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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Libia: è possibile fare qualcosa, in questo momento?
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 21 febbraio 2011


Ci vuole massima prudenza nel valutare le informazioni che arrivano dalla Libia.

Come è successo in queste ore per le notizie che si sono avvicendate sulla chiusura dello spazio aereo di Tripoli, dichiarata e poi smentita in pochissimo tempo, le notizie sono armi virtuali che vengono utilizzate per alzare la tensione; è inevitabile che le voci circolino incontrollate (o controllate con fini di disinformazione), e perciò da parte di tutti, anche da parte di noi semplici "spettatori", è necessaria massima responsabilità. Al di là di facili slogan.

Se fossero confermate le notizie dei raid aerei contro i civili, certo la condanna della comunità internazionale dovrebbe essere netta (ma parlare di "genocidio" mi pare non corretto, dobbiamo calibrare le parole in questi momenti, e l'analogia con altri momenti della storia e con altre dinamiche va fatta con cautela).

Ma chi condanniamo e cosa facciamo, se lì esplode lo stato libico? In una guerra civile è quasi impossibile intervenire dall'esterno, se non "scegliendo" una parte contro l'altra.
C'è dunque una parte "popolo" contro una parte "regime"? Mi sbaglierò, ma la situazione mi pare molto più complessa.

Se non si è operato in precedenza in accordo con fazioni in lotta, prevedendo questa escalation, è difficile spostare ora, in questo momento, i rapporti di forza. 

Possiamo e dobbiamo fare qualcosa dal punto di vista umanitario, dobbiamo costringere tutta l'Europa a farsi carico delle migrazioni che sicuramente ci saranno.

Per il resto, è fondamentale capire quali siano le "componenti" delle rivolte: è probabilmente esagerato parlare oggi di "un germe di Califfato" che starebbe impiantandosi nel Mediterraneo, ma certo se la Libia non si risollevasse si aprirebbero spazi di azione per attori a noi avversi.

E non è un caso che l'Iran stia testando nuove rotte, quasi a "saggiare" il "nuovo" Egitto.
Temo non sia ancora tempo di parlare di "vento della libertà", nel Mediterraneo.

Francesco Maria Mariotti

(ultimo aggiornamento: 22/2/2011 ore 0:31)
Tunisia, rischio o speranza?
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 20 gennaio 2011


"(...) Dell'euroregione mediterranea che avrebbe dovuto esistere dal 2010 non si parla più, non esiste più nel nostro vocabolario; e i programmi della Ue sulla società civile non hanno dato quasi nessun risultato. E qui il problema non è del mondo arabo, ma dell'Europa: perché non ha un'idea di se stessa, e perché non ha capito o non vuol capire che la globalizzazione ha effetti inediti sui futuri assetti geopolitici e geoeconomici del pianeta.
L'Europa sembra solo "contenere" delle situazioni, rifiutando di costruire nuovi assetti in grado di creare una reale cooperazione tra le due sponde. Il risultato è che continuiamo ad accumulare errori. Perché in realtà non si può parlare di un effetto-sorpresa. Chi studia quei paesi e quelle culture, soprattutto la loro storia del XX secolo, sa bene che hanno quasi tutte un tratto caratteristico: nel mondo arabo lo stato si è costruito in opposizione alla propria società, impedendo così l'emergere della questione democratica. Ma, come ho più volte affermato, la democrazia non è una riserva indiana per alcuni privilegiati; la democrazia è un'aspirazione universale, e ritenere che alcune società possano accedervi prima di altre è un errore. Certo, non può essere trasferita come si fa con un pacco postale, ma sono le società - ogni società - a dover trovare la forza per conquistarla e per costruirla (...) 

Conflitti, unità e "patriottismo costituzionale"
post pubblicato in Comunità, il 17 agosto 2010


Oggi è morto l'ex Presidente Cossiga; è il giorno del cordoglio e dell'unità intorno alla Costituzione e alle Istituzioni. Verrà poi il momento delle riflessioni storiche e politiche, inevitabilmente conflittuali, come è bene che sia in una democrazia sana. 


L'auspicio è che l'Italia riprenda, anche attraverso questo momento di lutto, il cammino di un rinnovamento della coesione nazionale e di un più forte "patriottismo costituzionale". 


Francesco Maria Mariotti


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permalink | inviato da franzmaria il 17/8/2010 alle 17:7 | Versione per la stampa
Wikileaks, quando la "trasparenza" non è verità (e fa danno...)
post pubblicato in Comunità, il 11 agosto 2010


"Non solo il Pentagono, ma anche associazioni e organizzazioni umanitarie non governative, tra cui Amnesty International, chiedono al sito Wikileaks di cancellare i nomi contenuti nei documenti sulla guerra in Afghanistan resi pubblici tre settimane fa. Le Ong hanno inviato una lettera ufficiale al fondatore del sito, Julian Assange: «Abbiamo avuto modo di osservare le conseguenze negative, a volte letali (di questa scelta)» hanno spiegato, sottolineando che gli afgani di cui è stato rivelato il nome sono stati identificati dai talebani come collaborazionisti o comunque simpatizzanti delle forze internazionali. 
Oltre ad Amnesty, il gruppo di Ong comprende la Civic (campaign for Innocent Victims in Conflicts), l’ufficio di Kabul dell’ International Crisis Group (ICG), la Independent Human Right Commission, l’ Open Society Insititute (OSI).
Assange ha risposto in modo provocatorio, chiedendo alle associazioni di aiutarlo nell’opera di cancellazione. Contando che sul portale si trovano 76 mila documenti, e altri 15 mila sono in fase di pubblicazione, il lavoro da svolgere risulta praticamente infinito. Dura la risposta di Amnesty: non abbiamo tempo. (...)"
 
L'articolo che cito sopra e di cui segnalo il link (i grassetti sono miei) è sicuramente una prova in più di come non avessero torto i critici dell'operazione "trasparenza" impostata dal fondatore di Wikileaks; oltre a non dire molto di nuovo, la pubblicazione di documenti top secret può realmente comportare un rischio per chi viene in essi citato. E dunque forse c'era anche qualche ragione nelle proteste del Pentagono e della Amministrazione americana che temevano ripercussioni per gli uomini e le donne coinvolti nelle operazioni belliche.
 
Oltre ai gravi dubbi di natura etica sulle conseguenze di questa pretesa "ricerca di verità", è anche sull'effettiva positività "politica" di tale divulgazione che dobbiamo interrogarci: c'è da chiedersi chi e perché fornisca documenti al sito di Assange e se l'operazione non sia involontariamente strumento di dinamiche interne all'amministrazione americana. Ammesso e non concesso che in questo caso la fuga di notizia sia stata reale e non controllata, gli stessi "apparati" che si vorrebbero (in teoria) combattere impareranno presto ad "usare" Wikileaks per i propri scopi, infiltrandosi adeguatamente fra i fornitori di dati.
 
L'effetto "verità"  - inoltre - può essere reale e funzionare (forse) la prima volta, ma in seguito può essere ben sfruttato anche da nemici di Stati Uniti e Europa per scopi che propriamente positivi per le nostre democrazie non sono (si pensi a possibili "rivelazioni pilotate" su operazioni economiche e problemi di bilancio degli stati).
 
Infine, è in ogni caso lecito dubitare che sia trasparenza - e soprattutto che sia verità - l'immissione in circolo di una massa così ingente di documenti (alzi la mano chi li ha letti tutti...); si sta parlando infatti di materiali costruiti in determinati contesti interpretativi e rivolti a interlocutori precisi, e suscettibili per definizione - al di fuori dei rapporti confidenziali che si formano in ambito di sicurezza - di letture ambigue e anche potenzialmente contraddittorie. Si potrebbe anche dire che senza una lente politica anche l'intelligence più dettagliata è stupida, un'accozzaglia di fatti indecifrabile, se non addirittura un labirinto in cui perdersi (l'11 settembre insegna...)
 
Dunque, come spesso avviene quando si millanta "trasparenza" e si spaccia "rapporto diretto con la verità" (sperando che non venga scritta con la V maiuscola, perché allora lì sono guai ancora più grossi...), questo tipo di operazioni non aiutano la reale comprensione delle cose e tendono più semplicemente a creare/legittimare (autolegittimare) un nuovo circuito di "mediatori" che sfrutterà le fonti; ed è tutto da dimostrare che questo tipo di mediazione - che comunque c'è - sia positiva per la libertà del pubblico democratico e per gli interessi delle nazioni sovrane.
 
Il rapporto delle democrazie con la verità è necessariamente ambiguo e complesso: un atteggiamento di sano scetticismo verso le Grandi Rivelazioni è un utile compagno di strada del cittadino libero. Nel mondo, e naturalmente anche in Italia.
 
Francesco Maria Mariotti
Se non vai tu dalla politica...
post pubblicato in Comunità, il 20 giugno 2008


La proposta di Amos Luzzatto per risolvere il paradosso di una politica che comunque ci viene incontro, anche quando noi tentiamo di "ripararci" nel privato. Lunedì sera, a Milano, un'occasione di cultura e di riflessione, anche per fare gli auguri a un maestro di laicità e democrazia.



Dall'invito che anticipa brani della Lectio Magistralis di Luzzatto:

Quando si parla della disaffezione del grande pubblico dalla politica, non è difficile riconoscervi un paradosso del nostro tempo: questo ritirarsi nel privato (a meno che non si tratti di meditazioni trascendentali) lungi dal portare alla conseguenza di interrompere la connessione fra il cittadino e la politica, finisce col renderla più forte, ma allo stesso tempo a senso unico: dalla politica al cittadino, non viceversa.

La proposta di Luzzatto è: “Ripartiamo dalla socializzazione. Costruiamo punti di incontro e di dialogo, di espressione di bisogni, di proposte e di verifiche. Costruiamo circoli, club, gruppi di quartiere, dove ci si parla, dove ci si informa, dove lentamente si porranno le basi per una cultura di convivenza che è necessariamente allo stesso tempo una cultura dell’accoglienza di gruppi umani che provengono da lontano e che vogliono vivere qui, con noi”.

“Non so se la politica continuerà a venire da noi per farci conoscere come ci gestirà sulla base dei suoi parametri e delle consulenze dei suoi esperti - prosegue Luzzatto - ma noi, di sicuro, andremo dalla politica o per lo meno cominceremo ad andare in quella direzione. Non per contestarla in quanto tale, non per esorcizzarla come una strega minacciosa, ma per cominciare ad appropriarcene”.

Amos Luzzatto (Roma, 1928) nasce in una famiglia di vecchia tradizione ebraica (il nonno materno, Dante Lattes, fu uno dei principali esponenti della cultura ebraica italiana del nostrosecolo; il trisavolo paterno, Samuel David Luzzatto - Shadal - fu docente al Collegio Rabbinico di Padova ed esponente italiano della “Wissenschaft des Judentums”). Trascorre la sua adolescenza a Gerusalemme, fino al 1946. Per più di quarant’anni svolge la professione di chirurgo in svariati ospedali italiani. E’ libero docente universitario e primario, particolarmente attento nei suoi studi alle applicazioni dei metodi matematici nelle ricerche medico-cliniche.
Ama farsi definire “medico - studioso di cultura ebraica”. Insiste soprattutto sull’identità ebraicamoderna, che, secondo lui, ha valorizzato e fatto affermare la categoria dell’identità laico-nazionaleaccanto a quella “religiosa”. Sulla scia di pensatori come Bialik e Achad ha-am, sostiene che questa identità nazionale debba svilupparsi in continuità con la storia e la tradizione ebraiche e sollecita coloro che seguono questo indirizzo ad appropriarsi con lo studio non solo della lingua ebraica ma anche della Bibbia, della letteratura midrashico-talmudica e di tutti i suoi sviluppi fino ainostri giorni. Ha tradotto e commentato il “Libro di Giobbe” (Univ. Ec. Feltrinelli, 1991) e il “Cantico dei Cantici”(Giuntina, 1997). Ha pubblicato il volume “Leggere il Midrash” (Morcelliana, 1999). Ha contribuito con saggi personali nei libri “Sinistra e questione ebraica” (Editori Riuniti, 1989), “Ebrei moderni”(Bollati-Boringhieri, 1989), “Oltre il Ghetto” (Morcelliana, 1992), “Annali Einaudi - Storia degli ebrei d’Italia, vol.II” (Einaudi, 1997). Recentemente ha pubblicato “Una vita tra ebraismo, scienza epolitica” (Morcelliana, 2003), “Il posto degli ebrei” (Einaudi, 2003), “La leggenda di Concobello(Mursia, 2006), “A proposito di laicità. Dal punto di vista ebraico (Effatà, 2008), “Libertà” (Emi,2008). E’ in corso di pubblicazione: “Conta e racconta. Memorie di un ebreo di sinistra” (Mursia,2008). Ha partecipato con relazioni personali a numerosi convegni nazionali e internazionali su temi dicultura ebraica. Ha tenuto un corso sulla lettura ebraica del midrash presso la cattedra di Storiadelle religioni all’Università di Venezia. E’ stato impegnato per la realizzazione, presso lamedesima Università, del “Master europeo “Socrates” sull’archeologia e la dinamica dellascrittura”, relativamente alla parte ebraica. Ha tenuto, presso l’Università Roma, tre corsi sul Midrash e sulla Dinamica del Pregiudizio. E’ stato Direttore responsabile del periodico di cultura “La Rassegna Mensile d’Israel”. Dal giugno1998 è stato Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane fino al 2006. E’ Presidente della Fondazione “Primo Levi” di Torino. Abita a Venezia.


 

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