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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Europa sotto attacco?
post pubblicato in Comunità, il 20 maggio 2011


L'Europa come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi sembra condannarsi a una morte certa, incastrata fra movimenti di protesta spontanei (in Spagna, ma non solo), crisi finanziaria, caso Strauss -Khanl'assurda guerra libica senza sbocchi.
Enzo Bettiza lo denunciava magistralmente qualche giorno fa sulla Stampa, chiedendosi se non fosse l'ora di far rinascere questa comunità, anteponendo la politica all'economia.

Certo, di fronte al fatto che i mercati finanziari sembrano aver già condannato la Grecia - e questo vuol dire che a brevissimo potrebbero ripartire gli attacchi speculativi contro l'euro - l'Unione Europea dovrebbe rispondere compatta.
 
E non possiamo semplicemente dire "Sì, ok, facciamo i nostri compiti per bene, scusateci se abbiamo sbagliato". Perché - per quanto corretti siano i giudizi finanziari sui bilanci dei paesi (e sarebbe da discutere la capacità e la neutralità di alcuni valutatori), la partita che si gioca basandosi su questi giudizi è comunque politica, coinvolgendo le vite di milioni persone, e ponendo a rischio la stabilità democratica dei paesi coinvolti. 

"(...) il politico con responsabilità di governo è come un medico di fronte a una grave emorragia: deve prima di tutto cercare di bloccarla(...)" Gli economisti e i politicicome ricordava Mario Deaglio nel gennaio del 2009, "devono" ragionare con ritmi diversi. Ne sono consapevoli gli stessi banchieri centrali, che non sono affatto dei "freddi tecnocrati": ricordando in dicembre Tommaso Padoa Schioppa, Bini Smaghi ribadiva che la moneta era un passo verso la costruzione di una creatura politica
Senza la politica, il banchiere centrale può fare molto ma non tutto. Può stimolare i governi a prendere decisioni, ma non sostituirsi ad essi. Mario Draghi, futuro presidente della BCE, ne è pienamente consapevole.
 
Questa consapevolezza sembra essere - in maniera paradossale - anche della destra populista, che si sta affermando da più parti nel continente, quasi creando un'"internazionale" dell'euroscetticismo, e che di fatto rappresenta - comunque la si giudichi - un tentativo di riconnettere cittadini e comunità.
 
Una politica che rientri pesantemente in gioco nell'agone europeo rischia però di dimenticare i limiti che la tradizione liberale le impone: l'inevitabile deriva protezionista che si sta preparando, le ripercussioni immigratorie della folle scelta bellica in Libia, e il rischio di crac europeo, possono indurre in tristi tentazioni i governanti europei.
 
D'altro canto, quasi come un'isola in mezzo al caos, il Belgio ci mostra che anche senza governo un paese riesce a costruire un percorso di crescita, e questo sembra un segnale di speranza a suo modo, quasi un dirci "del terribile Faraone non c'è poi così tanto bisogno!"
 
Le speranze di un continente che ha ancora molto da dire al mondo nuovo che viene si giocano in questo difficile e stretto passaggio fra "apparente inutilità" della politica e sua necessità a un livello continentale che non riusciamo ancora a "tenere in mano".
 
Come già altre volte si è detto, è la consapevolezza di una identità che sembra mancare al nostro continente: essa non è però un dato scontato né mitologico, ma si costruisce quotidianamente; e bisogna anche desiderarla.
 
Francesco Maria Mariotti
Dire addio all'euro non risolve la crisi
post pubblicato in Focus Europe, il 12 giugno 2010


di Lorenzo Bini Smaghi, Componente del Comitato esecutivo della Banca centrale europea - LaStampa del 12 giugno 2010

L’area dell’euro in generale ha messo in atto uno stimolo fiscale più sobrio e ha una dinamica del debito più contenuta rispetto ad altri Paesi. Tuttavia, alcuni Paesi dell’area sono stati colpiti da uno scadimento delle finanze pubbliche molto maggiore di altri, con debiti più alti. Inoltre, l’area dell’euro non è una federazione fiscale. Aggiungiamoci che i singoli Paesi non hanno più una moneta propria per affrontare i problemi della finanza pubblica o per stimolare la crescita nel breve termine. Ecco perché i mercati finanziari hanno focalizzato la loro attenzione sulla zona euro e su alcuni dei suoi Paesi membri.

Ci sono, da un punto di vista teorico, due modi di affrontare la crisi. Il primo è sospendere l’euro e restituire ai Paesi membri la possibilità di ricorrere a svalutazioni o rivalutazioni delle loro valute. Il secondo è fare sì che le singole nazioni riformino la disciplina fiscale, possibilmente fornendo loro sostegno finanziario durante il periodo di transizione. L’Europa ha scelto chiaramente e senza ambiguità la seconda via. Mi soffermerò brevemente su questo punto, perché mentre questa scelta è stata fortemente sostenuta dalle autorità politiche degli Stati Uniti e degli altri Paesi del G7 e del G20, sembra invece essere messa in discussione da vari osservatori, studiosi e professionisti del settore finanziario su entrambe le sponde dell’Atlantico.

La scelta fatta dell’Europa si basa tanto su ragioni politiche che economiche. Alcuni osservatori ritengono che l’euro sia stato creato esclusivamente per motivi politici, per esempio, come un contrappeso alla riunificazione tedesca. Secondo questo punto di vista, la sostenibilità dell’euro sarebbe a rischio se il processo di integrazione politica dovesse fermarsi o regredire. Gli eventi degli ultimi mesi non suggeriscono affatto che il processo di integrazione si sia fermato, anzi. E’ stato espresso pieno supporto per l’euro e non vi è alcuna intenzione di metterlo in discussione. Tutti i governi e i parlamenti nazionali hanno adottato non solo misure di sostegno finanziario alla Grecia, ma anche adottato le misure necessarie per la creazione del Fondo per la stabilità finanziaria europea. I capi di Stato e di governo concordano nel rafforzare la governance economica dell’euro e prenderanno misure concrete al riguardo, sulla base delle proposte della Van Rompuy task force che ha già iniziato a lavorare.(...)

Non voglio negare che le istituzioni europee in questo momento abbiano un problema di popolarità. Tuttavia, le istituzioni europee e l’euro sono qui per restarci. L’esperienza del passato ha dimostrato chiaramente che all’interno di un’area economicamente integrata come la zona euro una svalutazione della moneta non permette uno stimolo di crescita che darebbe sostegno a un assestamento fiscale più rapido. I Paesi che, prima dell’euro, hanno dovuto fare forti manovre correttive di bilancio - come è avvenuto dopo che l’Italia ha lasciato l’Erm nel settembre del 1992 - hanno subito un lungo periodo di rialzo dei tassi di interesse, a causa della rinnovata incertezza circa il regime monetario e il sistema fiscale, dopo la svalutazione.

Ogni svalutazione porta con sé rischi inflazionistici, che diventano più gravi in assenza dell’euro. Diversi Paesi, come Belgio, Irlanda e Paesi Bassi hanno attuato il consolidamento fiscale pur mantenendo un tasso di cambio stabile e un elevato avanzo primario di bilancio. Un altro aspetto trascurato è che la possibilità di rivalutare la moneta non ha consentito ai Paesi più virtuosi di isolarsi dall’instabilità dei tassi di cambio dei Paesi vicini, in particolare in quelli con una svalutazione in atto. Dopo il riallineamento dei tassi di cambio nel 1993 la Germania ha registrato una recessione di dimensioni paragonabili a quella di Francia e Italia. Un altro aspetto spesso ignorato è che il ritorno alla moneta nazionale non è un evento compatibile con una variazione della parità del tasso di cambio. Questo comporterebbe una rinegoziazione di tutti i contratti, soprattutto quelli finanziari, all’interno dei singoli Paesi e tra i residenti in Paesi diversi, con interessi conflittuali tra debitori e creditori. Ci si può aspettare che in caso di controversie i tribunali internazionali deciderebbero in sfavore del Paese che ha preso la decisione di cambiare la valuta.(...)

In conclusione, data l’integrazione finanziaria ed economica raggiunta negli ultimi anni nella zona euro, le ipotesi espresse da alcuni circa la possibilità che un Paese abbandoni l’euro o sulla riformulazione della zona euro in forma ridotta avrebbero effetti fortemente negativi per tutti i Paesi, siano creditori o debitori. L’impatto sarebbe molto più costoso dell’approccio alternativo, quello standard, che è quello di attuare un piano rigoroso di risanamento delle finanze pubbliche in tutti i Paesi, a cominciare dalla Grecia, accompagnato da riforme strutturali volte a sostenere la crescita, e da un piano per rafforzare la governance economica della zona euro. Questo è il modo scelto dai Paesi della zona euro e messo in atto con successive decisioni, tanto a livello nazionale come europeo.
Ungheria: vero allarme?
post pubblicato in Focus Europe, il 5 giugno 2010


5/6/2010 - LaStampa - Stefano Lepri - Ungheria, se un calcolo politico scatena il panico

Capita di rado che un governo metta nei guai il proprio Paese descrivendolo come vicino alla bancarotta. E’ successo ieri a Budapest. E i mercati, che ogni giorno cercano spunti per poter giocare al ribasso contro l’euro, ci si sono gettati di volata, anche per rifarsi delle speculazioni andate male delle settimane scorse. Così i guai hanno contagiato le economie di tutto il continente. 
Forse non durerà, dato che l’Ungheria ha usato solo metà dei 24 miliardi del piano di aiuti Europa-Fmi, e che gli stessi analisti finanziari sospettano che sia tutta politica interna di Budapest. Che basti così poco - un battito d’ali che provoca una burrasca - dà il segno dei tempi che viviamo. L’Ungheria non fa parte dell’area euro e conta solo per lo 0,84% dell’intera economia europea a 27. Ma se il portavoce del suo nuovo ministro Viktor Orban, che di nome fa Peter Szijjarto, considera «non esagerato parlare di rischio di bancarotta», si scatena il pandemonio in tutto il continente, e anche al di là. (...)
I numeri ufficiali dell’Ungheria si dovrebbero sapere lunedì. Il precedente governo di centro-sinistra (l’alternanza è avvenuta nella direzione opposta a quella di Atene l’anno scorso) prevedeva per quest’anno un deficit al 3,8% del prodotto lordo, in base al programma concordato con Unione europea e Fondo monetario. Secondo le ultime voci provenienti dal centro-destra ora al potere, potrebbe essere il doppio. Il 7,5% non sarebbe poco, ma neppure una cifra da bancarotta in un Paese dove il debito pubblico accumulato è il 78%, molto più basso che in Grecia (e in Italia); la quota di bond a breve in scadenza non è alta. 
A differenza della Grecia, nei conti dell’Ungheria avevano già messo il naso la Commissione europea e il Fmi. C’è già un piano di aiuti, operativo da mesi. Sarebbe normale che a Budapest, come in tutte le altre capitali, ci si ingegnasse a dimostrare che si tratta di un caso molto differente dalla Grecia. Invece no, per calcolo politico interno si è inscenato un dramma, non rendendosi conto che il teatro delle marionette della politica interna è osservato in tutto il mondo da spettatori che non capiscono la lingua e vedono solo la zuffa. (...)
Il nuovo governo guidato da Orban ha una maggioranza robustissima ma deve fare i conti con una destra estrema in ascesa; ha vinto le elezioni con una promessa impossibile da realizzare di meno tasse e di fine dell’austerità. Pare tranquillo Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa San Paolo che controlla una delle principali banche ungheresi: «Mi sembra che le voci e le dichiarazioni che sono venute dall'Ungheria siano un po’ politiche, a uso interno e forse poco ragionate: noi pensiamo che l’Ungheria abbia una sua solidità di fondo». (...)
Secondo la Citigroup si tratta «di commenti di tipo populista, dato che per tutto il 2010 l’Ungheria appare in grado di rifinanziare il suo debito». «Comprate fiorini ungheresi, il paragone con la Grecia è esagerato», ha scritto Bnp Paribas ai suoi clienti.(...)

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permalink | inviato da franzmaria il 5/6/2010 alle 11:47 | Versione per la stampa
Bce alla prova
post pubblicato in Focus Europe, il 10 dicembre 2009


Franco Bruni su La Stampa del 10 dicembre 2009

(...) Il punto cruciale è che nessun Paese europeo può «stampare» euro, cioè creare la moneta che, pur minacciando l’inflazione nel medio periodo, aiuterebbe subito a onorare il debito. Lo può fare solo la Bce che è indipendente dai governi ed è tenuta a regolare la quantità di moneta in modo da garantire la stabilità dei prezzi. Il fatto che molti governi abbiano contemporaneamente seri problemi di indebitamento mette però a dura prova l’indipendenza della Bce, soprattutto se le case di rating, che hanno già cominciato a declassare la Grecia, diffondono paure riconoscendo ufficialmente la minor qualità dei titoli di Stato di altri Paesi. La pressione a creare euro per aiutare la Grecia, e non solo la Grecia, diventa più forte e rende meno credibile la capacità della Bce di regolare la liquidità e i tassi di interesse in modo da non svalutare il potere d’acquisto interno dell’euro e il suo cambio con le altre valute. Le banche europee hanno già ricevuto dalla Bce finanziamenti abbondanti a tassi bassissimi che facilitano il loro acquisto di titoli governativi. La stessa Bce ha accettato come garanzia dei suoi finanziamenti titoli gradualmente più rischiosi. Se smarrissimo la disciplina monetaria su scala europea, aumenterebbe anche la fragilità delle banche e delle Borse e i primi a subire danni gravi sarebbero proprio i Paesi più deboli come la Grecia. 

Meglio dunque mantenere la fiducia nell’indipendenza e nella capacità della Bce e sperare che i governi indebitati non vengano aiutati creando moneta la quale, fra l’altro, attenua il loro incentivo a correggere la finanza pubblica in modi più opportuni. Ma i modi opportuni sono le riforme strutturali necessarie per contrarre durevolmente i disavanzi. Riforme politicamente costose che, per un certo periodo, richiedono sacrifici senza risparmiare i gruppi sociali meno forti e fortunati. In Europa si è voluto finora difendere gelosamente l’autonomia dei governi nazionali nel decidere le politiche di bilancio. Ecco la seconda difficoltà, per la Grecia ma anche per noi: tagliare i disavanzi con misure decise a livello nazionale rende l’operazione più ardua. Più difficile da decidere in modo tempestivo e credibile, da coordinare e da sopportare.  (...)

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permalink | inviato da franzmaria il 10/12/2009 alle 22:31 | Versione per la stampa
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