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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Libia: etica dell'intervento e calcoli della politica
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 febbraio 2011


Sembra necessario prendere posizione, oggi, su quanto sta accadendo in Libia.
E' vero, non è rinviabile un'iniziativa forte di Italia ed Europa nei confronti di Gheddafi.

Epperò, anche in un momento di così forte emozione, è necessario tenere presenti alcuni fattori.

1. Qualità, quantità, limpidezza delle informazioni: cosa sappiamo di quanto sta succedendo in Libia? e soprattutto come lo sappiamo? non vuole essere un interrogativo relativizzante, ma non possiamo dipendere da al-Arabiya o Al Jazeera, così come in passato - per esempio per quanto riguarda la ex-Jugoslavia - sembravamo dipendere (troppo) dalla CNN. 

Non si mette in discussione né la serietà dei network in questione, né la semplice "verità dei fatti"; ma siamo in una fase in cui qualsiasi notizia può rappresentare una sorta di "arma non convenzionale", riproducibile attraverso la Rete, incontrollabile, la cui potenza può essere amplificata oltre il dovuto. La politica non può dipendere solamente dalle informazioni giornalistiche, anche se non può prescindere da esse. 

La politica - intesa come l'insieme delle strutture statuali, ma anche le forze sociali e partitiche - deve fare filtro delle notizie che arrivano da una zona ad alta tensione, banalmente confrontando più fonti, banalmente avvalendosi di strumenti di inteligence (e noi italiani in Libia dovremmo avere rapporti consolidati con tutti gli attori in campo), ma anche riflettendo secondo un "vestito di idee" che aiuti a valutare il peso delle fonti stesse, e a capire "a chi giova" l'uso e l'"esplosione" di alcune informazioni, piuttosto che altre.

Questo anche di fronte a una crisi umanitaria e civile come quella che stiamo attraversando in Libia? sì, per quanto possa apparire cinico: la storia degli ultimi anni di politica estera è (anche) una storia di eccessi emotivi, dal Medio Oriente alla Jugoslavia, dall'11 settembre all'Afghanistan. Mescolate a giuste ragioni, la spinta dei mass-media è a volte risultata preponderante nella decisione all'azione.

Ma gli imperativi morali non sono eccessi emotivi; e per evitare questi ultimi - e per obbedire al meglio ai primi - le notizie vanno valutate con la massima attenzione.

2. Qualsiasi azione "costa" e non esiste la "neutralità" assoluta. Tutte le opzioni che si stanno prendendo in considerazione per difendere i civili libici dalle rappresaglie di Gheddafi implicano che in qualche modo ci si schieri in quella che è ormai una guerra civile. Al "minimo" dell'interventismo, per fare un esempio, l'imposizione di una no-fly zone potrebbe di fatto implicare un riconoscimento (forse rinviabile, ma difficilmente eludibile) della indipendenza di alcune parti della Libia.

Allora: "stiamo fermi"?; no, però troppe volte in passato (ricordate la Somalia?) generose inziative umanitarie si sono impantanate per una non piena considerazione delle dinamiche operative e del terreno concreto su cui si andava ad agire.

Aggiungo: l'operazione umanitaria non è "chiudibile" in poco tempo. Se si comincia a intervenire, anche solo per difendere i civili (ed è praticamente impossibile fare "solo" quello; quando si è difeso il popolo kossovaro da Milosvic si è dovuto comunque ovviamente prendere le armi contro la Serbia e bombardare Belgrado, e si è di fatto aperta una via di autonomia per il Kosovo, anche se a parole molti non volevano), ebbene se si comincia a intervenire non è possibile pensare di andare via in poche settimane. A maggior ragione per il nostro rapporto speciale con la Libia, se ci facciamo promotori di una qualsiasi iniziativa dobbiamo sapere che questo sarà un impegno di anni, aperto ed esplicito o coperto e segreto che sia.

Siamo pronti a questo, al di là dei titoli dei giornali e delle emozioni di questi giorni? 
Più sarà concreta la risposta a questa domanda, meno vana sarà la nostra eventuale azione.

Francesco Maria Mariotti


“La situazione è abbastanza tranquilla perché al mattino non vi sono movimenti particolari, in genere gli scontri avvengono di notte, quando si sentono da lontano gli echi delle sparatorie” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario Apostolico di Tripoli, in Libia. “Siamo un po’ distanti perché ci troviamo nei pressi del centro di Tripoli, dove la situazione è calma, e da dove non sentiamo molto di quello che accade in periferia. Però dall’insieme mi sembra che oggi la situazione sia più serena, almeno attorno alla nostra chiesa non vi sono particolari segni di turbolenza. Abbiamo sentito che i mezzi di comunicazione hanno riferito di attacchi aerei, ma questo avviene al di fuori di Tripoli, per lo meno non nel centro della capitale. Nella periferia sembra che certi gruppi vogliano penetrare in città, ed è qui che avvengono gli scontri”.
Circa i movimenti aerei al di sopra della città, Mons. Martinelli nota: “ieri ci sono stati dei movimenti aerei, però lo ripeto, io da qui non sento niente. Ho sentito solo degli spari in lontananza, ma più di questo non posso dire. Mi hanno riferito che in periferia vi sono stati movimenti aerei e degli spari, ma non so dire cosa sia successo”. 
Dal punto di vista sociale Mons. Martinelli, dice che “Tripoli si sta svuotando dei cittadini stranieri, a partire dalle famiglie dei lavoratori europei. Ormai non ci sono più né donne né bambini europei. La comunità cattolica è composta da stranieri, europei e asiatici. Buona parte degli europei è già partita. Resteranno i filippini, in particolare le infermiere filippine, e gli africani clandestini, che sono quelli che hanno più necessità di assistenza”.
Circa l’evoluzione della crisi, Mons. Martinelli afferma: “Dopo il discorso di ieri sera (22 febbraio), mi sembra che Gheddafi non abbia nessuna intenzione di cedere e che si senta abbastanza forte. Ha richiamato all’unità ed alla pace e ha criticato coloro che si solo lasciati trascinare dalle ‘turbolenze fondamentaliste’. Sono convinto che ci siano tante persone che vogliono la pace al di là di tutto e delle divisioni politiche. La gente vuole la serenità, perché prima delle violenze tutto sommato si stava tranquilli. Da un momento all’altro è scoppiata questa situazione che ci ha un po’ sorpresi perché l’ambiente era abbastanza tranquillo, a parte alcuni gruppi che si agitavano nell’est della Libia. Lì forse si è già creata una situazione direi quasi instabile. A Tripoli la situazione appare invece più sotto controllo”.
“Per quel che riguarda la Chiesa - continua il Vicario Apostolico di Tripoli - non abbiamo avuto il minimo disturbo, anzi abbiamo avuto dei segni di solidarietà da parte dei libici sia nei confronti delle suore sia nei confronti dei cristiani, come le infermiere filippine, che vivono al servizio totale degli ospedali locali”.
Infine, circa la situazione in cui vivono le suore che operano nella Cirenaica, Mons. Martinelli afferma: “Mi hanno detto che non desiderano essere contattate, per ovvi motivi, ma anche perché sono prese dal lavoro. Sono stanche anche per quello che capita. Il loro unico momento di pausa è alla sera tardi, quando finiscono il lavoro. Siamo comunque in contatto continuo con loro. I loro superiori sono preoccupati per la situazione. Abbiamo dato indicazioni per cui se una suora è stanca fisicamente e psicologicamente possa tranquillamente lasciare il Paese per un periodo di riposo. Qui da Tripoli probabilmente partirà un gruppo di suore che si interessano degli immigrati, perché al momento non c’è molto lavoro, in quanto, in questa situazione, è molto delicato operare”. (L.M.) (Agenzia Fides 23/2/2011)
 
La tragedia della Libia è il primo, vero test di politica estera cui l’Italia si trovi di fronte da vari anni a questa parte. Come tale, andrebbe affrontato con serietà e coesione nazionale.
Il bagno di sangue che si sta consumando nel nostro cortile di casa non è certo il terreno adatto per segnare facili punti di politica interna. Per tre ragioni molto semplici, a cominciare dal fatto che l’apertura a Gheddafi è da vari decenni una politica bipartisan. Una politica condivisa nella sostanza anche se non nelle forme (ridicole e umilianti) dell’ultima visita a Roma del «cane pazzo del Medio Oriente», vecchia definizione di Reagan che torna utile oggi. Gli unici distinguo, rispetto a questa politica pro-Gheddafi, sono venuti dalla Lega, ancora di fronte all’aumento del capitale libico in Unicredit. Seconda e ovvia ragione: il nostro Paese ha una posta in gioco vera, e molto rilevante, nel futuro della Libia. Non si tratta, come nel caso dell’Afghanistan, di salvaguardare la propria credibilità nella Nato attraverso la lotta contro il terrorismo. Si tratta di sicurezza energetica, di costi del petrolio, di quote azionarie di grandi banche e società della Penisola, di cittadini italiani che lavorano là. La Libia è ormai parte integrante del nostro sistema economico, come registra senza pietà la Borsa di Milano. Terza ragione: il caos cruento della Libia prepara una nuova ondata migratoria, facendo saltare quegli accordi bilaterali con cui l’Italia, esposta varie volte ai ricatti del rais di Tripoli, ha negli ultimi anni contenuto i flussi verso le sue coste. Ma si aggiunge una quarta e ancora più sgradevole verità: nella relazione con Gheddafi, l’Italia è stata la parte debole. (...)
 
 
(...) Quando Gheddafi, nell'estate del 1970, ordinò l'espulsione dei circa 15.000 italiani che vivevano allora nel Paese, il presidente del Consiglio fu dapprima Mariano Rumor, poi Emilio Colombo, ma il ministro degli Esteri in entrambi i governi fu Aldo Moro. Qualcuno sostenne che occorresse reagire energicamente, ma nessuno riuscì a precisare che cosa si dovesse intendere per «energia». Prevalse la linea di Moro, vale a dire la convinzione che l'Italia non potesse aprire una partita simile, per qualche aspetto, a quella che la Francia aveva definitivamente perduto in Algeria otto anni prima. Come la Francia, del resto, anche noi avevamo sull'altra sponda del Mediterraneo interessi petroliferi e più generalmente economici che andavano per quanto possibile tutelati. Buona o cattiva, questa fu la linea politica di tutti i ministri degli Esteri italiani da Giulio Andreotti a Gianni De Michelis, da Lamberto Dini a Massimo D'Alema. Come in altre questioni l'Italia ha dimostrato che nella storia della politica estera soprattutto degli ultimi quarant'anni la continuità è molto più frequente della rottura. Ogni governo, quale che fosse il suo colore, ha cercato di negoziare con Gheddafi una specie di trattato di pace.

Abbiamo adottato una linea cinica e indecorosa? Forse conviene ricordare che i primi aerei dell'aeronautica militare libica, dopo il colpo di Stato, furono i Mirage francesi; che la Germania contribuì alla creazione in Libia di una industria chimica; che gli americani, dopo avere inutilmente cercato di uccidere Gheddafi nel 1986, revocarono le sanzioni non appena il Colonnello rinunciò alle sue ambizioni nucleari; che la Gran Bretagna, nell'agosto del 2009, ha liberato e restituito alla Libia, per «ragioni umanitarie», il responsabile del sanguinoso attentato del dicembre 1988 nel cielo di Lockerbie. Ora, naturalmente, nessun governo europeo può astenersi dal condannare le violente repressioni di Bengasi e di Tripoli. Noi, in particolare, abbiamo il diritto e il dovere di alzare la voce contro Gheddafi e i suoi metodi. Ma cerchiamo almeno di farlo senza cogliere l'occasione per combattere una ennesima battaglia di politica interna. Nel momento in cui in Libia si muore lo spettacolo sarebbe particolarmente indecoroso.
 


 
Il rispetto e la speranza, di Claudio Magris
post pubblicato in Persone, il 24 dicembre 2010


 
"(...) Quando Maria riceve l’annuncio della sua maternità, non sa ancora quale sarà l’atteggiamento di Giuseppe ed è decisa ad affrontare tutte le conseguenze della sua accettazione, anche il disonore e la vergogna che marchiano una ragazza madre; è pronta ad assumere sulle sue spalle l’infame peso della colpa e dell’emarginazione iniquamente messo in carico soltanto alla donna. Maria, che nella sua solitudine dice sì, è una donna, non quell’idolo di gesso o quel fantasma in cui più tardi una superstizione idolatrica degraderà spesso la sua immagine. Il suo compagno si comporterà come un vero uomo, virile e libero da tutte le prepotenze, convenzioni e insicurezze maschili; anche per questo si attirerà le pacchiane barzellette di tanti cretini, così frequenti fra i narratori di barzellette. (...) A quella capanna, a festeggiare il neonato, non arriva alcun parentado, arrivano alcuni pastori. Sono loro, in quel momento, la famiglia di quel bambino. Anche da adulto egli ribadirà, pure con durezza, il primato dei legami nati da libera scelta e affinità spirituali su quelli di sangue, dicendo che i suoi fratelli e le sue sorelle sono coloro che ascoltano e condividono la sua parola e chiedendo perfino bruscamente alla madre, dinanzi a una sua interferenza, cosa vi sia fra loro due. Dopo i pastori arriveranno, secondo la tradizione, i Magi, seguaci e maestri di un’alta religione—quella di Zoroastro, la prima a proclamare l’immortalità dell’anima individuale. Quella capanna è un tempio di tre grandi religioni mondiali; la quarta, che arriverà secoli dopo, l’Islam, si richiamerà ad esse e soprattutto alla prima, quella ebraica. (...) Quel bambino non è venuto a fondare una nuova religione, di cui non c’era bisogno perché ce n’erano già forse troppe. È venuto a cambiare la vita, cosa ben più importante di ogni Chiesa. Indubbiamente la promessa di pace, annunciata in quella notte, è stata e continua ad essere clamorosamente smentita. È difficile dire se, in questo senso, quel neonato abbia finora vinto o perso la sua partita. Ma è indubbio che egli abbia posto per sempre, nel nostro cuore, nella nostra mente e nelle nostre vene, l’esigenza insopprimibile di quella salvezza. L’albero di Natale col suo verde scuro di foresta, le sue candele e i suoi globi colorati (sul mio ce n’è ancora uno proveniente dalle favolose vetrerie di Norimberga, che adornava quello di mia madre quando era bambina) non dice un’idillica quiete domestica, ma una speranza sinora delusa. Ma proprio perché nel mondo c’è tanta sofferenza e ingiustizia e il male così spesso trionfa, ammoniva Kant, è necessaria l’accanita e lucida speranza, che vede quanto sciaguratamente vanno le cose ma si rifiuta di credere che non possano andare altrimenti.(...) Se l’amore è una grazia troppo alta possiamo chiedere almeno un’altra virtù fondamentale, il rispetto, che per Kant è la premessa di ogni altra virtù e che sembra sempre più latitante. Se non possiamo amare la folla oscura come noi che entra nella metropolitana, possiamo sentire concretamente che ognuno di quelli sconosciuti ha gli stessi nostri diritti e la stessa nostra povera dignità. Rispetto per ognuno, anche per l’avversario e per il nemico, anche per chi crediamo di dover combattere duramente, anche per chi va giustamente e pure pesantemente punito per un reato commesso. È questo rispetto, nient’affatto incompatibile con la severità, che manca sempre più, ovunque: nella lotta politica, nella violazione di ogni intimità, nell’arrogante negazione dell’altro.(...)"
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