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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
i mondi e le politiche di Obama
post pubblicato in Diario, il 6 novembre 2008


La Storia - esprimiamoci con retorica - sembra aver fatto un passo in avanti la notte scorsa: un sogno sembra essersi avverato. Ma quali scelte concretamente segneranno la presidenza di Barack Obama? Sapendo che il periodo di transizione potrebbe essere usato da altri attori dello scenario internazionale per mettere alle strette una Casa Bianca "in ricostruzione", con possibili tensioni "straordinarie" dagli esiti imprevedibili, le priorità "normali" potrebbero concentrarsi soprattutto sulle scelte di tipo economico. La speranza di molti è che non prevalga l'idea protezionista, che durante tutte le primarie e nella campagna elettorale è serpeggiata (è un eufemismo) fra le fila democratiche, e non solo. Chiedere un New Deal è rischiare di fare della retorica un po' vuota, ed è anche forse sognare un "qualcosa di sinistra" che non necessariamente risponderebbe alla crisi globale che ancora non ha fatto vedere tutti i suoi effetti. Certo, vincere come ha vinto Obama permette di affrontare questa crisi con un respiro diverso: e sarebbe bello se questo Presidente - in qualche modo "votato da tutto il mondo" - fosse capace di tessere nuove connessioni, economiche e politiche, facesse prevalere il dialogo e il multilateralismo, ricompattasse l'Occidente che si è spezzato in Iraq e soffre di crisi di fiducia nel futuro. E' però il caso di riflettere sul fatto che l'America che oggi si presenta al mondo, sia pure con una faccia molto migliore di quella che la rappresentava negli ultimi otto anni, è un'America che non ha più - comunque - una leadership globale. Già prima dei peggiori errori di Bush, e indipendentemente da quelli, il mondo ha fatto sentire con diverse voci dissonanti la difficoltà (l''impossibilità?) di costruire un'armonia politica. I nuovi giocatori globali, anche nel pesante scenario economico che ci troviamo a percorrere, non si lasceranno dettare l'agenda tanto facilmente. Dalle nuove regole finanziarie globali, a quelle del commercio, alle questioni ambientali, un lavoro paziente e non banale attende questo Presidente, ma non solo lui. L'Europa, che ha avuto in qualche modo un "successo" politico nella gestione della crisi finanziaria, può attrezzarsi e impostare un lavoro che richiede molta intelligenza, ma anche molta più unità di quella dimostrata finora. E' tempo che le "forze gentili" mettano in campo tutta la loro perizia: diplomatica, intellettuale, economica e anche militare. Un mondo lo chiede, prima che nello strano vuoto dell'"interregno" i nemici della pace e del progresso, o semplicemente le paure di questi giorni, tornino a dettare le loro angosciose parole d'ordine.

Francesco Maria Mariotti

Mondi e Politiche segnala  di seguito alcune riflessioni che possono essere molto utili per capire come potrebbero indirizzarsi le scelte del nuovo Presidente statunitense. In particolare Boris Biancheri dalla Stampa di oggi, Janiki Cingoli del Centro Italiano per la pace in Medio Oriente con un ricco dossier, le analisi di Affari Internazionali.

L'agenda del mondo, di Boris Biancheri (la Stampa, 6 novembre 2008)
Il primo grande impegno internazionale dell'era del dopo Bush non sarà Obama a gestirlo ma lo stesso Bush. La prassi americana vuole infatti che un nuovo presidente eletto a novembre prenda il potere solo nel gennaio dell'anno seguente: passano così settanta spesso difficili e imbarazzanti giorni in cui tutti guardano al nuovo mentre ha il bastone di comando in mano ancora il vecchio. (...)

Quale Medio Oriente attende Obama, di Janiki Cingoli (CIPMO)
Il Medio Oriente che si troverà davanti Barack Obama è una regione solcata da tensioni sempre più acute e da un accentuato processo di polarizzazione, a quasi un anno dalla Conferenza di Annapolis, che aveva come obbiettivo il rilancio del negoziato israelo–palestinese–arabo, e dopo le forzate dimissioni del premier israeliano Olmert. (...)

Obama e il mondo, di Stefano Silvestri (dal sito AffarInternazionali)
Barack Obama è stato eletto su temi di politica interna. Ed è normale che un nuovo Presidente, all’inizio del suo primo mandato, si concentri più sulle questioni interne che su quelle internazionali, e questa tendenza sarà certamente rafforzata dalla necessità di porre mano alla grave crisi economica. Eppure egli potrebbe diventare importantissimo per il futuro della potenza e del ruolo americano nel mondo (...)

Le scelte non più rinviabili, di Paolo Guerrieri (dal sito AffarInternazionali)
Nell’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti l’economia – non vi sono dubbi – ha avuto un ruolo determinante. Una larga fetta dei cittadini americani lo ha votato perché lo ritiene in grado di fronteggiare, meglio del suo avversario, il senatore McCain, i gravi problemi che affliggono l’economia americana. C’è da augurarsi che abbiano ragione. La crisi che si è abbattuta sugli Stati Uniti – e sul resto del mondo - è in effetti di una gravità senza precedenti in questo secondo dopoguerra. Basta dare uno sguardo ai dati più recenti. (...)

Obama di fronte alla sfida russa, di Maurizio Massari (dal sito AffarInternazionali)
A soli dieci mesi di distanza dal suo insediamento, Barack Obama si troverà a dover celebrare il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e della fine della guerra fredda. Il bilancio di questo periodo non si può dire sia linearmente positivo. Da un lato, l’Europa “whole and free” è stata più o meno realizzata con l’ingresso nell’Ue e nella Nato dei paesi europei dell’ex blocco sovietico; dall’altro, con il principale avversario della guerra fredda, la Russia post-sovietica, i rapporti sono restati in una sorta di limbo. (...)

Obama e il rebus Iran, di Raffaello Matarazzo (dal sito AffarInternazionali)
Il rapporto con l’Iran e la controversia sul suo programma nucleare saranno uno dei più importanti banchi di prova della strategia diplomatico-negoziale del nuovo Presidente americano. Lo saranno non solo per l’estrema complessità ed urgenza del tema, ma anche e soprattutto perché dalla ridefinizione dei rapporti con Teheran dipenderà, in buona parte, il più ampio disegno di stabilizzazione del Medio Oriente che l’amministrazione Obama porra' in cima alla sua agenda. (...)

I dilemmi della sicurezza nazionale, di Giovanni Gasparini (dal sito AffrInternazionali)
La sicurezza nazionale è una delle priorità dell’agenda di Barack Obama, forse seconda solo alla crisi finanziaria ed economica mondiale. La piattaforma elettorale domocratica vi dedica 16 dense pagine (un terzo del documento) significativamente intitolate “Rinnovare il ruolo guida degli Stati Uniti”. Sia l'elettorato americano che i tradizionali alleati degli Usa, europei in testa, si attendono un cambiamento di fondo nella politica di difesa e di sicurezza di Washington. Ma sarà Barack Obama capace di muovere il formidabile potenziale di difesa degli Stati Uniti fuori dalle secche in cui si è cacciato negli ultimi anni? Da chi si farà aiutare il nuovo Presidente? E cosa potrà concretamente fare per migliorare i rapporti con gli alleati europei? Proviamo a fare qualche ipotesi in merito. (...)

Obama, l'energia, e il rapporto transatlantico, di Ida Garibaldi (dal sito AffarItaliani)
Tra le sfide che la presidenza Bush lascia a quella di Barack Obama ce n’è una che riguarda da vicino l’Europa e i precari equilibri della relazione transatlantica. Negli ultimi otto anni la dipendenza energetica del Vecchio Continente dalla Russia è considerevolmente aumentata, creando un nuovo fattore di disturbo nel rapporto tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei. Obama dovrà intervenire rapidamente per evitare che gli interessi americani ed europei in tema di energia divergano ulteriormente, e l’Europa divenga sempre più vulnerabile al ricatto politico di Mosca. (...)

Quattro idee per il presidente che verrà
post pubblicato in Idee, il 31 ottobre 2008


di MICHAEL BLOOMBERG, sindaco di New York (2008, Newsweek Inc. - La Stampa, 31 ottobre 2008)
 
La Borsa è crollata. Il mercato del credito è congelato. La disoccupazione cresce. Le case finiscono alle banche. I consumi sono deboli. Le fabbriche tagliano la produzione. Una recessione globale è alle porte. Benvenuto alla Casa Bianca, 44° Presidente!

La crisi finanziaria globale ha suggerito innumerevoli confronti con la Grande Depressione e senza dubbio i media le chiederanno subito di descrivere in dettaglio la sua agenda per i primi cento giorni, aspettandosi che lei replichi lo scatto legislativo di Franklin D. Roosevelt nel 1933. Il mio consiglio è: li ignori. I suoi primi cento giorni a Washington saranno meglio spesi nella preparazione dei successivi 1.360.

I primi cento giorni di FDR realizzarono quello che l’amministrazione Bush e il Congresso hanno cercato di fare negli ultimi sessanta: ripristinare la fiducia nelle nostre istituzioni finanziarie. Quando lei entrerà alla Casa Bianca, il peggio del panico bancario dovrebbe essere alle spalle.

E’ invece possibile che si sia nel pieno della recessione e portarne fuori il Paese gettando le basi per un nuovo secolo di crescita e prosperità non è impresa da farsi in pochi mesi e neppure con la sola riforma delle regole.
Riorganizzare le strutture che governano le istituzioni finanziarie sarà probabilmente il compito principale del prossimo Congresso, ed era ora. Ma è cruciale che lei non permetta al Congresso di confondere la riforma delle regole con un’agenda economica. La salute e la forza a lungo termine dell’economia di una nazione dipendono non tanto dalla forma delle regole federali quanto dalla capacità di crescita e innovazione.
Negli ultimi dieci anni c’è stata una sfida al nostro status di superpotenza economica mondiale mai vista prima. Grazie soprattutto all’America, il capitalismo ha trionfato nel mondo e adesso tutti ci vogliono battere al nostro gioco. Questa è una competizione che ci dovrebbe allettare, perché noi continuiamo a godere di tutti i vantaggi: le università migliori, le fabbriche e le cure mediche più avanzate, i lavoratori più imprenditoriali e la qualità di vita migliore. Ma come un campione sportivo che, soddisfatto di sé, ha smesso di allenarsi, così il governo federale - paralizzato dagli interessi particolari - ha lasciato che l’America perdesse combattività e forza. Recuperarle non sarà facile né indolore ma l’alternativa - perdere terreno a favore di Cina, India, Corea, Giappone, Unione europea - non è un’opzione.
La crisi dei mercati finanziari ha elevato i nostri problemi economici a tema principale della campagna elettorale e la sua vittoria, caro Presidente, è largamente attribuibile alla fiducia che gli elettori hanno riposto in lei e nella sua capacità di agire e ottenere risultati. Lei ha fatto la sua campagna sulla necessità di apportare cambiamenti e riformare quasi ogni aspetto della politica federale, compresa la sanità e la sicurezza sociale. Temi fondamentali, come tanti altri. Ma lei non potrà affrontarli tutti contemporaneamente, dovrà stabilire delle priorità e, in tempi di crisi economica, l’economia deve avere la precedenza su tutto.
Lei riceverà consigli da molte persone sagge. Come sindaco della più grande città americana, come uomo d’affari che ha cominciato 25 anni fa con tre uomini e una caffettiera, come padre di due ragazze profondamente preoccupate per il futuro del loro Paese, le offrirò qualche idea anch’io.

INFRASTRUTTURE
Il tornado Katrina ha tragicamente messo in luce lo stato delle nostre infrastrutture, ma tutti i sindaci d’America lo vedono ogni giorno: trasporti di massa da costruire, ponti da riparare, aeroporti da ampliare, acquedotti e fognature da migliorare. Gli americani riconoscono la necessità di maggiori investimenti nelle infrastrutture e dalla mia esperienza a New York sono disposti a pagarli, a condizione di essere certi che il loro denaro sarà speso per migliorare le loro comunità e non le possibilità di rielezione di qualche legislatore. Anziché pagare le infrastrutture con le riserve accantonate, si potrebbe creare una banca specifica, che finanzi progetti basati rigorosamente sul merito, investendo di più là dove più grande è il bisogno e coinvolgendo i cittadini nel controllo della spesa e dei tempi di realizzazione. Lo chiami «Nuovo New Deal», Presidente: investire di più, più saggiamente e con miglior resa. In questo modo non solo ci sarà lavoro per gli americani, ma ci saranno anche le infrastrutture che servono per competere nel XXI Secolo.

ENERGIA
Più energia nucleare e nuove trivellazioni, certo. Ma entrambi sappiamo che la vera soluzione a lungo termine sono le fonti rinnovabili, come già hanno capito i governi del Medio Oriente che, pur ricco di petrolio, investe nell’energia verde. Se saremo noi i pionieri, creeremo decine di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti. Se invece dovremo acquistarla da altri, continueremo a trasferire all’estero miliardi di dollari

IMMIGRAZIONE
Per essere pionieri nelle nuove tecnologie occorrono i cervelli migliori. Purtroppo il nostro sistema respinge molti immigrati o, dopo averli istruiti, dà loro un calcio, per cui quelli prendono il loro sapere e se lo portano in Paesi più accoglienti. Questa è pura follia! E danneggia la nostra capacità di innovazione. Una nuova legge per l’immigrazione è dunque fondamentale. Potrebbe prendere la forma di una carta di identificazione che permetta ai datori di lavoro di verificare la legalità dei candidati, aumentando le opportunità per chi insegue il sogno americano e offrendo a chi è qui illegalmente la possibilità di guadagnarsi il diritto a restare.

EDUCAZIONE
L’America è diventata una superpotenza perché abbiamo sempre aperto le porte ai più brillanti e perché le nostre grandi scuole li hanno prodotti. Ma da decenni il nostro sistema educativo è in folle, mentre altri Paesi schiacciavano l’acceleratore, con il risultato che adesso competono con noi per i lavori ad alta specializzazione. Anche lei, Presidente, sa quanto sia importante per i nostri studenti imparare più matematica, più scienze, più ingegneria, più tecnologia. Il problema non è solo che non spendiamo abbastanza, perché spendiamo moltissimo, ma che mettiamo il denaro in un modello di scuola superato e inefficiente, retto più dal potere dei sindacati che dalle necessità degli studenti. Occorrono invece standard di insegnamento più alti, stipendi migliori, premi di merito, rapporti sul rendimento scolastico, orari più lunghi. Queste riforme sono state fondamentali per il nostro successo a New York. E se è stato possibile attuarle qui, dove i sindacati e gli interessi particolari hanno spradroneggiato per decenni, possono essere benissimo attuate in tutto il Paese. 

Alternativa energetica. "Il sole non è soggetto ai monopoli"
post pubblicato in Alternative, il 22 agosto 2008


Mondi e Politiche ripropone un'intervista a Carlo Rubbia, sull'unica vera alternativa energetica: il sole; in un momento come questo anche una visione radicale può aiutarci, anche se accettata solo in parte e non integralmente, nel doveroso compito di costruire una politica per l'Europa
FMM

Rubbia: "Né petrolio né carbone soltanto il sole può darci energia"
di GIOVANNI VALENTINI (Repubblica, 30 marzo 2008)

GINEVRA - Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d'eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l'Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s'è ritirato a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.

Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, "con particolare riferimento - come si legge nel decreto del ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio - al solare termodinamico a concentrazione". Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l'energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio mentre parliamo, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ministro dell'Ambiente e d'intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.

Prima di rispondere alle domande dell'intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.

Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell'Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l'Agenzia internazionale per l'energia. Un "outlook", come si dice in gergo, sull'andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.

Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l'outlook della IEA e l'effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall'Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l'oro nero s'è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. "Il messaggio dell'Agenzia - si legge a pagina 71 del rapporto tedesco - lancia un falso segnale agli uomini politici, all'industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media".

Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell'Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall'Agenzia. E anche qui, "i risultati per lo scenario peggiore - scrivono i tedeschi - sono molto vicini ai risultati dell'EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici". C'è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell'andamento del prezzo e c'è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.

Passiamo all'uranio, il combustibile per l'energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall'Energy Watch Group, si documenta che fino all'epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal '90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.

Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell'energia?
"Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".

Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".

Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?
"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo".

In che cosa consiste?
"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".

Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
"E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".

Ora c'è anche il cosiddetto "carbone pulito". La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s'è detta favorevole...
"Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".

E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l'alternativa?
"Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità".

Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti...
"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".

Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno.
"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".

Se è così semplice, perché allora non si fa?
"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".

(30 marzo 2008)


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Dossier
post pubblicato in Idee, il 6 agosto 2008


Segnalo i dossier de La Voce, utili per riprendere questioni molto interessanti

Sulla questione energetica e sul petrolio
Precariato e contratto unico
Immigrati, cittadini

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Nucleare sì, nucleare no - al di là della teoria...
post pubblicato in Idee, il 11 giugno 2008


Il sito de La Voce è sempre uno strumento molto utile per provare ad approfondire alcune tematiche in termini che non sempre sono "in evidenza" nel dibattito pubblico.
E' il caso dell'articolo apparso ieri a firma di Filippo Cavazzuti.

(Filippo Cavazzuti è dal 1980 professore ordinario di Scienza delle finanze e diritto finanziario nella Facoltà di economia dell'Università di Bologna. Attualmente è docente di “Economia e regolazione dei mercati finanziari” presso la medesima facoltà. E' stato senatore della Repubblica dal 1983 al 1996; sottosegretario di Stato al Ministero del Tesoro dal 1996 al 1998; commissario Consob dal 1999 al 2003; socio fondatore e membro del Comitato scientifico di Prometeia - Associazione per le previsioni econometriche. Ha inoltre collaborato a "Il Sole-24 Ore" ed al “Corriere della Sera”.)

Dopo l'improvviso annuncio del ritorno al nucleare, è opportuno ragionare quantomeno sugli assetti proprietari di questa industria, sulla regolamentazione del settore, sulle previsione di prezzo dei combustibili e sulla redditività degli impianti. Cerchiamo di farlo guardando alle scelte di Regno Unito, Francia e Finlandia, che nei venti anni di rinuncia del nostro paese hanno deciso di continuare a utilizzare e potenziare l'energia nucleare. Esempi che possono aiutarci a evitare una impervia via italiana al nucleare.

Lasciate alle spalle le prime reazioni all’improvviso annuncio di ripresa del nucleare e in attesa che si formi, se si formerà, una opinione pubblica decisamente a favore di tale opzione, e che gli esperti indichino di quale generazione (terza, quarta o intermedia) debbano essere le nuove centrali nucleari, vale la pena di cominciare a riflettere su alcuni problemi che inevitabilmente si presenteranno sul campo per effetto di tale scelta.
A venti anni dall’abbandono del nucleare, la memoria può risultare appannata, è opportuno quindi riferirsi a quanto già sperimentato nei tre paesi europei (Regno Unito, Francia e Finlandia) che hanno deciso di continuare a utilizzare e potenziare l’energia nucleare; ciò per evitare una impervia via italiana al nucleare. È opportuno dunque ragionare quantomeno sugli assetti proprietari dell’industria nucleare, sulla regolamentazione del settore, sulle previsione di prezzo dei combustibili (uranio) e sulla redditività degli impianti.

GLI ASSETTI PROPRIETARI

In Francia, si sa, tutto il controllo l’industria elettrica (Edf, Areva Np ex Framatome e Cogéma, Eurodif-Eur0pean Gaseous Diffusion Uranium Enrichment Consortiun) è nelle mani dello Stato. Inoltre, la Francia vende energia elettrica anche fuori dai confini domestici .
Nel Regno Unito, nel 1989 venne decisa la privatizzazione dell’industria elettrica dopo avere scorporato le centrali governate dal Central Electricity Genereteng Board e fatte confluire nelle mani pubbliche di Nuclear Electrica Plc e di Scottish Nuclear Ltd Impresa pubblica, interamente posseduta dal governo inglese dal 1984 è anche British Nuclear Fuels Plc responsabile per il decommissioning e i servizi tecnologici.
In Finlandia la società Fortum Oyj, creata nel 1998 per coprire la generazione, la distribuzione e la vendita dell’energia elettrica oltre che la manutenzione degli impianti, è una società quotata, la cui maggioranza (51 per cento) è nelle mani del governo finlandese. Fortum vende energia anche nei paesi baltici, alla Polonia e nei paesi del nord ovest della Russia.
Se ora volgiamo lo sguardo all’Italia e all’Enel (che alcuni vorrebbero privatizzare) in particolare, osserviamo che con il 21,8 per cento del suo capitale nelle mani del ministero dell’Economia e con il 10,35 per cento nelle mani della Cassa depositi e prestiti, la società è scalabile solo nel caso di acquisto sul mercato di dimensioni tali da promuovere un’Opa totalitaria. È però anche vero che l’Enel è difesa dai poteri speciali ancora oggi nelle mani del ministero dell’Economia.
Ma nel caso che, come già è stato sostenuto da soggetti interessati, Enel produca e gestisca centrali nucleari che si fa? Si fa gli indifferenti oppure Enel si ricompra sul mercato le azioni sufficienti per giungere al controllo di diritto, il 51 per cento del capitale? Oppure, si scorpora da Enel quel po’ di nucleare che ha e lo si conferisce da una impresa pubblica? La si nazionalizza per la seconda volta? E i privati che vogliono entrare nel settore nucleare, sarà loro permesso oppure vietato e, se sì, in base a quali condizioni di legge? Oppure tutto il settore nucleare finirà nelle mani delle ex municipalizzate governate dagli enti pubblici locali, che molti vorrebbero invece privatizzare? Oppure andrà nella Cassa depositi e prestiti? Tutte soluzioni possibili, anche se non tutte egualmente raccomandabili, ma su cui sarebbe bene ragionare.

LA REGOLAMENTAZIONE

Francia, Regno Unito e Finlandia, seppure in presenza di imprese pubbliche, hanno previsto con legge una potente e pervasiva regolamentazione del settore, in alcuni casi anche tramite l’istituzione di una apposita autorità.
In Finlandia per effetto del Nuclear Energy Act del 1987 è stata istituita la Finland Radiation and Nuclear Safety Autority responsabile dell regolamentazione e della supervisione.
Nel Regno Unito, per effetto di una complessa legislazione,avviata nella metà degli anni Cinquanta, le competenze sono ripartite tra diversi organi di governo tra cui lo Health and Safety executive e il correlato Nuclear Safety Directorate, che rilascia le licenze e definisce gli standard di sicurezza degli impianti.
In Francia nel giugno del 2006 stata costituita la Autorité de sureté nucléaire per controllare, tra l’altro, le attività nucleari civili al fine di proteggere il pubblico e l’ambiente dai rischi legati alle attività nucleari.
I pochi esempi riportati attestano la copiosa attività legislativa e regolamentare che i diversi paesi che ancora promuovono il nucleare hanno dovuto approntare.
L’Italia non dispone di alcunché al riguardo e non è pensabile che con pochi aggiustamenti possa essere riconvertita l’Enea o l’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Si dovrà anche scegliere tra una regolazione affidata a qualche ministero oppure a una nuova autorità indipendente evitando sovrapposizioni di funzioni. Un lungo processo legislativo dunque si impone, che dovrebbe portare a risultati bipartisan onde evitare che nell’alternarsi delle maggioranze l’industria nucleare subisca un devastante processo di stop and go. Un settore nucleare a singhiozzo sarebbe uno spreco enorme di risorse umane e finanziarie.

PREZZO DELL'URANIO E REDDITIVITÀ DEGLI IMPIANTI

Non molte sono le miniere di uranio nel mondo. Oggi meno di venti paesi estraggono il metallo, ma i più importanti sono appena tre: Australia, Kazachstan e Canada, che contengono circa il 50 per cento delle riserve note. (1) Seguono il Niger, la Russia, la Namibia, l'Uzbekistan, gli Usa, il Sudafrica e la Cina. E poiché i paesi sono così pochi, e alcuni anche molto poveri, si formerà una nuova Opec dell’uranio al pari di quanto fanno gli emirati? O, nel caso dell’Italia, si avrà una dipendenza dai paesi produttori come nel caso del gas russo? Si aggiunga che non esiste un mercato multilaterale degli scambi di uranio, ma soltanto contratti bilaterali. In queste condizioni, quale sarà il prezzo dell’uranio tra quindici o venti anni quando le centrali italiane saranno a regime ? Era di 7 dollari per libbra nel 2001, ma di oltre 120 dollari nel 2007. Continuerà a crescere nel lungo termine? E se crescesse di più del prezzo del petrolio o del gas, che fine farebbe la produzione di energia delle centrali nucleari? Dovrebbe essere sussidiata dal bilancio pubblico?
E se ad esempio nel futuro dovesse risultare più vantaggioso l'utilizzo delle centrali a gas rispetto a quelle nucleari, magari gestite da società per azioni - pubbliche o private che siano - che hanno fatto appello al pubblico risparmio per il finanziamento dei loro colossali investimenti, non si renderebbe quanto meno necessaria la ricerca di nuovi acquirenti e di nuovi mercati su cui collocare l'energia prodotta in Italia? Altrimenti, come ammortizzare gli impianti delle società quotate e difenderne il valore di mercato? Non a caso Francia e Finlandia, temibili concorrenti, già vendono energia elettrica anche fuori dei mercati domestici.
Sono soltanto alcuni interrogativi tra i tanti che vengono alla mente, come ad esempio quello del reperimento degli ingegneri nucleari non più prodotti dalla nostra università, a cui si dovrebbe cominciare a rispondere se, dopo il primo annuncio, si vuole evitare di imboccare una rovinosa via italiana al nucleare.

 


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permalink | inviato da franzmaria il 11/6/2008 alle 8:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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