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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Africa e MO, Costringere la Cina a Intervenire
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 agosto 2011


In Africa e in Medio Oriente si stanno giocando partite diverse, ma entrambe molto rischiose per la stabilità internazionale.

Questa crisi politica sembra svolgersi in parallelo ma non in contatto con quella finanziaria ed conomica, che oramai richiede una soluzione a livello mondiale: gli eurobond (o la proposta più elaborata Prodi-Quadrio Curzio) possono essere utilissimi per noi, ma non sono la panacea di tutti i mali, e l'uscita dal dramma può avvenire solo con un tavolo che veda Stati Uniti, Ue e Cina darsi una disciplina monetaria comune e decidere come governare insieme il mondo, provando a dare una spinta alla crescita.

Ed è proprio su questo tavolo che andrebbero posti anche i dossier politici, in particolare Libia e Medio Oriente: la Cina sembra a prima vista non essere presente su questi scenari, ma se si pensa alla penetrazione di Pechino nel continente africano, non vi può essere dubbio che la "nuova" superpotenza abbia interesse - e debba riconoscere di averlo - nella soluzione della crisi di Tripoli e nella gestione di tutti i principali capitoli che interessano la stabilità geopolitica globale (debiti sovrani, materie prime, terrorismo, migrazioni, lavoro, etc).

La Cina fino ad oggi ha dato l'impressione di non voler assumere esplicitamente le responsabilità di superpotenza che oramai tutto il mondo le riconosce, preferendo un gioco silenzioso per lo più economico, ma non direttamente politico: questa fase può dirsi ormai conclusa, e Washington e Bruxelles devono costringere Pechino a scendere in campo, a co-governare il mondo, a spendere parola, influenza e moneta - e forse non solo quelle - perché questa crisi globale di governance possa iniziare a risolversi. E noi europei potremmo avere un ruolo fondamentale in questa dialettica fra "potenze riluttanti", per dirla con una espressione di Marta Dassù.

Non abbiamo bisogno solo di una nuova Bretton Woods, come dicono molti: facendo finta che questi paragoni (forse un po' deboli e troppo retorici) abbiano un senso, potremmo forse dire che c'è da organizzare anche una nuova Yalta. 

Speriamo di non dover pagare per questo il prezzo di una nuova guerra globale.

Francesco Maria Mariotti






Vie Di Uscita Dalla Crisi
post pubblicato in Focus Europe, il 15 luglio 2011


Sulle possibili risposte alla crisi finanziaria che si sta facendo sentire in questi giorni, segnalo alcune riflessioni: un articolo apparso sul Sole 24 Ore, un appello firmato tra gli altri da Giuliano Amato e Michel Rocard (su Aspenia online), e alcuni articoli dei siti laVoce.info e nelMerito.com.

Paradossalmente possiamo diventare più forti, come Italia e come Europa, se accettiamo la sfida di questa crisi: la speculazione va duramente combattuta quando necessario (a questo link ripropongo un bell'articolo di Luigi Spaventa dell'anno scorso, sempre molto utile da rileggere), ma al tempo stesso non vanno negate o rimosse le esigenze di mutamento profondo di cui l'Italia ha bisogno.

E l'Europa deve cominciare a muoversi come un corpo politico unitario, magari a partire da un Ministro delle finanze comune, che sia realmente in grado di imporre la sua voce.

Al di là delle soluzioni tecniche, l'importante è comprendere che il rigore non è alternativo a crescita e benessere e che - se decidiamo di muoverci seriamente sul fronte dei conti pubblici - possiamo vincere questa partita senza rinnegare il meglio dello stato sociale europeo.

Francesco Maria Mariotti


Una crisi di fiducia sul terzo debito del mondo non si risolve da un giorno all'altro, né con un rimbalzo della Borsa. Non abbiamo idea della devastazione che potrebbe provocare, forse non c'è neanche una soluzione. Sarebbe l'affondo finale all'euro, la mossa che potrebbe portare allo scacco matto. D'altra parte è una partita che si gioca già da tanto tempo, prima con la Grecia, poi con Irlanda e Portogallo, ora con l'Italia, saltando la Spagna.(...)

Oggi abbiamo una moneta unica e non possiamo più svalutare. La crisi colpisce direttamente il debito e la sua sostenibilità. Il punto critico è capire se sia il caso di seguire una soluzione di "mercato", cioè se si debba fare di tutto per soddisfare i desideri del mercato e ripristinare la fiducia - posto che si sappia cosa il mercato vuole - oppure se bisogna pescare dal cilindro delle soluzioni non ortodosse.(...)

Ecco che privatizzazioni o una tassa patrimoniale ci potrebbero salvare. Ma dobbiamo arrivare a tutto ciò, con i tempi stretti che il mercato ci imporrà, per poi scoprire di essere più poveri senza aver raggiunto il nocciolo della questione?
La crisi italiana è anche, e soprattutto, crisi europea. La soluzione non può che essere europea e possibilmente poco ortodossa. (...)

La riunione dell'Eurogruppo di lunedì scorso è sembrata andare nella direzione giusta, anche se con contorni poco chiari e con il problema dell'Italia ancora indiscusso. Finalmente si apre la possibilità che il fondo di salvataggio europeo Esfs acquisti debito sul mercato secondario o lo faccia acquistare indirettamente dagli stessi governi. Così si può pensare ad una ristrutturazione ordinata fuori mercato che permetta di ripartire le perdite fra le varie parti e alleviare l'onere del debito greco in forma sostenibile. Willem Buiter, capoeconomista di Citigroup, ha fatto notare che, con l'Italia nel mirino dei mercati, l'Esfs dovrebbe portare la sua capacità a 2mila miliardi di euro. Chi mai può dare così tante garanzie se non un finanziamento diretto della Bce e quindi una monetizzazione implicita dei debiti pubblici?

La via più lineare sarebbe riprendere la proposta degli Eurobond, forse nella versione più radicale che abbiamo suggerito sul Sole dello scorso 5 luglio, cioè di convertire tutto il debito dei singoli Stati in debito federale con un trasferimento proporzionato di entrate fiscali che sia in grado di pagare anno per anno gli interessi. A questo punto, si potrebbero costringere i singoli governi a raggiungere il pareggio di bilancio dal momento che sarebbe un pareggio senza spesa per interessi e non soggetto più alla speculazione.
Arrivati a questo stadio della crisi, la soluzione di rafforzare in maniera drastica l'Unione europea è l'unica che non porta al fallimento dell'euro.

Un New Deal per l'EuropaGiuliano Amato and Enrique Baron, Michel Rocard, Jorge Sampaio, Mario Soares e Guy Verhostadt.

(...) suggeriamo che la conversione di una quota del debito nazionale verso l'UE non deve essere posta sul mercato. Potrebbe essere detenuta direttamente dall’Unione. Non essendo oggetto di scambio sarebbe esente dalla valutazione delle agenzie di rating. Il suo tasso di interesse potrebbe essere deciso in una misura sostenibile dai ministri delle Finanze dell'eurogruppo. Sarebbe immune dalla speculazione. Governerebbero i governi piuttosto che le agenzie di rating.Suggeriamo anche che bisogna imparare dalle lezioni del New Deal americano degli anni Trenta che hanno ispirato la proposta di Jacques Delors nel 1993 diretta ad accompagnare una valuta comune con obbligazioni europee. 

L'amministrazione Roosevelt non ebbe bisogno di far finanziare o garantire i bond degli Stati Uniti da parte degli stati dell’Unione, come la California o il Delaware, esigere trasferimenti di bilancio, o acquistare il loro debito. E non ha bisogno di farlo l'Unione Europea per emettere i suoi bond. 

Le obbligazioni USA sono finanziati con la politica fiscale comune. L'Europa non ne dispone. Ma gli Stati membri la cui quota di debito nazionale è stata convertita in bond UE possono servirlo tramite le entrate fiscali nazionali, senza trasferimenti di bilancio da parte degli altri. 

L'Europa ha anche un ulteriore non trascurabile vantaggio. La maggior parte degli Stati membri è fortemente indebitata in seguito al salvataggio delle banche. Ma questo non è il caso dell’Unione. Anche considerando l’acquisto di parti del debito nazionale dopo maggio dell’anno scorso, il suo debito è inferiore all’1% del suo PIL. 

Si tratta di meno di un decimo dell’ammontare delle obbligazioni emesse dagli Stati Uniti per finanziare il New Deal, il cui successo consentì di finanziare il Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, di cui la Germania fu il principale beneficiario. 

I bond europei non avrebbero necessariamente bisogno di nuove istituzioni.

I bond protetti dai mercati potrebbero essere detenuti dall’European Financial Stability Facility. Bond destinati alla crescita; potrebbero essere emessi dall’EFSF o dall’European Bank Group. Essi potrebbero essere serviti dalle entrate dei progetti co-finanziati così come lo sono le obbligazioni della BEI.

La BCE è il guardiano della stabilità dei prezzi, ma la BEI può intervenire a salvaguardia della crescita. I finanziamenti di progetti dalla BEI sono già doppi rispetto a quelli della Banca Mondiale. La quale da 50 anni ha emesso proprie obbligazioni senza garanzie nazionali o trasferimenti fiscali. Nessuno dei principali Stati membri dell'eurozona calcola i finanziamenti della BEI all’interno del debito nazionale.

Le obbligazioni non sono moneta stampata. Non sono finanza in deficit. Le emissioni nette di obbligazioni da parte dell'Unione significherebbero flussi di fondi per finanziare la ripresa europea, piuttosto che l'austerità. Ci rivolgiamo all'Ecofin e al Consiglio europeo perché adotti questa linea sia per salvaguardare l’eurozona, sia per sviluppare la coesione economica e sociale attraverso un New Deal per l'Europa. 

http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/un-new-deal-leuropa


(...)Ma esiste un modo di recuperare la fiducia dei mercati? Poiché l’origine del problema è nella politica fiscale, il modo di recuperarla è sul fronte del fisco: occorre dare segnali forti e coordinati che gli stati deboli dell’area dell’euro sono capaci di “mettere a posto” i propri conti pubblici, accettando un monitoraggio e una disciplina comunitaria molto forte sulle proprie finanze.
Ciò vuol dire limitare significativamente la sovranità fiscale degli stati membri, dopo aver già accettato di delegare quella monetaria alla Bce. Ma occorre andare ben oltre la fragile disciplina del trattato di Maastricht e del patto di stabilità, assoggettando direttamente le leggi di bilancio degli stati membri dell’Unione a limiti comunitari vincolanti e a istituzioni dell’Unione Europea che li facciano valere. Non è affatto cosa di poco conto: difficile da realizzare e politicamente dolorosa, come le dimostrazioni e i morti di Atene dimostrano. I governi e soprattutto i parlamenti nazionali saranno disposti a farlo? Se sì, allora da questa crisi l’Europa riemergerà più forte di prima, e procederà verso il completamento della sua struttura sovranazionale con l’introduzione graduale di istituzioni fiscali federali, ovvero la naturale controparte della Bce.Potrebbe anche essere l’occasione per colmare finalmente il deficit democratico dell’Unione Europea, poiché è naturale che decisioni vincolanti di natura fiscale siano prese da organismi rappresentativi. In tal modo, i limiti alla sovranità fiscale nazionale avrebbero una legittimazione democratica sovranazionale, invece di essere visti come diktat di organismi tecnico-burocratici o di comitati di ministri degli stati membri. Se i paesi dell’euro avranno il coraggio di accettare questa grande sfida, non solo la fiducia tornerà sui mercati, ma questa crisi diventerà l’occasione di una svolta storica nella costruzione europea.
Il mondo ridisegnato dalla crisi
post pubblicato in Idee, il 10 gennaio 2009


di GIAN DOMENICO PICCO, da La Stampa, 10/1/2009 
 
La crisi economico finanziaria che ha colpito gli Stati Uniti e buona parte del mondo ha già prodotto un cambiamento concreto nella gestione degli affari internazionali. Nei prossimi due o tre anni alcuni Paesi - che oggi si presumono di prima classe - perderanno buona parte del loro peso specifico, non solo in campo economico, mentre altri saliranno dalla serie B alla serie A. Il ruolo più influente a Washington, dopo quello del Presidente, è da sempre affidato al segretario di Stato. In queste settimane s’è visto che non sarà necessariamente così in futuro. Il segretario al Tesoro è già salito al rango di «ministro dei ministri» nel futuro governo del presidente Obama, prima ancora che il suo nome venisse menzionato. Il premier inglese Gordon Brown, per 10 anni ministro delle Finanze di Tony Blair, si è giovato della esperienza finanziaria per gestire il governo. La geoeconomia delimiterà come non mai i confini della geopolitica, che dopo l’11 settembre 2001 non aveva rivali. Qualcuno dirà che è sempre stato così. Certo non in queste proporzioni. Il livello d’interdipendenza e interconnessione del mondo è stato dimostrato dalla velocità del contagio che ha toccato Borse, monete, produzione e consumi nei quattro angoli del globo. La Russia e l’Iran del dicembre 2008, ad esempio, sono due realtà molto diverse rispetto a giugno: la loro immagine economica e finanziaria è profondamente cambiata, riflettendosi su quella più strettamente politica. Questo vale anche per altri Paesi.

Mentre gli esperti suggeriscono di ridisegnare l’architettura internazionale del sistema finanziario, la riunione del Gruppo dei 20 a Washington a novembre ha inevitabilmente attirato una particolare attenzione. Alcuni pensano che il G-8, e ancor più il G-7, non riflettono più la realtà dell’economia mondiale. Le critiche al G-7 ricordano quelle fatte da anni alla composizione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La prova del nove del vero cambiamento verrà nei prossimi due o tre anni - al massimo tra cinque - quando potremo valutare quali paesi emergeranno dalla crisi finanziaria con un peso specifico da serie A, e quali con un peso da serie B. In ogni caso la proposta di allargare il G-7 al G-20, e quella di creare un Consiglio di sicurezza con 25 o 30 membri, invece dei 15 attuali, sono tutti segnali che rivelano l’insufficienza delle strutture che oggi esistono, non, a mio avviso, la soluzione da scegliere.

La crisi metterà allo scoperto non solo le insufficienze strutturali della finanza e dell’economia, ma anche la debolezza di diversi sistemi sociali, la gracilità di gruppi dirigenti, il debole senso dello Stato. Rivelerà in modo impietoso che il progetto nazionale di alcuni Paesi è prossimo al capolinea. Pensare a cambi epocali non è facile. Ma gli stati moderni, che emersero come conseguenza della pace di Wetsfalia dopo la Guerra dei trent’anni nel 1648, e vennero poi consolidati dalle Rivoluzioni americana e francese, hanno cicli vitali di diversa durata. Non escludo che dopo questa crisi economico finanziaria l’Europa in particolare possa veder nascere il primo stato post westfaliano. La globalizzazione - diceva Dominque Moisi - ha iniziato un processo d’indebolimento delle autorità statali, ha alterato il significato di sovranità e di nazionalità, pur incrementando il bisogno d’identità. La percezione che le strutture abbiano una loro vita, indipendentemente dagli individui che le gestiscono, è forse vero per un certo periodo, ma non per sempre. La responsabilità è oggi pesantissima sulle leadership che dovranno gestire i prossimi due o tre anni. La formula «business as usual» non funzionerà. Quanti dei G-8 saranno all’altezza di farne parte fra qualche anno? Per quanto ancora il sistema accetterà che l’Europa vi sia rappresentata con 4 seggi anziché con uno solo? Un Consiglio di sicurezza di 25 o 30 membri sarà più efficace o più debole dell’attuale più ristretto? L’interdipendenza di tutti gli attori sulla scena mondiale è destinata ad aumentare. Ciò richiederà una flessibilità (vedi i gruppi informali di 5 o 6 che già esistono su vari argomenti di crisi) che le istituzioni rigide non offrono. La crisi economica e finanziaria mondiale sarà molto severa, se non inesorabile, con i gruppi dirigenti incapaci di vedere oltre l’immediato, ingannati e cullati dall’illusione che il futuro sia solo la ripetizione del passato.

Europa: nella crisi l'opportunità di una leadership globale
post pubblicato in Focus Europe, il 19 ottobre 2008


Un successo dell'Europa, di Mario Monti (Corriere della Sera, 19 ottobre 2008)

Due settimane fa esprimevo la speranza che l'Unione Europea sapesse reagire alla crisi finanziaria accelerando il passo dell'integrazione e non, come si poteva temere, lasciando prevalere le forze della disintegrazione attraverso risposte nazionali in conflitto tra loro e con l'ordinamento comunitario.

Ad oggi, il bilancio è decisamente positivo. È importante esserne consapevoli, in una fase in cui tanti europei avevano perso fiducia nella Ue per vari motivi: dal «no» degli irlandesi al Trattato di Lisbona al «no» di autorevoli economisti al modello economico europeo, ritenuto sistematicamente inferiore rispetto, si noti, a quello americano. Ma è altrettanto importante vedere con chiarezza i passi ancora da compiere, se si vuole consolidare il recente successo politico europeo.

Di successo si può ben parlare, se si pensa alla capacità decisionale — per rapidità, coesione e portata delle misure — dimostrata dalla Ue in questa occasione. Nei pochi giorni intercorsi tra l'incontro del 4 ottobre a Parigi tra i quattro membri europei del G8 e il Consiglio europeo del 16 ottobre, l'Unione a 27 ha preso decisioni che hanno indotto la grande e più agile «Unione a 1», gli Stati Uniti, a modificare notevolmente le proprie. E si è trattato certamente di un successo politico. Sono stati i governi degli Stati membri — che nella Ue sono l'espressione più diretta della politica — a dare una prova inconsueta di dinamismo e di convergenza. Il presidente di turno del Consiglio europeo, Nicolas Sarkozy, è riuscito a tenere per la prima volta una riunione dei capi di governo dei Paesi dell'area dell'euro, superando le resistenze della Germania che vi vedeva una minaccia all'indipendenza della Banca centrale europea. È riuscito a far confluire nelle decisioni del vertice dell'euro il contributo innovativo del governo britannico. È riuscito a far adottare un piano d'azione concertato, anche grazie al forte sostegno del governo italiano, favorevole in questa circostanza a soluzioni comunitarie molto avanzate. Per consolidare questo successo politico e far leva su di esso nella gestione, che sarà lunga e difficile, della crisi finanziaria ed economica, l'Unione Europea deve compiere altri passi, tre in particolare: non perdere il senso dell'emergenza, non rivolgere contro le regole europee il recente successo della politica europea, rendere istituzionale la fortunata ma occasionale coincidenza che ha permesso di prendere tempestivamente decisioni difficili. L'emergenza e l'impegno. Nessuno può dire quanto durerà la situazione di grave emergenza— per ora soprattutto finanziaria, ma che presto pervaderà l'economia reale — che ha stimolato così efficacemente il processo delle decisioni nella Ue. (...)

Il nuovo ordine finanziario globale? Sarà guidato da Sarkozy e Brown, Ennio Carretto, Corriere della Sera

Sul quotidiano l'ex ministro inglese Brittan: «La mossa per frenare il panico fa guadagnare all’Europa un po’ di rispetto»

WASHINGTON – «L’Europa non è più un museo economico». Così scrive il New York Times in un articolo intitolato «D’improvviso l’Europa sembra molto intraprendente», in cui afferma che in dieci giorni essa è riuscita a fare ciò che l’America non riuscì a fare in un mese: a varare cioè «un piano innovatore» per superare la crisi finanziaria che l’America è stata costretta a imitare. L’articolo è corredato da una fotografia del presidente francese Sarkozy e del premier inglese Brown e dalla didascalia: «Il futuro? Sarkozy e Brown hanno aperto la strada». Il New York times ricorda che per alcuni anni Wall Street e l’amministrazione Bush hanno liquidato l’Europa come «una località per languide vacanze», deridendone il sistema economico.

Ma potrebbe essere l’Europa, ammonisce, a impostare un nuovo ordine finanziario globale, una seconda Bretton Woods, dal nome della località del New Hampshire dove nel 1944 fu istituito il primo. L’incontro di sabato tra Sarkozy e il presidente Bush ha dimostrato che l’amministrazione americana in carica, a parole favorevole al progetto, in realtà vi è contraria: nella serie di summit che il G8 e i colossi economici emergenti terranno dopo quello di novembre, Bush intende salvaguardare innanzitutto il libero mercato, «le fondamenta essenziali del capitalismo democratico». Ma se il democratico Barack Obama verrà eletto presidente, come sembra probabile dopo l’appoggio appena datogli dall’ex segretario di Stato Colin Powell, una icona repubblicana pentita, quella di W sarà una battaglia di retroguardia. Obama è per l’ordine finanziario multilaterale proposto da Sarkozy e Brown, non per quello unilaterale di Bush. (...)

La crisi finanziaria e i rapporti transatlantici - Nuovi equilibri e vecchi problemi
Stefano Silvestri - presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI)  - 13/10/2008

 
Siamo alla vigilia di un nuovo patto transatlantico? Una rinnovata e forte intesa tra Stati Uniti ed Unione Europea potrebbe offrire alla governabilità internazionale quella credibilità e soprattutto quel motore strategico che oggi le fa crudelmente difetto e che ci spinge verso una grave crisi sistemica, non solo economica, ma anche, ed inevitabilmente, politica.

Ma cos’è questa crisi? Al di là delle più complesse e approfondite analisi degli economisti, essa è in primo luogo dovuta ad un drammatico crollo della fiducia: degli operatori nel mercato finanziario, dei creditori nei debitori, delle banche tra loro, dei cittadini nei loro governi, in una sorta di feroce spirale che sfida i limiti della razionalità. In termini strategici equivale ad un profondo deficit di “soft power”: l’alleanza dei “forti”, dal G7 al Fmi, stringe le fila, i centri di potere, attraverso le banche centrali, immettono sul mercato generose iniezioni del loro “hard power” sotto forma di liquidità e di bassi tassi di sconto, ma tutto sembra impallidire e viene largamente bruciato dal panico degli operatori, alimentato da una reciproca e generale sfiducia nella mano pubblica e nei confronti di un “mercato” tanto più temuto e rispettato in quanto, almeno apparentemente e in questa fase, irrazionale.

Per dirla con altre parole, il deficit di governabilità tipico dell’attuale fase della globalizzazione raggiunge così il suo apice. Subito dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 il mercato finanziario era crollato, ma la dura e pronta reazione americana (la “guerra al terrorismo”) aveva iniettato nuova fiducia e creato nuovo consenso. Sette anni dopo, quel patrimonio è stato sprecato in una serie di incredibili errori, dalla condotta della stessa guerra al terrorismo all’invasione dell’Iraq, e la governabilità internazionale, invece di venire rafforzata, è stata indebolita dal comportamento erratico e unilaterale della maggiore potenza mondiale. Ora quindi il sistema politico e di sicurezza fatica ad avere l’autorità e la credibilità necessarie per iniettare fiducia nella sua capacità di controllare e ridurre la crisi. Il cerchio dei due “settembre neri” si chiude in largo passivo. (...)


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permalink | inviato da franzmaria il 19/10/2008 alle 23:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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