.
Annunci online

"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
SUBITO UN NUOVO GOVERNO: MARIO MONTI PREMIER
post pubblicato in Focus Europe, il 12 settembre 2011


 

Dopo la giornata di oggi, il tempo che ci separa dal default del nostro paese sembra essersi ristretto in maniera drammatica: in questi momenti rischia di aggredirci un senso di impotenza, al quale non dobbiamo arrenderci.

Ho scritto il testo che segue a guisa di appello; se lo ritenete potete farlo girare.
Possiamo e dobbiamo farcela, ma il tempo stringe.
 
Francesco Maria

SUBITO UN NUOVO GOVERNO: MARIO MONTI PREMIER

 
Indipendentemente dalla collocazione politica che ognuno di noi può avere, non si può più negare che l'attuale situazione di stallo rischia di aggravare in termini irreversibili la crisi finanziaria del nostro paese.
 
E' quanto mai necessario che venga dato un segnale inequivocabile di svolta ai mercati e alle pubbliche opinioni del mondo che guardano con ansia all'Italia come punto di non ritorno di un'eventuale crisi dell'Euro: questo perché è evidente a tutti che se cadiamo noi, crolla l'Euro e si compromette irrimediabilmente il progetto di integrazione europea.
 
Tale segnale può essere dato solo con una crisi di governo pilotata che porti alla nascita di un governo tecnico di solidarietà nazionalesorretto dalle principali forze politiche presenti in Parlamento.
 
La persona giusta per guidarlo è Mario Monti. Con lui potrà forse collaborare anche Lorenzo Bini-Smaghi, che dovrebbe lasciare la BCE a breve, al momento dell'insediamento di Mario Draghi come Presidente.
 
In pochissimi giorni, già dopo l'approvazione della manovra finanziaria ed entro lunedì prossimo, il cambiamento va posto in essere senza più indugi: l'Unione Europea e la BCE devono difenderci come possono - anche mettendo in atto una nuova fase costituente che ci porti ad avere una reale governance economica del continente; ma la responsabilità di un cambiamento e della cura dei mali italiani spetta solo a noi.
Vie Di Uscita Dalla Crisi
post pubblicato in Focus Europe, il 15 luglio 2011


Sulle possibili risposte alla crisi finanziaria che si sta facendo sentire in questi giorni, segnalo alcune riflessioni: un articolo apparso sul Sole 24 Ore, un appello firmato tra gli altri da Giuliano Amato e Michel Rocard (su Aspenia online), e alcuni articoli dei siti laVoce.info e nelMerito.com.

Paradossalmente possiamo diventare più forti, come Italia e come Europa, se accettiamo la sfida di questa crisi: la speculazione va duramente combattuta quando necessario (a questo link ripropongo un bell'articolo di Luigi Spaventa dell'anno scorso, sempre molto utile da rileggere), ma al tempo stesso non vanno negate o rimosse le esigenze di mutamento profondo di cui l'Italia ha bisogno.

E l'Europa deve cominciare a muoversi come un corpo politico unitario, magari a partire da un Ministro delle finanze comune, che sia realmente in grado di imporre la sua voce.

Al di là delle soluzioni tecniche, l'importante è comprendere che il rigore non è alternativo a crescita e benessere e che - se decidiamo di muoverci seriamente sul fronte dei conti pubblici - possiamo vincere questa partita senza rinnegare il meglio dello stato sociale europeo.

Francesco Maria Mariotti


Una crisi di fiducia sul terzo debito del mondo non si risolve da un giorno all'altro, né con un rimbalzo della Borsa. Non abbiamo idea della devastazione che potrebbe provocare, forse non c'è neanche una soluzione. Sarebbe l'affondo finale all'euro, la mossa che potrebbe portare allo scacco matto. D'altra parte è una partita che si gioca già da tanto tempo, prima con la Grecia, poi con Irlanda e Portogallo, ora con l'Italia, saltando la Spagna.(...)

Oggi abbiamo una moneta unica e non possiamo più svalutare. La crisi colpisce direttamente il debito e la sua sostenibilità. Il punto critico è capire se sia il caso di seguire una soluzione di "mercato", cioè se si debba fare di tutto per soddisfare i desideri del mercato e ripristinare la fiducia - posto che si sappia cosa il mercato vuole - oppure se bisogna pescare dal cilindro delle soluzioni non ortodosse.(...)

Ecco che privatizzazioni o una tassa patrimoniale ci potrebbero salvare. Ma dobbiamo arrivare a tutto ciò, con i tempi stretti che il mercato ci imporrà, per poi scoprire di essere più poveri senza aver raggiunto il nocciolo della questione?
La crisi italiana è anche, e soprattutto, crisi europea. La soluzione non può che essere europea e possibilmente poco ortodossa. (...)

La riunione dell'Eurogruppo di lunedì scorso è sembrata andare nella direzione giusta, anche se con contorni poco chiari e con il problema dell'Italia ancora indiscusso. Finalmente si apre la possibilità che il fondo di salvataggio europeo Esfs acquisti debito sul mercato secondario o lo faccia acquistare indirettamente dagli stessi governi. Così si può pensare ad una ristrutturazione ordinata fuori mercato che permetta di ripartire le perdite fra le varie parti e alleviare l'onere del debito greco in forma sostenibile. Willem Buiter, capoeconomista di Citigroup, ha fatto notare che, con l'Italia nel mirino dei mercati, l'Esfs dovrebbe portare la sua capacità a 2mila miliardi di euro. Chi mai può dare così tante garanzie se non un finanziamento diretto della Bce e quindi una monetizzazione implicita dei debiti pubblici?

La via più lineare sarebbe riprendere la proposta degli Eurobond, forse nella versione più radicale che abbiamo suggerito sul Sole dello scorso 5 luglio, cioè di convertire tutto il debito dei singoli Stati in debito federale con un trasferimento proporzionato di entrate fiscali che sia in grado di pagare anno per anno gli interessi. A questo punto, si potrebbero costringere i singoli governi a raggiungere il pareggio di bilancio dal momento che sarebbe un pareggio senza spesa per interessi e non soggetto più alla speculazione.
Arrivati a questo stadio della crisi, la soluzione di rafforzare in maniera drastica l'Unione europea è l'unica che non porta al fallimento dell'euro.

Un New Deal per l'EuropaGiuliano Amato and Enrique Baron, Michel Rocard, Jorge Sampaio, Mario Soares e Guy Verhostadt.

(...) suggeriamo che la conversione di una quota del debito nazionale verso l'UE non deve essere posta sul mercato. Potrebbe essere detenuta direttamente dall’Unione. Non essendo oggetto di scambio sarebbe esente dalla valutazione delle agenzie di rating. Il suo tasso di interesse potrebbe essere deciso in una misura sostenibile dai ministri delle Finanze dell'eurogruppo. Sarebbe immune dalla speculazione. Governerebbero i governi piuttosto che le agenzie di rating.Suggeriamo anche che bisogna imparare dalle lezioni del New Deal americano degli anni Trenta che hanno ispirato la proposta di Jacques Delors nel 1993 diretta ad accompagnare una valuta comune con obbligazioni europee. 

L'amministrazione Roosevelt non ebbe bisogno di far finanziare o garantire i bond degli Stati Uniti da parte degli stati dell’Unione, come la California o il Delaware, esigere trasferimenti di bilancio, o acquistare il loro debito. E non ha bisogno di farlo l'Unione Europea per emettere i suoi bond. 

Le obbligazioni USA sono finanziati con la politica fiscale comune. L'Europa non ne dispone. Ma gli Stati membri la cui quota di debito nazionale è stata convertita in bond UE possono servirlo tramite le entrate fiscali nazionali, senza trasferimenti di bilancio da parte degli altri. 

L'Europa ha anche un ulteriore non trascurabile vantaggio. La maggior parte degli Stati membri è fortemente indebitata in seguito al salvataggio delle banche. Ma questo non è il caso dell’Unione. Anche considerando l’acquisto di parti del debito nazionale dopo maggio dell’anno scorso, il suo debito è inferiore all’1% del suo PIL. 

Si tratta di meno di un decimo dell’ammontare delle obbligazioni emesse dagli Stati Uniti per finanziare il New Deal, il cui successo consentì di finanziare il Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, di cui la Germania fu il principale beneficiario. 

I bond europei non avrebbero necessariamente bisogno di nuove istituzioni.

I bond protetti dai mercati potrebbero essere detenuti dall’European Financial Stability Facility. Bond destinati alla crescita; potrebbero essere emessi dall’EFSF o dall’European Bank Group. Essi potrebbero essere serviti dalle entrate dei progetti co-finanziati così come lo sono le obbligazioni della BEI.

La BCE è il guardiano della stabilità dei prezzi, ma la BEI può intervenire a salvaguardia della crescita. I finanziamenti di progetti dalla BEI sono già doppi rispetto a quelli della Banca Mondiale. La quale da 50 anni ha emesso proprie obbligazioni senza garanzie nazionali o trasferimenti fiscali. Nessuno dei principali Stati membri dell'eurozona calcola i finanziamenti della BEI all’interno del debito nazionale.

Le obbligazioni non sono moneta stampata. Non sono finanza in deficit. Le emissioni nette di obbligazioni da parte dell'Unione significherebbero flussi di fondi per finanziare la ripresa europea, piuttosto che l'austerità. Ci rivolgiamo all'Ecofin e al Consiglio europeo perché adotti questa linea sia per salvaguardare l’eurozona, sia per sviluppare la coesione economica e sociale attraverso un New Deal per l'Europa. 

http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/un-new-deal-leuropa


(...)Ma esiste un modo di recuperare la fiducia dei mercati? Poiché l’origine del problema è nella politica fiscale, il modo di recuperarla è sul fronte del fisco: occorre dare segnali forti e coordinati che gli stati deboli dell’area dell’euro sono capaci di “mettere a posto” i propri conti pubblici, accettando un monitoraggio e una disciplina comunitaria molto forte sulle proprie finanze.
Ciò vuol dire limitare significativamente la sovranità fiscale degli stati membri, dopo aver già accettato di delegare quella monetaria alla Bce. Ma occorre andare ben oltre la fragile disciplina del trattato di Maastricht e del patto di stabilità, assoggettando direttamente le leggi di bilancio degli stati membri dell’Unione a limiti comunitari vincolanti e a istituzioni dell’Unione Europea che li facciano valere. Non è affatto cosa di poco conto: difficile da realizzare e politicamente dolorosa, come le dimostrazioni e i morti di Atene dimostrano. I governi e soprattutto i parlamenti nazionali saranno disposti a farlo? Se sì, allora da questa crisi l’Europa riemergerà più forte di prima, e procederà verso il completamento della sua struttura sovranazionale con l’introduzione graduale di istituzioni fiscali federali, ovvero la naturale controparte della Bce.Potrebbe anche essere l’occasione per colmare finalmente il deficit democratico dell’Unione Europea, poiché è naturale che decisioni vincolanti di natura fiscale siano prese da organismi rappresentativi. In tal modo, i limiti alla sovranità fiscale nazionale avrebbero una legittimazione democratica sovranazionale, invece di essere visti come diktat di organismi tecnico-burocratici o di comitati di ministri degli stati membri. Se i paesi dell’euro avranno il coraggio di accettare questa grande sfida, non solo la fiducia tornerà sui mercati, ma questa crisi diventerà l’occasione di una svolta storica nella costruzione europea.
Europa sotto attacco?
post pubblicato in Comunità, il 20 maggio 2011


L'Europa come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi sembra condannarsi a una morte certa, incastrata fra movimenti di protesta spontanei (in Spagna, ma non solo), crisi finanziaria, caso Strauss -Khanl'assurda guerra libica senza sbocchi.
Enzo Bettiza lo denunciava magistralmente qualche giorno fa sulla Stampa, chiedendosi se non fosse l'ora di far rinascere questa comunità, anteponendo la politica all'economia.

Certo, di fronte al fatto che i mercati finanziari sembrano aver già condannato la Grecia - e questo vuol dire che a brevissimo potrebbero ripartire gli attacchi speculativi contro l'euro - l'Unione Europea dovrebbe rispondere compatta.
 
E non possiamo semplicemente dire "Sì, ok, facciamo i nostri compiti per bene, scusateci se abbiamo sbagliato". Perché - per quanto corretti siano i giudizi finanziari sui bilanci dei paesi (e sarebbe da discutere la capacità e la neutralità di alcuni valutatori), la partita che si gioca basandosi su questi giudizi è comunque politica, coinvolgendo le vite di milioni persone, e ponendo a rischio la stabilità democratica dei paesi coinvolti. 

"(...) il politico con responsabilità di governo è come un medico di fronte a una grave emorragia: deve prima di tutto cercare di bloccarla(...)" Gli economisti e i politicicome ricordava Mario Deaglio nel gennaio del 2009, "devono" ragionare con ritmi diversi. Ne sono consapevoli gli stessi banchieri centrali, che non sono affatto dei "freddi tecnocrati": ricordando in dicembre Tommaso Padoa Schioppa, Bini Smaghi ribadiva che la moneta era un passo verso la costruzione di una creatura politica
Senza la politica, il banchiere centrale può fare molto ma non tutto. Può stimolare i governi a prendere decisioni, ma non sostituirsi ad essi. Mario Draghi, futuro presidente della BCE, ne è pienamente consapevole.
 
Questa consapevolezza sembra essere - in maniera paradossale - anche della destra populista, che si sta affermando da più parti nel continente, quasi creando un'"internazionale" dell'euroscetticismo, e che di fatto rappresenta - comunque la si giudichi - un tentativo di riconnettere cittadini e comunità.
 
Una politica che rientri pesantemente in gioco nell'agone europeo rischia però di dimenticare i limiti che la tradizione liberale le impone: l'inevitabile deriva protezionista che si sta preparando, le ripercussioni immigratorie della folle scelta bellica in Libia, e il rischio di crac europeo, possono indurre in tristi tentazioni i governanti europei.
 
D'altro canto, quasi come un'isola in mezzo al caos, il Belgio ci mostra che anche senza governo un paese riesce a costruire un percorso di crescita, e questo sembra un segnale di speranza a suo modo, quasi un dirci "del terribile Faraone non c'è poi così tanto bisogno!"
 
Le speranze di un continente che ha ancora molto da dire al mondo nuovo che viene si giocano in questo difficile e stretto passaggio fra "apparente inutilità" della politica e sua necessità a un livello continentale che non riusciamo ancora a "tenere in mano".
 
Come già altre volte si è detto, è la consapevolezza di una identità che sembra mancare al nostro continente: essa non è però un dato scontato né mitologico, ma si costruisce quotidianamente; e bisogna anche desiderarla.
 
Francesco Maria Mariotti
Bce alla prova
post pubblicato in Focus Europe, il 10 dicembre 2009


Franco Bruni su La Stampa del 10 dicembre 2009

(...) Il punto cruciale è che nessun Paese europeo può «stampare» euro, cioè creare la moneta che, pur minacciando l’inflazione nel medio periodo, aiuterebbe subito a onorare il debito. Lo può fare solo la Bce che è indipendente dai governi ed è tenuta a regolare la quantità di moneta in modo da garantire la stabilità dei prezzi. Il fatto che molti governi abbiano contemporaneamente seri problemi di indebitamento mette però a dura prova l’indipendenza della Bce, soprattutto se le case di rating, che hanno già cominciato a declassare la Grecia, diffondono paure riconoscendo ufficialmente la minor qualità dei titoli di Stato di altri Paesi. La pressione a creare euro per aiutare la Grecia, e non solo la Grecia, diventa più forte e rende meno credibile la capacità della Bce di regolare la liquidità e i tassi di interesse in modo da non svalutare il potere d’acquisto interno dell’euro e il suo cambio con le altre valute. Le banche europee hanno già ricevuto dalla Bce finanziamenti abbondanti a tassi bassissimi che facilitano il loro acquisto di titoli governativi. La stessa Bce ha accettato come garanzia dei suoi finanziamenti titoli gradualmente più rischiosi. Se smarrissimo la disciplina monetaria su scala europea, aumenterebbe anche la fragilità delle banche e delle Borse e i primi a subire danni gravi sarebbero proprio i Paesi più deboli come la Grecia. 

Meglio dunque mantenere la fiducia nell’indipendenza e nella capacità della Bce e sperare che i governi indebitati non vengano aiutati creando moneta la quale, fra l’altro, attenua il loro incentivo a correggere la finanza pubblica in modi più opportuni. Ma i modi opportuni sono le riforme strutturali necessarie per contrarre durevolmente i disavanzi. Riforme politicamente costose che, per un certo periodo, richiedono sacrifici senza risparmiare i gruppi sociali meno forti e fortunati. In Europa si è voluto finora difendere gelosamente l’autonomia dei governi nazionali nel decidere le politiche di bilancio. Ecco la seconda difficoltà, per la Grecia ma anche per noi: tagliare i disavanzi con misure decise a livello nazionale rende l’operazione più ardua. Più difficile da decidere in modo tempestivo e credibile, da coordinare e da sopportare.  (...)

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. BCE Gracia Euro Europa

permalink | inviato da franzmaria il 10/12/2009 alle 22:31 | Versione per la stampa
USA, EUROPA E ITALIA Stato e mercato oltre la crisi
post pubblicato in Focus Europe, il 21 settembre 2008


di MARIO MONTI, dal Corriere del 21 settembre 2008

Molti lettori del Corriere, ritengo, si identificano in una visione che considera positivamente l'economia di mercato, anche come base di una società pluralista; riconosce la leadership esercitata dagli Stati Uniti nel promuoverne la diffusione; apprezza l'integrazione europea anche come àncora dell'Italia ai princìpi e alle regole dell' economia di mercato al di là del succedersi dei governi. I recenti riflussi contro la globalizzazione, la crisi finanziaria dirompente, gli interventi pubblici di salvataggio impongono ripensamenti profondi. La riflessione è in corso in tutto il mondo. Richiederà tempo e umiltà. Sui fronti contrapposti del dibattito, non mancano coloro che già emettono posizioni nette e taglienti, ma si ha a volte l'impressione che si tratti più che altro di «regolamenti di conti», accademici o politici. Anche il Corriere ha avviato, con una pluralità di voci come è nella sua tradizione, uno sforzo per comprendere e spiegare questo violento terremoto finanziario e le sue ripercussioni sistemiche.

Per parte mia, vorrei oggi chiedermi che conseguenze potrà avere il terremoto sulla tenuta della «nostra » visione, richiamata all'inizio. Guarderò prima agli Stati Uniti, poi all'Europa e infine all'Italia. Gli Stati Uniti mi paiono, lo dico con rammarico, molto indeboliti nella loro opera storica di promozione dell'economia di mercato. I salvataggi operati dalle autorità americane danno sollievo ai mercati finanziari, ma offrono agli oppositori dell'economia di mercato, in Europa e altrove, un'inaudita occasione per invocare l'esempio americano: diranno che perfino il portabandiera dell'economia di mercato ne ha violati i principi fondamentali. Se anche si ammette che in qualche misura i salvataggi fossero inevitabili, non si possono non valutare negativamente le politiche che vi hanno condotto: l'espansione monetaria esuberante dell'era di Alan Greenspan, la disattenzione agli squilibri di finanza pubblica, l'assetto obsoleto delle autorità di vigilanza, le connivenze tra politica e finanza che hanno reso intoccabile l'esplosivo sistema delle garanzie pubbliche agli istituti di finanziamento immobiliare.

Se la cattiva governance dell'economia americana ha recato un grave vulnus all'immagine dell'economia di mercato, non dobbiamo però dimenticare che gli Stati Uniti hanno un grande punto di forza nella flessibilità ed efficienza dei mercati dei prodotti e del lavoro, oltre che nella capacità di ricerca e innovazione. L'Unione Europea non potrà essere indenne dalle tendenze recessive generate dalla crisi finanziaria nata in America. Ma ha costruito nel tempo una governance dell'economia più moderna e più solida. La politica della Banca centrale europea è generalmente giudicata migliore di quella del Federal Reserve System. Nell'esercizio dei suoi poteri a presidio delle regole di mercato la Commissione europea non è «catturata » dai poteri economico- finanziari come è avvenuto spesso negli Stati Uniti: garanzie come quelle dimostratesi perniciose a Washington esistevano in Germania ma Bruxelles le ha eliminate, i salvataggi non sono impossibili ma devono avvenire rispettando severe condizioni e con trasparenza. Anche in Europa, tuttavia, la nuova stagione porterà a tensioni e ripensamenti.

Tensioni, perché alcuni obietteranno a Bruxelles che l'Unione europea è rimasta l'unica isola in cui l'economia di mercato viene fatta rispettare con rigore. Ripensamenti, perché si potrà ritenere necessario, per fronteggiare la crisi economica, un maggiore intervento pubblico. Se questo si rivelerà necessario, è auspicabile che si tratti di interventi pubblici comunitari, come nelle recenti proposte del Ministro Tremonti, e non di maglie più larghe per interventi pubblici nazionali che possano frammentare il mercato unico faticosamente costruito. Infine, l'Italia. Nell'Italia del dopoguerra, la prevalenza della cultura cattolica e di quella marxista, la scarsa presa della cultura liberale avevano fatto sì che il modello dell'economia di mercato, con regole adeguate, si affermasse solo tra gli anni ’80 e ’90. Affermazione che avvenne non per convinzione endogena, come era accaduto 30 anni prima in Germania, ma come evoluzione resa necessaria dalla crescente concorrenza internazionale e soprattutto dall'avvento dell'unione economica e monetaria europea. Il colpo ora inferto al prestigio dell'economia di mercato proprio dagli Stati Uniti, specie se fosse seguìto da un'inversione di marcia della globalizzazione e da un indebolimento del quadro istituzionale europeo, ridarebbe fiato insperato alle molte voci—di sinistra, di centro e di destra—che in Italia avevano dovuto inchinarsi alle ragioni del mercato per necessità.

Sarà come se, di colpo, l'onere della prova si fosse ribaltato. Il movimento del pendolo si è invertito. Quando stava per iniziare la fase che forse oggi si conclude, all'indomani della vittoria elettorale di Margaret Thatcher, da queste colonne invitavo sia i fautori del mercato sia i sostenitori dell'intervento pubblico a non lasciarsi guidare né dalla superficialità di una moda, né da una poco appropriata contrapposizione ideologica («Più mercato o più Stato», Corriere, 11 giugno 1979). Molto sarebbe dipeso, aggiungevo, da come il mercato o lo Stato sarebbero stati messi in grado di svolgere, in concreto, i compiti a essi assegnati. Negli anni e decenni successivi, dal Corriere sono state lanciate o sostenute specifiche proposte—spesso accolte dai governi e dalle autorità monetarie—miranti a introdurre da un lato liberalizzazioni, dall'altro strumenti adeguati di disciplina pubblica sui mercati liberalizzati. Mi permetto di ripetere ora lo stesso invito, alle forze politiche di governo e di opposizione e ai protagonisti della vita economica. Può darsi chemaggiori interventi pubblici, anche a livello nazionale, si dimostrino necessari.

Ma, nella ricerca di nuove configurazioni nell'economia sociale di mercato, sarebbe pericoloso lasciarsi guidare semplicemente dall'insofferenza verso la disciplina imposta dalle regole del bilancio pubblico o da quelle del mercato. Soprattutto, converrà tenere ben presenti tre considerazioni. In Italia, anche per il ritardato avvicinamento alla cultura del mercato, vi sono ambiti in cui il quantum di «mercato» è ancora insufficiente: o perché non è ancora stato introdotto mentre sarebbe opportuno farlo, oppure perché mercato vi è, ma insufficientemente concorrenziale o non adeguatamente vigilato. Nei confronti internazionali l'Italia è di solito tra i Paesi i cui mercati — per modalità di regolamentazione, funzionalità ed efficienza -—sono considerati ampiamente perfettibili. Nel valutare l'opportunità di un ruolo maggiore per il «pubblico», sarà necessario sostenere gli sforzi, che sono in corso, per accrescere l'impegno e l'efficienza nelle pubbliche amministrazioni ma senza dimenticare che, tuttora, la funzionalità che le caratterizza non brilla, nei confronti internazionali, per capacità di contribuire alla crescita e alla competitività del paese.

E andrà tenuto presente che «pubblico» non deve significare discrezionale e arbitrario. Sarebbe questo il modo migliore per far cadere ulteriormente l'attrattività dell'Italia come luogo di investimento da parte delle imprese internazionali. Soprattutto, è essenziale evitare che un maggiore «volontarismo» dei pubblici poteri, in sé lodevole, si traduca in interventi tali da creare una confusione dei ruoli tra Stato e mercato, tra politica e imprese. Fu proprio tale confusione di ruoli, soprattutto negli anni ’70 e ’80, a ledere il potenziale di crescita dell'economia italiana, a sprofondarla negli squilibri finanziari, a mettere in dubbio la sua capacità di far parte pienamente dell'Europa.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Usa europa Italia Fed Bce

permalink | inviato da franzmaria il 21/9/2008 alle 20:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Contro la paura - 3 - Draghi: "Difendere il reddito delle famiglie"
post pubblicato in Focus Europe, il 9 luglio 2008


(...) La fragilità dei mercati ha trovato origine in un terreno regolamentare lacunoso e si è ampliata per gli incentivi perversi che hanno alimentato la crescita tumultuosa dell’industria finanziaria. Ma la sua radice, come quella della stessa debolezza del dollaro, sta anche in politiche monetarie troppo accomodanti. Gli ingenti capitali in fuga dagli investimenti finanziari non più redditizi, il deprezzamento del dollaro contribuiscono ad alimentare la crescita del prezzo del petrolio, che si fonda sulle tensioni strutturali sottostanti questo mercato.
Il prezzo del greggio rincara dall’inizio di questo decennio; ha già superato,in termini reali, il precedente massimo storico del 1979-80; il rincaro ancora prosegue. Ne è all’origine il forte aumento della domanda di energia che viene dai paesi emergenti, cui l’offerta fatica a tener dietro. La domanda è rigida nel breve periodo per vincoli tecnologici. Lo è ancor più l’offerta, per l’aumento dei costi di scoperta e di sfruttamento di nuovi giacimenti; per le rigidità nella capacità di raffinazione e trasporto; per irrisolte difficoltà geo-politiche. Ma ciò non è sufficiente a spiegare le impennate più recenti. Che ad esse abbiano contribuito condizioni mondiali di liquidità particolarmente abbondanti è confermato da nostre stime, che indicano come la diminuzione dei tassi d’interesse reali dalla scorsa estate spieghi circa un quarto del rialzo del prezzo mondiale del greggio osservato da allora.
Non solo ne conseguono pressioni sull’inflazione presente e attesa, ma la stessa crescita mondiale ne è minacciata. (...) Il rialzo dell’inflazione, alimentato anche dagli aumenti nelle quotazioni dei prodotti alimentari, deprime il valore reale dei salari, quindi i consumi.
I mercati finanziari internazionali, anch’essi influenzati dalle prospettive economiche più incerte e dal rincaro del greggio, restano fragili. (...) Negli Stati Uniti l’aumento dei tassi di insolvenza, nonché il timore che l’indebolimento del ciclo deteriori la qualità del credito alle imprese, sono motivi di preoccupazione.
Occorre evitare di ripetere gli errori di politica economica commessi in risposta ai due shock petroliferi del decennio Settanta: in alcuni paesi la politica monetaria inizialmente espansiva destabilizzò le aspettative di inflazione; dovette essere seguita da una forte restrizione; ne conseguirono, anche a causa di diffuse indicizzazioni, una inflazione persistentemente alta, enormi oscillazioni nei tassi di interesse reali, gravi ripercussioni sull’attività economica.
Rispetto a trent’anni fa, l’effetto di uno shock petrolifero sulle economie dei paesi consumatori è minore grazie alla maggiore efficienza energetica e alla maggiore flessibilità dei mercati, ma anche grazie alla credibilità acquisita nel tempo dalle politiche monetarie. Stimiamo che, in Italia, dopo l’unione monetaria gli effetti di un aumento del prezzo del petrolio sull’inflazione al consumo si siano ridotti di circa cinque volte rispetto agli anni Ottanta e Novanta. La credibilità della politica monetaria ha contribuito a questo risultato. Essa va preservata nei paesi avanzati; va perseguita nei paesi emergenti, acquisendo consapevolezza della gravità del rischio d’inflazione e della crescente inadeguatezza di politiche di ancoraggio al dollaro delle proprie valute.(...)
È essenziale che non si affermi l’idea che il rialzo dell’inflazione sia permanente
. Alla vigilia della riunione del 3 luglio scorso del Consiglio direttivo della BCE i rischi di una sua crescita apparivano aumentati. Pur in un quadro di moderazione salariale, vi erano prime indicazioni di ripresa dei costi. Altri segnali di allarme provenivano dalle aspettative dei mercati: le attese di inflazione desumibili dai titoli di Stato a lungo termine a indicizzazione reale tendevano ad aumentare; le quotazioni degli inflation swaps segnalavano maggiori timori di inflazione anche su orizzonti lontani. In questo contesto, il Consiglio direttivo della BCE ha deciso di aumentare di un quarto di punto percentuale i tassi d’interesse di riferimento. Nei giorni successivi al rialzo la tendenza all’aumento delle aspettative di inflazione desunte dai mercati finanziari si è arrestata; sembra avviarsi una loro riduzione.
Agendo in maniera tempestiva intendiamo contribuire a evitare il rischio che i rialzi dei prezzi internazionali dell’energia e dei prodotti alimentari diano l’avvio, all’interno dell’area, a una rincorsa tra aspettative e determinazione dei salari e dei prezzi; a riportare gradualmente l’inflazione su valori coerenti con la stabilità dei prezzi nel medio termine.
Contrastando il rialzo dell’inflazione si difende il reddito disponibile delle famiglie. L’aumento dei prezzi erode il potere d’acquisto, abbassa il valore reale della ricchezza finanziaria, contribuisce al rallentamento dei consumi e della crescita. (...)
Le retribuzioni unitarie medie dei lavoratori dipendenti, al netto di imposte e contributi e in termini reali, non sono oggi molto al di sopra del livello di quindici anni fa. Nel frattempo il costo del lavoro per unità di prodotto nell’economia è aumentato di oltre il 30 per cento, contro il 20 per cento circa in Francia, pressoché nulla in Germania. Questo divario fra la capacità di spesa dei lavoratori e la capacità competitiva delle imprese riflette la stentata crescita della produttività, la mancata discesa della elevata imposizione fiscale, l’effetto dell’inflazione; è alla base della stagnazione della nostra economia.
Ma la stabilità dei prezzi è prerequisito per la ripresa della crescita. Una rincorsa tra prezzi e salari sarebbe rimedio illusorio, a cui la politica monetaria deve opporsi. Se è credibile, pur non potendo isolare l’economia dalle fluttuazioni dei prezzi delle materie di base, essa può ammortizzarne gli effetti sulle aspettative e sui prezzi interni. Un aggiustamento monetario tempestivo riduce il rischio di correzioni tardive ma violente.(...)

L'integrale dell'intervento di Mario Draghi sul sito di Banca d'Italia


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Draghi inflazione BCE crescita prezzi

permalink | inviato da franzmaria il 9/7/2008 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Contro la paura... - 2: Europa, tassi, petrolio...
post pubblicato in Focus Europe, il 4 luglio 2008


(...)il problema non è tanto l'eccesso di tecnocrazia, che ci sarà ma non più che nei singoli paesi, ma la mancanza di politica. Senza un progetto credibile, che crei fiducia e coerenza tra il livello nazionale e quello europeo, è difficile rendere popolare l'Europa (...)

Bini Smaghi sul Riformista: perché la mossa della BCE

Ha ragione Trichet?
Quando finisce la fortuna (Vaciago sul Sole24ore)
Più correzione che recessione? (Galimberti sul Sole24ore)
Il petrolio: non è colpa della globalizzazione (Giavazzi sul Corriere)

Sfoglia agosto        ottobre
rubriche
links
tag cloud
cerca
calendario
adv