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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Oltre Pomigliano: verso dove?
post pubblicato in Comunità, il 13 giugno 2010


Pomigliano, a prescindere da come andrà a definirsi l'accordo fra le parti - rappresenta probabilmente una novità su cui riflettere e da cui cominciare a pensare nuove politiche pubbliche. 

Come rendere più forti i lavoratori che di fatto - al di là della forma contrattuale con la quale sono impegnati - si trovano di fronte a cambiamenti sempre più veloci e radicali? Il caso in questione può essere forse un esempio, ma è al tempo stesso troppo estremo e particolare per chiarire tutte le variabili in gioco, che stanno anche al di fuori delle relazioni industriali, e riguardano quelle possibilità di vita, formazione, cambiamento, autocostruzione del proprio destino che si intrecciano con le dinamiche del lavoro. 

Politiche della famiglia, politiche dei trasporti, politiche della casa: se è vero che il mercato dei lavori non può più essere determinato all'interno di alcune categorie "classiche" (diciamo così), questo non può significare mancanza di pensiero pubblico e comunitario su quanto sta avvenendo nelle nostre società e su come fare fronte - insieme - ai cambiamenti che stiamo vedendo in atto. 

Tremonti ha voluto parlare di "Economia sociale di mercato"; la formula - che amo moltissimo - è nobile e bellissima in teoria, ma deve essere riempita di contenuti, e non deve essere un cappello sotto cui nascondere abbasssamento della dignità del lavoro, o sotto cui celare gli inevitabili conflitti sociali che questo frangente storico ci porterà a vedere. 

Reddito minimo di cittadinanza, infrastrutture materiali e educativo-culturali, una politica economica che guardi al sistema-paese e al sistema - Europa che ancora fatica a decollare; regole dei mercati finanziari, welfare-community (è una possibilità in questo senso il federalismo? come possibiltà di rilegittimare una mano "pubblica" che si affianchi a quella privata - e la controlli - nell'affrontare le zone del disagio che una comunità locale deve curare?); queste alcune delle possibili voci di un vocabolario che deve tornare a farsi comune e condiviso.

Come spesso si è detto, anche se poco si è fatto in questo senso, più mercato non è alternativo a "più stato": si tratta di lavorare sulla qualità dell'intervento pubblico, rendendolo trasparente, condiviso, capace di portare risultati evidenti, che possano convincere i cittadini che la "mano visibile" dell'apparato pubblico è un elemento comunque essenziale nella costruzione di un paese moderno.

Pomigliano, dicevamo, è un caso per molti aspetti troppo eccezionale per poterlo fare parametro di moltissimi altri casi che la nostra economia ci presenta.
E' giusta quindi l'attenzione con cui si guarda in queste ore al caso Fiat, ma al tempo stesso governo, sindacati e forze politiche non devono cercare in esso simboli da utilizzare sia in senso positivo che negativo, in una dialettica già vista e poco positiva.

La sfida di guidare il paese e il continente europeo in una fase storica che è di fatto di impoverimento, richiede uno sforzo in più: locale e comunitario da un lato, globale dall'altro. 

E' notizia di pochi giorni fa che anche in Cina il costo del lavoro in alcuni distretti industriali si sta alzando, e le imprese vogliono delocalizzare ulteriormente, dopo aver approfittato del basso costo di quel paese. 

Non sarà possibile delocalizzare all'infinito, e l'economia sempre più integrata ci chiede di pensare che anche i diritti dei lavoratori sono universali. 

Su questo la voce dell'Europa  - e in particolare delle forze progressiste, e di quelle cristiano-liberali - può e deve essere più forte. Per tutto il mondo. 

Francesco Maria Mariotti


Appena si prospetta un vero quesito il sistema italiano delle relazioni industriali imperniato su contratti nazionali e Statuto dei lavoratori appare per quello che è: irrimediabilmente datato. È fermo alla sua età dell’oro, costruito attorno a un’idea novecentesca della competizione economica. Non capisce come la globalizzazione abbia allargato il campo di gioco e spinga a delocalizzare. Non sa che le divisioni tra lavoro dipendente e autonomo hanno molto meno senso di prima. Impedisce alle piccole imprese di crescere per non incamerare nuovi vincoli. Fa finta, infine, di non vedere che in Italia operano centinaia e centinaia di lavoratori asiatici in condizioni di schiavitù.

Non bastassero questi palesi segni di senescenza le relazioni industriali centralizzate dimostrano di non essere attrezzate a far fronte alla nuova emergenza, la disoccupazione. Nei prossimi mesi conosceremo un po’ di ripresa, ma non avremo occupazione in più. (...)
Italia - Libia, sarà nuovo partenariato?
post pubblicato in Comunità, il 16 febbraio 2009


Luci e ombre del Trattato tra Italia e Libia, di Natalino Ronzitti* (AffarInternazionali, 08/02/2009)

*professore ordinario di Diritto Internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss “Guido Carli” di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali


Il 3 febbraio il Senato ha definitivamente approvato il disegno di legge di autorizzazione alla ratifica del Trattato tra Italia e Libia di “Amicizia, partenariato e cooperazione” firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 da Berlusconi e Gheddafi. Il Trattato, a lungo tenuto nel cassetto, aveva scatenato la fantasia dei commentatori. Qualcuno aveva ipotizzato che vi fossero clausole segrete; altri che esso contenesse un patto di non aggressione, incompatibile con la nostra partecipazione alla Nato. Niente di tutto questo. La verità è più prosaica. Il Trattato comporta oneri non indifferenti per l’Italia e si è preferito reperire la copertura finanziaria, prima di renderlo pubblico. Ora che l’iter parlamentare è stato concluso, il Presidente della Repubblica può procedere alla ratifica.(...)

La lunga ricerca dell’accordo
I rapporti con la Libia non sono mai stati facili, sia per il retaggio coloniale sia per la quarantena imposta ai libici dagli occidentali. Dopo l’avvento al potere di Gheddafi, gli italiani furono cacciati e le loro proprietà confiscate. Tuttavia i rapporti commerciali continuarono grazie all’Eni, la cui presenza non si è mai interrotta, neppure quando la Libia è stata oggetto di sanzioni internazionali. Senza dimenticare gli investimenti libici nella Fiat.
(...)
La normalizzazione dei rapporti italo-libici è stata preceduta, prima della conclusione del Trattato di Bengasi, da numerosi accordi bilaterali, che tuttavia lasciavano irrisolte molte questioni: dalle pretese libiche alla riparazione dei danni del colonialismo ai crediti delle imprese italiane per opere mai pagate. Per non parlare del delicato capitolo del contrasto all’immigrazione clandestina, disciplinato da due Protocolli del 29 dicembre 2007, rimasti inattuati. Mancava però un accordo quadro di riferimento.

Le ambizioni del nuovo Trattato
Il Trattato del 2008 è un documento ambizioso, dove si sottolinea il rapporto “speciale e privilegiato”, che i due paesi intendono sviluppare, senza dimenticare il ruolo che essi perseguono, rispettivamente, nell’Ue e nell’Unione africana. Il Trattato consta di tre parti: principi; chiusura del passato e dei contenziosi; partenariato. Durante la discussione parlamentare si è posto l’accento, relativamente alla prima parte, sui diritti dell’uomo e sulla compatibilità tra Nato e Trattato di Bengasi.
Il riferimento alla Carta delle Nazioni Unite ed alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dovrebbe consentire all’Italia di chiederne il rispetto. Tra l’altro la Libia è parte dei principali trattati internazionali in materia di diritti umani, ad eccezione della Convenzione sui rifugiati del 1951 (ma è parte della Convenzione africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, che contiene norme sul trattamento degli stranieri).
Quanto alla Nato, che ovviamente non è espressamente menzionata nell’accordo, si prevede che ciascuno dei due contraenti non consenta la commissione di atti ostili contro l’altro, a partire dal proprio territorio. La clausola ha per oggetto la commissione di atti che comportano la minaccia o l’uso della forza in contrasto con il diritto internazionale. Quindi una dimostrazione di protesta contro la Libia non è un “atto ostile”. Ma problemi possono sorgere, qualora, ad esempio, da basi navali in Italia la flotta Usa navighi nel Golfo della Sirte per rivendicare i diritti di libertà dell’alto mare.
La parte più onerosa del Trattato è la seconda, a chiusura del passato. L’Italia si impegna alla realizzazione di progetti infrastrutturali di base per 5 miliardi di dollari: un esborso annuale di 250 milioni di dollari per 20 anni, da reperire mediante un’addizionale dell’Ires a carico delle imprese operanti nel settore degli idrocarburi. La previsione del gettito non può essere matematica e dipende dalle condizioni di mercato, senza contare il pericolo di nazionalizzazione delle fonti energetiche già ventilata dalla Libia, a causa della caduta del prezzo del petrolio. L’esecuzione dei lavori verrà affidata ad imprese italiane, con fondi direttamente gestiti dall’Italia. Meno onerose, ma pur sempre a carico dell’Italia, sono talune “iniziative speciali”, come l’assegnazione di borse di studio o un programma di riabilitazione per lo scoppio di mine.(...)
La parte più ambiziosa del Trattato è quella relativa al partenariato, prevalentemente programmatica e senza stanziamento di risorse, tranne che per il contrasto all’immigrazione. La cooperazione investe molteplici settori: economico-industriale, energetico, difesa, non proliferazione e disarmo. Addirittura si ventila l’idea di fare del Mediterraneo una zona libera da armi di distruzione di massa. Le disposizioni di più immediata attuazione sono quelle relative al pattugliamento marittimo congiunto con motovedette messe a disposizione dall’Italia, ormai in via di attuazione, e al telerilevamento alle frontiere terrestri con apparecchiature per metà finanziate dall’Italia e per metà dall’Ue (ma non è concretizzato l’impegno di spesa). Questa parte del Trattato è quella che ha destato le più forti perplessità, sotto il profilo dei diritti umani, per la sorte degli immigrati respinti e lasciati in balia del deserto. La Libia non è parte della Convenzione del 1951 sui rifugiati, ma ha ratificato strumenti regionali e universali che tutelano i diritti umani Inoltre, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che non è giuridicamente vincolante, ma che la Libia s’impegna a rispettare, contiene disposizioni incisive, incluso il diritto di asilo. Il problema è sempre il solito: non basta ratificare i trattati, occorre rispettarli!(...)

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permalink | inviato da franzmaria il 16/2/2009 alle 22:55 | Versione per la stampa
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