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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Libia, fra bugiardi, gattopardi e leader in conflitto
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 20 settembre 2011


Sulla Libia ho scritto spesso, sempre molto critico nei confronti di un intervento che ancora oggi mi appare inutile e controproducente. Le scene di apparente vittoria degli ultimi giorni (ma quante volte è già stata proclamato "missione compiuta!"?) non devono trarci in inganno.

Se la guerra in Libia sembra vedere il suo termine, si apre comunque una fase alquanto delicata, di non facile gestione, e che ci costringerà a seguire le vicende di questo paese (non solo sulle questioni energetiche) per parecchio tempo. Possono non esserci i nostri eserciti occidentali; possono esserci eserciti di altri paesi o - come è più probabile - compagnie militari private; ma il succo non cambia. 

"Una" guerra è  - forse - in via di conclusione; probabilmente è già in corso un'altra battaglia, quella intestina fra gli stessi "vincitori" (libici e non), appena iniziata.

Francesco Maria Mariotti

Non è certo una novità che molte notizie diffuse dagli insorti libici in sette mesi di guerra si siano rivelate imprecise, propagandistiche, gonfiate o vere e proprie bugie. La disinformazioni più eclatante ha riguardato il numero dei morti che già il 23 febbraio, dopo una settimana di rivolta, veniva indicato in 10 mila dalla televisione al-Arabiya, che citava il membro libico della Corte Penale Internazionale Sayed al Shanuka. In quei giorni la Federazione internazionale dei diritti dell'uomo (Fidh) riferiva invece di appena 640 vittime. A metà aprile i ribelli resero noto un bilancio di 10 mila morti e 30 mila feriti, questi ultimi saliti poi a 50 mila in stime diffuse una settimana dopo.A fine agosto erano invece almeno 50 mila i morti secondo il colonnello Hisham Buhagiar, comandante delle forze ribelli delle montagne di Nefusa. 
"Circa 50 mila persone sono state uccise dall'inizio dell'insurrezione. Solo a Misurata e Zlitan sono morte fra 15mila e 17mila persone". Eppure le autorità sanitarie di Msurata aveva riferito di 1.083 morti in città tra civili, ribelli e lealisti oltre a 2 mila dispersi.(...)
Negli ultimi giorni la propaganda del Consiglio Nazionale di Transizione ha più volte annunciato la caduta di Bani Walid e Sirte ma sul campo di battaglia la resistenza dei lealisti e delle milizie delle tribù Warfalla e Gaddafa danno filo da torcere ai ribelli che continuano a far affluire mezzi e combattenti da Misurata e Tripoli.(...)
 
I GATTOPARDI DI TRIPOLI (...) Si dirà che quando collassa un regime totalitario è quasi inevitabile che scorra il sangue e vi sia molta anarchia. Il problema è che non si vede alcun tentativo di punire le atrocità commesse da insorti. Secondo Amnesty, il Consiglio nazionale di transizione non ha prodotto "alcuna indagine credibile né ha preso misure per chiamare i responsabili a rispondere". Probabilmente non ha voluto. Ma se lo decidesse, sarebbe in grado di punire i colpevoli? (...) Abbiamo sulla coscienza una guerra evitabile, controproducente, in ogni caso orribilmente stupida? Nessuno potrà mai dimostrare che il negoziato con Gheddafi avrebbe potuto concludersi con un compromesso accettabile. Però sappiamo che a differenza dell´Egitto, la Libia non ha una salda radice unitaria, una tradizione parlamentare, una consuetudine con la libera competizione tra le idee, e neppure movimenti resistenziali di ispirazione liberale. A maggior ragione la transizione aveva bisogno della stabilità che poteva offrire soltanto un percorso concordato. Sappiamo anche un´altra cosa: fin dal primo momento Parigi e Londra esclusero quella soluzione. Perché solo la guerra assicurava protagonismo e un lauto bottino petrolifero? No, perché Gheddafi è un criminale. Ma non lo era forse anche prima, quando la sua polizia ammazzava oppositori a dozzine? Sì, ma mai era arrivato a far bombardare le piazze, il popolo. Le prove? Le fornisce al-Jazeera, e i media occidentali le rilanciano: ma le più eclatanti sono falsificazioni. Il repertorio include immagini di cadaveri di soldati con le mani legate, "uccisi perché ammutinati". Poi rivedi il filmato e hai l´impressione che gli assassini siano i ribelli, infatti non soccorrono l´unico moribondo. Ora Amnesty indirettamente conferma: all´inizio della sollevazione gli insorti uccisero militari che avevano catturato. In futuro potremmo scoprire che messe-in-scena e rivolta furono agevolate da un sodalizio di servizi segreti. Dopotutto già negli anni Novanta i britannnici avevano provato a innescare moti in Cirenaica (Gheddafi sventò, probabilmente su soffiata dello spionaggio italiano). Una transizione concordata era la soluzione migliore non solo per la causa della libertà ma anche per gli interessi dell´Italia (...) 
 
 
Cameron e Sarkozy ricevuti in Libia da una leadership in frantumi (...) Ora la spaccatura sul campo si ripete in politica, nel momento delicato della spartizione dei poteri. Il capo religioso della fazione islamista, l’imam Ali al Salabi, per sei mesi ha compattato i ranghi dei suoi, ubiquo sul fronte e anche nelle retrovie in Qatar. Due giorni fa ha  lanciato un attacco mortale al primo ministro di fatto del Consiglio, Mustafa Abdul Jalil: “Lui e i suoi alleati sono secolaristi estremisti che cercano soltanto di arricchirsi con il più grande affare della loro vita – ha detto al Salabi in un’intervista ad al Jazeera, che in Libia è considerato il canale ufficiale del governo rivoluzionario – vogliono guidare il paese in una nuova era di tirannia e dittatura e potrebbero essere peggio di Gheddafi”. Il predicatore e leader politico è amico da 25 anni di Abdelhakim Belhaj, il controverso leader della Brigata Tripoli, quella degli islamisti, che si è quasi materializzata dal nulla a ovest della capitale nei giorni precedenti l’attacco finale. Si dice che il creatore della brigata, o almeno il grande finanziatore, sia il Qatar. 
L’apparizione sulla scena di Belhaj ha scatenato nevrosi sui media. C’è chi ricorda il suo passato nei campi d’addestramento in Afghanistan e anche, ma non è confermato, vicino al diavolo in persona, Abu Musab al Zarqawi, durante la guerra in Iraq. (...).

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permalink | inviato da franzmaria il 20/9/2011 alle 0:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La Guerra Rimossa
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 7 luglio 2011


Poche righe per presentare Marta Dassù (laStampa del 5 luglio) e un articolo de Linkiesta per riflettere sulla sempre più assurda - e sempre più rimossa - guerra in Libia. Guerra per che cosa? Per quale scopo? Fin dall'inizio della sciagurata missione questa domanda è rimasta inevasa.

Si è già scritto fin dalle prime ore dell'intervento: dire che si combatteva "per i civili" era (ed è) pura retorica, in mancanza di in una strategia, di un orizzonte politico più ampio, e se non si accettava l'ipotesi - mai presa in considerazione, in realtà - di fare una guerra sul terreno.

La Dassù scrive:"(...) I Paesi che hanno deciso di intervenire, giusto o sbagliato che fosse, hanno ormai tutto l’interesse a non dare l’impressione di cedere (...)". Può darsi che in questo senso abbia ragione Rasmussen, che dice essere vicino il "game over" definitivo, ma in realtà, a mio modestissimo avviso, ormai è evidente a tutti (anche a Gheddafi, ovviamente) che i paesi occidentali vogliono chiudere la partita al più presto (anche per motivi economici, come si è già detto da queste parti, e come dimostra la riunione odierna del nostro Consiglio supremo di difesa, al di là delle dichiarazioni ufficiali), ed è inutile fare i gendarmi invincibili quando è praticamente impossibile chiudere la partita a proprio favore. 

Inutile fingere, dunque: se possiamo fare qualcosa, lo dobbiamo fare subito; e l'Italia in testa - con la collaborazione del Vaticano, magari - può. E dunque deve.

Francesco Maria Mariotti


Sono passati più di 100 giorni dall’inizio della strana guerra di Libia: che ci stiamo dimenticando o vogliamo rimuovere. Intanto, il colonnello Gheddafi minaccia ancora da Tripoli di colpire l’Europa «le vostre case, i vostri uffici e le vostre famiglie» se i raid della Nato non cesseranno. Dichiarazioni del genere aiutano se non altro a chiarire il contesto: il Rais, colpito da un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale, abbandonato da parte dei suoi e indebolito dalle sanzioni economiche, è alla ricerca di una soluzione politica. Minaccia perché è debole non perché sia forte. Minaccia per trattare.

Da parte loro, i Paesi della Nato che partecipano alla strana guerra di Libia combattono soprattutto contro se stessi. (...) Il Colonnello sa che gli occidentali potranno essere sconfitti solo da loro stessi. Proprio per questo, è importante non dimenticare la guerra nel cortile di casa. E avere chiaro che il suo esito condizionerà la nostra sicurezza più di quanto non siamo pronti ad ammettere. Nell’immediato, una vera e propria implosione del potere di Gheddafi assomiglia a un miracolo o a una illusione. Ma se il terzo attore, il Consiglio transitorio di Bengasi, proporrà alla parte di Tripoli una condivisione credibile del potere per il «senza Gheddafi» - credibile anche perché garantita dalla coalizione internazionale - gli incentivi politici e non solo militari a liquidare il Rais aumenteranno. Se il Colonnello si persuadesse di questo, del fatto che il tempo non gioca in realtà a suo vantaggio, potrebbe anche cercare una via di uscita oggi per non perdere tutto, vita inclusa, domani.
 
Questo ragionamento sui rapporti di forza (o sulle debolezze rispettive, sarebbe forse meglio dire) porta a una conclusione rilevante, anche per la politica italiana sulla Libia. I Paesi che hanno deciso di intervenire, giusto o sbagliato che fosse, hanno ormai tutto l’interesse a non dare l’impressione di cedere, se vogliono aumentare le possibilità di una trattativa politica che ponga fine alla guerra. Dopo di che, lo indicano i piani in discussione alle Nazioni Unite, i compiti di peacekeeping passeranno a contingenti turchi, giordani, o africani.
 
Una pace comunque imperfetta non potrà includere in nessun caso la permanenza di Gheddafi al potere. Dovrà offrire un futuro alla gente della Cirenaica; ma anche rassicurare, sul proprio destino, i cittadini della Tripolitania. In assenza di queste condizioni, la spartizione violenta della Libia, con tutti i suoi rischi, diventerà inevitabile.



(...) Per abbattere Saddam ci sono voluti, dopo i bombardieri, i fanti e i carri armati, e così avrebbe dovuto essere in Libia, visto che i ribelli non possono in alcun modo essere equiparati ad un vero esercito dotato di efficace artiglieria semovente. Poiché lo sbarco di soldati occidentali in quel paese non è stato nemmeno ipotizzabile, eccoci impantanati tra le sabbia libiche senza vera speranza di sbaragliare l’esercito regolare, di stanare Gheddafi e magari di consegnarlo al Tribunale Internazionale. Per fortuna i libici si muovono da soli (evidentemente persa la speranza di ottenere un aiuto risolutivo dagli Occidentali) e stanno freneticamente trattando con il Colonnello e la sua corte al fine chiudere una volta per tutte quella che resta una vicenda interna ad una nazione sovrana.

Le Armi Ai Ribelli? Aiuto Inutile, Strategia Confusa
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 1 aprile 2011


Una guerra che non doveva neanche iniziare sta proseguendo con strani stop-and-go e continue "improvvisazioni".
 
Le recenti dichiarazioni di Obama dicono della volontà di fornire armi ai ribelli anti-Gheddafi: un errore clamoroso, oltre che il segno tangibile della dubbia volontà di fare realmente la guerra che è stata iniziata.
 
Data l'imperizia e la dubbia composizione dei gruppi di ribelli, probabilmente le armi andrebbero ad alimentare ben altri traffici.
 
Data la confusione politica - apparentemente non rimediabile - dell'alleanza, aumentare la diffusione di armi non aiuterebbe il raggiungimento dell'obiettivo, né di quello esplicito ("semplicemente" fermare Gheddafi), né di quello implicito (rovesciare Gheddafi e ridistribuire il potere materiale del controllo delle risorse libiche), e porterebbe drammaticamente più vicini al caos.
 
O l'alleanza decide di intervenire via terra, in termini extra Onu e di fatto creando un mandato euro-americano sulla Libia (nulla di scandaloso, si badi; la riscoperta dei "mandati" e dei "protettorati" non è di oggi), ma la cosa allora va esplicitata e progettata, perché i costi umani e militari sarebbero probabilmente molto alti; oppure è meglio cercare un onorevole compromesso.
 
Anche nell'intervento contro la Serbia si fermò il massacro dei kossovari, ma fummo incapaci di chiarire a noi stessi quali fossero gli obiettivi della guerra (fermare il massacro? far cadere Milosevic? rendere indipendente il Kosovo?) e si arrivò ai patti con Milosevic, che cadde solo in seguito, anche sotto la spinta di manifestazioni popolari e di elezioni.
 
Potrebbe essere così anche con un Gheddafi tenuto "sotto controllo" politicamente; sempre che i libici siano in grado di prendere in mano il loro destino: in questo nessuna alleanza e nessun Sarkozy può sostituirli.

Noi abbiamo già fatto forse troppo, e sicuramente male; tanto che le prime vittime di questa guerra sembrano essere paradossalmente la Nato e la Unione europea.
 
Ora fermiamoci.
 
Francesco Maria Mariotti

LIBIA: RASMUSSEN ESCLUDE CHE LA NATO POSSA ARMARE I RIBELLI

 (AGI) Stoccolma - Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha escluso che l'Alleanza possa armare i ribelli libici. "Siamo li' per proteggere il popolo libico, non per armare la gente", ha ricordato Rasmussen citando la risoluzione 1973 dell'Onu al termine di un incontro a Stoccolma con il premier svedese, Fredrik Reinfeldt. "Poiche' la Nato e' coinvolta, e io parlo a nome della Nato, noi ci concentreremo sul rafforzamento dell'embargo per le armi e lo scopo evidente dell'embargo e' quello di fermare il flusso di armi nel Paese", ha assicurato Rasmussen

 


 
 
 
"Questa volta è un errore" (Michael Walzer)
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 25 marzo 2011


Da una segnalazione della sempre interessante ml del Circolo Rosselli di Milanoun'intervista a Micheal Walzer su cui vale la pena riflettere

Devo dire che trovo alcuni interventi, come questo ma non solo, eccessivamente teorici rispetto a decisioni di politica estera che hanno un "qui e ora" sempre diverso; la politica estera è un ambito in cui è praticamente impossibile essere "giusti", ed è invitabile l'utilizzo non solo di "due pesi due misure", ma direi "molti" pesi e "molte" misure.

Per questo i criteri che indica Walzer sono da valutare con prudenza e su alcuni si potrebbero levare diverse e fondatissime obiezioni. Per esemplificare: è impossibile poter stilare una sorta di decalogo dell'"interventismo democratico" o "umanitario" (espressioni che trovo sempre più incongruenti, incapaci di definire qualcosa, se non forse una volontà o una speranza). 

In generale è preferibile non creare cornici teoriche troppo adattate all'oggi; la politica estera è anche e soprattutto  - e rimarrà sempre - una politica di potenza, indipendentemente dalla democraticità o meno dei suoi agenti e delle sue soluzioni.

Detto ciò, alcuni principi che Walzer enuncia sicuramente rappresentano uno stimolo importante all'analisi del concreto che oggi ci troviamo a gestire.

Francesco Maria Mariotti

(...) Eppure, in questo caso, c' era la possibilità che Gheddafi scatenasse una feroce repressione contro l' opposizione nelle città riconquistate. 

«Ecco, appunto, una repressione, non un massacro,o un genocidio. Una repressione dell' opposizione libica sarebbe stata un fatto drammatico, tragico. Ma purtroppo, non spetta alla comunità internazionale intervenire ogni volta che una rivolta democratica non raggiunge i suoi obiettivi. Altrimenti, si dovrebbe intervenire continuamente, ovunque, e questo non è politicamentee moralmente opportuno. La prima regola dell' interventismo democratico è quella di non cercare di riportare in vita un movimento di opposizione che non ce la fa a sostenere i suoi obiettivi, autonomamente, sul campo». 

Quando è invece necessario, e giusto, intervenire militarmente? Quando la guerra è "umanitaria"? 

«È facile fare alcuni esempi. Era giusto intervenire di fronte ai "campi della morte" dei Khmer Rossi in Cambogia. Era giusto intervenire in Ruanda o nel Darfur. Niente di quello che sta succedendo oggi in Libia è lontanamente comparabile a quanto accaduto in quei paesi». 

È l' entità del massacro che giustifica la "guerra umanitaria"? 

«Mettiamola così. La "guerra umanitaria" è quella che salva centinaia di migliaia di persone da morte sicura. Anche la "guerra umanitaria", sarebbe ipocrita negarlo, produce danni collaterali e mette a rischio le vite degli innocenti. Ma una guerra umanitaria ferma un massacro, e quindi salva molte più vite di quante ne mette a rischio». 

Quindi la "guerra umanitaria" è slegata da motivazioni politiche? 

«Non lo è nel caso di un movimento che metta a rischio la stabilità del mondo, come nel caso del fascismo nella Seconda guerra mondiale. Ma nel caso della Libia, Gheddafi non attaccava o minacciava nessuno, all' esterno. (...)


Un mondo senza leadership
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 marzo 2011


 
(...) La coalizione internazionale si è messa nei pasticci da sola. E’ ormai chiaro che i raids militari sono cominciati senza che fossero state chiarite questioni essenziali per la loro riuscita: dalla catena di comando agli obiettivi finali. E siccome la gente è tutt’altro che stupida, il consenso diminuisce. Non è facile restare favorevoli a un’impresa guidata da leaders che sembrano passare il tempo a combattersi politicamente a vicenda, invece di concentrarsi su Gheddafi. Dovremmo forse inventare una parola nuova per definire i governanti delle nazioni occidentali: leaders, persone che guidano - sperabilmente verso una méta sicura e migliore - non sembra la parola più adatta.
 
Nel giorno del dibattito parlamentare italiano, è importante ricordare il punto decisivo: la missione in Libia è stata decisa tardi, è cominciata male ma è interesse del nostro Paese - di tutto, non di una sua parte - che riesca. Non è il momento di fare i conti al nostro interno e non è il momento di fare i conti con la Francia, che ha deciso di bombardare in anticipo, senza coinvolgerci, una nostra fonte energetica primaria. E’ il momento di partecipare, come Italia, a una soluzione che funzioni. Perché saremmo i primi a pagare le conseguenze di un fallimento sui cieli di Libia.
 
(...) La riluttanza degli Stati Uniti ha lasciato spazio alla Francia, che è riuscita a mobilitare la missione internazionale prima dello showdown a Bengasi; ma che sbaglia quando ritiene che sue scelte unilaterali possano essere accettate a scatola chiusa dagli altri.
 
La Francia è una specie di seconda America: l’unica altra potenza democratica a concepire il proprio ruolo nel mondo come una missione universale. Peccato che il resto del mondo non la pensi così. L’alternativa alla leadership americana non può essere la guida nevrotica di Nicolas Sarkozy, dettata almeno in parte da cattivi presagi elettorali. E neanche può essere un accordo franco-inglese, che fra l’altro - anche senza bisogno di tornare a Suez - non è detto che funzioni. Non a caso anche il premier britannico David Cameron ritiene che sia meglio ricorrere alla Nato, che ha il vantaggio di meccanismi di comando integrati e sperimentati.
 
(...) Qual è il nostro interesse sul futuro della Libia? Una volta distrutto uno status quo che ci avvantaggiava (ma in modo illusorio), l’Italia deve avere chiari gli esiti politici da perseguire. Per magra consolazione, la confusione sugli obiettivi finali della missione non è solo nostra: fra una lettura stretta del mandato Onu (la protezione della popolazione civile) e una interpretazione larga dei risultati da raggiungere (la deposizione di Gheddafi), le oscillazioni prevalgono dovunque.
 
L’Italia ha interesse a evitare un esito possibile ma che sarebbe pessimo anche per noi: la spartizione della Libia, con un governo non particolarmente amico in Cirenaica (con le sue fonti energetiche) e uno decisamente nemico in Tripolitania (con i rischi di ritorsione).
 
La Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza sottolinea la difesa dell’integrità della Libia. A differenza di quanto sembra a tratti pensare il premier italiano, la deposizione di Gheddafi è diventata una delle condizioni decisive per preservarla. L’intervento non può proporsi in modo diretto un cambio di regime. Ma sarà riuscito solo se avrà aiutato la popolazione libica a darsi un altro governo.
Una Guerra Senza Orizzonte
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 18 marzo 2011


Spero di sbagliarmi, e spero ancora di più che queste righe diventino prestissimo vecchie, considerate le notizie degli ultimi minuti che dicono di un "cessate il fuoco" ordinato da Gheddafi.

Personalmente provo una grande angoscia; ho moltissimi dubbi nei confronti di una guerra che sembra iniziare senza capire per chi stiamo combattendo e per quale scopo. (Uso il noi perché, al di là dell'iniziativa anglo-francese, gli italiani potrebbero dare basi di appoggio e perché si stanno valutando le implicazioni anche in ambito NATO)  

Come già scritto in precedenza, non si può rispondere a questi interrogativi semplicemente dicendo che interveniamo  "per proteggere i civili", perché stiamo entrando in una guerra già in atto e questo significa inevitabilmente parteggiare per una fazione, non solo difendere astrattamente i deboli. 

Inoltre appare ancora forte nelle ipotesi che si stanno facendo l'illusione di risolvere "dall'alto", con la sola azione aerea, una battaglia che non può che essere decisa sul terreno.

Fare la guerra senza voler fare la guerra: il modo peggiore di combattere, perché tutte le scelte appariranno costrette e "di reazione", non rispondenti a un nostro disegno.

Fare la guerra senza un orizzonte politico: il modo peggiore di combattere, perché, quale che sia il risultato finale (che prezzo siamo disposti a pagare per vincere contro Gheddafi? attaccheremo veramente solo le infrastrutture militari?) il destino finale della Libia non è stato discusso, e non è chiaro a chi daremo in mano la Libia, se e quando Gheddafi verrà sconfitto.

L'Italia forse può agire, ma deve farlo subito, per una mediazione che dia un orizzonte a questo dramma: salvacondotto ai Gheddafi, transizione con un governo che realizzi il compromesso fra le fazioni, nascondendo dietro qualche prestanome la famiglia del rais, affinché il clan accetti di andare via pur mantenendo qualche interesse intatto. 

Sarà poco morale, e forse è già troppo tardi, ma è molto peggio combattere nel vuoto e senza le idee chiare.

Spero grandemente di sbagliarmi.

Francesco Maria Mariotti

(nota chiusa alle 15:30 di venerdì 18 marzo 2011)

 
(...)Ministro, come si comporterà la Germania? 
«La Germania non parteciperà a un intervento militare in Libia. Siamo convinti che l’alternativa a un intervento militare non sia l’inerzia, bensì pressioni politiche e sanzioni finanziarie ed economiche mirate. Su questo punto la Germania ha assunto un ruolo di guida sia in Europa che nel Consiglio di sicurezza, vogliamo portare avanti queste iniziative e inasprirle. L'obiettivo è fare in modo che il dittatore Gheddafi, che conduce una guerra contro il suo stesso popolo, non possa andare avanti. La strada è quella delle sanzioni, delle pressioni politiche, dell’isolamento internazionale. Le Nazioni Unite giocano un ruolo decisivo, ma tutto quello che va al di là di sanzioni mirate può essere preso in considerazione solo se c'è il sostegno e la partecipazione anche dei Paesi della Lega Araba». 

Cosa significa questo in concreto? 
«Che non spedirò nessun soldato tedesco in Libia. Che succede, ad esempio, se si verificano eventi nella Costa d'Avorio? Che facciamo con gli altri Paesi in cui l’opposizione è vittima di oppressioni barbariche? È spaventoso vedere le immagini che arrivano dalla Libia, l’istinto dice che uno dovrebbe intervenire ora, ma un intervento militare è solo l’inizio, è la partecipazione a una guerra civile, che può durare a lungo». 

Così rischia però di isolarsi da Francia e Gran Bretagna. 
«Siamo molto amici dei nostri partner europei, ma tuttavia non spediremo soldati tedeschi in Libia. Rispettiamo le nostre responsabilità internazionali, ad esempio in Afghanistan». 

Quindi una partecipazione della Germania è esclusa, comunque essa si configuri? 
«Lo ripeto: non partecipiamo con saldati tedeschi a una missione militare in Libia. È difficile prevederne le conseguenze sui movimenti per la libertà nell’intero mondo arabo e nordafricano e questo ci preoccupa: noi vogliamo che questi movimenti siano rafforzati e non indeboliti. Sono molto preoccupato per la situazione in altri Paesi della regione, come in Bahrein, dove credo che sia necessario un dialogo nazionale: non ci sarà una soluzione internazionale, ma solo una nazionale. Gli sviluppi nello Yemen sono molto inquietanti. Le immagini che ci arrivano dalla Libia sono sconvolgenti, ma la soluzione militare, che sembra tanto semplice, non lo è affatto, bensì è pericolosa, è piena di rischi e conseguenze. Che succede se non si riesce a bloccare l'avanzata delle truppe di terra con gli attacchi aerei? Il prossimo passo sono le truppe di terra?» (...)

Gheddafi spiazza l'Occidente (E. Bettiza)
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 14 marzo 2011



La riconquista di Brega, porta d’ingresso alla Cirenaica isolata, ultimo caposaldo degli insorti disorganizzati e allo sbaraglio, segna il decisivo punto di svolta a favore delle truppe di Gheddafi nell’avanzata verso la metà secessionista della Libia. Ogni ora che passa accresce sempre più il riconsolidamento del regime repressivo del Colonnello, dei suoi accoliti e soprattutto dei suoi figli addestrati al comando militare e alle pubbliche relazioni. Un’occhiata alla carta geografica basta a darci l’istantanea della situazione. Bengasi, roccaforte dei ribelli, è nel mirino. Dopo la caduta di Ras Lanuf, centro petrolifero da cui i ribelli intendevano lanciare un attacco simbolico contro Sirte, città natale di Gheddafi, soltanto l’intervento unanime della comunità internazionale avrebbe potuto arrestare questa riscossa implacabile del raiss.

Ma l’unanimità non c’è stata, non c’è, ed è azzardato sperare che ci sarà nei prossimi giorni. Lo stesso concetto di «comunità internazionale» si sta rivelando vacuo e quasi sinonimo del nulla di fatto. Quelli che davano per certa o imminente la fine della dittatura libica, a cominciare dal presidente Obama, dovranno rivedere il loro affrettato pronostico e fare i conti, come ai tempi di Miloševic e del Kosovo, con la paralisi dell’Onu e l’inusitata tenuta di potere di un dittatore spietato e caparbio. (...)

Già il figlio più politicizzato del raiss, Saìf al Islam, in una recente intervista al «Corriere della Sera» ha evocato la possibilità di un’opzione energetica in favore dei cinesi, minacciando gravi ritorsioni contro governanti e investitori italiani accusati di «tradimento» e «complicità con i terroristi cirenaici». Minacce mirate che, assieme a quella di sommergere la Penisola con migliaia di fuggiaschi africani, non si dovrebbero prendere tanto alla leggera. Un Muammar Gheddafi condannato come criminale in Occidente ma inaspettatamente resuscitato, grazie ai veti di Pechino e di Mosca, alla sommità di tonnellate d’oro nero porrà grossi e tremendi quesiti all’Italia e all’Europa nel suo insieme. Come ha scritto sul «Foglio» Carlo Panella, correremo il rischio di avere alle porte di casa uno «Stato pirata» governato da «un imprenditore del terrorismo».

Si capisce meglio, anche se duole capirlo, la prudenza con cui i governi di Roma e di Berlino hanno cercato di trattare, fin dall’inizio, una crisi che non definirei «rivoluzionaria» ma, piuttosto, un condensato spontaneo di collere tribali contro una tirannide tribale e personale insieme. Il tutto, com’era in parte prevedibile, non poteva che insabbiarsi in una rivolta disperata e abbandonata a se stessa. Una rivolta non ad armi pari. Il clan di potere che, aggredito, sembrava destinato al collasso corre invece armatissimo verso Bengasi e Tobruk alla riconquista del tempo e dello spazio perduto. Nelle prossime ore comprenderemo se i giochi resteranno aperti o se si sono già chiusi.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8503&ID_sezione=&sezione= 

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permalink | inviato da franzmaria il 14/3/2011 alle 22:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Per ora vince Gheddafi? - 2
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 8 marzo 2011



(...) I ribelli chiedono con crescente insistenza che la comunità internazionale intervenga per porre fine a una repressione che il prolungarsi della guerra civile rende sempre più violenta, mentre parimenti fa aumentare il nostro disagio di assistere inermi a quanto avviene. Eppure, proprio mentre Gheddafi accentuava la sua pressione sugli insorti, scemavano rapidamente le prospettive di un intervento militare occidentale diretto almeno a impedire l’impiego dei bombardieri contro la popolazione civile. Le ragioni tecniche e legali che rendono estremamente complicata l’attuazione di una no fly zone sui cieli della Libia sono state ampiamente spiegate in questi giorni. Sembra però opportuno sottolineare che proprio la capacità di resistenza mostrata dal colonnello modifica il quadro complessivo e rende l’ipotesi di intervento militare esterno ancora più implausibile. Non solo perché questo andrebbe incontro a difficoltà maggiori o a un numero di perdite prevedibilmente più alto. Ma per un fatto squisitamente politico.

Sino a pochi giorni fa un intervento militare esterno sarebbe stato un modo per accelerare un destino segnato, allo scopo di limitare il sacrificio di vite umane. Si sarebbe cioè configurato come un intervento umanitario un po’ più «muscolare», una sorta di operazione «Restore Hope» (Somalia 1991), auspicabilmente di maggior successo. Oggi il medesimo intervento avrebbe il senso di far pendere la bilancia a favore di una parte contro un’altra in una situazione di guerra civile ancora molto fluida e dall’esito incerto. Sarebbe un intervento dal chiaro significato politico: ben più arduo da accettare non solo per Cina e Russia, ma anche per molti Paesi arabi e africani. Guadagnando tempo, resistendo, Gheddafi sa così di rendere molto più difficile che lo sdegno occidentale possa produrre ciò che in cuor suo più teme, l’escalation (anche militare) dell’internazionalizzazione della crisi.


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permalink | inviato da franzmaria il 8/3/2011 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Per ora vince Gheddafi?
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 8 marzo 2011


Ma per ora vince il raiss, di Lucia Annunziata, laStampa, 8 marzo 2011

(...) La Casa Bianca, per bocca del capo dello staff William Daley, ha però fatto subito piazza pulita di queste intemperanze, facendo presente la difficoltà a mettere in atto una no fly zone su una nazione vasta come la Libia, armata di moderne difese antiaeree di fabbricazione russa. «Tanti parlano di no fly zone - ha detto Daley con un certo sprezzo - come se si trattasse di un videogame», frase che in giornata ha ripreso, e non a caso, il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini. Ugualmente sprezzante nei confronti di ogni ipotesi militare è stato l’uomo che, eventualmente, avrebbe nelle sue mani proprio la gestione di un intervento di tal genere, il segretario alla Difesa Robert Gates, definendole «chiacchiere». Un Paese vasto come l’Alaska, ha detto Gates, trovando la perfetta immagine per chiarire le dimensioni di una impresa armata, non può che iniziare con attacchi aerei e finire con una operazione di vaste proporzioni. Il termine va tradotto con «invasione di terra».

In ogni caso, e qualunque fossero i piani di guerra, non ci sarebbe mai un appoggio internazionale sufficiente a far approvare all’Onu un mandato. Mancano all’appello i membri chiave del Consiglio, come la Russia (ieri lo ha detto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov) e la Cina, e mancano potenze regionali come il Brasile. Così come in Medioriente mancherebbe l’appoggio della Lega Araba che già si è schierata contro ogni intervento occidentale.

L’Italia, già riluttante nemica di Gheddafi, ha ancora meno dubbi sul che fare: «Mi pare di sentir parlare di interventi militari e credo che sarebbe un errore molto grave», ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Quello che rimane sul tavolo, dunque, sono le solite strade - un piano Marshall, che è la parola magica che si evoca quando non si sa cosa dire, oppure la via diplomatica dei contatti con l’opposizione, o ancora un massiccio invio di mezzi per aiutare la popolazione delle zone liberate o i profughi. Misure necessarie, ma tutte di contorno rispetto al problema che si è creato ormai in Libia: cioè che il colonnello Gheddafi non appare vicino, e forse nemmeno lontano, a cadere.

Giorno dopo giorno, i combattimenti stanno svelando la assoluta improvvisazione con cui i ribelli hanno avviato la loro rivolta. Ma se la buona fede con cui si sono avviati in una vicenda che oggi appare forse più grande delle loro forze è spiegabile con il contesto generale con cui si sono mossi, la sorpresa della resistenza messa in atto dal Colonnello parla anche della esilità delle nostre conoscenze dei rapporti di forza, della situazione sul terreno, e della struttura di potere nella Libia di Gheddafi.(...)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8480&ID_sezione=&sezione=

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permalink | inviato da franzmaria il 8/3/2011 alle 23:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Marta Dassù, Il pericolo è un altro Kosovo
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 4 marzo 2011


Segnalo l'articolo di Marta Dassù comparso sulla Stampa di giovedì 3 marzo (i grassetti nel brano che riporto sono miei).
Le preoccupazioni sono le medesime di cui ho parlato pochi giorni fa (potete leggere il post poco più sotto): siamo consapevoli dei costi di un'operazione in Libia? Siamo in grado di gestire tutte le conseguenze di una posizione "interventista"?
 
Di seguito anche i link di altri interventi sulla situazione in NordAfrica.
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Uno stallo del genere, con tutti i pericoli che si porta dietro, era prevedibile. Il comportamento di Gheddafi non è poi molto diverso da quello di Milosevic, altro dittatore amico dell’Italia e che alla fine (1999) abbiamo bombardato, assieme agli impianti di Telecom a Belgrado. Il punto è che la gestione internazionale della crisi libica rischia di entrare in una spirale molto simile: dalle sanzioni economiche ai corridoi umanitari, fino ai bombardamenti militari. Siamo preparati a un esito del genere? La sensazione, guardando agli interventi occidentali degli ultimi due decenni, è che questo tipo di guerre moderne nascano appunto così: come guerre non dichiarate e forse neanche volute, ma che diventano inevitabili come ultimo anello di una catena di azioni-reazioni. Quale Paese in prima linea, molto più esposto di altri, l’Italia ha interesse a evitare che la risposta internazionale alla crisi libica ricalchi le stesse dinamiche. Perchél’esito sarebbe già scritto: finiremo per bombardare Tripoli.

Se americani ed europei decidessero di colpire sedi e strumenti del potere di Gheddafi, come si comincia a chiedere da Bengasi, le implicazioni sarebbero almeno tre. Primo: diventeremmo alleati di una parte in conflitto, così come lo diventammo a suo tempo dei guerriglieri kosovari-albanesi. E’ una scelta politica che siamo intenzionati a compiere? Non è facile rispondere, anche perché non è chiaro, in realtà, come sia composta la galassia assai frammentata dell’opposizione cirenaica. Secondo: l’appoggio cinese e russo alla prima risoluzione dell’Onu è stato essenziale; ma è escluso che Pechino (e forse Mosca) possano votare a favore di un’azione militare, che sarebbe quindi essenzialmente americana ed europea. Dopo aver bombardato, gli occidentali sarebbero comunque oggetto del risentimento della popolazione locale: la gratitudine dei popoli liberati è merce rara.

Terzo: l’uso della forza nei conflitti interni agli Stati non si esaurisce con il primo intervento. Crea anzi le premesse di una lunga presenza, militare e politica, trasformando nei fatti la «responsabilità di proteggere» - ossia un intervento motivato da ragioni umanitarie - in un semi-protettorato. A dodici anni dall’intervento in Kosovo siamo sempre lì, con i nostri soldati e i nostri soldi. E’ un onere che l’Italia e l’Europa sono pronte ad assumersi, in Libia? (...) 

 
 
 

 
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