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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Trichet Presidente d'Europa per una fase Costituente
post pubblicato in Focus Europe, il 7 settembre 2011


Con l'attentato in India a pochi giorni dall'anniversario dell'11 settembre il terrorismo dimostra di avere l'occhio lungo, colpendo una delle nazioni protagoniste del futuro. 
Come scrive Gordon Brown, anche l'India deve essere coinvolta nella "grande contrattazione globale" che dovrebbe spingere le potenze emergenti a coordinarsi con Europa e USA per portare a soluzione la crisi globale. 

L'Europa deve comunque parlare con una voce sola: Barroso è espressione del concerto degli Stati, Draghi prenderà il ruolo "tecnocratico" (in realtà fortemente politico, ma comunque svincolato dalla ricerca di consenso, come è bene che sia) di Presidente della BCE. Si deve però cercare di "far vedere" al mondo una voce europea politicamente autonoma, che sia eletta dal Parlamento europeo con un mandato limitato per guidare il continente verso una nuova fase costituente

Trichet potrebbe essere il candidato migliore, dopo che avrà passato il testimone a Draghi: è stato lui il primo a fare una delle proposte più interessanti per l'Europa del futuro, un Ministro europeo delle Finanze.
 
Ma al di là dei nomi: oggi è ancora fondamentale che le figure di riferimento dell'Europa siano "tecnici - politici" capaci di "resistere" alle tentazioni della popolarità, e soprattutto del populismo; un giorno forse - superata questa tempesta - potremo votare direttamente il vertice europeo, confrontando proposte politiche alternative. 

Ma è un giorno ancora lontano.

Francesco Maria Mariotti

(...) Dobbiamo innanzitutto rilanciare la visione di cooperazione globale contenuta nel patto sulla crescita del G-20. Serve però un programma più ampio: la Cina dovrebbe concordare di aumentare la spesa delle famiglie e le importazioni dei consumi; l'India dovrebbe aprire i propri mercati in modo tale da garantire ai propri poveri l'accesso alle importazioni a basso costo; e l'Europa e l'America devono rilanciare la competitività con l'obiettivo di aumentare le importazioni. Nel 2009 il G-20 è stato inflessibile sulla necessità di un nuovo regime finanziario globale per la futura stabilità. Il problema è già sotto gli occhi di tutti. Le passività del settore bancario dell'Europa sono quasi cinque volte superiori a quelle degli Usa. Le banche tedesche hanno una leva finanziaria che è 32 volte superiore al patrimonio netto. Ai fini della stabilità finanziaria non serve quindi solo la ricapitalizzazione delle banche, ma anche una riforma dell'euro, fondata sul coordinamento delle politiche fiscali e monetarie e su un maggiore ruolo della Bce, in veste di prestatore di ultima istanza, nel sostenere i singoli Governi (non le singole banche). Il G-20 non raggiungerà crescita e stabilità senza concentrarsi su una riduzione del debito a lungo termine. Ma esiste anche un imperativo nel breve periodo, ossia evitare una spirale negativa. (...) L'accordo sulla crescita del G-20 deve essere anche un accordo sull'occupazione.(...)

Alla fine del 1930, il presidente Hoover aveva capito che la posizione debitoria della Germania stava per diventare insostenibile per la perdita di fiducia dei mercati nella capacità dei creditori (privati) tedeschi di ripagare l'enorme debito estero. Al presidente era perfettamente chiaro che, per salvare non solo la Germania ma l'intera Europa e gli stessi Stati Uniti da una crisi senza precedenti, erano necessari prestiti pubblici (in sostituzione del credito privato) e la sospensione delle riparazioni di guerra imposte ai tedeschi dal Trattato di Versailles. Ai collaboratori che gli chiedevano perché non prendesse subito l'iniziativa, Hoover rispondeva che era necessario che la situazione si deteriorasse ulteriormente perché si creassero le "condizioni politiche" per un intervento a favore della Germania. Sappiamo come andò. Nell'estate 1931, alla caduta dei redditi e dell'occupazione si aggiunse una crisi bancaria senza precedenti catalizzata dal ritiro dei capitali stranieri dalle banche tedesche. Solo allora l'opinione pubblica e le cancellerie compresero che la crisi avrebbe travolto non solo la Germania, ma l'intera economia mondiale e si crearono le "condizioni politiche" che resero possibile l'iniziativa di Hoover per una moratoria delle rate del debito di guerra tedesco. Questa giusta iniziativa arrivò fuori tempo massimo. (...) 

Speciale

(...) La conclusione è semplice: la Cina ha visto nell’11 settembre una finestra di opportunità strategica. Di cui cogliere i vantaggi. A sei mesi dall’attacco di al Qaeda, la Cina entrava senza problemi nel WTO: la globalizzazione “made in China” era cominciata. Sul piano interno, Pechino ha utilizzato la minaccia qaedista per combattere con durezza il proprio “terrorismo”, il separatismo uiguro nello Xinjiang. (...) per la leadership comunista capitalista cinese un’America indebolita poteva essere un vantaggio; un’America troppo debole non lo è. Questa è tutta la differenza, in effetti, fra il settembre 2001 e il settembre 2008: quando, con la crisi finanziaria e le sue conseguenze, la Cina si è trovata esposta ai guai dei suoi vecchi “maestri” occidentali.
Il rischio, visto da Pechino, è che l’era post-americana arrivi troppo in fretta, costringendo una leadership ancora riluttante ad assumersi una quota di oneri globali, con i costi e le responsabilità che ne derivano.(...)
Scrivi Kashmir, leggi Europa?
post pubblicato in Focus Europe, il 15 settembre 2010


E' sempre rischioso connettere eventi diversi e scenari politici distanti, ma la globalizzazione ci costringe all'"imprudenza" di una narrazione sintetica e terribilmente semplificatoria.
 
L'Occidente e l'Islam (è già utilizziamo due concetti troppo vasti, quasi "falsi" nella loro presunta omnicomprensività) sembrano essersi "fronteggiati" nei giorni scorsi su varie piazze del mondo: dagli Usa dei Corani da bruciare alla sfida costituzionale interna alla Turchia che guarda con ambiguità all'Europa, fino al Kashmir, dove i fondamentalisti musulmani usano il pretesto  - perché tale è - del pastore Jones per un nuovo attacco alle altre religioni presenti su quel territorio, in particolare ai cristiani. 
 
Pur rigettando la retorica dello "scontro di civiltà", dobbiamo porci il problema del futuro delle società liberali in questo "incontro conflittuale". Di questo parlano - negli articoli che propongo alla vostra riflessione - Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, e padre Gheddo.
 
Il problema non è ovviamente religioso: infatti il cristiano (per dire della fede di cui - forse - posso un po' rispondere personalmente) sa che sarà presto minoranza (anzi lo è già), e non ne ha paura; ma è un problema laicissimo e tutto politico - indipendentemente da qualsiasi identità culturale - capire come preservare gli spazi pubblici da tutti i fondamentalismi; e decidere di non arrendersi alla subdola autocensura dettata dalla paura e da un'errata concezione del rispetto delle identità altre.
 
Per dirla in breve: nel confrontarci con il complesso e variegato mondo islamico che è presente anche fra noi, non so se ci sia necessità di proibire come in Francia il velo integrale, ma certo non possiamo farci imporre un bavaglio.
 
Francesco Maria Mariotti
 
*****
 
NB: i grassetti dei brani che seguono sono miei
 
(...) La «prevedibilità» della violenza scatenata in India contro cristiani colpevoli solo di essere tali, non toglie niente alla sua inaccettabilità e pretestuosità. È solo l’ennesima manifestazione della dilagante e crescente intolleranza nell’Islam, una vera e propria malattia che sta soffocando le società dove l’Islam è religione maggioritaria, e che rischia di restringere gli spazi di libertà anche nelle nostre società. Che siano le vignette danesi, le provocazioni di un idiota o più sofisticate polemiche culturali, quando un qualunque imam leva la voce per scatenare la violenza è sicuro di trovare seguito e, troppo spesso, anche la connivenza delle autorità (basti pensare ai cristiani impiccati in Pakistan per blasfemia dopo «regolare processo»). Come ha sottolineato ieri Angelo Panebianco con l’abituale franchezza sul Corriere, «la “loro” malattia dovrebbe essere, ma non è, il nostro primo argomento di discussione».(...) I reverendi Jones dell'Islam, V.E.Parsi sulla Stampa
 
(...) La crescita della presenza islamica è un fatto irreversibile. Ma non è stata scritta la parola definitiva su quali rapporti si affermeranno fra musulmani e società europee. Nascerà, come si spera, un Islam «europeo», ove religione e piena accettazione dei princìpi occidentali di convivenza civile riusciranno a convivere? Oppure, prevarranno il rifiuto, la separazione e il conflitto? L’esito dipenderà, almeno in parte, dalle scelte degli europei: dalla loro capacità di valorizzare il ruolo dei leader non fondamentalisti, a scapito dei fondamentalisti, delle comunità musulmane, e dalle regole di convivenza che riusciranno a varare e a fare rispettare. E dipenderà anche dal loro impegno nel fronteggiare la sfida militare del radicalismo islamico nei molti luoghi in cui si manifesta. Poiché si ha a che fare con un sistema di vasi comunicanti, se il radicalismo islamico dovesse collezionare sconfitte nei vari angoli del mondo, ciò avrebbe effetti positivi sugli orientamenti prevalenti nelle comunità musulmane europee (fra i giovani, soprattutto). Così come effetti di segno contrario, negativi, avrebbero le vittorie del radicalismo islamico. Bisognerebbe però sbarazzarsi della tesi minimalista che molti hanno adottato in Occidente (e che contribuisce a spiegare, ad esempio, il tiepido appoggio europeo all’impegno Nato in Afghanistan): la tesi secondo la quale una minaccia globale non esiste, essendo i vari conflitti in cui opera il radicalismo islamico figli solo di circostanze e situazioni locali. (...) dal Corriere della Sera: Gli occhi chiusi dell'Occidente, di A.Panebianco
 
(...) Ironicamente i due stati rivali, nati dall’India imperiale britannica, concordano sul fatto che il Kashmir non debba essere indipendente, la soluzione che sembra invece preferire la sua popolazione. Il governo di Manmohan Singh che sta guidando l’elefante indiano sulla strada (ancora lunga) della superpotenza globale, ha tutto sommato trascurato il problema kashmiro, sperando forse di relegarlo in una dimensione locale. Ma il Kashmir è per certi aspetti una piccola Palestina, più esotica e meno dirompente certo, ma un fuoco che si autoalimenta, una tragedia di cui non si scorge la fine (...) 
 
(...) Va però registrato che da diversi anni, nella lotta per l’autonomia del Kashmir si sono infiltrati gruppi di musulmani radicali, sottomettendola a un progetto di stampo fondamentalista e legato alle lotte iraniane e medio-orientali. Ieri nelle manifestazioni si lanciavano slogan anti-indiani, ma anche anti-Usa e anti-Israele: un fatto, questo, alquanto nuovo nel panorama politico indiano. Il tentativo di islamizzare il Kashmir, eliminando le altre minoranze – sikh, indù e cristiane – è sempre più forte. (...)  da AsiaNews: I frutti di “Brucia il Corano”: scuola cattolica bruciata, due scuole protestanti nel mirino
 
(...) Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”.(...)
Un piccolo villaggio in India...
post pubblicato in Comunità, il 31 luglio 2010


 
Verrebbe spontaneo, come un moto del cuore, "tifare per gli avi" e per il villaggio degli adivasi, ma non pare possibile, anche perché questo villaggio vive - par di capire - grazie al fatto che il loro riso ha un prezzo protetto dal governo, situazione alla lunga difficile da conservare. 

Eppure questa storia è bella, per il fatto che vi troviamo un po' tutti gli elementi del conflitto che abbiamo vissuto e viviamo anche noi, di fronte allo svolgersi della modernità, nella sua potenza distruttrice e creatrice al tempo stesso. 

Dobbiamo sapere, anche se è difficile crederlo, che Dio ci proteggerà anche quando abbatteremo il Suo tempio per mettere a frutto la terra che ci ha affidato. 
Purché non dimentichiamo "gli avi", l'eterno in noi, che è anche però - e soprattutto - futuro, Terra promessa, non idolatrato presente.

Per questo è bene il progresso, anche distruttivo, ma è "necessaria" la conservazione che vi si oppone; per ricordare che ogni lavoro viene dal nulla di Dio e va verso il tutto di Dio, per portare a Lui il frutto (che deve esserci, anche se può apparire spesso come "spreco"). 

Prima ancora di qualsiasi riforma del lavoro, è bene ricordare questo.
Altrimenti ogni padrone di lavoro - anche quando siamo noi stessi a noi - sarà anche Faraone della nostra anima.

Francesco Maria Mariotti

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India - La strage di Mumbai e la questione del Kashmir
post pubblicato in Diario, il 1 dicembre 2008


da AffarInternazionali - 01/12/2008

di Eva Pföstl - direttore di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”
 
Tra le informazioni lasciate filtrare dalla polizia indiana (ma ancora incontrollate) c’è quella che il terrorista arrestato a Mumbai, nel corso della recente strage, sarebbe stato addestrato dal Laskar-e-taiba, formazione militare terroristica vicina ad al-Qaida, con il suo centro operativo nel Kashmir pachistano. Benché questo gruppo condivida con altri movimenti “jiahdisti” l’obiettivo strategico di instaurare un governo religioso fondamentalista in Pakistan, la sua particolarità è quella di essere anche legato alla guerriglia anti-indiana nella regione contesa del Kashmir.

Banco di prova per Usa e Ue
Avviene così che la strage di Mumbai finisca per porre all’Unione europea, a Obama e al suo futuro segretario di Stato Hillary Clinton una priorità che il consigliere del neo presidente per le politiche di sicurezza nel sud-est asiatico, Bruce Ridel, aveva già individuato: disinnescare la questione del Kashmir e con essa quella dei rapporti tra musulmani e induisti in una regione strategicamente vitale.

Sotto il profilo giuridico e politico il conflitto del Kashmir – occorre aggiungere lo Jammu, regione gemella del Kashmir indiano, perché oramai pienamente coinvolta nella guerriglia - è uno dei più complicati. Dal 1947 a oggi sono all'incirca quaranta le proposte ufficialmente avanzate per uscire dal pantano del Kashmir, ma nessuna ha ottenuto il consenso di tutte le parti in causa. (... continua sul sito AffarInternazionali)


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La strana disfatta
post pubblicato in Idee, il 30 novembre 2008


di Barbara Spinelli - La Stampa - 30/11/2008 
 
È importante ascoltare quello che dicono gli indiani, quando si parla degli attentati di mercoledì a Mumbai (ex Bombay). Quel che essi vivono è un 11 settembre: un bivio egualmente costernante.

Uno scoprirsi massimamente potenti, e massimamente vulnerabili. Così è per scrittori come Amit Chaudhuri o Suketu Mehta, autore di Maximum City. Così per Amartya Sen. Meno perentori degli occidentali, essi vedono mali interni e esterni al tempo stesso. Mali interni perché la modernizzazione (l’India incredibile della pubblicità bellissima che appare a intervalli regolari sulla Bbc) suscita rancori non illegittimi nelle minoranze musulmane, e arroganti estremismi negli indù. Mali esterni perché i terroristi s’addestrano spesso in Pakistan, nutrendosi d’un conflitto tra India e Pakistan che non scema. Secondo Sen urge affrontare ambedue le cause, ma non con i mezzi del 2001: il premio Nobel dell’economia non parla di guerre e civiltà. Dice che «la priorità è ristabilire l’ordine e la pace, per evitare effetti negativi sullo sviluppo economico» indiano.

La prova somiglia all’11 settembre, ma i dubbi sulla risposta crescono. La via americana ed europea non ha curato i mali, ma li ha acutizzati. Non ha portato ordine in Asia centrale e meridionale, ma esasperato discordie locali. Soprattutto ha banalizzato la guerra, ovunque: quando la superpotenza l’adopera come una delle tante opzioni e non come l’ultima, tutti precipitano nella rivalità mimetica. Così fa il Pakistan, per proteggersi dall’India e dalla sua influenza sull’Afghanistan. Così l’Iran, per evitare attacchi Usa a partire da Kabul. Così l’India, che sospetta connivenze tra Pakistan e terroristi. Nei servizi inglesi sta facendosi strada l’idea che la parola stessa - guerra - sia stata rovinosa. Ha nobilitato criminali comuni, tramutandoli in belligeranti. Ha strappato le radici ai conflitti riducendoli a uno scontro planetario tra società del terrore e del consenso, scontro teorizzato da Philip Bobbit e criticato da David Cole sulla New York Review of Books: come se il terrore fosse un valore attraente, paragonabile al comunismo nel XX secolo. Nell’ottobre scorso, sul Guardian, Stella Rimington, ex direttore dei servizi interni inglesi, ha detto: «Spero che il futuro presidente Usa smetta di parlare di guerra al terrore». La reazione all’11 settembre fu sproporzionata, l’erosione delle libertà civili «non necessaria, controproducente»: la guerra «fu un errore perché fece credere che il terrorismo potesse esser debellato con le armi».

Le maggiori sconfitte son quelle che capitano quando si combattono guerre con i manuali di ieri: lo storico Marc Bloch pensò questo, quando Hitler sgominò la Francia, e nel ’40 parlò di Strana Disfatta. Anche quella occidentale è una strana disfatta. Due guerre son state condotte come se il problema fosse tutto nell’ideologia di Al Qaeda. Come se all’origine del male non ci fossero modernizzazioni instabili in Asia, diseguaglianze detestate, conflitti regionali incancreniti.

La guerra può esser necessaria ma è cieca alla geografia, alla storia, ammantata com’è d’ideologia. Mette bandierine su mappamondi che non guarda. Se il Pakistan è divenuto luogo d’addestramento terrorista, è perché in quel Paese ci sono malattie sistematicamente trascurate. Categorie semplificatrici come guerra e terrorismo impediscono di vedere il lento divenire d’un Paese, incitano a usare le lenti del giornalista, che della storia vede solo la coda. Anche le guerre contro il terrore sono bolle: la realtà è ignorata, al suo posto se ne costruisce una immaginaria, utile a scopi mai raggiunti.

Non ha senso guerreggiare ancora in Afghanistan se non s’impara a guardare la geografia degli attori. Ai confini afghani: Asia centrale a Nord, Iran a Ovest, Pakistan a Sud-Est, Cina a Est. Ai confini indiani: Pakistan a Ovest, Cina e Myanmar a Est. Ai confini pachistani: Iran e Afghanistan a Ovest, Cina a Nord, India a Est. Le dispute, cruente, risalgono all’epoca coloniale britannica, quando tribù e popoli erano usati come cuscinetti, pedine. Questo fu, nell’800, il Grande Gioco anglo-russo sulla pelle afghana, indiana. Il Gioco mortificante continua.

Il Pakistan è nazione cruciale e invelenita, da decenni. La guerra afghana ha solo spostato il terrorismo, spingendolo nei covi pachistani da cui era partito durante l’occupazione sovietica, con l’aiuto Usa. Un’intera regione pachistana è governata da talebani, al confine afghano (le Aree Tribali amministrate federalmente, Fata). Insorti e terroristi prosperano con l’appoggio di parte dei servizi pachistani, e Islamabad fatica a monopolizzare la violenza perché di queste mafie teme di aver bisogno. Ha bisogno delle Aree Tribali per controllare l’Afghanistan, dei talebani per frenare quella che percepisce come minaccia indiana. Non bisogna dimenticare che Musharraf fiancheggiò Bush per combattere non i talebani, ma l’India: lo disse il 19 settembre 2001. Zardari, suo successore, tenta coraggiosamente il riavvicinamento all’India e il controllo dei servizi. Sarebbe disastroso considerarlo già ora un vinto.

Il Pakistan si sente in una tenaglia, minacciato di smembramento, e questo spiega tante sue debolezze. L’alleanza India-Afghanistan, la nuova complicità (anche nucleare) indo-americana: sono segni infausti per una potenza nucleare tuttora trattata come paria. C’è poi la Cina, che investe sempre più in Afghanistan. Sette anni sono infine passati dalla guerra, e la questione pachistana decisiva ancora non è stata affrontata. È la questione dei confini, sia con l’Afghanistan sia con l’India: a tutt’oggi scandalosamente indefiniti. Kabul contesta la linea Durand al confine col Pakistan, perpetuando il bisogno pachistano, lungo tale linea, di una zona pashtun super-armata anche se ribelle. Con l’India la frontiera è indistinta, senza accordo sul Kashmir. Ordine e pace presuppongono frontiere certe: l’Europa lo insegna. Il loro venir meno è un progresso, quando ex nemici stringono un’unione. Quando essa non c’è le frontiere indefinite si spostano nelle menti, divenendo mortifere.

La strana sconfitta nelle guerre anti-terrore rivaluterà forse gli esperti, a scapito degli ideologi. In un saggio su Foreign Affairs, due grandi esperti come Barnett Rubin e Ahmed Rashid indicano vie molto concrete, consistenti in negoziati diplomatici multipli e iniziative contro corrente. Il fatto che non comincino acutizza il sospetto diffuso che l’Occidente voglia guerre infinite, per controllare le risorse d’Asia centrale e contrastare la Cina. La vera lotta al terrorismo, per Rubin e Rashid, comincerà il giorno in cui si accetterà di distinguere fra breve e lungo termine, e tra combattenti e terroristi. Al Qaeda non è un’onnipotenza: vive perché gli insorti non hanno sbocco (Al Qaeda «è un’ispirazione, non un’organizzazione», scrive Bernardo Valli su la Repubblica). Con i talebani è ora di negoziare, per sconnetterli dal terrore. Alcuni loro leader hanno fatto capire che se le truppe Nato se ne vanno, s’impegneranno a non attaccare l’Occidente.

Un impegno bellico accresciuto in Afghanistan è pericoloso, senza questa rivoluzione diplomatica. Così com’è pericolosa l’idea di Robert Gates, segretario alla Difesa, secondo cui Kabul deve avere un esercito di 204 mila uomini - soldati e poliziotti - prima di un disimpegno Usa. Non solo l’Afghanistan non potrà pagarselo (Rubin e Rashid spiegano come il costo di simile forza, 3,5 miliardi di dollari, sia proibitivo anche se Kabul avesse una crescita annua del 9 per cento), ma la guerra continuerà a esser l’unica sua risorsa, e l’unica risorsa della regione intera. È questa spirale che alimenta i terrorismi, locali e mondiali. Non vederlo è suicida da parte dell’India, dell’Afghanistan, degli occidentali. Alimenta i peggiori sospetti sulle loro e le nostre intenzioni. 

INDIA SOTTO ATTACCO
post pubblicato in Diario, il 27 novembre 2008


Il braccio in India, la mente nell'ombra, di CLAUDIO GALLO, la Stampa, 27 novembre 2008

Mumbai, la vecchia Bombay dei portoghesi e dei britannici, è tornata a calcarsi in testa l’elmetto dell’emergenza terrorismo dopo poco più di due anni dai sanguinosi attacchi ai treni dell’11 luglio del 2006. La città deliziosamente indolente dove Rushdie ambientò i «Figli della Mezzanotte», diventata capitale della finanza nell’India della bomba atomica e dei voli lunari, è di nuovo in ginocchio per un attacco terroristico. Soltanto sei settimane fa un’ondata di attentati nei mercati più popolosi di Delhi aveva provocato venti morti.

Il terrorismo islamico è da subito l’imputato ma è una definizione che spiega molto poco perché è soltanto una cornice generale. Certo, ad alcune televisioni indiane è arrivata via e-mail la rivendicazione del gruppo di fuoco «Guru-Al Hindi», che farebbe parte dei «mujaheddin del Deccan», un gruppo sconosciuto che non dice nulla. Anche la motivazione dell’attacco, la volontà di vendicare i soprusi della polizia indiana sui musulmani di Mumbai, sembra inconsistente di fronte all’ampiezza e alla dimensione militare dell’attacco. A questo punto, poche ore dopo un grande attentato, spunta immancabilmente il nome di Lashkar-i-Toiba, l’«Esercito dei puri», l’organizzazione terroristica islamista, nata in Afghanistan nel 1991, che si è fatta un nome soprattutto nella guerra sporca per il Kashmir, dove dal 1993 si è distinta per l’efficenza militare e la crudeltà degli attacchi contro i civili non musulmani. Il gruppo ha firmato i principali attentati degli scorsi anni in India, dall’attacco al parlamento di Delhi del 2001 agli attentati di Mumbai due anni fa.

Lashkar-i-Toiba, nella liste delle organizzazioni terroriste del Dipartimento di Stato americano, considera hindu ed ebrei nemici da distruggere. Il quartier generale del gruppo è a Lahore, in Pakistan, dove addestrerebbe i militanti che vanno poi a combattere in Kashmir. E’ facile immaginare che un’organizzazione del genere non possa operare nel Paese senza il consenso dell’Isi, i potenti servizi segreti pakistani, gli inventori dei taleban, la cui regia oscura è postulata in qualsiasi complotto terroristico dall’11 settembre in poi. Molte delle intricate e multiformi sigle dell’intelligence indiano staranno facendo in questi istanti una serie di collegamenti simili ma purtroppo non è così facile. Inoltre sembra certo che Lashkar-i-Toiba proprio a Mumbai conti sull’appoggio della rete criminale di Dawood Ibrahim, un gangster che alla fine viene sempre tirato in ballo quando una bomba scoppia in città. La D-Company, l’organizzazione di Dawood, 53 anni, in cima alla lista dei ricercati dell’Interpol, quarto nella lista di Forbes dei dieci criminali più detestati al mondo, sarebbe attiva lungo tutta la costa occidentale dell’India. La sua rete è una base logistica formidabile per qualsiasi organizzazione terrorista. Inutile dire che molti in India credono che Dawood sia nascosto in Pakistan.

La catena di comando, che andrebbe dall’Isi ai terroristi islamici, non è oggi così scontata. Negli ultimi tempi il presidente pachistano Zardari si è prodigato in gesti distensivi, rassicurando gli ex nemici indiani che Islamabad non userà mai per prima l’atomica. E solo due giorni fa una delegazione delle agenzie investigative pachistana e indiana si sono incontrate per un accordo di cooperazione sulla sicurezza comune. Anche questa volta, come per le stragi del 2006, si affaccia lo spettro di Al Qaeda, che potrebbe aver prestato la sua regia globale a un conflitto tradizionalmente regionale. Già nella notte la polizia starà interrogando non troppo gentilmente i terroristi catturati. Oggi sarà il giorno delle piste, vedremo se porteranno da nessuna parte, o in troppi luoghi come in passato. 

«Il nome non conta. Questa è Al Qaeda» - L'analisi di Ahmed Rashid, dal Corriere della Sera

Mumbai-America. Il ritorno della paura - Fronte unico dall'Afghanistan al Pakistan via India. Con gli Stati Uniti nel mirino, dal Corriere della Sera

Le carte - Strage Mumbai: gli attacchi in India, da Limes

L'analisi di Limes sui precedenti attacchi terroristici in India

Il ritorno della pirateria
post pubblicato in Comunità, il 27 novembre 2008


di Natalino Ronzitti, professore ordinario di Diritto Internazionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali - 27/11/2008 - dal sito AffarInternazionali

La pirateria è un vecchio “crimine di diritto delle genti”, consistente nella depredazione di navi ed equipaggi “per fini privati” da parte di un'altra nave. La pirateria veniva ed è repressa perché mette in pericolo la libertà dei traffici marittimi. Trattandosi di un crimine commesso per “fini privati”, essa si distingue dal terrorismo, che qualifica la commissione di atti di violenza per fini politici. Fino a poco tempo fa, l’attenzione dei commentatori era posta sul terrorismo marittimo, e alla pirateria, che è peraltro disciplinata dal diritto internazionale del mare, venivano dedicate poche righe nella manualistica corrente. Gli incidenti registrati non erano numerosi, per lo più confinati nello Stretto di Malacca o nelle coste adiacenti alla Nigeria.

La situazione è completamente mutata con la guerra civile in Somalia e la mancanza di un apparato statale in grado di attuare un’efficace politica preventiva e repressiva. Secondo un recente briefing del Direttore generale dell’Organizzazione marittima internazionale, sono stati compiuti al largo della Somalia 440 atti di pirateria a partire dal 1984. Di questi, 120 hanno avuto luogo nel 2008. Sono state attaccate e catturate oltre 35 navi, ed un riscatto è stato chiesto per la liberazione di navi ed equipaggi. Attualmente sono nelle mani dei pirati 14 navi e 280 uomini di equipaggio. Si sono verificate anche perdite di vite umane.

Le regole del diritto internazionale del mare, codificate nella Convenzione di Ginevra del 1958 sull’alto mare e nella Convenzione sul diritto del mare del 1982, sono chiare. Ciascuno Stato può fermare e catturare una nave pirata in alto mare. In servizio antipirateria possono operare solo le navi da guerra o le navi contrassegnate e riconoscibili quali mezzi in servizio di Stato e adibite a questo scopo dallo Stato della bandiera. La cattura può avvenire solo in alto mare. Per operare nelle acque territoriali altrui è necessario il consenso dello Stato costiero. Si suppone infatti che questi abbia la capacità di mantenere l’ordine nelle proprie acque. Anzi, la repressione della pirateria è un dovere dello Stato costiero. La nave e il carico catturati dai pirati e liberati dalla nave da guerra in alto mare non diventano proprietà dello Stato che la libera. La regola è espressa nel latinetto “pirata non mutat dominium”, al contrario di quanto avviene nella guerra marittima, dove la nave nemica e il carico possono costituire preda bellica dello Stato cattore. Il principio è chiaro, ma la sua applicazione non lo è, e la norma internazionale lascia una notevole discrezionalità allo Stato che opera la cattura, pur salvaguardando i diritti dei terzi in buona fede. Allo Stato che cattura la nave pirata, spetta il diritto di sequestrarla e di esercitare la giurisdizione penale nei confronti dell’equipaggio e di disporre dei beni, nella salvaguardia dei diritti dei proprietari.

Come ha reagito la comunità internazionale? In primo luogo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato due risoluzioni - 1816 del 2 giugno 2008 e 1838 del 7 ottobre 2008 - con cui autorizza gli Stati con navi nella zona ad entrare nelle acque territoriali somale. Tra l’altro si tratta di scortare le navi del World Food Program, che portano aiuti umanitari in Somalia. Le risoluzioni sono state adottate all’unanimità, ma la Cina ed altri paesi del terzo mondo hanno precisato che l’ingresso nelle acque somale non costituisce un precedente per modificare le regole del diritto del mare che consentono agli Stati esteri di operare solo in alto mare. È in preparazione una terza risoluzione del Consiglio, che dovrebbe disporre misure più incisive.

Intanto l’Oceano Indiano sta diventando molto affollato. Una flotta Nato, con la missione di scortare i convogli umanitari è presente nella zona, e la missione dovrebbe essere prorogata, nonostante che l’Ue abbia deciso un’azione comune per il dispaccio di una squadra navale, che dovrebbe essere operativa tra qualche giorno. L’Italia, che fa parte dell’operazione Nato, dovrebbe far parte pure di quella Ue. Tra l’altro sembra che le regole d’ingaggio Ue siano più incisive di quelle Nato.

Nell’Oceano indiano si trovano anche Cina e Russia. L’India non è andata tanto per il sottile, aprendo il fuoco contro una supposta nave pirata (altre fonti dicono che si è trattato di un errore poiché è stato affondato un peschereccio!). Gli Usa sono presenti con la Combined Task Force (Ctf) 150, che, oltre a svolgere missione antiterrorismo, svolge anche missione antipirateria. Anche il Pakistan ne fa parte.

Si ha l’impressione, però, che manchi un coordinamento. Le numerose “iniziative” lanciate dagli Stati Uniti, tipo la Proliferation Security Initiative (Psi) che comporta il fermo di navi estere in alto mare con il consenso della bandiera, potrebbero servire da modello per un’iniziativa congiunta contro la pirateria, che non può essere affidata alle sole Nazioni Unite. Ad esempio, nell’impossibilità di stabilizzare la situazione a terra, si potrebbe prevedere la chiusura delle coste somale, con una sorta di blocco alla rovescia (si può entrare, ma non uscire).

Le regole del diritto del mare già consentono di prendere misure incisive, compreso l’uso della forza, quando la nave sospetta di darsi alla pirateria non risponda all’alt che le viene intimato e risultano vani i tentativi di arrestarla. Quanto alla giurisdizione penale, essa può essere esercitata, come si è detto, dalla nave che procede alla cattura e la Francia lo ha già fatto con la cattura di 12 pirati, responsabili dell'abbordaggio di un panfilo francese, arrestati e trasportati in Francia. Altra possibilità è quella di consegnare i pirati catturati ad uno Stato della regione, ma qui sorgono altri problemi, tra cui quello di una giustizia conforme ai diritti dell’uomo. Per quanto riguarda l’Italia, il nostro Codice della Navigazione contiene disposizioni (artt. 1135-1136) per l’esercizio della giurisdizione penale e la conseguente irrogazione delle pene. È allo studio un decreto-legge a completamento delle disposizioni del Codice, specialmente per quanto riguarda la convalida dell’arresto.

Intanto gli “utenti” del mare sono preoccupati. I noli sono aumentati e i premi assicurativi anche. Le compagnie di navigazione preferiscono spesso pagare un riscatto per liberare la nave e non si vede come questa prassi possa essere fermata. Danneggiate sono anche le navi dedite alla pesca d’altura, in particolare quelle impiegate nella cattura dei tonni.

È ammissibile l’impiego di compagnie militari private? I “contractors” americani si sono già fatti avanti, ma le compagnie di navigazione non vedono con favore uno sviluppo del genere. Tra l’altro l’impiego di “contractors” solleva delicati problemi giuridici. Se una nave commerciale, con a bordo una compagnia di “contractors”, viene attaccata dai pirati, essa potrà reagire in legittima difesa e, secondo alcuni, potrebbe addirittura procedere alla cattura della nave pirata. Ma può una compagnia di “contractors” armare una nave per condurre la lotta alla pirateria? Le regole del diritto del mare prescrivono che la cattura possa essere operata solo da navi da guerra o navi in servizio di Stato adibite a questo scopo, ma nella seconda categoria difficilmente possono essere ricomprese le navi dei “contractors”.

Com’è facilmente intuibile i problemi non sono di poco conto. È pertanto necessaria una nuova “Iniziativa”, facente capo ad una coalizione di potenze marittime. Invece di redigere una convenzione, impresa non facile, sarebbe auspicabile l’adozione di uno Statement of Principles, contenente una serie di regole, non in contrasto, ma a sviluppo delle attuali norme di diritto internazionale del mare. Ove necessario, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza potrebbero conferire portata obbligatoria alle regole contenute nello Statement. In altri termini, l’Iniziativa, lungi dall’essere antagonista alle Nazioni Unite, dovrebbe avere natura complementare: Iniziativa e Nazioni Unite sarebbero mutually reinforcing. 

I cristiani dell’Orissa si appellano all’Onu come “cittadini senza Stato”
post pubblicato in Comunità, il 20 ottobre 2008


Dal sito AsiaNews - 18/10/2008 13:24 INDIA
I cristiani dell’Orissa si appellano all’Onu come “cittadini senza Stato”, di Nirmala Carvalho

Il governo dell’Orissa chiude persino i campi profughi, migliaia non sanno dove rifugiarsi. Appello all’Onu perché riconosca ai cristiani indiani lo status di profughi, li protegga e invii cibo e ripari che l’India nega.


New Delhi (AsiaNews) – Il governo dell’Orissa chiude i campi profughi e caccia migliaia di cristiani, senza riparo né cibo. Mentre continuano le violenze, viene denunciato alle Nazioni Unite il genocidio in atto e chiesto un immediato intervento.
Padre Manoj Digal del Centro arcidiocesano per i servizi sociali denuncia ad AsiaNews che “uno dei tre campi profughi di Baliguda è stato chiuso il 15 ottobre e 900 persone sono state mandate via. E’ assurdo, molta gente non sa dove andare, è priva di qualsiasi difesa. Il governo non ha dato loro nemmeno tende e appena 10 chilogrammi di riso per famiglia. Hanno perso tutto. Se tornano al loro villaggio, possono solo riconvertirsi all’induismo. Molti hanno così dovuto lasciare l’Orissa per andare in altri Stati”. “Il governo non garantisce alcuna sicurezza ai cristiani, nonostante rischino la vita. Ora ci sono anche gruppi di donne estremiste che minacciano le donne cristiane. Non c’è alcun rispetto dei diritti fondamentali. Molte di queste famiglie avevano un dignitoso tenore di vita, ora debbono andare tra gente sconosciuta privi di tutto”.

Sajan K. George, presidente del Consiglio globale dei cristiani indiani, ha denunciato alle Nazioni Unite la decisione del governo dell’Orissa di chiudere i campi profughi nel distretto di Kandhamal. All’Onu Sajan ha scritto che “il 3 settembre il New York Times ha riportato che 1.400 case e 80 chiese sono state distrutte o danneggiate. Ma i danni attuali nella sola Orissa sono oltre il doppio. In centinaia sono stati assassinati solo per la loro fede e c’è una sistematica e diffusa violazione di ogni diritto: stupri, violenze atroci anche da parte di poliziotti, incendi di chiese e proprietà dei cristiani. I profughi sono decine di migliaia, vivono nella foresta o nei campi senza cibo né medicine, molti si ammalano e muoiono. I cristiani hanno quasi perso fiducia che il governo voglia proteggere i cittadini, specie quella minoranza del 2,5% di cristiani”.(...)


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permalink | inviato da franzmaria il 20/10/2008 alle 0:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La strage al Marriott
post pubblicato in Comunità, il 22 settembre 2008


«Dietro la strage al Marriott anche 007 stranieri» da Corriere della Sera del 22 settembre 2008, pag. 13, di Lorenzo Cremonesi

Nessuno lo dice ufficialmente. Ma tanti in Pakistan sono convinti che dietro il grave attentato contro l’hotel Marriott di Islamabad due giorni fa vi sia anche la «lunga mano» dei servizi segreti indiani. Lo affermano a bassa voce nei ministeri e nei circoli di governo. Ai media i portavoce della polizia ripetono che si deve guardare alla «pista talebana». Ma poi anche i dirigenti del maggior partito di opposizione, la Lega Islamica guidata da Nawaz Sharif, aggiungono che le cellule di Al Qaeda o dei loro alleati talebani «sono aiutate da New Delhi per destabilizzare il Pakistan». Intervistato dal Corriere lo stesso Sharif ieri sera si è rifiutato di condannare pubblicamente i talebani e le forze dell’estremismo islamico. Nel frattempo il numero dei morti confermati dal ministero dell’Interno sale a quota 53 (tra loro anche l’ambasciatore ceco e due alti militari americani). I feriti sono oltre 260. Si cerca ancora tra le macerie fumanti. Tra i dispersi è segnalato un diplomatico danese. (...)

Il sogno infranto all’hotel Marriott da La Repubblica del 22 settembre 2008, pag. 1, di Mohsin Hamid

Ricordo ancora quella nuotata con un’amica italiana nella piscina dell’Hotel Marriott di Islamabad qualche anno fa. Sembrava rilassata, lei. L’idea che un uomo di pelle scura nuotasse accanto a una donna di pelle bianca le pareva del tutto normale. Io, invece, mi sentivo leggermente a disagio. Mi rendevo conto che quella piscina - dove persone di entrambi i sessi e di ogni nazionalità possibile nuotava in tutta tranquillità davanti a degli sconosciuti - offriva una vista davvero insolita per il mio Paese.   Sabato scorso quell’albergo è stato distrutto da un’autobomba. Gli attentatori probabilmente speravano di fare delle vittime tra gli stranieri che vi alloggiano di frequente, ma anche di dimostrare che perfino l’albergo più sicuro nel centro della capitale era vulnerabile e alla loro portata. L’Hotel Marriott però è stato preso di mira anche per motivi simbolici: è infatti il luogo nel quale il Pakistan si mescola per così dire con il mondo esterno. E’ un luogo nel quale i confini culturali sono confusi e spesso violati. Rappresentava molte delle cose che gli estremisti più violenti odiano maggiormente, poiché gli estremisti vogliono costituire un Pakistan puro, un cosiddetto "Stato islamico". Così l’attentato avrebbe costituito, per così dire, una vittoria perle forze dell’estremismo religioso. (...)
 
Obama e McCain "Al Qaeda si batte dentro il Pakistan" da La Stampa del 22 settembre 2008, pag. 13,
di Maurizio Molinari

Il kamikaze che ha distrutto l’hotel Marriott di Islamabad aveva per obiettivo la sede del Parlamento o l’ufficio del primo ministro. La polizia pakistana ha ricostruito i momenti precedenti alla deflagrazione che ha causato almeno 53 vittime - ma il bilancio continua ad aumentare con il progressivo recupero delle salme - arrivando alla conclusione che si è trattato di un piano che puntava a colpire la leadership politica della nazione. I terroristi hanno adoperato come mezzo un camion carico di materiali da costruzione perché a Islamabad sono fra i pochi veicoli che hanno l’autorizzazione a circolare anche dopo il tramonto. A bordo vi erano circa 600 kg di esplosivo ad alto potenziale assieme a mine e proiettili d’artiglieria. L’autista-kamikaze si è prima diretto con il camion bomba verso la sede del Parlamento, dove aveva appena finito di parlare il neo-presidente Asif Ali Zardari insediatosi due settimane fa, ma ha trovato la strada bloccata da troppe protezioni. Subito dopo ha tentato di ripiegare sulla sede dell’ufficio del premier, Yousuf Raza Gilaani, ma anche qui si è reso conto che non sarebbe riuscito ad avvicinarsi a sufficienza all’edificio. Solo a questo punto il camion ha invertito la marcia, avvicinandosi all’hotel Marriott dove in quel momento c’erano circa 200 persone nel ristorante per la rituale cena di Ramadan. (...)

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