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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Ratzinger: politica e diritto, per un'ecologia dell'uomo - Angelo Scola: rivedere gli stili di vita
post pubblicato in Focus Europe, il 22 settembre 2011


Ci sarebbe molto da dire sul discorso di Benedetto XVI al Bundestag: c'è l'ottimismo di fondo - che fa la grandezza e il limite di questo pensiero - del riconoscere nella ragione l'impronta più forte della creazione di Dio (cosa vera, ma da tenere sempre in tensione con il fatto che è parte dell'umano, ed è stato quindi "accettata" da Dio nell'Incarnazione - se così possiamo dire - anche la nostra irrazionalità...). 

E' comunque importantissima  - in questi tempi, ed è la cifra di questo papato - la sottolineatura che il pensiero cristiano ha scelto la filosofia - e dunque il tentativo di un discorso totalmente umano e razionale, al di là della fede nel divino - come traccia per fondare un proprio discorso giuridico, comunitario, politico.

Certo, c'è in questo un tratteggiare una storia del pensiero cristiano e "occidentale" che - complice la sintesi inevitabile di un discorso - non può che apparire troppo coerente, apparentemente senza quegli strappi e quelle forzature che anche la storia delle idee presenta.

E si potrebbe discutere all'infinito del concetto di "natura", che se da un lato rimane un punto fondamentale della dottrina cattolica (e per certi aspetti è assolutamente positivo, soprattutto se inteso come "limite" alla "volontà di potenza" dell'uomo, come in queste parole di Ratzinger), dall'altra presenta sfaccettature che ogni volta rimangono non pienamente spiegate, con il rischio di presupporre nella natura ciò che è anche un "prodotto" di cultura e storia.

Detto ciò, il discorso rimane - anche per chi si sente lontano dalla Chiesa - un bellissimo affresco che vale come richiamo potente alle coscienze di noi europei, soprattutto nel ricordarci che la nostra comunità politica nasce dall'incontro fra Gerusalemme, Atene e Roma. Nel ricordarci insomma che gli europei sono "derivati da", non "originali", e dunque mai "puri".

Approfitto anche per segnalare una intervista di Angelo Scola, nuovo arcivescovo di Milano, del 2009: una lettura della crisi economica che anche qui risente delle semplificazioni inevitabili di un commento che è "pastorale" e non certo tecnico, ma che rimane interessante, in questo periodo, soprattutto per la chiarezza con cui si stacca da una visione "maligna" del mercato e della proprietà privata, spesso in voga anche in parte del mondo cattolico.

Francesco Maria

(...) La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto?
(...) Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”. Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione (...) 
Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé.
(...) A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza 
dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico. Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Grazie per la vostra attenzione.


(...) Come uscirne, appunto?Credo sia necessario riequilibrare l’economia di mercato nella direzione di subordinare l’uso dei beni al valore e alla dignità del soggetto personale e comunitario. In questo senso, nella crisi è contenuto un invito profondo a mutare i nostri stili di vita.
Si tratta di ridurre i consumi, di “decrescere”, come afferma qualcuno?
No, non si tratta tanto di non consumare o di consumare di meno: al centro ci deve essere l’interrogarci su come consumare. Dobbiamo in primo luogo chiederci in che modo il consumo dilata e rende dignitosa la vita del soggetto e della comunità. In questo senso vedo un’analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunità? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato.
E i consumi?
Se sono assunti dentro la ragionevolezza dei beni materiali necessari ad espandere la dignità dell’uomo, occupano un posto importante nella nostra vita. Altrimenti producono squilibrio.
Lei, Eminenza, sta cioè invitando a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell’economia?
Esattamente. Se si riporta il soggetto al cuore dell’economia di mercato, allora inesorabilmente si equilibra il rapporto fra il soggetto stesso e l’uso dei beni. In ciò basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa, proprio già dei tempi di san Tommaso, secondo cui tutto ci è dato in uso. La proprietà privata consiste nel fatto che tutto ci è dato in uso, ma la destinazione dei beni è universale. E qui si innesta un altro e basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che abbiamo delineato è per sua natura solidale.
Il che, tradotto nel concreto delle scelte economiche, cosa significa?
Che noi non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di povertà - cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi - per andare ai bisogni dell’Africa. Il che vuol dire, per esempio, guardare alla povertà e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carità, ma come a opportunità per riequilibrare il mercato.All’incirca com’è accaduto in questi ultimi anni con la Cina?
Certamente. Nel rispetto, però, di tutti i diritti dell’uomo e della società. Noi occidentali, così come siamo troppo ignavi verso l’Africa, siamo colpevoli circa la modalità con cui la Cina non sta affrontando il problema dei diritti dell’uomo. 
Europa, Forzare L'Aurora A Nascere
post pubblicato in Focus Europe, il 3 agosto 2011


Penso a queste ore di tensione del nostro Paese, penso all'ansia con il quale stiamo attendendo un giudizio dei mercati sulle parole del nostro presidente del Consiglio, in questi giorni sempre più Presidente di tutti noi, piaccia o meno la persona che ricopre questa carica.

Abbiamo tutti paura, proviamo ansia nel dover affrontare una crisi di impoverimento, e un balzo indietro di anni, sotto vari punti di vista, sia di ricchezza che di diritti. E' un timore che condividiamo con i nostri fratelli europei, che non abbiamo ancora imparato a chiamare concittadini, anche se ormai collegati a loro da vincoli economici e non solo.

Epperò, se è proprio in questa distanza fra il "già" e il "non ancora" che si apre lo spazio dell'angoscia, qui è possibile anche quello della speranza. E' proprio questo già essere de facto legati ma non ancora cittadini-assieme che si pone lo spazio politico reale, che non è quello delle discussioni che vediamo o facciamo fra noi, ma lo spazio della possibilità che si concretizza, della collettività che si dà una forma giuridica e legale, della libertà attiva che crea nuovi confini di autonomia (pur con tutti i limiti che essa può avere...).

La parte sincera del rigetto antipolitico che stiamo vivendo - non solo in Italia, ma in tutto l'Occidente - è il fatto che le "arene pubbliche" già costituite non appaiono più in grado di cambiare e governare il reale. Camminando lungo un sentiero stretto (perché c'è sempre il rischio di scivolare nella costruzione di nuovi idoli, nuovi Faraoni che ci facciano schiavi), la politica ha nello spazio europeo il suo unico attuale ambito concreto: ma deve porlo in essere velocemente.

Il salmo 57 inizia nella paura, chiede il rifugio a Dio dal pericolo, dal leone che azzanna; è angoscia reale anche di imprecisati nemici che tendono reti in cui si rischia di cadere. Ma il breve componimento si rovescia presto in fiducia, chiede al cuore, e all'arpa e alla cetra di svegliare l'auroradi accelerare i tempi: è la speranza attiva che fronteggia il pericolo, e che scopre che nella fossa sono caduti i veri nemici, le nostre paure.

Dal dolore di questi giorni, siamone certi, potrà nascere qualcosa di più grande: sarà certo un travaglio duro, ma sappiamo che non saremo sconfitti.

Francesco Maria Mariotti

"(...) In questa fase storica i passi importanti da fare sono tre: 1. fronteggiare la speculazione sistemando i debiti pubblici in eccesso con operazioni di finanza straordinaria simili a quelle usate per la grande crisi 1929-33; 2. dare poteri fiscali autonomi (tassazione e emissione di titoli) agli organi dell’Unione su specifiche materie, lasciando il resto delle competenze agli stati-membri; 3. ampliare il mandato della Banca centrale europea, consentendo a essa, senza obbligarla, di intervenire sul mercato dei cambi e sul debito pubblico. In breve, è necessaria una nuova fase costituente europea (...)."

Paolo Savona: rispondere all'ondata di sfiducia

Atene e Oslo, una sola patria: l'Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 23 luglio 2011


Le ultime notizie - ma è ancora presto per esserne pienamente certi - dicono che la pista degli attentati norvegesi è "interna". 
Questo non deve cambiare il nostro atteggiamento, anche se è in parte inevitabile una percezione diversa dell'avvenimento: in ogni caso l'attacco è avvenuto in Europa, nostra patria comune; l'attacco è dunque "interno" anche per noi. 

Il disastro economico greco ci ha costretto a capire che siamo sempre più interdipendenti, ma i legami sensibili dell'economia non sono gli unici che devono valere; i governanti che si sono riuniti per aiutare Atene (forse finalmente nel modo giusto, ma dobbiamo ancora fare passi in avanti), devono andare a Oslo: la Norvegia non è parte della Unione Europea, ma il "senso" della nostra comunità deve farsi sentire al di là dei confini formalmente segnati dai trattati.

Come europei dobbiamo reagire, insieme ai fratelli norvegesi, quale che sia la matrice degli attentati di Oslo.

Francesco Maria Mariotti
La Guerra Rimossa
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 7 luglio 2011


Poche righe per presentare Marta Dassù (laStampa del 5 luglio) e un articolo de Linkiesta per riflettere sulla sempre più assurda - e sempre più rimossa - guerra in Libia. Guerra per che cosa? Per quale scopo? Fin dall'inizio della sciagurata missione questa domanda è rimasta inevasa.

Si è già scritto fin dalle prime ore dell'intervento: dire che si combatteva "per i civili" era (ed è) pura retorica, in mancanza di in una strategia, di un orizzonte politico più ampio, e se non si accettava l'ipotesi - mai presa in considerazione, in realtà - di fare una guerra sul terreno.

La Dassù scrive:"(...) I Paesi che hanno deciso di intervenire, giusto o sbagliato che fosse, hanno ormai tutto l’interesse a non dare l’impressione di cedere (...)". Può darsi che in questo senso abbia ragione Rasmussen, che dice essere vicino il "game over" definitivo, ma in realtà, a mio modestissimo avviso, ormai è evidente a tutti (anche a Gheddafi, ovviamente) che i paesi occidentali vogliono chiudere la partita al più presto (anche per motivi economici, come si è già detto da queste parti, e come dimostra la riunione odierna del nostro Consiglio supremo di difesa, al di là delle dichiarazioni ufficiali), ed è inutile fare i gendarmi invincibili quando è praticamente impossibile chiudere la partita a proprio favore. 

Inutile fingere, dunque: se possiamo fare qualcosa, lo dobbiamo fare subito; e l'Italia in testa - con la collaborazione del Vaticano, magari - può. E dunque deve.

Francesco Maria Mariotti


Sono passati più di 100 giorni dall’inizio della strana guerra di Libia: che ci stiamo dimenticando o vogliamo rimuovere. Intanto, il colonnello Gheddafi minaccia ancora da Tripoli di colpire l’Europa «le vostre case, i vostri uffici e le vostre famiglie» se i raid della Nato non cesseranno. Dichiarazioni del genere aiutano se non altro a chiarire il contesto: il Rais, colpito da un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale, abbandonato da parte dei suoi e indebolito dalle sanzioni economiche, è alla ricerca di una soluzione politica. Minaccia perché è debole non perché sia forte. Minaccia per trattare.

Da parte loro, i Paesi della Nato che partecipano alla strana guerra di Libia combattono soprattutto contro se stessi. (...) Il Colonnello sa che gli occidentali potranno essere sconfitti solo da loro stessi. Proprio per questo, è importante non dimenticare la guerra nel cortile di casa. E avere chiaro che il suo esito condizionerà la nostra sicurezza più di quanto non siamo pronti ad ammettere. Nell’immediato, una vera e propria implosione del potere di Gheddafi assomiglia a un miracolo o a una illusione. Ma se il terzo attore, il Consiglio transitorio di Bengasi, proporrà alla parte di Tripoli una condivisione credibile del potere per il «senza Gheddafi» - credibile anche perché garantita dalla coalizione internazionale - gli incentivi politici e non solo militari a liquidare il Rais aumenteranno. Se il Colonnello si persuadesse di questo, del fatto che il tempo non gioca in realtà a suo vantaggio, potrebbe anche cercare una via di uscita oggi per non perdere tutto, vita inclusa, domani.
 
Questo ragionamento sui rapporti di forza (o sulle debolezze rispettive, sarebbe forse meglio dire) porta a una conclusione rilevante, anche per la politica italiana sulla Libia. I Paesi che hanno deciso di intervenire, giusto o sbagliato che fosse, hanno ormai tutto l’interesse a non dare l’impressione di cedere, se vogliono aumentare le possibilità di una trattativa politica che ponga fine alla guerra. Dopo di che, lo indicano i piani in discussione alle Nazioni Unite, i compiti di peacekeeping passeranno a contingenti turchi, giordani, o africani.
 
Una pace comunque imperfetta non potrà includere in nessun caso la permanenza di Gheddafi al potere. Dovrà offrire un futuro alla gente della Cirenaica; ma anche rassicurare, sul proprio destino, i cittadini della Tripolitania. In assenza di queste condizioni, la spartizione violenta della Libia, con tutti i suoi rischi, diventerà inevitabile.



(...) Per abbattere Saddam ci sono voluti, dopo i bombardieri, i fanti e i carri armati, e così avrebbe dovuto essere in Libia, visto che i ribelli non possono in alcun modo essere equiparati ad un vero esercito dotato di efficace artiglieria semovente. Poiché lo sbarco di soldati occidentali in quel paese non è stato nemmeno ipotizzabile, eccoci impantanati tra le sabbia libiche senza vera speranza di sbaragliare l’esercito regolare, di stanare Gheddafi e magari di consegnarlo al Tribunale Internazionale. Per fortuna i libici si muovono da soli (evidentemente persa la speranza di ottenere un aiuto risolutivo dagli Occidentali) e stanno freneticamente trattando con il Colonnello e la sua corte al fine chiudere una volta per tutte quella che resta una vicenda interna ad una nazione sovrana.

Cambiamo l'Europa! (un appello su cui riflettere)
post pubblicato in Focus Europe, il 13 giugno 2011



Non condivido alcuni contenuti e un certo linguaggio, soprattutto nelle parti in cui parla di "scelte ideologiche" in relazione alle misure richieste ai paesi a rischio default: nel momento in cui non c'è ancora una struttura politica europea con un governo realmente unitario, le misure di razionalizzazione del debito pubblico dei singoli stati sono infatti una prima mossa necessaria e ineludibile. 

Al tempo stesso mi pare che nel testo si rischi una sottovalutazione delle responsabilità del settore pubblico, quasi a contrapporlo "per principio" al settore privato.Le cose non sono così semplici e schematiche: i problemi di sostenibilità del welfare europeo sono purtroppo reali (si pensi alla fondamentale questione demografica, che troppo spesso dimentichiamo); non sono una costruzione ideologica dei cattivi mercati finanziari che speculano su di noi, e l'appello rischia di minimizzare questo fattore.

In ogni caso mi pare importante che si levi una voce con una prospettiva altra rispetto a quella "battaglia persa" che è il continuo dire sì a misure di razionalizzazione senza avere un orizzonte politico. Il problema è infatti dare alla politica europea un "corpo" coeso, che possa poi essere base a soluzioni come quelle che i firmatari propongono (altrimenti gli eurobond o simili percorsi rischiano di non avere senso, come ha detto Mario Draghi recentemente). 

Questo appello può portarci a un momento di riflessione. Si tolga però di mezzo la retorica e si approfondisca il percorso da seguire per avere una politica capace di coniugare rigore di bilancio, solidarietà, coesione politica. Una politica che nasce da un orizzonte comune, integrazione di principi liberali, socialisti, cristiani: il mix su cui si è costruita l'Europa che conosciamo e amiamo.

Francesco Maria Mariotti

"(...) E’ ovvio per noi che assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche è un obiettivo politico essenziale: esse sono uno strumento chiave al servizio di beni comuni quali la coesione sociale o la protezione dell’ambiente. Ed è vero che la crisi che stiamo vivendo ha significativamente deteriorato le finanze pubbliche in Europa. Ma, pur avendo il settore pubblico la sua parte di responsabilità, le cause della crisi sono prima di tutto da ricercarsi nel settore privato: aumento delle disparità salariali, eccessivo indebitamento, e bolle speculative generate da una finanza irresponsabile.(...) Qui si rischia di trasformare la crisi economica attuale in crisi politica.
(...) La zona euro deve difendere la sua moneta comune e sostenere imperativamente i suoi membri in difficoltà, perchè ciò è vitale per l’Europa nel suo insieme.(...) E’ possibile risanare la finanze pubbliche senza annientare lo sviluppo economico e gli investimenti in materia di istruzione, ricerca, energie rinnovabili, e senza alimentare l’ingiustizia sociale e l’esclusione. E’ possibile ritrovare margini di bilancio essendo coraggiosi ed innovatori. Per farlo, occorre innanzi tutto che tutti gli Stati membri contribuiscano a questo sforzo insieme – sia quelli in surplus che quelli in deficit commerciale. In tutti i Paesi, bisogna poi proteggere gli investimenti pubblici produttivi dall’austerità finanziaria, e raccogliere sotto forma di Euro obbligazioni una parte del debito pubblico degli Stati membri per ridurne il costo globale, e creare le basi di una politica fiscale europea comune, garante di entrate giuste, efficaci e sostenibili. Occorre diminuire il carico fiscale sui redditi da lavoro ed aumentare quello sui redditi da capitale, combattere l’evasione fiscale, creare una vera fiscalità ecologica e introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie. I governi europei debbono vegliare affinchè i salari più elevati e i redditi da capitale contribuiscano equamente allo sforzo generale di risanamento, per evitare che siano i salari e redditi medio bassi a pagare per tutti. Noi non auspichiamo soluzioni semplicistiche o irresponsabili, vogliamo un progetto di modernizzazione economica grazie a politiche responsabili, equilibrate, intelligenti e pienamente rispettose dei valori sui quali poggia il progetto europeo. Chiamiamo a raccolta tutti quelli che condividono le nostre convinzioni, affinchè firmino questo appello, per dare all’Europa un’altra politica di uscita dalla crisi, che rafforzi l’Europa stessa, invece di continuare ad indebolirla."
La guerra costa. Ci tocca scegliere
post pubblicato in Diario, il 9 giugno 2011


L'ottimo articolo di Mario Deaglio di ieri va letto per vari motivi, prima di tutto per la sfida che pone a una politica che - approfittando dei fallimenti del mercato -  torna a occupare un posto in prima fila nella vita delle comunità. 
Per quanto riguarda i temi di questo blog invece mi preme sottolineare un brevissimo passaggio: "(...) E’ inevitabile che molte missioni militari all’estero debbano essere terminate. (...)".

Da qualche tempo ormai, si alternano voci e analisi che indicano un ripensamento complessivo del nostro impegno internazionale, (ma non vale solo per l'Italia). Probabilmente questo è inevitabile, perché è evidente che fare la guerra costa. Quindi nessuno scandalo se le necessità finanziarie ci spingono a rivedere il nostro ruolo internazionale. Certo è però che un "ritiro" da alcuni scenari è una operazione quanto mai delicata (anche per le ricadute sulla nostra credibilità internazionale), e andrebbe gestita con prudenza, senza dichiarazioni avventate, senza fasi interlocutorie troppo lunghe, ma anche senza fretta.

Importante è anche sapere che - per dirla in una battuta - il nemico ascolta: beninteso, i terroristi, i talebani in Afghanistan, o Hezbollah in LIbano non seguono certo la nostra rassegna stampa quotidiana, ma le "vibrazioni" della politica italiana e occidentale, e soprattutto eventuali "ipotesi di lavoro concrete" rilevano - evidentemente o "sotto traccia" - in ambasciate, università, convegni, contatti di intelligence. Punti, luoghi che sono sicuramente "sotto osservazione".

Da questo punto di vista, anche il recente attentato contro i nostri soldati in Libano può essere letto come "test" per capire se la comunità internazionale "tiene" la posizione, o se il nervosismo sale. Nel secondo caso si accresce la probabilità di un'intensificazione degli attacchi, per tentare di "convincerci" che sarebbe bene abbandonare quella missione.
 
Se proprio dobbiamo scegliere, dunque, meglio essere netti e mostrare al mondo le nostre priorità: chiudiamo l'inutile guerra in Libia, ridiscutiamo i tempi dell'Afghanistanma rimaniamo in Libano.
 
Francesco Maria Mariotti
Europa sotto attacco?
post pubblicato in Comunità, il 20 maggio 2011


L'Europa come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi sembra condannarsi a una morte certa, incastrata fra movimenti di protesta spontanei (in Spagna, ma non solo), crisi finanziaria, caso Strauss -Khanl'assurda guerra libica senza sbocchi.
Enzo Bettiza lo denunciava magistralmente qualche giorno fa sulla Stampa, chiedendosi se non fosse l'ora di far rinascere questa comunità, anteponendo la politica all'economia.

Certo, di fronte al fatto che i mercati finanziari sembrano aver già condannato la Grecia - e questo vuol dire che a brevissimo potrebbero ripartire gli attacchi speculativi contro l'euro - l'Unione Europea dovrebbe rispondere compatta.
 
E non possiamo semplicemente dire "Sì, ok, facciamo i nostri compiti per bene, scusateci se abbiamo sbagliato". Perché - per quanto corretti siano i giudizi finanziari sui bilanci dei paesi (e sarebbe da discutere la capacità e la neutralità di alcuni valutatori), la partita che si gioca basandosi su questi giudizi è comunque politica, coinvolgendo le vite di milioni persone, e ponendo a rischio la stabilità democratica dei paesi coinvolti. 

"(...) il politico con responsabilità di governo è come un medico di fronte a una grave emorragia: deve prima di tutto cercare di bloccarla(...)" Gli economisti e i politicicome ricordava Mario Deaglio nel gennaio del 2009, "devono" ragionare con ritmi diversi. Ne sono consapevoli gli stessi banchieri centrali, che non sono affatto dei "freddi tecnocrati": ricordando in dicembre Tommaso Padoa Schioppa, Bini Smaghi ribadiva che la moneta era un passo verso la costruzione di una creatura politica
Senza la politica, il banchiere centrale può fare molto ma non tutto. Può stimolare i governi a prendere decisioni, ma non sostituirsi ad essi. Mario Draghi, futuro presidente della BCE, ne è pienamente consapevole.
 
Questa consapevolezza sembra essere - in maniera paradossale - anche della destra populista, che si sta affermando da più parti nel continente, quasi creando un'"internazionale" dell'euroscetticismo, e che di fatto rappresenta - comunque la si giudichi - un tentativo di riconnettere cittadini e comunità.
 
Una politica che rientri pesantemente in gioco nell'agone europeo rischia però di dimenticare i limiti che la tradizione liberale le impone: l'inevitabile deriva protezionista che si sta preparando, le ripercussioni immigratorie della folle scelta bellica in Libia, e il rischio di crac europeo, possono indurre in tristi tentazioni i governanti europei.
 
D'altro canto, quasi come un'isola in mezzo al caos, il Belgio ci mostra che anche senza governo un paese riesce a costruire un percorso di crescita, e questo sembra un segnale di speranza a suo modo, quasi un dirci "del terribile Faraone non c'è poi così tanto bisogno!"
 
Le speranze di un continente che ha ancora molto da dire al mondo nuovo che viene si giocano in questo difficile e stretto passaggio fra "apparente inutilità" della politica e sua necessità a un livello continentale che non riusciamo ancora a "tenere in mano".
 
Come già altre volte si è detto, è la consapevolezza di una identità che sembra mancare al nostro continente: essa non è però un dato scontato né mitologico, ma si costruisce quotidianamente; e bisogna anche desiderarla.
 
Francesco Maria Mariotti
Le Armi Ai Ribelli? Aiuto Inutile, Strategia Confusa
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 1 aprile 2011


Una guerra che non doveva neanche iniziare sta proseguendo con strani stop-and-go e continue "improvvisazioni".
 
Le recenti dichiarazioni di Obama dicono della volontà di fornire armi ai ribelli anti-Gheddafi: un errore clamoroso, oltre che il segno tangibile della dubbia volontà di fare realmente la guerra che è stata iniziata.
 
Data l'imperizia e la dubbia composizione dei gruppi di ribelli, probabilmente le armi andrebbero ad alimentare ben altri traffici.
 
Data la confusione politica - apparentemente non rimediabile - dell'alleanza, aumentare la diffusione di armi non aiuterebbe il raggiungimento dell'obiettivo, né di quello esplicito ("semplicemente" fermare Gheddafi), né di quello implicito (rovesciare Gheddafi e ridistribuire il potere materiale del controllo delle risorse libiche), e porterebbe drammaticamente più vicini al caos.
 
O l'alleanza decide di intervenire via terra, in termini extra Onu e di fatto creando un mandato euro-americano sulla Libia (nulla di scandaloso, si badi; la riscoperta dei "mandati" e dei "protettorati" non è di oggi), ma la cosa allora va esplicitata e progettata, perché i costi umani e militari sarebbero probabilmente molto alti; oppure è meglio cercare un onorevole compromesso.
 
Anche nell'intervento contro la Serbia si fermò il massacro dei kossovari, ma fummo incapaci di chiarire a noi stessi quali fossero gli obiettivi della guerra (fermare il massacro? far cadere Milosevic? rendere indipendente il Kosovo?) e si arrivò ai patti con Milosevic, che cadde solo in seguito, anche sotto la spinta di manifestazioni popolari e di elezioni.
 
Potrebbe essere così anche con un Gheddafi tenuto "sotto controllo" politicamente; sempre che i libici siano in grado di prendere in mano il loro destino: in questo nessuna alleanza e nessun Sarkozy può sostituirli.

Noi abbiamo già fatto forse troppo, e sicuramente male; tanto che le prime vittime di questa guerra sembrano essere paradossalmente la Nato e la Unione europea.
 
Ora fermiamoci.
 
Francesco Maria Mariotti

LIBIA: RASMUSSEN ESCLUDE CHE LA NATO POSSA ARMARE I RIBELLI

 (AGI) Stoccolma - Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha escluso che l'Alleanza possa armare i ribelli libici. "Siamo li' per proteggere il popolo libico, non per armare la gente", ha ricordato Rasmussen citando la risoluzione 1973 dell'Onu al termine di un incontro a Stoccolma con il premier svedese, Fredrik Reinfeldt. "Poiche' la Nato e' coinvolta, e io parlo a nome della Nato, noi ci concentreremo sul rafforzamento dell'embargo per le armi e lo scopo evidente dell'embargo e' quello di fermare il flusso di armi nel Paese", ha assicurato Rasmussen

 


 
 
 
Nucleare - attendiamo prima di decidere?
post pubblicato in Comunità, il 17 marzo 2011


Personalmente sarei favorevole al nucleare. Non amo però la retorica dei nuclearisti che in questi giorni insultano i contrari alle centrali come se fossero degli irrazionali superstiziosi; il nucleare è ancora una scelta da tenere in seria considerazione, ma dobbiamo necessariamente alzare i livelli di sicurezza (pur sapendo che la sicurezza totale non esiste) e sapere di più.

Con quello che sta succedendo, non è "coraggio riformista" andare avanti come se nulla fosse, perché ogni scelta - anche la più coraggiosa e giusta - va pesata e spiegata, e deve superare gli scetticismi di molti e la legittima angoscia di tanti.

Il paese - e l'Europa - hanno la possibilità di aprire una vera discussione, onesta e leale; a patto di evitare la retorica; da entrambe le parti.
Non perdiamo l'occasione

Francesco Maria Mariotti

17 marzo 2011, Congelare il referendum, il Foglio
 
Il vantaggio che avrebbe l’Italia a rimandare il quesito sul nucleare
 Ai primi di giugno gli elettori dovranno rispondere al quesito referendario che punta a impedire la costruzione di centrali atomiche nel nostro paese. E’ evidente che una consultazione a ridosso degli avvenimenti disastrosi che hanno colpito il Giappone sarebbe dominata da un’ondata emotiva, prima che si sia in grado di valutare razionalmente le condizioni specifiche che si sono realizzate in quel paese, le diverse garanzie di sicurezza che offrono le centrali di nuova generazione, l’impegno a definire standard europei che tutti saranno chiamati a rispettare. Sarebbe ragionevole rinviare questo confronto dando il tempo necessario a tutti, a cominciare dalle forze politiche, di elaborare in modo conclusivo i dati provenienti del Giappone, senza essere trascinate dallo tsunami psicologico che si traduce in una psicosi di massa. (...)


 

Per ora vince Gheddafi? - 2
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 8 marzo 2011



(...) I ribelli chiedono con crescente insistenza che la comunità internazionale intervenga per porre fine a una repressione che il prolungarsi della guerra civile rende sempre più violenta, mentre parimenti fa aumentare il nostro disagio di assistere inermi a quanto avviene. Eppure, proprio mentre Gheddafi accentuava la sua pressione sugli insorti, scemavano rapidamente le prospettive di un intervento militare occidentale diretto almeno a impedire l’impiego dei bombardieri contro la popolazione civile. Le ragioni tecniche e legali che rendono estremamente complicata l’attuazione di una no fly zone sui cieli della Libia sono state ampiamente spiegate in questi giorni. Sembra però opportuno sottolineare che proprio la capacità di resistenza mostrata dal colonnello modifica il quadro complessivo e rende l’ipotesi di intervento militare esterno ancora più implausibile. Non solo perché questo andrebbe incontro a difficoltà maggiori o a un numero di perdite prevedibilmente più alto. Ma per un fatto squisitamente politico.

Sino a pochi giorni fa un intervento militare esterno sarebbe stato un modo per accelerare un destino segnato, allo scopo di limitare il sacrificio di vite umane. Si sarebbe cioè configurato come un intervento umanitario un po’ più «muscolare», una sorta di operazione «Restore Hope» (Somalia 1991), auspicabilmente di maggior successo. Oggi il medesimo intervento avrebbe il senso di far pendere la bilancia a favore di una parte contro un’altra in una situazione di guerra civile ancora molto fluida e dall’esito incerto. Sarebbe un intervento dal chiaro significato politico: ben più arduo da accettare non solo per Cina e Russia, ma anche per molti Paesi arabi e africani. Guadagnando tempo, resistendo, Gheddafi sa così di rendere molto più difficile che lo sdegno occidentale possa produrre ciò che in cuor suo più teme, l’escalation (anche militare) dell’internazionalizzazione della crisi.


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permalink | inviato da franzmaria il 8/3/2011 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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