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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Tornare a Keynes?
post pubblicato in Diario, il 19 ottobre 2010


Un po' di articoli sul ritorno a una politica di stampo keynesiano. 
Può essere utile per seguire il dibattito che si sta sviluppando in più sedi
Ciao
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Il debito per finanziare i consumi è una cosa, mentre il debito per finanziare gli investimenti è tutt'altra cosa. Un conto è quello fine a se stesso, altro conto è quello che rinnova le infrastrutture: non bisogna confondersi. E comunque ci potrebbero essere altri modi, oltre al debito statale, per finanziare una vera politica keynesiana.
 
Cioè? 
Io credo che mai come ora servirebbe un organismo europeo, magari garantito da tutti gli stati dell'Unione, in grado di emettere obbligazioni finalizzate allo sviluppo di progetti infrastrutturali di medio-lungo termine. Per la tranquillità degli investitori, si potrebbero fissare anche paletti rigidi per vincolare i finanziamenti all'esecuzione delle opere. Le faccio un esempio: si potrebbe vincolare il finanziamento alla realizzazione dell'autostrada o della ferrovia entro tempi prestabiliti. Così, se l'opera viene consegnata in ritardo, le imprese colpevoli dovranno versare una penale. D'altro canto, riceveranno un premio se consegneranno in anticipo.

E quali progetti andrebbero finananziati? 
Ovviamente infrastrutture, per esempio aumentando e velocizzando il trasporto ferroviario come stanno facendo gli svizzeri. Ma non solo. Si potrebbero anche realizzare delle intelligenti – e sottolineo intelligenti – spese militari, che sono ad altissima intensità di lavoro qualificato: impegnano fisici, ingegneri e tecnici, tutte figure che oggi vanno ad alimentare la massa dei precari.

Cosa intende per spese intelligenti? 
Quelle nel campo dell'avionica, della sicurezza, ma non solo. Si potrebbe portare avanti anche qualche progetto spaziale: queste sono iniziative che potrebbero rivelarsi determinanti per il futuro tecnologico del paese. Le faccio un esempio: lei scia?

Sì. 
Ebbene: la fibra di carbonio con cui sono fatti gli sci non è stata inventata per lo sport di montagna, ma per scopi militari. Insomma: buona parte della tecnologia è nata dal mondo militare, perché solo chi non bada a spese può veramente investire in ricerca. E questo risponde alla sua domanda sul debito degli stati: se si investe in ricerca e in infrastrutture, si aumenta il debito ma si accresce anche la ricchezza del paese. Oggi invece le spese sono in gran parte sterili. Quello che serve è una visione di lungo termine da parte dei nostri governanti. (...) Guido Roberto Vitale: la crisi si batte solo con Keynes

 
(...) “I margini non sono molti – spiega al Foglio l’economista Alberto Quadrio Curzio, preside della facoltà di Scienze politiche all’Università Cattolica di Milano – Possiamo usare le poche risorse disponibili allo scopo di rafforzare il quarto capitalismo. In sostanza, si tratta di interventi selettivi di due tipi: il primo per far crescere le dimensioni delle imprese e favorire la concentrazione; il secondo per la ricerca, attraverso gli enti e le istituzioni universitarie che la sanno fare”. E le infrastrutture? “Questo è un compito che spetta all’Unione europea”, risponde Quadrio Curzio. 
Il teorema Summers, aggiunge l’economista apprezzato e ascoltato nelle stanze del Tesoro italiano, vale più per l’Ue che per gli Stati Uniti. “L’Europa ha i fondamentali economici in ordine, quindi potrebbe realizzare un programma di investimenti a lungo termine, rilanciando la domanda interna, non attraverso consumi che, vista la struttura e l’età della popolazione, non possono dare più di tanto”. Investimenti finanziati non con spesa pubblica diretta, ma sul mercato, lanciando titoli come gli eurobond già proposti da Jacques Delors. “I fondi sovrani sono pieni di liquidità. Anziché investire direttamente nelle imprese, potrebbero partecipare a un fondo europeo per le infrastrutture”, insiste Quadrio Curzio. La riforma del patto di stabilità, così com’è stata proposta finora, “diventa una tagliola terribile se non è accompagnata da politiche di rilancio che non gravino sul debito pubblico”. (...) Teorema Summers da IlFoglio
 
(...) Uno strumento utile a livello europeo è quello, di tremontiana ispirazione, degli eurobond per finanziare gli investimenti strutturali. Ma il vero apriscatole, cioè uno strumento che rompa il circolo vizioso costituito da debiti crescenti e crisi valutarie, può essere la proposta, avanzata da Paolo Savona, di collocare i debiti sovrani presso il Fondo monetario internazionale in diritti speciali di prelievo con tassi non soggetti a speculazioni di breve periodo, in modo da liberare le politiche economiche, stabilizzare i mercati finanziari e riavviare il finanziamento di investimenti a lungo termine e, aggiungiamo noi, creare le condizioni per un accordo monetario con la Cina, rispettandone le esigenze, in breve andare alla radice dei problemi. Teorema Savona? Vale la pena di riparlarne con calma, ma non troppa.Controteorema, sempre dal Foglio
 
(...) La crescita registrata dalla metà degli anni 1990 aveva come presupposto esattamente il contrario del rigore oggi richiesto ed è per questo che, pur essendosi presentato vigoroso, è finito in modo drammatico. Non meno importante, però, è che il rientro dagli squilibri avvenga senza creare spinte deflazionistiche che aggraverebbero ancor più i problemi da affrontare. Prima che accadesse quello che è successo, questo quotidiano (ilMessaggero, nota mia) ha affrontato il problema chiedendo ai governanti di creare le condizioni affinché tutti i Paesi vengano messi in condizione di rispettare il rigore fiscale e le banche centrali quello monetario senza peggiorare la situazione.
Non essendo suo stile limitarsi a sollevare i problemi, ha suggerito di negoziare un accordo per parcheggiare parte dei debiti pubblici in eccesso presso il Fondo monetario internazionale, denominandolo in diritti speciali di prelievo e chiedendo alla Cina di accettare maggiore flessibilità del cambio estero dello yuan in contropartita delle garanzie date alle sue riserve ufficiali e agli Stati Uniti di rinunciare alla centralità del dollaro. Se neanche si prova a raggiungere questa soluzione il perseguimento del rigore per annuncio o per decreto equivarrà a un inseguimento faticoso e pericoloso di un risanamento che produrrà crisi economiche e disordini sociali. Ancor più se l’incapacità di vedere lontano si manifesterà con un ridimensionamento della ricchezza finanziaria in mano alle famiglie per difendere l’attività produttiva e l’occupazione. (...) Paolo Savona, non programmate una deflazione
 
(...) Tra gli italiani, invece, sono note le convinzioni di Corrado Passera, che lo stesso ad di Intesa Sanpaolo non ha mancato di esporre pubblicamente a più riprese: per il nostro paese, servirebbe un investimento di 250 miliardi di euro nei prossimi cinque anni per strade, aeroporti e reti di tlc. La maggior parte dei fondi – ha detto Passera – può venire da investitori privati se il governo appoggia l’investimento con “un meccanismo di garanzie pubbliche”. Il banchiere Guido Roberto Vitale, in un’intervista al Sole 24 Ore di ieri, è andato anche più nel dettaglio: “Credo che mai come ora servirebbe un organismo europeo, magari garantito da tutti gli stati dell’Unione, in grado di emettere obbligazioni finalizzate allo sviluppo di progetti infrastrutturali di medio-lungo termine”. Anche un economista liberista come Francesco Giavazzi – ordinario alla Bocconi e con una lunga esperienza di insegnamento al Mit di Boston – difende alcune ragioni di fondo del cosiddetto “teorema Summers”: “E’ vero, questo è un buon momento per ipotizzare l’avvio di grandi opere – dice al Foglio – se non altro perché agli stati, oggi, indebitarsi costerebbe relativamente poco. Senza contare che effettivamente gli Stati Uniti hanno bisogno di un ammodernamento delle loro infrastrutture”. Poi però Giavazzi ricorda che “circa il 70 per cento del pil americano è dovuto ai consumi e alla domanda privata, quindi è inutile illudersi che nuove infrastrutture possano, da sole, rilanciare l’economia”. E in particolare sulla situazione europea, l’editorialista del Corriere della Sera precisa: “Non far nulla, comunque, non è un’opzione valida. C’è tanto da fare per liberare l’economia: dall’alleggerimento del fardello fiscale alle attese liberalizzazioni”. (...) Basta flemma e austerity 
Due strade per il Paese senza perdere altro tempo
post pubblicato in Diario, il 16 novembre 2008


di Alberto Alesina e Guido Tabellini (dal Sole24Ore del 16 novembre 2008)

In una recessione normale, è sufficiente fare affidamento su una politica monetaria contro-ciclica e sugli stabilizzatori fiscali. Ma il 2009 sarà un anno molto difficile, perché la crisi coinvolge quasi tutto il mondo e rischia di prosciugare il flusso del credito all'economia.Per questo il G-20 ha sottolineato che tutti i Paesi devono impegnarsi a sostenere l'economia con un energico pacchetto fiscale. Per avere successo, i provvedimenti fiscali dovranno avere due caratteristiche. Primo, la velocità. Di solito passano mesi prima che un provvedimento fiscale si traduca in uno stimolo per l'economia. Ma il tempo stringe e siamo già in ritardo. Secondo, il sostegno immediato alla domanda aggregata non deve compromettere obiettivi strutturali di medio e lungo periodo. Non è facile cogliere entrambi gli obiettivi.

Quali dovrebbero essere le principali linee di azione nel nostro Paese, per agire in coerenza con i propositi del G-20? Ieri il Governo ha preannunciato un piano da 80 miliardi. Innanzitutto, ora va introdotto un sistema di assicurazione contro la disoccupazione con regole uguali per tutti (...)

Sicuramente la recessione causerà un aumento della disoccupazione, anche nel nostro Paese. I più a rischio sono i lavoratori precari che possono essere licenziati più facilmente, e che non hanno alcuna rete di protezione. Un'estensione della copertura dei sussidi di disoccupazione sosterrebbe la domanda aggregata in questo ciclo. (...)

In secondo luogo, bisognerebbe accelerare gli investimenti pubblici. Sappiamo quanto siano carenti le infrastrutture pubbliche italiane, e quanto sia difficile e lento ottenere le autorizzazioni per avviare i lavori. Questo è il momento di dare un forte impulso ad alcuni progetti strategici, seppur facendo attenzione a non spender a pioggia e a non alimentare la criminalità organizzata.
Infine, la domanda di lavoro e gli investimenti delle imprese possono essere sostenuti anche con provvedimenti fiscali, ad esempio finalizzati a ridurre il cuneo fiscale sul lavoro o il costo del debito. Vi è più di un modo di intervenire, la cosa importante è che i provvedimenti abbiano efficacia in tempi brevi e che coinvolgano la generalità delle imprese e non solo i gruppi più influenti.

In momenti come questi, è forte la tentazione politica di fare regali a questa o quell'industria,o addirittura a singole imprese. L'industria automobilistica è particolarmente abile nella sua campagna lobbistica per farsi aiutare dai contribuenti, sia al di quà che al di là dell'Oceano.
Ma perché l'auto sì e altri no? È probabile che i politici statunitensi cedano alle pressioni e finiscano per aiutare General Motors, anche se questa grande impresa americana oggi è in difficoltà soprattutto perché in passato non ha saputo ristrutturarsi. Ma non dobbiamo imitare gli errori altrui. (...)

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