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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Europa fra Cina e Usa
post pubblicato in Focus Europe, il 14 dicembre 2010


Sottolineo i passaggi finali dell'editoriale "Usa e Cina le potenze riluttanti", di Marta Dassù, pubblicato sulla Stampa del 14 dicembre 2010.
 
Francesco Maria Mariotti
 

(...) Se la Cina è per ora una potenza riluttante e l’America lo è temporaneamente (ri)diventata, cosa ne sarà della famosa «governance» internazionale? Ammettiamo pure, ha detto un partecipante cinese al colloquio di Aspen a Pechino, che la crescita di potere di un Paese ne aumenti anche le responsabilità internazionali; la Cina non ha nessuna intenzione di pensarsi come «potenza irresponsabile». Ma chi definisce le responsabilità?
Il rischio, con Cina e Stati Uniti entrambi ripiegati all’interno e al tempo stesso forzati a coesistere, è quello di un vuoto di potere conflittuale. Il rischio è l’incertezza: su di sé e sulle mosse reciproche.

E’ di fronte a una prospettiva del genere che l’Europa stagnante potrebbe trovare una sua ragione di essere. In teoria e nella pratica dell’ultimo anno, l’Europa appare ancora più risucchiata dalla crisi dell’euro; e quindi marginale rispetto alle tensioni o distensioni cino-americane. Che il cosiddetto G-2 decolli o si frantumi (si vedrà nel gennaio prossimo, con la visita di Hu Jintao negli Stati Uniti), l’Europa sembra destinata a rimanere alla finestra, più che sedersi allo stesso tavolo.
Non è necessariamente così. Seduti al tavolo a tre della Scuola di Partito a Pechino, con cinesi e americani, gli europei hanno parlato e pesato.

Soprattutto, è stata la presenza degli europei a costringere Cina e Stati Uniti a uno scambio diverso: meno concentrato sulle rivalità bilaterali ma anche meno spiazzato dalla latitudine di un forum alla G-20. Certo, è stato soltanto un esperimento politico-intellettuale; ma per quello che può contare, l’impressione è che questo tipo di Europa, a condizione che risolva la propria crisi interna, servirebbe. L’Europa come network? Non sarà una grande teoria, su come governare il mondo di oggi. Ma è una convinzione possibile: l’Europa come fattore unificante, più che come forza a sé stante, troverebbe uno spazio nei terminal del XXI secolo.


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permalink | inviato da franzmaria il 14/12/2010 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il mondo ridisegnato dalla crisi
post pubblicato in Idee, il 10 gennaio 2009


di GIAN DOMENICO PICCO, da La Stampa, 10/1/2009 
 
La crisi economico finanziaria che ha colpito gli Stati Uniti e buona parte del mondo ha già prodotto un cambiamento concreto nella gestione degli affari internazionali. Nei prossimi due o tre anni alcuni Paesi - che oggi si presumono di prima classe - perderanno buona parte del loro peso specifico, non solo in campo economico, mentre altri saliranno dalla serie B alla serie A. Il ruolo più influente a Washington, dopo quello del Presidente, è da sempre affidato al segretario di Stato. In queste settimane s’è visto che non sarà necessariamente così in futuro. Il segretario al Tesoro è già salito al rango di «ministro dei ministri» nel futuro governo del presidente Obama, prima ancora che il suo nome venisse menzionato. Il premier inglese Gordon Brown, per 10 anni ministro delle Finanze di Tony Blair, si è giovato della esperienza finanziaria per gestire il governo. La geoeconomia delimiterà come non mai i confini della geopolitica, che dopo l’11 settembre 2001 non aveva rivali. Qualcuno dirà che è sempre stato così. Certo non in queste proporzioni. Il livello d’interdipendenza e interconnessione del mondo è stato dimostrato dalla velocità del contagio che ha toccato Borse, monete, produzione e consumi nei quattro angoli del globo. La Russia e l’Iran del dicembre 2008, ad esempio, sono due realtà molto diverse rispetto a giugno: la loro immagine economica e finanziaria è profondamente cambiata, riflettendosi su quella più strettamente politica. Questo vale anche per altri Paesi.

Mentre gli esperti suggeriscono di ridisegnare l’architettura internazionale del sistema finanziario, la riunione del Gruppo dei 20 a Washington a novembre ha inevitabilmente attirato una particolare attenzione. Alcuni pensano che il G-8, e ancor più il G-7, non riflettono più la realtà dell’economia mondiale. Le critiche al G-7 ricordano quelle fatte da anni alla composizione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La prova del nove del vero cambiamento verrà nei prossimi due o tre anni - al massimo tra cinque - quando potremo valutare quali paesi emergeranno dalla crisi finanziaria con un peso specifico da serie A, e quali con un peso da serie B. In ogni caso la proposta di allargare il G-7 al G-20, e quella di creare un Consiglio di sicurezza con 25 o 30 membri, invece dei 15 attuali, sono tutti segnali che rivelano l’insufficienza delle strutture che oggi esistono, non, a mio avviso, la soluzione da scegliere.

La crisi metterà allo scoperto non solo le insufficienze strutturali della finanza e dell’economia, ma anche la debolezza di diversi sistemi sociali, la gracilità di gruppi dirigenti, il debole senso dello Stato. Rivelerà in modo impietoso che il progetto nazionale di alcuni Paesi è prossimo al capolinea. Pensare a cambi epocali non è facile. Ma gli stati moderni, che emersero come conseguenza della pace di Wetsfalia dopo la Guerra dei trent’anni nel 1648, e vennero poi consolidati dalle Rivoluzioni americana e francese, hanno cicli vitali di diversa durata. Non escludo che dopo questa crisi economico finanziaria l’Europa in particolare possa veder nascere il primo stato post westfaliano. La globalizzazione - diceva Dominque Moisi - ha iniziato un processo d’indebolimento delle autorità statali, ha alterato il significato di sovranità e di nazionalità, pur incrementando il bisogno d’identità. La percezione che le strutture abbiano una loro vita, indipendentemente dagli individui che le gestiscono, è forse vero per un certo periodo, ma non per sempre. La responsabilità è oggi pesantissima sulle leadership che dovranno gestire i prossimi due o tre anni. La formula «business as usual» non funzionerà. Quanti dei G-8 saranno all’altezza di farne parte fra qualche anno? Per quanto ancora il sistema accetterà che l’Europa vi sia rappresentata con 4 seggi anziché con uno solo? Un Consiglio di sicurezza di 25 o 30 membri sarà più efficace o più debole dell’attuale più ristretto? L’interdipendenza di tutti gli attori sulla scena mondiale è destinata ad aumentare. Ciò richiederà una flessibilità (vedi i gruppi informali di 5 o 6 che già esistono su vari argomenti di crisi) che le istituzioni rigide non offrono. La crisi economica e finanziaria mondiale sarà molto severa, se non inesorabile, con i gruppi dirigenti incapaci di vedere oltre l’immediato, ingannati e cullati dall’illusione che il futuro sia solo la ripetizione del passato.

Due strade per il Paese senza perdere altro tempo
post pubblicato in Diario, il 16 novembre 2008


di Alberto Alesina e Guido Tabellini (dal Sole24Ore del 16 novembre 2008)

In una recessione normale, è sufficiente fare affidamento su una politica monetaria contro-ciclica e sugli stabilizzatori fiscali. Ma il 2009 sarà un anno molto difficile, perché la crisi coinvolge quasi tutto il mondo e rischia di prosciugare il flusso del credito all'economia.Per questo il G-20 ha sottolineato che tutti i Paesi devono impegnarsi a sostenere l'economia con un energico pacchetto fiscale. Per avere successo, i provvedimenti fiscali dovranno avere due caratteristiche. Primo, la velocità. Di solito passano mesi prima che un provvedimento fiscale si traduca in uno stimolo per l'economia. Ma il tempo stringe e siamo già in ritardo. Secondo, il sostegno immediato alla domanda aggregata non deve compromettere obiettivi strutturali di medio e lungo periodo. Non è facile cogliere entrambi gli obiettivi.

Quali dovrebbero essere le principali linee di azione nel nostro Paese, per agire in coerenza con i propositi del G-20? Ieri il Governo ha preannunciato un piano da 80 miliardi. Innanzitutto, ora va introdotto un sistema di assicurazione contro la disoccupazione con regole uguali per tutti (...)

Sicuramente la recessione causerà un aumento della disoccupazione, anche nel nostro Paese. I più a rischio sono i lavoratori precari che possono essere licenziati più facilmente, e che non hanno alcuna rete di protezione. Un'estensione della copertura dei sussidi di disoccupazione sosterrebbe la domanda aggregata in questo ciclo. (...)

In secondo luogo, bisognerebbe accelerare gli investimenti pubblici. Sappiamo quanto siano carenti le infrastrutture pubbliche italiane, e quanto sia difficile e lento ottenere le autorizzazioni per avviare i lavori. Questo è il momento di dare un forte impulso ad alcuni progetti strategici, seppur facendo attenzione a non spender a pioggia e a non alimentare la criminalità organizzata.
Infine, la domanda di lavoro e gli investimenti delle imprese possono essere sostenuti anche con provvedimenti fiscali, ad esempio finalizzati a ridurre il cuneo fiscale sul lavoro o il costo del debito. Vi è più di un modo di intervenire, la cosa importante è che i provvedimenti abbiano efficacia in tempi brevi e che coinvolgano la generalità delle imprese e non solo i gruppi più influenti.

In momenti come questi, è forte la tentazione politica di fare regali a questa o quell'industria,o addirittura a singole imprese. L'industria automobilistica è particolarmente abile nella sua campagna lobbistica per farsi aiutare dai contribuenti, sia al di quà che al di là dell'Oceano.
Ma perché l'auto sì e altri no? È probabile che i politici statunitensi cedano alle pressioni e finiscano per aiutare General Motors, anche se questa grande impresa americana oggi è in difficoltà soprattutto perché in passato non ha saputo ristrutturarsi. Ma non dobbiamo imitare gli errori altrui. (...)

Ciao, vecchia Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 16 novembre 2008


di VITTORIO EMANUELE PARSI (da laStampa del 16 novembre 2008)
 
C’è troppa Europa nel tradizionale G8. Ma l’Europa rischia di pesare troppo poco nel novello G20 in corso in queste ore a Washington. È possibile, come molti ritengono, che questi vertici siano poco utili, sostanzialmente inefficaci e di qualche interesse, forse, per i soli capi di Stato e di governo che vi partecipano. D’altronde, se in tempi di crisi occorrerebbe non indugiare ed evitare gli appuntamenti poco più che rituali, è altrettanto vero che proprio le crisi impongono anche momenti simbolici, in cui sia possibile «mettere in scena» l’unità di intenti della comunità internazionale.

Le due esigenze devono perciò essere contemperate. In tal senso, non c’è dubbio che un vertice come il G8, che raccoglie i grandi Paesi occidentali più la Russia, rischia di essere ormai persino più anacronistico del tradizionale G7. Da un punto di vista concettuale, il G8, che sorgeva dalla volontà esplicita di allargare la sua membership all’ex nemico, è nato morto. (...)
 


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permalink | inviato da franzmaria il 16/11/2008 alle 22:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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