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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Trichet Presidente d'Europa per una fase Costituente
post pubblicato in Focus Europe, il 7 settembre 2011


Con l'attentato in India a pochi giorni dall'anniversario dell'11 settembre il terrorismo dimostra di avere l'occhio lungo, colpendo una delle nazioni protagoniste del futuro. 
Come scrive Gordon Brown, anche l'India deve essere coinvolta nella "grande contrattazione globale" che dovrebbe spingere le potenze emergenti a coordinarsi con Europa e USA per portare a soluzione la crisi globale. 

L'Europa deve comunque parlare con una voce sola: Barroso è espressione del concerto degli Stati, Draghi prenderà il ruolo "tecnocratico" (in realtà fortemente politico, ma comunque svincolato dalla ricerca di consenso, come è bene che sia) di Presidente della BCE. Si deve però cercare di "far vedere" al mondo una voce europea politicamente autonoma, che sia eletta dal Parlamento europeo con un mandato limitato per guidare il continente verso una nuova fase costituente

Trichet potrebbe essere il candidato migliore, dopo che avrà passato il testimone a Draghi: è stato lui il primo a fare una delle proposte più interessanti per l'Europa del futuro, un Ministro europeo delle Finanze.
 
Ma al di là dei nomi: oggi è ancora fondamentale che le figure di riferimento dell'Europa siano "tecnici - politici" capaci di "resistere" alle tentazioni della popolarità, e soprattutto del populismo; un giorno forse - superata questa tempesta - potremo votare direttamente il vertice europeo, confrontando proposte politiche alternative. 

Ma è un giorno ancora lontano.

Francesco Maria Mariotti

(...) Dobbiamo innanzitutto rilanciare la visione di cooperazione globale contenuta nel patto sulla crescita del G-20. Serve però un programma più ampio: la Cina dovrebbe concordare di aumentare la spesa delle famiglie e le importazioni dei consumi; l'India dovrebbe aprire i propri mercati in modo tale da garantire ai propri poveri l'accesso alle importazioni a basso costo; e l'Europa e l'America devono rilanciare la competitività con l'obiettivo di aumentare le importazioni. Nel 2009 il G-20 è stato inflessibile sulla necessità di un nuovo regime finanziario globale per la futura stabilità. Il problema è già sotto gli occhi di tutti. Le passività del settore bancario dell'Europa sono quasi cinque volte superiori a quelle degli Usa. Le banche tedesche hanno una leva finanziaria che è 32 volte superiore al patrimonio netto. Ai fini della stabilità finanziaria non serve quindi solo la ricapitalizzazione delle banche, ma anche una riforma dell'euro, fondata sul coordinamento delle politiche fiscali e monetarie e su un maggiore ruolo della Bce, in veste di prestatore di ultima istanza, nel sostenere i singoli Governi (non le singole banche). Il G-20 non raggiungerà crescita e stabilità senza concentrarsi su una riduzione del debito a lungo termine. Ma esiste anche un imperativo nel breve periodo, ossia evitare una spirale negativa. (...) L'accordo sulla crescita del G-20 deve essere anche un accordo sull'occupazione.(...)

Alla fine del 1930, il presidente Hoover aveva capito che la posizione debitoria della Germania stava per diventare insostenibile per la perdita di fiducia dei mercati nella capacità dei creditori (privati) tedeschi di ripagare l'enorme debito estero. Al presidente era perfettamente chiaro che, per salvare non solo la Germania ma l'intera Europa e gli stessi Stati Uniti da una crisi senza precedenti, erano necessari prestiti pubblici (in sostituzione del credito privato) e la sospensione delle riparazioni di guerra imposte ai tedeschi dal Trattato di Versailles. Ai collaboratori che gli chiedevano perché non prendesse subito l'iniziativa, Hoover rispondeva che era necessario che la situazione si deteriorasse ulteriormente perché si creassero le "condizioni politiche" per un intervento a favore della Germania. Sappiamo come andò. Nell'estate 1931, alla caduta dei redditi e dell'occupazione si aggiunse una crisi bancaria senza precedenti catalizzata dal ritiro dei capitali stranieri dalle banche tedesche. Solo allora l'opinione pubblica e le cancellerie compresero che la crisi avrebbe travolto non solo la Germania, ma l'intera economia mondiale e si crearono le "condizioni politiche" che resero possibile l'iniziativa di Hoover per una moratoria delle rate del debito di guerra tedesco. Questa giusta iniziativa arrivò fuori tempo massimo. (...) 

Speciale

(...) La conclusione è semplice: la Cina ha visto nell’11 settembre una finestra di opportunità strategica. Di cui cogliere i vantaggi. A sei mesi dall’attacco di al Qaeda, la Cina entrava senza problemi nel WTO: la globalizzazione “made in China” era cominciata. Sul piano interno, Pechino ha utilizzato la minaccia qaedista per combattere con durezza il proprio “terrorismo”, il separatismo uiguro nello Xinjiang. (...) per la leadership comunista capitalista cinese un’America indebolita poteva essere un vantaggio; un’America troppo debole non lo è. Questa è tutta la differenza, in effetti, fra il settembre 2001 e il settembre 2008: quando, con la crisi finanziaria e le sue conseguenze, la Cina si è trovata esposta ai guai dei suoi vecchi “maestri” occidentali.
Il rischio, visto da Pechino, è che l’era post-americana arrivi troppo in fretta, costringendo una leadership ancora riluttante ad assumersi una quota di oneri globali, con i costi e le responsabilità che ne derivano.(...)
"Quando cambia un governo" - Padoa-Schioppa (2001)
post pubblicato in Comunità, il 1 giugno 2011


Il testo che vi presento è un articolo di Tommaso Padoa-Schioppa del 2001: parla del cambio di governo a livello nazionale e statuale, ed è stato scritto in una fase completamente diversa della storia del nostro paese; ma alcune indicazioni sono utilissime anche oggi, con tutte le dovute cautele del caso.

Sottolineo la parte in cui si parla del ruolo della società civile, che deve essere "spettatore impegnato", rimanendo però distinta dal potere, "non ansiosa di ingraziarsi un nuovo padrone". 

In una comunità locale le cose sono inevitabilmente più complesse; nel voto stesso di questi giorni c'è la richiesta di maggiore prossimità e coinvolgimento dei cittadini, al di là delle appartenenze politiche. Ma l'attenzione ai distinti ambiti, la capacità di rimanere occhio critico è essenziale, in un difficile equilibrio fra partecipazione, impegno, e autonomia.

Bene festeggiare il cambiamento politico, quindi, ma poi occorrono quella pazienza e quella vigilanza di cui parla l'articolo: verso i nuovi amministratori perché abbiano il tempo di porre in essere i cambiamenti richiesti, ma non deflettano dal loro compito; e più in generale anche per evitare quei contraccolpi che oggi sembrano portare alla tentazione – soprattutto da parte del governo nazionale, speriamo non condivisa da altri -di riprendere a spendere i soldi pubblici per consolidare o recuperare consenso, con il rischio di mettere in crisi i nostri conti pubblici

E dunque, visto che abito a Milano, auguri di buon lavoro a Giuliano Pisapia; sono sicuro che potrà fare molto bene; per questo avrà bisogno della vicinanza di cittadini consapevoli e severi, vigili ma pazienti.

Auguri per la Festa della Repubblica.

Francesco Maria Mariotti
 
ps: Di seguito, propongo anche alcuni cenni di riflessione di Romano Prodi, che coglie bene l'ambiguità e la complessità del voto amministrativo, e un estratto delle Considerazioni Finali del Governatore Draghi.
 
***

(...) Soprattutto, il cambio di governo è difficile. Richiede al nuovo governo tenacia per attuare il programma; ma anche umiltà per correggere sbagli e illusioni iniziali; e consapevolezza che una repubblica è tale perché pubblica è la cosa governata.Richiede alla nuova opposizione di capire la propria sconfitta, meditare sugli errori, essere unita quanto lo sarebbe se avesse vinto; di resistere alla tentazione di bloccare il vincitore prima che governi davvero. Richiede all’ Amministrazione dello Stato (quadri ministeriali, altri corpi dello Stato, istituzioni pubbliche, autorità indipendenti e via dicendo) di distinguere e rispettare primato della politica, imperio della legge, propria sfera di autonomia. Una distinzione e un rispetto che sono stati erosi, nel tempo, dall’ infausto combinarsi della lunga permanenza al potere delle stesse forze politiche con l’ instabilità dei governi.

Quale il compito della società civile e di quella sua parte, la più influente e responsabile, che va sotto il nome di classe dirigente? Il compito di «spettatore impegnato», secondo Aron; detto altrimenti, pazienza e vigilanza in dosi forti. Pazienza, perché un avvicendamento non avviene in poche settimane, comporta errori, ricerca faticosa del percorso, maturazione lenta degli effetti. Uno o due anni ci vollero per Margaret Thatcher e per Mitterrand; ma qualche settimana dopo l’ insediamento del governo Prodi, già veniva l’ invito non a correggere la rotta ma ad avvicendare il timoniere. Vigilanzaperché il passaggio riuscirà solo se il governo sarà sollecitato a trovare la sua strada migliore da una società civile attenta, indipendente, coraggiosa, consapevole del proprio ruolo, non ansiosa di ingraziarsi un nuovo padrone.

Sia il mercato sia la democrazia sono, nei rispettivi campi, sistemi in evoluzione. Trenta, cinquanta, settant’ anni fa l’ uno e l’ altra funzionavano molto diversamente da oggi perché – meccanismi di correzione degli errori – essi stessi si perfezionano con l’ esperienza.Non ritenersi mai perfetti, essere sempre perfettibili: queste le forze con cui hanno sconfitto l’ illusione comunista. Il voto decide il cambio di governo, ma non lo compie. E’ un passo fondamentale verso la maturità di un sistema politico democratico; ma non è l’ ultimo.

http://www.tommasopadoaschioppa.eu/2-anni-al-mef/quando-cambia-un-governo

 
(...) Ma nel giorno della sconfitta berlusconiana, Prodi riserva un’altra sorpresa. Appena si mette a ragionare sul da farsi, il Professore è tutt’altro che trionfalistico: «Ragazzi attenti: senza un’idea del Paese, la prossima volta rivincono loro!». Proprio così: nel giorno della sconfitta che potrebbe essere definitiva del suo nemico storico, il Professore non rinuncia a sottolineare che al Pd manca ancora una lettura complessiva del Paese: «Quando sopraggiungono cambiamenti così significativi, come quello delle elezioni amministrative, aumentano anche le responsabilità e dunque, si sta una mezz’ora a gioire per il successo, la gioia va bene ma poi passa e perciò si deve ricominciare subito col lavoro di organizzazione, di compattamento e con la preparazione di un programma capace di cambiare in profondità il Paese, con una operazione di grande respiro, che non può essere improvvisata». E la conclusione del ragionamento è cruda: «Attenzione perché se non si fa così, ora il vento è favorevole, ma questo stesso vento può diventare tempesta».(...)
 
(...) Oggi siamo per molti aspetti in una condizione migliore. Antiche contrapposizioni sono in gran parte venute meno. In Europa, i progressi verso forme sempre più avanzate di integrazione e, in Italia, una inedita condivisione della diagnosi dei problemi che affliggono l’economia rappresentano favorevoli punti di partenza. Va raggiunta una unità di intenti sulle linee di fondo delle
azioni da intraprendere. Ciò che può unire è più forte di ciò che divide.Oggi bisogna in primo luogo ricondurre il bilancio pubblico a elemento di stabilità e di propulsione della crescita economica, portandolo senza indugi al pareggio, procedendo a una ricomposizione della spesa a vantaggio della crescita, riducendo l’onere fiscale che grava sui tanti lavoratori e imprenditori onesti.
La crescita di un’economia non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di un paese. Scriveva ancora Cavour: “Il risorgimento politico di una nazione non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico… Le virtù cittadine, le provvide leggi che tutelano del pari ogni diritto, i buoni ordinamenti politici, indispensabili al miglioramento delle condizioni morali di una nazione, sono pure le cause precipue dei suoi progressi economici”. Occorre sconfiggere gli intrecci di interessi corporativi che in più modi opprimono il Paese; è questa una condizione essenziale per unire solidarietà e merito, equità e concorrenza, per assicurare una prospettiva di crescita al Paese. Già nel mio primo intervento pubblico da Governatore della Banca d’Italia, nel marzo del 2006, notavo come l’economia italiana apparisse insabbiata, ma che i suoi ritardi strutturali non andavano intesi quali segni di un declino ineluttabile: potevano essere affrontati, dandone conto con chiarezza alla collettività, anche quando le soluzioni fossero avverse agli interessi immediati di segmenti della società. Poche settimane dopo, mi rivolsi a voi in questa sede con le parole di apertura “Tornare alla crescita”. Con le stesse parole vorrei chiudere queste considerazioni finali.

Europa sotto attacco?
post pubblicato in Comunità, il 20 maggio 2011


L'Europa come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi sembra condannarsi a una morte certa, incastrata fra movimenti di protesta spontanei (in Spagna, ma non solo), crisi finanziaria, caso Strauss -Khanl'assurda guerra libica senza sbocchi.
Enzo Bettiza lo denunciava magistralmente qualche giorno fa sulla Stampa, chiedendosi se non fosse l'ora di far rinascere questa comunità, anteponendo la politica all'economia.

Certo, di fronte al fatto che i mercati finanziari sembrano aver già condannato la Grecia - e questo vuol dire che a brevissimo potrebbero ripartire gli attacchi speculativi contro l'euro - l'Unione Europea dovrebbe rispondere compatta.
 
E non possiamo semplicemente dire "Sì, ok, facciamo i nostri compiti per bene, scusateci se abbiamo sbagliato". Perché - per quanto corretti siano i giudizi finanziari sui bilanci dei paesi (e sarebbe da discutere la capacità e la neutralità di alcuni valutatori), la partita che si gioca basandosi su questi giudizi è comunque politica, coinvolgendo le vite di milioni persone, e ponendo a rischio la stabilità democratica dei paesi coinvolti. 

"(...) il politico con responsabilità di governo è come un medico di fronte a una grave emorragia: deve prima di tutto cercare di bloccarla(...)" Gli economisti e i politicicome ricordava Mario Deaglio nel gennaio del 2009, "devono" ragionare con ritmi diversi. Ne sono consapevoli gli stessi banchieri centrali, che non sono affatto dei "freddi tecnocrati": ricordando in dicembre Tommaso Padoa Schioppa, Bini Smaghi ribadiva che la moneta era un passo verso la costruzione di una creatura politica
Senza la politica, il banchiere centrale può fare molto ma non tutto. Può stimolare i governi a prendere decisioni, ma non sostituirsi ad essi. Mario Draghi, futuro presidente della BCE, ne è pienamente consapevole.
 
Questa consapevolezza sembra essere - in maniera paradossale - anche della destra populista, che si sta affermando da più parti nel continente, quasi creando un'"internazionale" dell'euroscetticismo, e che di fatto rappresenta - comunque la si giudichi - un tentativo di riconnettere cittadini e comunità.
 
Una politica che rientri pesantemente in gioco nell'agone europeo rischia però di dimenticare i limiti che la tradizione liberale le impone: l'inevitabile deriva protezionista che si sta preparando, le ripercussioni immigratorie della folle scelta bellica in Libia, e il rischio di crac europeo, possono indurre in tristi tentazioni i governanti europei.
 
D'altro canto, quasi come un'isola in mezzo al caos, il Belgio ci mostra che anche senza governo un paese riesce a costruire un percorso di crescita, e questo sembra un segnale di speranza a suo modo, quasi un dirci "del terribile Faraone non c'è poi così tanto bisogno!"
 
Le speranze di un continente che ha ancora molto da dire al mondo nuovo che viene si giocano in questo difficile e stretto passaggio fra "apparente inutilità" della politica e sua necessità a un livello continentale che non riusciamo ancora a "tenere in mano".
 
Come già altre volte si è detto, è la consapevolezza di una identità che sembra mancare al nostro continente: essa non è però un dato scontato né mitologico, ma si costruisce quotidianamente; e bisogna anche desiderarla.
 
Francesco Maria Mariotti
Contro la paura - 3 - Draghi: "Difendere il reddito delle famiglie"
post pubblicato in Focus Europe, il 9 luglio 2008


(...) La fragilità dei mercati ha trovato origine in un terreno regolamentare lacunoso e si è ampliata per gli incentivi perversi che hanno alimentato la crescita tumultuosa dell’industria finanziaria. Ma la sua radice, come quella della stessa debolezza del dollaro, sta anche in politiche monetarie troppo accomodanti. Gli ingenti capitali in fuga dagli investimenti finanziari non più redditizi, il deprezzamento del dollaro contribuiscono ad alimentare la crescita del prezzo del petrolio, che si fonda sulle tensioni strutturali sottostanti questo mercato.
Il prezzo del greggio rincara dall’inizio di questo decennio; ha già superato,in termini reali, il precedente massimo storico del 1979-80; il rincaro ancora prosegue. Ne è all’origine il forte aumento della domanda di energia che viene dai paesi emergenti, cui l’offerta fatica a tener dietro. La domanda è rigida nel breve periodo per vincoli tecnologici. Lo è ancor più l’offerta, per l’aumento dei costi di scoperta e di sfruttamento di nuovi giacimenti; per le rigidità nella capacità di raffinazione e trasporto; per irrisolte difficoltà geo-politiche. Ma ciò non è sufficiente a spiegare le impennate più recenti. Che ad esse abbiano contribuito condizioni mondiali di liquidità particolarmente abbondanti è confermato da nostre stime, che indicano come la diminuzione dei tassi d’interesse reali dalla scorsa estate spieghi circa un quarto del rialzo del prezzo mondiale del greggio osservato da allora.
Non solo ne conseguono pressioni sull’inflazione presente e attesa, ma la stessa crescita mondiale ne è minacciata. (...) Il rialzo dell’inflazione, alimentato anche dagli aumenti nelle quotazioni dei prodotti alimentari, deprime il valore reale dei salari, quindi i consumi.
I mercati finanziari internazionali, anch’essi influenzati dalle prospettive economiche più incerte e dal rincaro del greggio, restano fragili. (...) Negli Stati Uniti l’aumento dei tassi di insolvenza, nonché il timore che l’indebolimento del ciclo deteriori la qualità del credito alle imprese, sono motivi di preoccupazione.
Occorre evitare di ripetere gli errori di politica economica commessi in risposta ai due shock petroliferi del decennio Settanta: in alcuni paesi la politica monetaria inizialmente espansiva destabilizzò le aspettative di inflazione; dovette essere seguita da una forte restrizione; ne conseguirono, anche a causa di diffuse indicizzazioni, una inflazione persistentemente alta, enormi oscillazioni nei tassi di interesse reali, gravi ripercussioni sull’attività economica.
Rispetto a trent’anni fa, l’effetto di uno shock petrolifero sulle economie dei paesi consumatori è minore grazie alla maggiore efficienza energetica e alla maggiore flessibilità dei mercati, ma anche grazie alla credibilità acquisita nel tempo dalle politiche monetarie. Stimiamo che, in Italia, dopo l’unione monetaria gli effetti di un aumento del prezzo del petrolio sull’inflazione al consumo si siano ridotti di circa cinque volte rispetto agli anni Ottanta e Novanta. La credibilità della politica monetaria ha contribuito a questo risultato. Essa va preservata nei paesi avanzati; va perseguita nei paesi emergenti, acquisendo consapevolezza della gravità del rischio d’inflazione e della crescente inadeguatezza di politiche di ancoraggio al dollaro delle proprie valute.(...)
È essenziale che non si affermi l’idea che il rialzo dell’inflazione sia permanente
. Alla vigilia della riunione del 3 luglio scorso del Consiglio direttivo della BCE i rischi di una sua crescita apparivano aumentati. Pur in un quadro di moderazione salariale, vi erano prime indicazioni di ripresa dei costi. Altri segnali di allarme provenivano dalle aspettative dei mercati: le attese di inflazione desumibili dai titoli di Stato a lungo termine a indicizzazione reale tendevano ad aumentare; le quotazioni degli inflation swaps segnalavano maggiori timori di inflazione anche su orizzonti lontani. In questo contesto, il Consiglio direttivo della BCE ha deciso di aumentare di un quarto di punto percentuale i tassi d’interesse di riferimento. Nei giorni successivi al rialzo la tendenza all’aumento delle aspettative di inflazione desunte dai mercati finanziari si è arrestata; sembra avviarsi una loro riduzione.
Agendo in maniera tempestiva intendiamo contribuire a evitare il rischio che i rialzi dei prezzi internazionali dell’energia e dei prodotti alimentari diano l’avvio, all’interno dell’area, a una rincorsa tra aspettative e determinazione dei salari e dei prezzi; a riportare gradualmente l’inflazione su valori coerenti con la stabilità dei prezzi nel medio termine.
Contrastando il rialzo dell’inflazione si difende il reddito disponibile delle famiglie. L’aumento dei prezzi erode il potere d’acquisto, abbassa il valore reale della ricchezza finanziaria, contribuisce al rallentamento dei consumi e della crescita. (...)
Le retribuzioni unitarie medie dei lavoratori dipendenti, al netto di imposte e contributi e in termini reali, non sono oggi molto al di sopra del livello di quindici anni fa. Nel frattempo il costo del lavoro per unità di prodotto nell’economia è aumentato di oltre il 30 per cento, contro il 20 per cento circa in Francia, pressoché nulla in Germania. Questo divario fra la capacità di spesa dei lavoratori e la capacità competitiva delle imprese riflette la stentata crescita della produttività, la mancata discesa della elevata imposizione fiscale, l’effetto dell’inflazione; è alla base della stagnazione della nostra economia.
Ma la stabilità dei prezzi è prerequisito per la ripresa della crescita. Una rincorsa tra prezzi e salari sarebbe rimedio illusorio, a cui la politica monetaria deve opporsi. Se è credibile, pur non potendo isolare l’economia dalle fluttuazioni dei prezzi delle materie di base, essa può ammortizzarne gli effetti sulle aspettative e sui prezzi interni. Un aggiustamento monetario tempestivo riduce il rischio di correzioni tardive ma violente.(...)

L'integrale dell'intervento di Mario Draghi sul sito di Banca d'Italia


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permalink | inviato da franzmaria il 9/7/2008 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Contro la paura...
post pubblicato in Diario, il 2 luglio 2008


(...) La governance economica e finanziaria del pianeta si regge su delicati equilibri di competizione e cooperazione. L’economia globale nasce dal successo di un modello di “democrazia e mercato” a cui si ispira oggi, pur con misura e composizione variabili, un numero crescente di sistemi nazionali nel mondo. Stati Uniti ed Europa ne sono stati i primi e principali interpreti dopo il secondo conflitto mondiale. Tocca ancora a loro fornire esempi di buona e fruttuosa cooperazione.
Due questioni s’impongono: la libertà degli scambi commerciali; gli equilibri monetari e finanziari internazionali.

La libertà di commercio internazionale è oggi messa in discussione come mai dagli anni ottanta. I negoziati per una ulteriore liberalizzazione lanciati a Doha nel 2001 sono in stallo. Sia nei paesi avanzati sia in quelli emergenti le opinioni pubbliche sono disilluse e allarmate dalla globalizzazione. Il compito dei governi non è facile. I prezzi di materie prime essenziali crescono, stipendi e salari perdono potere d'acquisto, è minacciata la tranquillità dei risparmi. Ed è anche vero che i frutti dell'economia mondializzata si sono distribuiti in modo diseguale tra i diversi gruppi sociali. Le opinioni pubbliche sono frastornate da un mondo confuso. Nella crisi, cercano rassicurazione. Capisco che i governi riscoprano il valore di formule protezionistiche. La libertà dei commerci può sembrare un rischio; il protezionismo, un ristoro. Ma un problema di distribuzione del reddito non si risolve inaridendo una delle fonti più importanti del reddito stesso. (...)

Mario Draghi, ieri, all'Aspen Institute

Una riflessione di Arrigo Levi sui rapporti Europa - Usa (la Stampa)
Kissinger: "L'Italia batterà la crisi"

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