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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Africa e MO, Costringere la Cina a Intervenire
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 agosto 2011


In Africa e in Medio Oriente si stanno giocando partite diverse, ma entrambe molto rischiose per la stabilità internazionale.

Questa crisi politica sembra svolgersi in parallelo ma non in contatto con quella finanziaria ed conomica, che oramai richiede una soluzione a livello mondiale: gli eurobond (o la proposta più elaborata Prodi-Quadrio Curzio) possono essere utilissimi per noi, ma non sono la panacea di tutti i mali, e l'uscita dal dramma può avvenire solo con un tavolo che veda Stati Uniti, Ue e Cina darsi una disciplina monetaria comune e decidere come governare insieme il mondo, provando a dare una spinta alla crescita.

Ed è proprio su questo tavolo che andrebbero posti anche i dossier politici, in particolare Libia e Medio Oriente: la Cina sembra a prima vista non essere presente su questi scenari, ma se si pensa alla penetrazione di Pechino nel continente africano, non vi può essere dubbio che la "nuova" superpotenza abbia interesse - e debba riconoscere di averlo - nella soluzione della crisi di Tripoli e nella gestione di tutti i principali capitoli che interessano la stabilità geopolitica globale (debiti sovrani, materie prime, terrorismo, migrazioni, lavoro, etc).

La Cina fino ad oggi ha dato l'impressione di non voler assumere esplicitamente le responsabilità di superpotenza che oramai tutto il mondo le riconosce, preferendo un gioco silenzioso per lo più economico, ma non direttamente politico: questa fase può dirsi ormai conclusa, e Washington e Bruxelles devono costringere Pechino a scendere in campo, a co-governare il mondo, a spendere parola, influenza e moneta - e forse non solo quelle - perché questa crisi globale di governance possa iniziare a risolversi. E noi europei potremmo avere un ruolo fondamentale in questa dialettica fra "potenze riluttanti", per dirla con una espressione di Marta Dassù.

Non abbiamo bisogno solo di una nuova Bretton Woods, come dicono molti: facendo finta che questi paragoni (forse un po' deboli e troppo retorici) abbiano un senso, potremmo forse dire che c'è da organizzare anche una nuova Yalta. 

Speriamo di non dover pagare per questo il prezzo di una nuova guerra globale.

Francesco Maria Mariotti






Per ora vince Gheddafi? - 2
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 8 marzo 2011



(...) I ribelli chiedono con crescente insistenza che la comunità internazionale intervenga per porre fine a una repressione che il prolungarsi della guerra civile rende sempre più violenta, mentre parimenti fa aumentare il nostro disagio di assistere inermi a quanto avviene. Eppure, proprio mentre Gheddafi accentuava la sua pressione sugli insorti, scemavano rapidamente le prospettive di un intervento militare occidentale diretto almeno a impedire l’impiego dei bombardieri contro la popolazione civile. Le ragioni tecniche e legali che rendono estremamente complicata l’attuazione di una no fly zone sui cieli della Libia sono state ampiamente spiegate in questi giorni. Sembra però opportuno sottolineare che proprio la capacità di resistenza mostrata dal colonnello modifica il quadro complessivo e rende l’ipotesi di intervento militare esterno ancora più implausibile. Non solo perché questo andrebbe incontro a difficoltà maggiori o a un numero di perdite prevedibilmente più alto. Ma per un fatto squisitamente politico.

Sino a pochi giorni fa un intervento militare esterno sarebbe stato un modo per accelerare un destino segnato, allo scopo di limitare il sacrificio di vite umane. Si sarebbe cioè configurato come un intervento umanitario un po’ più «muscolare», una sorta di operazione «Restore Hope» (Somalia 1991), auspicabilmente di maggior successo. Oggi il medesimo intervento avrebbe il senso di far pendere la bilancia a favore di una parte contro un’altra in una situazione di guerra civile ancora molto fluida e dall’esito incerto. Sarebbe un intervento dal chiaro significato politico: ben più arduo da accettare non solo per Cina e Russia, ma anche per molti Paesi arabi e africani. Guadagnando tempo, resistendo, Gheddafi sa così di rendere molto più difficile che lo sdegno occidentale possa produrre ciò che in cuor suo più teme, l’escalation (anche militare) dell’internazionalizzazione della crisi.


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permalink | inviato da franzmaria il 8/3/2011 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Per ora vince Gheddafi?
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 8 marzo 2011


Ma per ora vince il raiss, di Lucia Annunziata, laStampa, 8 marzo 2011

(...) La Casa Bianca, per bocca del capo dello staff William Daley, ha però fatto subito piazza pulita di queste intemperanze, facendo presente la difficoltà a mettere in atto una no fly zone su una nazione vasta come la Libia, armata di moderne difese antiaeree di fabbricazione russa. «Tanti parlano di no fly zone - ha detto Daley con un certo sprezzo - come se si trattasse di un videogame», frase che in giornata ha ripreso, e non a caso, il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini. Ugualmente sprezzante nei confronti di ogni ipotesi militare è stato l’uomo che, eventualmente, avrebbe nelle sue mani proprio la gestione di un intervento di tal genere, il segretario alla Difesa Robert Gates, definendole «chiacchiere». Un Paese vasto come l’Alaska, ha detto Gates, trovando la perfetta immagine per chiarire le dimensioni di una impresa armata, non può che iniziare con attacchi aerei e finire con una operazione di vaste proporzioni. Il termine va tradotto con «invasione di terra».

In ogni caso, e qualunque fossero i piani di guerra, non ci sarebbe mai un appoggio internazionale sufficiente a far approvare all’Onu un mandato. Mancano all’appello i membri chiave del Consiglio, come la Russia (ieri lo ha detto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov) e la Cina, e mancano potenze regionali come il Brasile. Così come in Medioriente mancherebbe l’appoggio della Lega Araba che già si è schierata contro ogni intervento occidentale.

L’Italia, già riluttante nemica di Gheddafi, ha ancora meno dubbi sul che fare: «Mi pare di sentir parlare di interventi militari e credo che sarebbe un errore molto grave», ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Quello che rimane sul tavolo, dunque, sono le solite strade - un piano Marshall, che è la parola magica che si evoca quando non si sa cosa dire, oppure la via diplomatica dei contatti con l’opposizione, o ancora un massiccio invio di mezzi per aiutare la popolazione delle zone liberate o i profughi. Misure necessarie, ma tutte di contorno rispetto al problema che si è creato ormai in Libia: cioè che il colonnello Gheddafi non appare vicino, e forse nemmeno lontano, a cadere.

Giorno dopo giorno, i combattimenti stanno svelando la assoluta improvvisazione con cui i ribelli hanno avviato la loro rivolta. Ma se la buona fede con cui si sono avviati in una vicenda che oggi appare forse più grande delle loro forze è spiegabile con il contesto generale con cui si sono mossi, la sorpresa della resistenza messa in atto dal Colonnello parla anche della esilità delle nostre conoscenze dei rapporti di forza, della situazione sul terreno, e della struttura di potere nella Libia di Gheddafi.(...)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8480&ID_sezione=&sezione=

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permalink | inviato da franzmaria il 8/3/2011 alle 23:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Italia distratta, Europa timida
post pubblicato in Focus Europe, il 21 gennaio 2011


A chi non volesse ridurre la nostra politica a una guerra civile in salsa giudiziaria (con possibili esiti imprevedibili, come fu per Tangentopoli), conviene levare gli sguardi e capire che si stanno giocando - senza di noi - partite ben più importanti. 

Dall'altra parte del Mediterraneo c'è chi si illude sui moti di ribellione in atto; si parla anche di "rivoluzioni liberatorie", forse non rendendosi conto di quali possano essere gli improvvisi rovesci di queste partite incontrollate. Ben venga, se riesce a dispiegarsi, la democrazia nell'Africa mediterranea; ma quali saranno i suoi colori e le sue parole d'ordine? 

Noi italiani, capaci di gestire in passato il "golpe" a favore di Ben Alì, oggi sembriamo silenti, distratti dalle nostre vicende, con il rischio che nel frattempo altri stati, o - peggio - altre forze non statuali prendano piede sulle nostre "rotte". Perché di questo alfine si tratta: del controllo dei nostri mari, e del confronto economico quotidiano e continuo fra stati e potenze, anche attraverso l'"arma" delle migrazioni.  Questa la partita che (non) stiamo giocando.

Allargando lo sguardo all'Europa, verrebbe da dire così: se gli italiani oggi sono distratti, gli europei in genere sono timidi. 
C'è infatti ancora troppa paura dei mercati e poca politica, perché il nostro continente-federazione possa partecipare dignitosamente alla spartizione del potere nel mondo; il confronto diretto USA - CINA sembra metterci fuori gioco, ma a ben vedere le due superpotenze potrebbero trovare in questo attore "terzo" la sponda con cui evitare un perenne braccio di ferro, oggi ancora "silenzioso", domani chissà.

Se lo volessero, quindi, Italia ed Europa potrebbero fare la differenza, una grande differenza; ma forse pensiamo ancora di dover aspettare il permesso del mondo per esistere: in una sorta di "strascico psicologico" del secondo dopoguerra, ci illudiamo che gli USA ci proteggano ancora come un tempo e aspettiamo che siano loro a indicarci la strada.

Non è così; speriamo di accorgercene prima di dover pagare prezzi troppo elevati.

Francesco Maria Mariotti
Cina - USA
post pubblicato in Focus Oriente, il 20 gennaio 2011


Usa e Cina: scacchi o dama?
 
(...) Quel che cambia è la filosofia, come spiega a 2+2 Mario Deaglio, docente di Economia internazionale all'Università di Torino appassionato di cultura cinese: "Negli scacchi i pezzi vengono mangiati (uccisi) finché attaccando non si arriva al Re, che viene fatto prigioniero. Viene salvato solo il nucleo di potere eliminando tutto il resto: così si sono combattute le guerre in Occidente. Invece la logica del go – precisa Deaglio continuando la metafora – è che non si distrugge nulla: il nemico non viene attaccato (non viene ucciso) ma si cerca di impedirgli le mosse. E si dichiara sconfitto quando resta bloccato. In maniera elementare, così la Cina ha preso possesso di Hong Kong togliendo la città-stato al dominio inglese". L'economista pensa che Pechino stia ripetendo lo stesso gioco su ampia scala "incrociando fattori diplomatici, economici e militari, in apparenza di piccola entità, che messi assieme legano le mani al gigante americano". In economia la strategia diventa chiara se si guarda al finanziamento del debito americano, di cui Pechino è il maggiore detentore con con 2mila miliardi di dollari di riserve in valuta estera. Prestito che, per volere dei cinesi, viene rinegoziato ogni sei mesi, durante i quali si possono aggiungere nuove condizioni utili a tessere la tela oppure a modificare la strategia precedente, senza distruggerne l'impianto (il go insegna). Eppure Washington preme perché Pechino apprezzi velocemente la valuta locale, lo yuan. Cosa che sta invece avvenendo a singhiozzo e lentamente perché il colosso asiatico non ha fretta (il go colpisce ancora). Il governo ragiona su base quinquennale: "Non è importante vincere subito - nota Deaglio – l'orizzonte cinese è spostato in avanti di 15-20 anni, quando la popolazione comincerà a invecchiare più rapidamente e i cinesi dovranno aver fissato regole che consentano loro di vivere bene al centro del sistema internazionale". In armonia, come vuole la teoria confuciana tornata di moda.(...)

 
 
 
 
 
 



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permalink | inviato da franzmaria il 20/1/2011 alle 20:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Europa fra Cina e Usa
post pubblicato in Focus Europe, il 14 dicembre 2010


Sottolineo i passaggi finali dell'editoriale "Usa e Cina le potenze riluttanti", di Marta Dassù, pubblicato sulla Stampa del 14 dicembre 2010.
 
Francesco Maria Mariotti
 

(...) Se la Cina è per ora una potenza riluttante e l’America lo è temporaneamente (ri)diventata, cosa ne sarà della famosa «governance» internazionale? Ammettiamo pure, ha detto un partecipante cinese al colloquio di Aspen a Pechino, che la crescita di potere di un Paese ne aumenti anche le responsabilità internazionali; la Cina non ha nessuna intenzione di pensarsi come «potenza irresponsabile». Ma chi definisce le responsabilità?
Il rischio, con Cina e Stati Uniti entrambi ripiegati all’interno e al tempo stesso forzati a coesistere, è quello di un vuoto di potere conflittuale. Il rischio è l’incertezza: su di sé e sulle mosse reciproche.

E’ di fronte a una prospettiva del genere che l’Europa stagnante potrebbe trovare una sua ragione di essere. In teoria e nella pratica dell’ultimo anno, l’Europa appare ancora più risucchiata dalla crisi dell’euro; e quindi marginale rispetto alle tensioni o distensioni cino-americane. Che il cosiddetto G-2 decolli o si frantumi (si vedrà nel gennaio prossimo, con la visita di Hu Jintao negli Stati Uniti), l’Europa sembra destinata a rimanere alla finestra, più che sedersi allo stesso tavolo.
Non è necessariamente così. Seduti al tavolo a tre della Scuola di Partito a Pechino, con cinesi e americani, gli europei hanno parlato e pesato.

Soprattutto, è stata la presenza degli europei a costringere Cina e Stati Uniti a uno scambio diverso: meno concentrato sulle rivalità bilaterali ma anche meno spiazzato dalla latitudine di un forum alla G-20. Certo, è stato soltanto un esperimento politico-intellettuale; ma per quello che può contare, l’impressione è che questo tipo di Europa, a condizione che risolva la propria crisi interna, servirebbe. L’Europa come network? Non sarà una grande teoria, su come governare il mondo di oggi. Ma è una convinzione possibile: l’Europa come fattore unificante, più che come forza a sé stante, troverebbe uno spazio nei terminal del XXI secolo.


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permalink | inviato da franzmaria il 14/12/2010 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tornare a Keynes?
post pubblicato in Diario, il 19 ottobre 2010


Un po' di articoli sul ritorno a una politica di stampo keynesiano. 
Può essere utile per seguire il dibattito che si sta sviluppando in più sedi
Ciao
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Il debito per finanziare i consumi è una cosa, mentre il debito per finanziare gli investimenti è tutt'altra cosa. Un conto è quello fine a se stesso, altro conto è quello che rinnova le infrastrutture: non bisogna confondersi. E comunque ci potrebbero essere altri modi, oltre al debito statale, per finanziare una vera politica keynesiana.
 
Cioè? 
Io credo che mai come ora servirebbe un organismo europeo, magari garantito da tutti gli stati dell'Unione, in grado di emettere obbligazioni finalizzate allo sviluppo di progetti infrastrutturali di medio-lungo termine. Per la tranquillità degli investitori, si potrebbero fissare anche paletti rigidi per vincolare i finanziamenti all'esecuzione delle opere. Le faccio un esempio: si potrebbe vincolare il finanziamento alla realizzazione dell'autostrada o della ferrovia entro tempi prestabiliti. Così, se l'opera viene consegnata in ritardo, le imprese colpevoli dovranno versare una penale. D'altro canto, riceveranno un premio se consegneranno in anticipo.

E quali progetti andrebbero finananziati? 
Ovviamente infrastrutture, per esempio aumentando e velocizzando il trasporto ferroviario come stanno facendo gli svizzeri. Ma non solo. Si potrebbero anche realizzare delle intelligenti – e sottolineo intelligenti – spese militari, che sono ad altissima intensità di lavoro qualificato: impegnano fisici, ingegneri e tecnici, tutte figure che oggi vanno ad alimentare la massa dei precari.

Cosa intende per spese intelligenti? 
Quelle nel campo dell'avionica, della sicurezza, ma non solo. Si potrebbe portare avanti anche qualche progetto spaziale: queste sono iniziative che potrebbero rivelarsi determinanti per il futuro tecnologico del paese. Le faccio un esempio: lei scia?

Sì. 
Ebbene: la fibra di carbonio con cui sono fatti gli sci non è stata inventata per lo sport di montagna, ma per scopi militari. Insomma: buona parte della tecnologia è nata dal mondo militare, perché solo chi non bada a spese può veramente investire in ricerca. E questo risponde alla sua domanda sul debito degli stati: se si investe in ricerca e in infrastrutture, si aumenta il debito ma si accresce anche la ricchezza del paese. Oggi invece le spese sono in gran parte sterili. Quello che serve è una visione di lungo termine da parte dei nostri governanti. (...) Guido Roberto Vitale: la crisi si batte solo con Keynes

 
(...) “I margini non sono molti – spiega al Foglio l’economista Alberto Quadrio Curzio, preside della facoltà di Scienze politiche all’Università Cattolica di Milano – Possiamo usare le poche risorse disponibili allo scopo di rafforzare il quarto capitalismo. In sostanza, si tratta di interventi selettivi di due tipi: il primo per far crescere le dimensioni delle imprese e favorire la concentrazione; il secondo per la ricerca, attraverso gli enti e le istituzioni universitarie che la sanno fare”. E le infrastrutture? “Questo è un compito che spetta all’Unione europea”, risponde Quadrio Curzio. 
Il teorema Summers, aggiunge l’economista apprezzato e ascoltato nelle stanze del Tesoro italiano, vale più per l’Ue che per gli Stati Uniti. “L’Europa ha i fondamentali economici in ordine, quindi potrebbe realizzare un programma di investimenti a lungo termine, rilanciando la domanda interna, non attraverso consumi che, vista la struttura e l’età della popolazione, non possono dare più di tanto”. Investimenti finanziati non con spesa pubblica diretta, ma sul mercato, lanciando titoli come gli eurobond già proposti da Jacques Delors. “I fondi sovrani sono pieni di liquidità. Anziché investire direttamente nelle imprese, potrebbero partecipare a un fondo europeo per le infrastrutture”, insiste Quadrio Curzio. La riforma del patto di stabilità, così com’è stata proposta finora, “diventa una tagliola terribile se non è accompagnata da politiche di rilancio che non gravino sul debito pubblico”. (...) Teorema Summers da IlFoglio
 
(...) Uno strumento utile a livello europeo è quello, di tremontiana ispirazione, degli eurobond per finanziare gli investimenti strutturali. Ma il vero apriscatole, cioè uno strumento che rompa il circolo vizioso costituito da debiti crescenti e crisi valutarie, può essere la proposta, avanzata da Paolo Savona, di collocare i debiti sovrani presso il Fondo monetario internazionale in diritti speciali di prelievo con tassi non soggetti a speculazioni di breve periodo, in modo da liberare le politiche economiche, stabilizzare i mercati finanziari e riavviare il finanziamento di investimenti a lungo termine e, aggiungiamo noi, creare le condizioni per un accordo monetario con la Cina, rispettandone le esigenze, in breve andare alla radice dei problemi. Teorema Savona? Vale la pena di riparlarne con calma, ma non troppa.Controteorema, sempre dal Foglio
 
(...) La crescita registrata dalla metà degli anni 1990 aveva come presupposto esattamente il contrario del rigore oggi richiesto ed è per questo che, pur essendosi presentato vigoroso, è finito in modo drammatico. Non meno importante, però, è che il rientro dagli squilibri avvenga senza creare spinte deflazionistiche che aggraverebbero ancor più i problemi da affrontare. Prima che accadesse quello che è successo, questo quotidiano (ilMessaggero, nota mia) ha affrontato il problema chiedendo ai governanti di creare le condizioni affinché tutti i Paesi vengano messi in condizione di rispettare il rigore fiscale e le banche centrali quello monetario senza peggiorare la situazione.
Non essendo suo stile limitarsi a sollevare i problemi, ha suggerito di negoziare un accordo per parcheggiare parte dei debiti pubblici in eccesso presso il Fondo monetario internazionale, denominandolo in diritti speciali di prelievo e chiedendo alla Cina di accettare maggiore flessibilità del cambio estero dello yuan in contropartita delle garanzie date alle sue riserve ufficiali e agli Stati Uniti di rinunciare alla centralità del dollaro. Se neanche si prova a raggiungere questa soluzione il perseguimento del rigore per annuncio o per decreto equivarrà a un inseguimento faticoso e pericoloso di un risanamento che produrrà crisi economiche e disordini sociali. Ancor più se l’incapacità di vedere lontano si manifesterà con un ridimensionamento della ricchezza finanziaria in mano alle famiglie per difendere l’attività produttiva e l’occupazione. (...) Paolo Savona, non programmate una deflazione
 
(...) Tra gli italiani, invece, sono note le convinzioni di Corrado Passera, che lo stesso ad di Intesa Sanpaolo non ha mancato di esporre pubblicamente a più riprese: per il nostro paese, servirebbe un investimento di 250 miliardi di euro nei prossimi cinque anni per strade, aeroporti e reti di tlc. La maggior parte dei fondi – ha detto Passera – può venire da investitori privati se il governo appoggia l’investimento con “un meccanismo di garanzie pubbliche”. Il banchiere Guido Roberto Vitale, in un’intervista al Sole 24 Ore di ieri, è andato anche più nel dettaglio: “Credo che mai come ora servirebbe un organismo europeo, magari garantito da tutti gli stati dell’Unione, in grado di emettere obbligazioni finalizzate allo sviluppo di progetti infrastrutturali di medio-lungo termine”. Anche un economista liberista come Francesco Giavazzi – ordinario alla Bocconi e con una lunga esperienza di insegnamento al Mit di Boston – difende alcune ragioni di fondo del cosiddetto “teorema Summers”: “E’ vero, questo è un buon momento per ipotizzare l’avvio di grandi opere – dice al Foglio – se non altro perché agli stati, oggi, indebitarsi costerebbe relativamente poco. Senza contare che effettivamente gli Stati Uniti hanno bisogno di un ammodernamento delle loro infrastrutture”. Poi però Giavazzi ricorda che “circa il 70 per cento del pil americano è dovuto ai consumi e alla domanda privata, quindi è inutile illudersi che nuove infrastrutture possano, da sole, rilanciare l’economia”. E in particolare sulla situazione europea, l’editorialista del Corriere della Sera precisa: “Non far nulla, comunque, non è un’opzione valida. C’è tanto da fare per liberare l’economia: dall’alleggerimento del fardello fiscale alle attese liberalizzazioni”. (...) Basta flemma e austerity 
La Guerra Che (Non) C'è, La Politica Che Non Parla
post pubblicato in Focus Europe, il 20 settembre 2010


Come gli agenti segreti, a volte anche i soldati esistono solo nel momento della loro morte. Così è stato per il tenente Romani, appartenente a un corpo scelto, denominato Task Force 45. Di questo corpo si è già parlato in passato (vd.articoli che seguono); la sua esistenza non era quindi in realtà "totalmente top secret", ma sicuramente il ruolo che ricopre nell'intervento in Afghanistan è molto delicato e non pubblicizzabile nello stile del racconto (necessario e vero, ma spesso troppo accentuato, quasi retorico) dei "nostri ragazzi che aiutano i bambini afghani ad andare a scuola"
 
Il tragico evento che ci ha privato di uno dei nostri combattenti ci permette di vedere un po' più da vicino una guerra speciale, tanto da non poter essere "raccontata"; una guerra vera e propria, difficilmente "vendibile" all'opinione pubblica come missione umanitaria, ma inevitabilmente connessa alla parte più nota del nostro impegno miltare, e comunque non meno nobile (o quanto meno, anche per chi non riuscisse a credere alla nobiltà della guerra, non meno necessaria).
 
Il problema è che la "doppiezza" inevitabile di questo impegno rischia di accrescere le difficoltà nel gestire momenti difficili come quello di oggi e - più cinicamente, ma è necessario dirlo - anche nel "riscuotere" i "dividendi politici" di una guerra nella quale saremo impegnati ancora per molto tempo (su questo vd. articolo di Oscar Giannino del luglio scorso, anche se non esplicitamente riferito a questo gruppo di soldati...).
 
La politica deve riprendere in mano la verità piena di questa guerra: il che non vuol dire "raccontare tutto", è ovvio (molti avvenimenti delle varie guerre post-Muro di Berlino - i vari interventi in Iraq, il Kosovo, l'Afghanistan - rimarranno giustamente celati); ma significa gestire una "narrazione pubblica" e politica che renda ragione di tutta la complessità di questo sforzo, anche nelle sue parti più ambigue e meno limpide; e questo è necessario in caso di esito positivo come in caso di esito negativo, ma anche e soprattutto nel caso - molto più probabile, come per quasi tutte le guerre - in cui l'esito sia uno strano misto di vittoria e disfatta, che la politica e la diplomazia dovranno gestire giorno per giorno anche dopo il futuro ritiro delle truppe.
 
Se non sarà così. andremo sempre più avanti in un processo di dissoluzione della responsabilità pubblica e democratica: tanto per parlare facile e per immagini, importerà sempre meno chi sarà il Ministro della Difesa e degli Esteri, e quale sarà la maggioranza che governa questo paese; e così per tutti gli altri paesi impegnati in questo tipo di operazioni.
 
Si badi: con Obama si è accentuato pericolosamente anche per gli Usa questo fenomeno di erosione di responsabilità, con le strutture militari che sembrano quasi "disobbedire" - apertamente o quasi - al Comandante in Capo eletto (fenomeno che comunque nelle società democratiche è almeno in parte fisiologico, perché è bene che i "corpi separati" dello Stato "resistano" e siano in posizione "dialettica" rispetto ai decisori politici).  
 
Per quanto riguarda il nostro continente la situazione è aggravata dalla mancanza di un decisore politico unico, ed è anche per questo - si sa - che l'Europa rischia di essere irrilevante nel mondo.
 
Francesco Maria Mariotti
 
I soldati invisibili (grassetto mio) (...) La Task Force 45 è l'élite delle nostre forze speciali. Ufficialmente non esiste, soldati invisibili che non sono neppure conteggiati nel contingente dei 3.500 uomini schierati in Afghanistan e nella provincia di Herat dove hanno il comando gli italiani della brigata alpina Taurinense del generale Claudio Berto. I fantasmi della Task Force 45 sono incaricati di bloccare le incursioni dei talebani dal confine pakistano e dalla turbolenta provincia dell'Helmand. Ma sono anche in prima linea a nord, nella vallata di Bala Murghab e ancora più su, quando ci si avvicina alle vette acuminate al confine con il Tagikistan e l'Iran. Quanti sono? Forse 200, selezionati tra le fila del 9° Reggimento d'assalto paracadutisti Col Moschin, eredi degli Arditi del Grappa della prima guerra mondiale, e integrati da incursori della Marina del Comsubin, carabinieri del Gis e forze speciali dell'Aviazione. Sono militari addestrati alla sopravvivenza in ogni condizione, anche in quelle più estreme e disumane, dove le facoltà mentali e nervose devono essere pari almeno a quelle fisiche. All'insaputa di gran parte degli italiani gli uomini della Task Force hanno partecipato, in stretto coordinanento con le altre forze alleate, a scontri importanti e sanguinosi. A Farah sono schierati da quattro anni: è una delle zone più insidiose sotto il comando italiano. (...)
 
Altri riferimenti negli articoli che seguono:
 
 
 
luglio 2010: Oscar Giannino su Chicago-Blog (grassetto mio) (...) Ben prima delle trascurabili vicende interne italiane e del colore di degrado bizantino di cui sono impastate, sono le dimissioni di un Capo dello Stato di Germania – il Paese leader dell’Europa – ad aver dato appieno la cifra della piena irrilevanza dell’Europa. Ha osato dire che la Germania sta in Afghanistan per via dell’importanza economica e commerciale che il Paese ha nel mondo. E questa elementare verità  è bastata a mandarlo a casa. In un Paese che è leader europeo ma che,  dopo il noto bombardamento chiesto a  sostegno delle proprie truppe e che ha provocato vittime civili anche per responsabilità dei militari germanici impegnati a terra, si tiene lontano da ogni linea di fuoco persino più di noi italiani, che pur senza dirlo abbiamo sin qui eliminato secondo le mie fonti militari e “coperte” circa 1400 talebani – ma sui giornali naturalmente non si può scriverlo! Un’Europa simile è irrilevante, nel mondo d’oggi. Non perché si debba essere bellicisti. Ma perché è irrilevante chi vuole giocare ruoli senza assumersene oneri e responsabilità: e vale nella difesa, come nell’economia.(...)
 
Quella strana missione chiamata Afghanistan (l'Espresso - gennaio 2008) (...) L'hanno chiamata Operazione Sarissa, come la lunga lancia delle falangi di Alessandro Magno che si spinsero fino all'Afghanistan. Non è soltanto un nome epico, ispirato dall'ideologia di 'nuovi opliti' tipica dei soldati americani mandati a combattere sulle rive dell'Eufrate. La scelta testimonia l'attività di questi uomini: mentre i loro commilitoni se ne stanno chiusi nelle basi, loro sono la lancia che colpisce i talebani. E probabilmente l'Operazione Sarissa è la missione più delicata e segreta condotta dalle forze armate italiane negli ultimi anni. Sia per la zona d'operazione: la regione a ridosso del confine iraniano, frontiera del confronto tra Teheran e Washington. Sia per l'uso di tattiche molto aggressive, ai limiti delle regole d'ingaggio permesse dal Parlamento ai militari italiani. Gli opliti dell'Operazione Sarissa sono circa 200, che si alternano in prima linea ogni tre mesi. Sono tutti commandos, in pratica il meglio delle nostre forze armate: squadre di incursori di Marina del Comsubin, di parà assaltatori del Col Moschin, di alpini ranger del Monte Cervino. Agiscono in team di sette uomini, muovendosi a piedi o con un paio di jeep. Il loro compito è strategico: impedire i rifornimenti di armi per la guerriglia che arrivano dall'Iran e ostacolare il pendolarismo delle bande talebane che danno battaglia nella zona di Kandahar e poi si rifugiano nelle vallate più tranquille del quadrante afghano affidato all'Italia. (...) Molte volte però le squadre italiane agiscono fianco a fianco degli alleati. In tal caso, sono inquadrati nella Task Force 45: il braccio d'assalto del comando Nato di Kabul, che include americani, britannici, francesi, tedeschi, spagnoli. Anche il nome non è casuale: si chiamava così un raggruppamento improvvisato in Toscana nel 1944 che univa soldati americani, britannici, italiani, brasiliani e partigiani. I documenti ufficiali li ricordano con la frase storica coniata da Churchill per gli eroi della Raf: "Mai così pochi fecero così tanto". Quello che accade anche in Afghanistan. Con un problema irrisolto, lo stesso che condiziona tutta la missione italiana: chi comanda veramente la Task force 45? L'Alleanza atlantica o gli americani? (...)
 
Da un articolo del Giornale del 2008: "(...) I fantasmi della Task Force 45 incaricati di bloccare l’infiltrazione dei talebani provenienti dal confine pachistano a sud e dalle provincia più orientale di Helmand sono meno di duecento uomini selezionati principalmente tra le fila del Nono Reggimento Col Moschin e integrati da incursori della Marina, alpini paracadutisti, carabinieri del Gis e forze speciali dell’Aviazione. Abituati a operare in stretto coordinamento con le forze speciali alleate, questi specialisti della guerra hanno partecipato, all’insaputa di gran parte degli italiani, a tutti gli scontri più importanti degli ultimi due anni. «A Farah ogni operazione dei talebani, dalla posa di trappole esplosive agli attacchi contro di noi, è coordinata dai comandanti che dalla città di Quetta in Pakistan decidono la strategia di penetrazione nel settore occidentale», spiega a Il Giornale un ufficiale responsabile dell’intelligence. Questo fa di Farah la più insidiosa delle quattro province occidentali sotto comando italiano. «I numeri parlano chiaro, solo quest’anno abbiamo affrontato una ventina di scontri a fuoco, abbiamo recuperato tre mezzi distrutti dalle trappole esplosive e abbiamo neutralizzato almeno altri cinque ordigni pronti a colpire i nostri mezzi. Insomma, qui a Farah – spiega il comandante Enrico mentre scruta la pista attraverso i visori notturni - si opera in una situazione di pericolo costante e reale, siamo stati fortunati ad aver avuto soltanto dei feriti, per proteggerci Dio ha veramente fatto gli straordinari» (...)".
 
Da un articolo di Panorama del 2008: "(...) Nel deserto circondato da montagne di Farah combatte la Task force 45. La punta di lancia del contingente italiano è composta esclusivamente da corpi speciali. Un pugno di incursori del 9º reggimento Col Moschin, marinai del Comsubin, Ranger degli alpini paracadutisti, specialisti dell’aviazione e carabinieri dei Gis. Per la prima volta dei giornalisti italiani seguono una missione di questi soldati, che erano «fantasmi» per il precedente governo. Unica regola: niente cognomi, gradi o fotografie in cui si riconoscano i volti degli incursori.(...)"
Scrivi Kashmir, leggi Europa?
post pubblicato in Focus Europe, il 15 settembre 2010


E' sempre rischioso connettere eventi diversi e scenari politici distanti, ma la globalizzazione ci costringe all'"imprudenza" di una narrazione sintetica e terribilmente semplificatoria.
 
L'Occidente e l'Islam (è già utilizziamo due concetti troppo vasti, quasi "falsi" nella loro presunta omnicomprensività) sembrano essersi "fronteggiati" nei giorni scorsi su varie piazze del mondo: dagli Usa dei Corani da bruciare alla sfida costituzionale interna alla Turchia che guarda con ambiguità all'Europa, fino al Kashmir, dove i fondamentalisti musulmani usano il pretesto  - perché tale è - del pastore Jones per un nuovo attacco alle altre religioni presenti su quel territorio, in particolare ai cristiani. 
 
Pur rigettando la retorica dello "scontro di civiltà", dobbiamo porci il problema del futuro delle società liberali in questo "incontro conflittuale". Di questo parlano - negli articoli che propongo alla vostra riflessione - Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, e padre Gheddo.
 
Il problema non è ovviamente religioso: infatti il cristiano (per dire della fede di cui - forse - posso un po' rispondere personalmente) sa che sarà presto minoranza (anzi lo è già), e non ne ha paura; ma è un problema laicissimo e tutto politico - indipendentemente da qualsiasi identità culturale - capire come preservare gli spazi pubblici da tutti i fondamentalismi; e decidere di non arrendersi alla subdola autocensura dettata dalla paura e da un'errata concezione del rispetto delle identità altre.
 
Per dirla in breve: nel confrontarci con il complesso e variegato mondo islamico che è presente anche fra noi, non so se ci sia necessità di proibire come in Francia il velo integrale, ma certo non possiamo farci imporre un bavaglio.
 
Francesco Maria Mariotti
 
*****
 
NB: i grassetti dei brani che seguono sono miei
 
(...) La «prevedibilità» della violenza scatenata in India contro cristiani colpevoli solo di essere tali, non toglie niente alla sua inaccettabilità e pretestuosità. È solo l’ennesima manifestazione della dilagante e crescente intolleranza nell’Islam, una vera e propria malattia che sta soffocando le società dove l’Islam è religione maggioritaria, e che rischia di restringere gli spazi di libertà anche nelle nostre società. Che siano le vignette danesi, le provocazioni di un idiota o più sofisticate polemiche culturali, quando un qualunque imam leva la voce per scatenare la violenza è sicuro di trovare seguito e, troppo spesso, anche la connivenza delle autorità (basti pensare ai cristiani impiccati in Pakistan per blasfemia dopo «regolare processo»). Come ha sottolineato ieri Angelo Panebianco con l’abituale franchezza sul Corriere, «la “loro” malattia dovrebbe essere, ma non è, il nostro primo argomento di discussione».(...) I reverendi Jones dell'Islam, V.E.Parsi sulla Stampa
 
(...) La crescita della presenza islamica è un fatto irreversibile. Ma non è stata scritta la parola definitiva su quali rapporti si affermeranno fra musulmani e società europee. Nascerà, come si spera, un Islam «europeo», ove religione e piena accettazione dei princìpi occidentali di convivenza civile riusciranno a convivere? Oppure, prevarranno il rifiuto, la separazione e il conflitto? L’esito dipenderà, almeno in parte, dalle scelte degli europei: dalla loro capacità di valorizzare il ruolo dei leader non fondamentalisti, a scapito dei fondamentalisti, delle comunità musulmane, e dalle regole di convivenza che riusciranno a varare e a fare rispettare. E dipenderà anche dal loro impegno nel fronteggiare la sfida militare del radicalismo islamico nei molti luoghi in cui si manifesta. Poiché si ha a che fare con un sistema di vasi comunicanti, se il radicalismo islamico dovesse collezionare sconfitte nei vari angoli del mondo, ciò avrebbe effetti positivi sugli orientamenti prevalenti nelle comunità musulmane europee (fra i giovani, soprattutto). Così come effetti di segno contrario, negativi, avrebbero le vittorie del radicalismo islamico. Bisognerebbe però sbarazzarsi della tesi minimalista che molti hanno adottato in Occidente (e che contribuisce a spiegare, ad esempio, il tiepido appoggio europeo all’impegno Nato in Afghanistan): la tesi secondo la quale una minaccia globale non esiste, essendo i vari conflitti in cui opera il radicalismo islamico figli solo di circostanze e situazioni locali. (...) dal Corriere della Sera: Gli occhi chiusi dell'Occidente, di A.Panebianco
 
(...) Ironicamente i due stati rivali, nati dall’India imperiale britannica, concordano sul fatto che il Kashmir non debba essere indipendente, la soluzione che sembra invece preferire la sua popolazione. Il governo di Manmohan Singh che sta guidando l’elefante indiano sulla strada (ancora lunga) della superpotenza globale, ha tutto sommato trascurato il problema kashmiro, sperando forse di relegarlo in una dimensione locale. Ma il Kashmir è per certi aspetti una piccola Palestina, più esotica e meno dirompente certo, ma un fuoco che si autoalimenta, una tragedia di cui non si scorge la fine (...) 
 
(...) Va però registrato che da diversi anni, nella lotta per l’autonomia del Kashmir si sono infiltrati gruppi di musulmani radicali, sottomettendola a un progetto di stampo fondamentalista e legato alle lotte iraniane e medio-orientali. Ieri nelle manifestazioni si lanciavano slogan anti-indiani, ma anche anti-Usa e anti-Israele: un fatto, questo, alquanto nuovo nel panorama politico indiano. Il tentativo di islamizzare il Kashmir, eliminando le altre minoranze – sikh, indù e cristiane – è sempre più forte. (...)  da AsiaNews: I frutti di “Brucia il Corano”: scuola cattolica bruciata, due scuole protestanti nel mirino
 
(...) Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”.(...)
Wikileaks, quando la "trasparenza" non è verità (e fa danno...)
post pubblicato in Comunità, il 11 agosto 2010


"Non solo il Pentagono, ma anche associazioni e organizzazioni umanitarie non governative, tra cui Amnesty International, chiedono al sito Wikileaks di cancellare i nomi contenuti nei documenti sulla guerra in Afghanistan resi pubblici tre settimane fa. Le Ong hanno inviato una lettera ufficiale al fondatore del sito, Julian Assange: «Abbiamo avuto modo di osservare le conseguenze negative, a volte letali (di questa scelta)» hanno spiegato, sottolineando che gli afgani di cui è stato rivelato il nome sono stati identificati dai talebani come collaborazionisti o comunque simpatizzanti delle forze internazionali. 
Oltre ad Amnesty, il gruppo di Ong comprende la Civic (campaign for Innocent Victims in Conflicts), l’ufficio di Kabul dell’ International Crisis Group (ICG), la Independent Human Right Commission, l’ Open Society Insititute (OSI).
Assange ha risposto in modo provocatorio, chiedendo alle associazioni di aiutarlo nell’opera di cancellazione. Contando che sul portale si trovano 76 mila documenti, e altri 15 mila sono in fase di pubblicazione, il lavoro da svolgere risulta praticamente infinito. Dura la risposta di Amnesty: non abbiamo tempo. (...)"
 
L'articolo che cito sopra e di cui segnalo il link (i grassetti sono miei) è sicuramente una prova in più di come non avessero torto i critici dell'operazione "trasparenza" impostata dal fondatore di Wikileaks; oltre a non dire molto di nuovo, la pubblicazione di documenti top secret può realmente comportare un rischio per chi viene in essi citato. E dunque forse c'era anche qualche ragione nelle proteste del Pentagono e della Amministrazione americana che temevano ripercussioni per gli uomini e le donne coinvolti nelle operazioni belliche.
 
Oltre ai gravi dubbi di natura etica sulle conseguenze di questa pretesa "ricerca di verità", è anche sull'effettiva positività "politica" di tale divulgazione che dobbiamo interrogarci: c'è da chiedersi chi e perché fornisca documenti al sito di Assange e se l'operazione non sia involontariamente strumento di dinamiche interne all'amministrazione americana. Ammesso e non concesso che in questo caso la fuga di notizia sia stata reale e non controllata, gli stessi "apparati" che si vorrebbero (in teoria) combattere impareranno presto ad "usare" Wikileaks per i propri scopi, infiltrandosi adeguatamente fra i fornitori di dati.
 
L'effetto "verità"  - inoltre - può essere reale e funzionare (forse) la prima volta, ma in seguito può essere ben sfruttato anche da nemici di Stati Uniti e Europa per scopi che propriamente positivi per le nostre democrazie non sono (si pensi a possibili "rivelazioni pilotate" su operazioni economiche e problemi di bilancio degli stati).
 
Infine, è in ogni caso lecito dubitare che sia trasparenza - e soprattutto che sia verità - l'immissione in circolo di una massa così ingente di documenti (alzi la mano chi li ha letti tutti...); si sta parlando infatti di materiali costruiti in determinati contesti interpretativi e rivolti a interlocutori precisi, e suscettibili per definizione - al di fuori dei rapporti confidenziali che si formano in ambito di sicurezza - di letture ambigue e anche potenzialmente contraddittorie. Si potrebbe anche dire che senza una lente politica anche l'intelligence più dettagliata è stupida, un'accozzaglia di fatti indecifrabile, se non addirittura un labirinto in cui perdersi (l'11 settembre insegna...)
 
Dunque, come spesso avviene quando si millanta "trasparenza" e si spaccia "rapporto diretto con la verità" (sperando che non venga scritta con la V maiuscola, perché allora lì sono guai ancora più grossi...), questo tipo di operazioni non aiutano la reale comprensione delle cose e tendono più semplicemente a creare/legittimare (autolegittimare) un nuovo circuito di "mediatori" che sfrutterà le fonti; ed è tutto da dimostrare che questo tipo di mediazione - che comunque c'è - sia positiva per la libertà del pubblico democratico e per gli interessi delle nazioni sovrane.
 
Il rapporto delle democrazie con la verità è necessariamente ambiguo e complesso: un atteggiamento di sano scetticismo verso le Grandi Rivelazioni è un utile compagno di strada del cittadino libero. Nel mondo, e naturalmente anche in Italia.
 
Francesco Maria Mariotti
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