare gravi problemi di politica estera. Non solo l’Iraq e l’Afghanistan. Ma anche l’incertezza sulla stabilità del Pakistan, la proliferazione in Iran, i rapporti con l’Europa, con la Russia, con la Cina, il futuro della Nato, della difesa antimissili, ed altri ancora. All’Italia interessano soprattutto i rapporti degli Usa con l’Europa e quelli con la Russia.

In Europa, è caduto il vezzo di affermare che gli Usa sono in declino, ma di aspettare che sia il nuovo presidente ad affermare la sua leadership ed a decidere l’agenda di che cosa fare. Giustamente, il Consiglio Europeo ha deciso di non attendere che Obama dica che cosa vuole dall’Europa. Ma di anticipare i tempi, prospettando ad Obama non solo quello che l’Europa vuole, ma anche quanto può dare o non dare agli Usa. È una decisione saggia. Dire di no alle richieste Usa, tradirebbe le aspettative di Obama. Lo metterebbe in difficoltà di fronte al Congresso. Sarebbe controproducente. Potrebbe essere disastroso. I capi dei governi europei hanno perciò deciso di inviare una lettera ad Obama. Essa non conterrà solo affermazioni generiche ed auspici. Non sarà centrata sulla crisi finanziaria né sul secondo Bretton Woods. Parlerà di Medio Oriente, Afghanistan, Russia e Nato, precisando quanto gli europei possono e non possono dare. La redazione della lettera sarà difficile. L’Ue non solo è debole, ma anche divisa. Non vi sono molte forze militari aggiuntive per sostenere il surge americano in Afghanistan. Con la crisi economica, nessun governo europeo è disponibile ad aumentare in modo massiccio gli stanziamenti per l’Afghanistan o per il rafforzamento della Nato, che Obama vorrebbe allargare all’Ucraina e alla Georgia. In aprile prossimo, si terrà un Summit Nato a Strasburgo, in occasione dei sessant’anni dell’Alleanza. Per Obama sarà il primo viaggio da presidente in Europa. Allora i nodi verranno al pettine. È incerto se la sua visita alle capitali europee avrà successo come quella pre-elettorale del settembre scorso. Come ha messo in evidenza Marta Dassù sul Financial Times del 20 novembre scorso, il peso dell’Europa dipenderà dalla sua unione. Per ora non si può dire che esista. Troppi parlano a nome dell’Europa. Il successo in Georgia è stato più di Sarkozy che dell’Ue. Obama potrebbe essere costretto a scegliere fra la “nuova” Europa preferita da Bush e la “vecchia” Europa. Deciderà anche alle spalle degli europei a seconda dei rapporti che avrà con Mosca.

L’Europa non è riuscita a decidere quale politica adottare nei confronti di una Russia, tornata ad essere assertiva e che pretende l’esclusività sul suo “estero vicino”. L’Europa vorrebbe invece su tale area un partenariato strategico, in cui la “politica di vicinato” europea possa convivere con gli interessi russi. Obama dovrà tener conto dell’inevitabilità di una certa ambiguità europea. L’Europa dipende troppo dal gas russo. Il suo sogno sarebbe quello di un’intesa a tre. Rischia però di essere esclusa dai negoziati fra Washington e Mosca, a meno che non si accordi su di una politica comune. Se non le riuscisse a definirla, potrebbero esservi gravi conseguenze. Si indebolirebbe non solo la Nato, ma la stessa Ue. In Europa si dovrebbe formare un “nucleo duro”. Più probabilmente ciascuno cercherà di accordarsi sottobanco con gli Usa. L’entusiasmo europeo su Obama evaporerà. L’incapacità europea di essere partner rispettabile degli Usa annullerà la possibilità di una rinnovata intesa transatlantica, da cui dipende la possibilità europea di contare nel mondo. L’Europa potrebbe allora uscire dalla storia.


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permalink | inviato da franzmaria il 25/11/2008 alle 23:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Nuova guerra fredda? Il ruolo dell'Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 27 agosto 2008


Arrigo Levi sulla Stampa di oggi - Il grande freddo

Ma che giornate stiamo vivendo! La notizia che è stato sventato un tentativo di assassinio del candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti ha rievocato ricordi fra i più tragici del nostro passato: Dallas, Los Angeles! Come non bastasse, in India, un Paese che siamo soliti immaginare pacifico per natura, si moltiplicano gli orrendi omicidi di cristiani. E intanto, si alternano sulle prime pagine dei giornali titoli che dicono «Torna la guerra fredda» ad altri (ottimisti) che dicono «Torna la guerra fredda?».

La storia si ripete? Forse sì, nei suoi errori. Ma lascia un po’ senza parole apprendere che nella «piccola guerra che rivolta il mondo» - come l’ha definita la lucida analisi di Anna Zafesova sulla Stampa - coinvolgendo di nuovo Russia e Occidente in un duro confronto, saremmo, oltre a tutto, precipitati per colpa di uno sprovveduto (e modero il linguaggio). A un intervistatore che gli chiedeva se non si sentisse responsabile dell’attuale situazione, il leader georgiano Saakashvili ha risposto, candidamente: «Ho sempre pensato che l’Ossezia del Sud fosse un territorio senza importanza per la Russia. Ho commesso questo errore perché credevo che l’attacco principale avrebbe avuto luogo in Abkhazia».

Strano che nessuno dei suoi consiglieri, georgiani o stranieri, abbia pensato di fargli capire che, da che mondo è mondo, uno piccolo piccolo non può provocare uno grande grande senza aspettarsi una dura risposta. O forse il suo «errore» è stato di pensare che l’America sarebbe scesa in campo al suo fianco in una «piccola guerra», che sarebbe diventata assai grande, mentre ha già ben altre guerre meno piccole da affrontare?

È poi evidente che le cause di questo «settembre nero» che ci prepariamo a vivere sono state più d’una, e che all’ingenuo protagonismo di Saakashvili si è affiancato un ben più pericoloso protagonismo aggressivo da parte della Russia, che sta cercando di riprendersi quello che può dai tanti territori che ha perduto (per sua colpa) o almeno di prevenire, con i durissimi interventi prima in Cecenia, ora in Georgia, che anche altri dei tanti popoli con tante lingue diverse che compongono la Federazione Russa pensino di dover dire un giorno addio all’ultimo degli imperi. Della dura sfida che viene da Mosca soltanto in parte si può fare ricadere la responsabilità sull’Occidente, che non avrebbe, dice Gorbaciov, «rispettato la Russia».

Non è certo colpa nostra (secondo me neanche sua) se l’Impero è crollato nel caos. Concordo con lui nel pensare che l’abrogazione da parte americana del Trattato sulla difesa antimissili, che è stato la fondamentale garanzia della «pace del terrore» fra le super potenze nucleari, e la decisione di collocare sistemi antimissilistici proprio in Paesi confinanti con la Russia, siano state decisioni avventate (purtroppo non le sole) dell’America di Bush.

Si dà il caso (purtroppo le cose stanno proprio così) che la proliferazione nucleare e la possibilità che armi atomiche cadano in mano a fondamentalisti folli, disposti a mandare dritti in paradiso i loro stessi popoli pur di distruggere New York o Mosca, creino una situazione molto diversa dal passato. Oggi le superpotenze atomiche si trovano nella necessità di predisporre adeguate difese antimissilistiche, non consentite dal vecchio trattato. Ma era allora opportuno partire non da una decisione unilaterale, sia pure dicendosi disposto a discuterne con la controparte, ma da un serio, aperto negoziato preliminare. Questo era tanto più necessario in un momento in cui, per vari motivi, tutto il sistema dei trattati - sulle armi atomiche come sulle forze convenzionali -, che garantiva la «pace fredda» fra l’Unione Sovietica e i Paesi della Nato, è stato in parte sospeso, o smantellato, o è in via di smantellamento. Proprio mentre ha più che mai bisogno di essere consolidato.

Non c’è alcun conflitto di interessi strategici fra Russia e Occidente (io sono sempre tentato di dire «e gli altri Paesi occidentali», giudicando che la storia russa sia stata e sia decisamente una «storia europea»). Tutti abbiamo la necessità di proteggerci contro una minaccia di tipo del tutto nuovo, che non era prevista, e nemmeno prevedibile, negli anni del confronto diretto tra Est e Ovest. Così pure non c’è conflitto di interessi (tutt’al più una giusta trattativa sui prezzi) neppure fra chi produce petrolio e gas per venderli e chi li compra. O fra un Paese «in via di sviluppo», come è, per tanti aspetti, ancora oggi la Russia, e i Paesi sviluppati che contribuendo allo sviluppo altrui ne traggono in legami di vantaggio.

Quando si sostiene la necessità di negoziare con i russi, è necessario comprendere che si tratta di avviare un grande, assai difficile negoziato a tutto campo, come del resto, non mi stanco di ricordarlo, si è fatto per gran parte del tempo della guerra fredda. In un negoziato così vasto e ambizioso, l’Europa può avere, se saprà esprimere una propria linea unitaria, una parte importante. Ma è ovvio che non ci sarà nessun negoziato senza un’America che ne sia convinta partecipe. E così, siamo condotti a guardare al dopo-Bush, e a seguire con trepidazione il tempo che ci separa dall’insediarsi di una nuova Amministrazione. Intanto, è giusto che l’Europa, e in Europa l'Italia, parli ai russi con pacata fermezza. Non si sentono rispettati? Lo sarebbero di più se rispettassero gli accordi firmati e il diritto internazionale, e non lo violassero a danno di altri Stati indipendenti.

L'analisi del Foglio - Sarkozy atlantico

Perché il capo dell’Eliseo può far passare alla storia il suo semestre all’Ue
L’attacco russo alla Georgia ha diviso l’Europa in due. Da una parte le capitali d’occidente, Roma, Parigi e Berlino, più preoccupate dei rapporti economici con Mosca che del futuro di Tbilisi; dall’altra le giovani democrazie d’oriente, quelle di Varsavia, Praga e Tallin, che hanno garantito immediatamente il loro sostegno al presidente della Georgia, Mikhail Saakashvili. Un appoggio senza condizioni, come quello offerto dalla Casa Bianca appena l’esercito di Mosca ha invaso la piccola Repubblica del Caucaso. Proprio a est George W. Bush ha i migliori alleati nella difesa di quei valori che l’America ha reso universali.
Il capo dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy, ha ottenuto dal presidente russo Medvedev la firma sull’accordo di cessate il fuoco con la Georgia. Quel successo, già parziale, è finito in pezzi ieri quando la Russia ha riconosciuto l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud. Ma l’azione del Cremlino può avere un effetto inatteso: nulla unisce gli alleati quanto la presenza di un avversario. E la Russia, in questo momento, va affrontata con la durezza che si deve a un avversario. Oggi l’Europa ha la possibilità di costruire una posizione di politica estera finalmente comune e condivisa; Sarkozy può aggregare il consenso dei paesi membri e formulare una strategia forte contro il Cremlino. Il suo semestre di presidenza all’Unione europea non passerà alla storia per la crescita economica né per la firma del Trattato costituzionale. Dopo aver riportato la Francia nella Nato, però, ha l’occasione di riportare nell’Alleanza atlantica anche l’Europa.

L'analisi di Carracciolo

I possibili futuri scenari di crisi

L'intervista al Presidente del Parlamento europeo Pottering


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permalink | inviato da franzmaria il 27/8/2008 alle 22:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Economia sociale di mercato: una sfida per l'Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 22 agosto 2008


Molto interessante l'intervista che oggi Mario Monti ha rilasciato al Sole 24 Ore; un'utile e forte indicazione sulle strade che l'Europa può prendere per indicare al mondo una governance dell'economia e della politica forte, ma non autoritaria; decisa e solidale, ma non illiberale.
Per un'economia sociale di mercato che sia disciplina e rigore di bilancio, ma anche reale governo dell'economia e della società.
E' il caso di riflettere attentamente su alcune di queste indicazioni
Francesco Maria Mariotti

"Nel nuovo quadro, con la crisi economica e finanziaria, vi sarà comunque una fase in cui gli interventi dei pubblici poteri avranno, rispetto al funzionamento del mercato, un ruolo maggiore, come sottolinea spesso Giulio Tremonti. Per l'Europa, a mio parere, questo rappresenta una sfida in più: come far sì che questo plus di politica non spezzzi, ma anzi valorizzi e rafforzi, la costruzione del mercato unico. (...) Se si vuole più capacità direttiva del pubblico rispetto al mercato, ma non si vuole che quest'ultimo si riframmenti in tanti mercati nazionali, occorre che il "più pubblico" sia "più comunitario" (...)"

Guerra in Europa - Continua l'inutile strage. Fermare Mosca, cessare il fuoco
post pubblicato in Focus Europe, il 11 agosto 2008


ultimo aggiornamento: ore 18

L'immagine è tratta dal sito del Corriere

La cartina di Le Monde
Le date chiave del conflitto
Lo speciale del Guardian
Lo speciale dell'Osservatorio Caucaso

Franco Frattini, ministro degli esteri italiano:(...) «La Russia vorrebbe che la risoluzione Onu dicesse con chiarezza che è stata la Georgia a violare le regole internazionali per prima. C’è una trattativa in corso, per trovare una formulazione adeguata, una soluzione potrebbe essere alle viste. Ho appena sentito Condoleezza Rice, non è ottimista. Ha chiesto all’Italia di adoperarsi per una mediazione. Cosa che naturalmente stiamo facendo».(...)
"Italia valore aggiunto", secondo il ministro (il Foglio)

Barbara Spinelli sulla Stampa: "Ora ci si indigna tutti sorpresi, ma quel che succede è una logica conseguenza di queste resuscitate idee defunte. E non voler vedere serve a poco, perché il non-visto esiste pur sempre e non eclissa colpe, omissioni, follie che sono di tutti. Non eclissa innanzitutto le colpe del Presidente georgiano, al potere dopo la Rivoluzione delle Rose del 2003. Il regista Otar Iosseliani, intervistato da La Repubblica, lo chiama «un folle, nel senso letterale del termine» (...) Non meno folle è Putin, «anche se molto più intelligente»: non vuol rassegnarsi alla perdita dell’Urss, non ha mai accettato la sovranità della Georgia. Sono anni che eccita Abkhazia e Ossezia del Sud, ai confini georgiani, russificandole. Quasi tutti gli osseti del Sud hanno ottenuto in questi anni passaporti da Mosca e da Mosca sono tutelati. (...) Infine c’è l’irresponsabilità, vasta, dell’Europa. Sono anni che alle sue periferie si guerreggia, e ancora non ha preso forma un pensiero forte, convincente per Mosca e le nazioni che per secoli erano nella sfera d’influenza russa. Fra l’offerta d’adesione e l’indifferenza c’è il nulla, e il continuo tergiversare facilita ogni sorta di provocazioni. Non solo: l’adesione è offerta sbadatamente, dimenticando le radici ideali dell’Unione. Si appoggia la sovranità georgiana, ma senza spiegare che la sovranità in Europa non è più assoluta. (...) Al posto di guida, intanto, c’è la forza di Putin: forza militare, forza di ricatto energetico, forza di chi scruta il nostro vuoto e non è portato a far altro che profittarne.

L'editoriale del Corriere della Sera: "Fosse servita una conferma è arrivata dall’Ossezia. Con un vicino, la Russia di Vladimir Putin, così determinato a perseguire i suoi obiettivi neo-imperiali l’Europa deve darsi coraggio e recuperare la propria forza politica. E sicuramente quelli che abbiamo davanti sono sei mesi estremamente importanti per il Vecchio Continente. Bisognerà aspettare gennaio prima che si insedi alla Casa Bianca il nuovo presidente ma l’operato di George W. è giudicato talmente fallimentare che, chiunque vinca tra Barack Obama e James McCain, il dopo Bush si annuncia sin d’ora sotto il segno della discontinuità. A quel punto, però, che Europa si troverà davanti il nuovo presidente? E di conseguenza che sforzo di elaborazione e proposta saprà fare in questo lasso di tempo la Ue per presentarsi all’appuntamento con il giusto appeal? Il rischio che stiamo correndo è di rassegnarci all’egemonia del pensiero debole. Come europei siamo impauriti dalle nuove condizioni della competizione internazionale. (...) Eppure abbiamo un’altra chance. L’ambizione. In un mondo che non riesce a trovare il bandolo della matassa, in cui tutti cercano di comporre le contraddizioni ma nessuno ci riesce (il nuovo fallimento dei Doha Round lo testimonia), la Ue un pregio inestimabile ce l’ha: è essa stessa un modello riuscito di governance, un esperimento di integrazione economica e politica, unico nell’Occidente. "

La storia di Saakashvili
Dall'Osservatorio Caucaso un'interessante analisi della democrazia georgiana (settembre 2007)
Il Caucaso secondo Bruxelles (Osservatorio Caucaso, luglio 2008)

Occidente troppo fiacco, secondo Richard Perle
Piero Fassino: "Pacificare tutto il Caucaso"
Un disastro che annulla 15 anni di negoziati
Mosca imperialista

Le prime ricadute sul mercato petrolifero
La difficile posizione della Turchia

La giornata di oggi
dal sito di Repubblica lo svolgersi del conflitto 

(di seguito vengono riportati alcuni degli aggiornamenti delle ultime ore)

17:37  Mosca annuncia ripercussioni in rapporti con Polonia
La Russia annuncia ripercussioni nelle relazioni bilaterali con quei paesi che hanno prodotto dichiarazioni "ciniche, poco chiare e intempestive". Su tutti, Polonia e paesi baltici. "La posizione tenuta da alcuni membri della comunità internazionale nell'evoluzione della situazione nell'Ossezia del sud mette a repentaglio la qualità dei rapporti bilaterali con la Russia, mettendo in discussione perfino gli appuntamenti a livello più alto", ha detto uno dei portavoce del ministero degli Esteri russo, Boris Malakhov. "Le dichiarazioni di alcuni stati, tra cui i baltici e la Polonia, sono state ciniche, poco chiare e intempestive", ha precisato.
17:35  Ministri di Tbilisi intervengono domani davanti a Consiglio Nato
Il ministro degli Esteri georgiano Eka Tkeshelashvili e la collega agli Interni Eka Zguladze, saranno domani al quartier generale della Nato a Bruxelles. Le due esponenti del governi di Tbilisi incontreranno il segretario generale dell'Alleanza Jaap de Hoop Scheffer e poi parleranno di fronte al Consiglio Atlantico che si riunisce in mattinata a livello di ambasciatori. Lo rende noto un comunicato diffuso a Bruxelles dalla Nato.
17:32  Nunzio apostolico: "Può scoppiare intero continente"
"C'è bisogno di una pace stabile, perché si tratta di una cerniera che potrebbe far scoppiare un intero continente". Lo ha detto, riferendosi alla crisi in Ossezia del Sud, il nunzio apostolico in Georgia, monsignor Claudio Gugerotti.
17:14  Inviato Usa per il Caucaso in viaggio verso l'Europa
L'inviato americano per il Caucaso Matthew Bryza ha lasciato gli Stati Uniti per una missione di mediazione con l'Unione Europea volta a mettere fine ai combattimenti in corso nella regione separatista georgiana dell'Ossezia del Sud. Lo ha riferito il portavoce del Dipartimento di Stato Usa Robert Wood.
16:57  Gordon Brown: "Mosca non ha giustificazioni per continuare"
"La Russia non ha giustificazioni per continuare la sua azione militare in Georgia": lo ha detto il primo ministro britannico Gordon Brown, per il quale l'attacco "minaccia la stabilità dell'intera regione".
15:30  Saakashvili e Kouchner evacuati d'urgenza da Gori
Il presidente della Georgia Mikhail Saakashvili e il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner sono stati evacuati d'urgenza da Gori a causa della presenza 'sospetta' di un elicottero che sorvolava la città. A denunciare l'accaduto è stato lo stesso Saakashvili, che si era recato a Gori per mostrare al capo della diplomazia francese, in missione per conto dell'Ue, i danni provocati dai bombardamenti russi.
15:28  Mosca accusa: "Ancora bombe georgiane su Tskhinvali"
Il ministero della Difesa russo ha confermato la ripresa dei bombardamenti georgiani in Ossezia del Sud, in particolare nella capitale Tskhinvali e in altri villaggi. Lo riferisce l'agenzia russa Interfax.
15:25  Medvedev: "Russia porterà avanti operazioni militari fino alla fine"
La Russia porterà "fino alla fine" le operazioni militari in Georgia. Lo ha detto il presidente russo, Dmitri Medvedev, incontrando alla Duma i capi delle forze politiche. "Non v'è dubbio che l'operazione sarà condotta sino alla usa logica fine", cioè, secondo Mosca, forzare i georgiani alla pace. Medvedev, ha chiesto, in un incontro con il presidente finlandese, Tarja Halonen, che l'Osce compia una missione umanitaria nell'Ossezia del sud.
15:23  Ministri del G7 esortano la Russia ad accettare cessate il fuoco
I ministri degli Esteri dei Paesi del G7 hanno raggiunto l'accordo per esortare la Russia ad accettare il cessate il fuoco immediato chiesto dalla Georgia per quanto riguarda il conflitto in Ossezia del Sud. Lo ha annunciato il Dipartimento di Stato americano
14:31  Bilancio russo: uccisi 1.600 civili
E' di 1.600 civili uccisi, 15 soldati russi morti e 70 feriti il bilancio della guerra nel sud dell'Ossezia. Lo ha riferito il ministero degli Esteri russo.
14:24  Medvedev: "Nel Caucaso non saremo osservatori passivi"
La Russia non sarà mai "un osservatore passivo" della situazione nel Caucaso. Lo ha detto oggi il presidente russo Dmitri Medvedev.
14:23  La Georgia taglia forniture gas russo all'Armenia
La Georgia ha drasticamente ridotto il volume di gas russo trasportato in Armenia attraverso il gasdotto che passa in territorio georgiano. Lo ha annunciato un portavoce della società energetica di stato armena.
14:09  Medvedev dice sì a missione Osce
Il presidente russo Dmitri Medvedev si è detto favorevole, in un colloquio con il ministro degli Esteri finlandese, a una presenza di esponenti dell'Osce in Ossezia del sud. Lo riferisce l'agenzia Interfax. Medvedev ha anche mutuato la frase del premier Vladimir Putin sul fatto che l'azione russa "sarà portata alla sua logica conclusione".
13:58  Ripresi bombardamenti georgiani sull'Ossezia del sud
Le forze georgiane hanno ripreso intensi bombardamenti nell'Ossezia del sud, secondo fonti ossete citate dall'agenzia russa Interfax. Secondo un'altra agenzia, la Rosbalt, sono in corso anche duelli aerei.
12:45  La Russia repinge cessate il fuoco: "Georgia combatte ancora"
Un portavoce del Cremlino ha affermato che la Russia respinge il cessate il fuoco sottoscritto unilateralmente dalla Georgia in quanto le forze armate di Tbilisi continuano a combattere.
12:40  La Nato contro Mosca: "In Georgia uso eccessivo della forza"
La Nato denuncia l'uso eccessivo della forza da parte della Russia e la violazione dell'integrità territoriale della Georgia. Il segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, "è preoccupato per l'uso sproporzionato della forza - ha detto la sua portavoce, Carmen Romero - e per la mancanza di rispetto dell'integrità territoriale della Georgia".
12:27  Domani Sarkozy prima a Mosca e poi a Tbilisi
Il presidente francese Nicolas Sarkozy si recherà in missione di mediazione a Mosca domani, e nello stesso giorno raggiungerà poi Tbilisi: lo ha annunciato in tele-conferenza stampa il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, reduce da un colloquio con Bernard Kouchner, ministro degli Esteri di Parigi. Sarkozy è anche presidente semestrale di turno dell'Unione Europea.
12:25 
Russia ribadisce condizioni per cessate il fuoco: "Ritiro totale"
Dopo la firma di una tregua unilaterale da parte georgiana, la Russia ribadisce che le "condizioni per il cessate il fuoco restano invariate", ovvero la Georgia deve effettuare il "totale ritiro" delle proprie truppe e deve firmare un accordo di non belligeranza con l'Ossezia del sud.

11:54  Saakashvili firma documento per il cessate il fuoco
Il presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha firmato un documento per il cessate il fuoco alla presenza del ministro degli esteri francese Bernard Kouchner e del finlandese Aleksader Stubb, presidente dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in europa (Osce) in missione negoziale a Tbilisi. E' stato lo stesso leader georgiano a riferirlo.

Guerra in Europa - fermiamo la Russia
post pubblicato in Focus Europe, il 10 agosto 2008


Molto probabilmente i commentatori che sottolineano l'avventurismo di Saakashvili - come ad esempio Piero Sinatti sul Sole - hanno molte ragioni. Come ho già scritto nel post precedente, la nostra reazione deve tener conto degli evidenti limiti - e delle eventuali responsabilità - dell'attuale governo georgiano.
Ciò non toglie, però, che una reazione dell'Occidente, ovvero di USA e UE, sia necessaria e debba essere molto forte. La Russia sta approfittando della situazione per determinare con un attacco militare uno status quo a suo favore; con una politica di potenza cinica, dura, antieuropea ed antioccidentale Mosca vuole portare sotto il suo controllo politico tutte le "democrazie" postsovietiche (molto fragili e con forti limiti, come ben sappiamo) e sotto il suo controllo economico le vie energetiche che attualmente non rispondono ai suoi dettami.
Dobbiamo reagire: c'è in ballo anche la nostra autonomia e la nostra libertà, la nostra capacità di essere costruttori di una comunità politica in grado di difendere principi, regole, ordine, pace.

Ora per ora il conflitto
Bush: La Russia si fermi

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L'analisi del Foglio
La rotta del gas

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