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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Libia: è possibile fare qualcosa, in questo momento?
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 21 febbraio 2011


Ci vuole massima prudenza nel valutare le informazioni che arrivano dalla Libia.

Come è successo in queste ore per le notizie che si sono avvicendate sulla chiusura dello spazio aereo di Tripoli, dichiarata e poi smentita in pochissimo tempo, le notizie sono armi virtuali che vengono utilizzate per alzare la tensione; è inevitabile che le voci circolino incontrollate (o controllate con fini di disinformazione), e perciò da parte di tutti, anche da parte di noi semplici "spettatori", è necessaria massima responsabilità. Al di là di facili slogan.

Se fossero confermate le notizie dei raid aerei contro i civili, certo la condanna della comunità internazionale dovrebbe essere netta (ma parlare di "genocidio" mi pare non corretto, dobbiamo calibrare le parole in questi momenti, e l'analogia con altri momenti della storia e con altre dinamiche va fatta con cautela).

Ma chi condanniamo e cosa facciamo, se lì esplode lo stato libico? In una guerra civile è quasi impossibile intervenire dall'esterno, se non "scegliendo" una parte contro l'altra.
C'è dunque una parte "popolo" contro una parte "regime"? Mi sbaglierò, ma la situazione mi pare molto più complessa.

Se non si è operato in precedenza in accordo con fazioni in lotta, prevedendo questa escalation, è difficile spostare ora, in questo momento, i rapporti di forza. 

Possiamo e dobbiamo fare qualcosa dal punto di vista umanitario, dobbiamo costringere tutta l'Europa a farsi carico delle migrazioni che sicuramente ci saranno.

Per il resto, è fondamentale capire quali siano le "componenti" delle rivolte: è probabilmente esagerato parlare oggi di "un germe di Califfato" che starebbe impiantandosi nel Mediterraneo, ma certo se la Libia non si risollevasse si aprirebbero spazi di azione per attori a noi avversi.

E non è un caso che l'Iran stia testando nuove rotte, quasi a "saggiare" il "nuovo" Egitto.
Temo non sia ancora tempo di parlare di "vento della libertà", nel Mediterraneo.

Francesco Maria Mariotti

(ultimo aggiornamento: 22/2/2011 ore 0:31)
Più vicina una guerra in Medio Oriente?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 27 giugno 2010


«gli effetti di un raid aereo potrebbero variare a seconda di chi lo conduce, delle munizioni a disposizione e della capacità di attacco che gli iraniani possono sopportare». (il generale David Petraeus, nel gennaio di quest'anno)
 
L'Iran manda le sue navi contro Israele; o meglio, verso Gaza, ma il significato del gesto è oggettivamente "bellico", al di là di quello che può succedere in mare; si spera che le rispettive diplomazie abbiano già previsto tutti i possibili scenari: questi gesti sono spesso infatti dimostrazioni di forza - non necessariamente violente - che servono a consolidare e certificare erga omnes i posizionamenti delle potenze in campo, in questo caso soprattutto da parte iraniana. 

E' necessario avere presente però che la situazione complessiva va cambiando: fino a qualche mese si era abbastanza confidenti che il conflitto armato fra i due paesi fosse una situazione impensabile e anche un raid preventivo era visto come una soluzione molto difficile sotto diversi versanti; la minaccia di un'escalation era ed è utile soprattutto a Teheran per continuare a giocare sul filo del rasoio con la comunità internazionale e stressare i nervi israeliani, nella realtà contrattando un nuovo ruolo in quell'area attraverso la "moneta di scambio" nucleare.

La tensione portata agli estremi però non può trascinarsi a lungo: c'è stato l'episodio della Mavi Marmara che ha avuto "successo" dal punto di vista della vasta area politica antiisraeliana e che ha irrigidito - al di là delle decisoni di breve periodo - le posizioni di Gerusalemme; c'è stata l'anno scorso l'involuzione interna all'Iran con la repressione delle dimostrazioni di piazza, "scusa politica" per la decisione del regime di chiudersi rispetto alle influenze esterne e di mostrare il suo volto più tetro. 

Ma soprattutto oggi il mondo è meno capace di stare sotto pressione su questo problema, quando già molte altre situazioni richiedono ben maggiore attenzione; Cina e Stati Uniti, mentre trovano un'intesa monetaria, stanno anche facendo prove di governo del mondo e il voto comune per un inasprimento delle sanzioni a Teheran è un segnale importante in questo senso.
 
Ma al di là delle sanzioni è pensabile che il mondo agisca contro l'Iran militarmente? E' un'opzione molto improbabile; forse però sta diventando meno improbabile l'ipotesi di lasciare mano libera in caso di necessità a Israele (il problema è però a quel punto chi valuta la necessità, e Israele vuole essere autonoma da questo punto di vista). 

L'escalation che ne seguirebbe in Medio Oriente, probabilmente è considerata tollerabile e gestibile anche dagli USA, visto che in realtà l'Iran atomico è considerato scomodo non solo da Gerusalemme, che parrebbe trovare inaspettati (si fa per dire) "appoggi" a un eventuale blitz

In un frangente di questo tipo entrano in gioco altri fattori, che possono indurre le potenze maggiori a delegare la questione e però al tempo stesso a trarne - per quel che possibile - il massimo profitto politico: in particolare la scossa di una crisi in Medio oriente potrebbe imporre una cogestione successiva, e facilitare così - forzando le tappe - una cooperazione internazionale difficile (ma a quel punto obbligata), come quella che abbiamo visto tentare con molte difficoltà in questi giorni nel G8-G20.

In breve, le navi iraniane verso Gaza faranno una scommessa grave, che spero fallimentare: ma la questione - comunque vada - non riguarderà solo Teheran e Gerusalemme.

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permalink | inviato da franzmaria il 27/6/2010 alle 21:9 | Versione per la stampa
Ma ancora una volta ha vinto Teheran
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 10 giugno 2010



Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia). 

Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.

Più in particolare, desta scalpore la presa di posizione turca, perché costituisce l’ennesimo strappo rispetto alla solidarietà atlantica e occidentale su un tema quale la sicurezza collettiva degli Stati membri e i rischi a cui essa è esposta dalla proliferazione nucleare e dalla perdita di prestigio degli Usa. (...)

Tutto ciò accade a meno di 24 ore dall’annuncio iraniano di voler impiegare proprie unità navali «civili» in un nuovo pericolosissimo tentativo di forzare il blocco di Gaza: un’operazione che salda, per mano iraniana, la vicenda di Gaza con quella del programma nucleare di Teheran. Un incidente tra unità israeliane e iraniane al largo di Gaza sarebbe di per sé già gravissimo, perché materializzerebbe lo spettro israeliano di dover fronteggiare la possibile minaccia iraniana su due fronti: in Libano attraverso Hezbollah, e a Gaza attraverso Hamas. In una simile prospettiva la possibilità che Israele non decida un’azione contro l’Iran prima che esso divenga una potenza nucleare dipende solo dall’efficacia delle sanzioni approvate ieri. Ed ecco il secondo punto della nostra analisi. Le nuove sanzioni non sono quelle che gli Stati Uniti auspicavano: erano il massimo che si poteva ottenere, ma il massimo è probabilmente meno del minimo necessario.(...)

È una lotta contro il tempo, in cui le carte buone le ha l’Iran e il tempo gioca a suo favore. Tra l’altro, sanzioni inefficaci non sono solo inutili, ma anche dannose, perché fanno il gioco del regime, alimentando la mentalità da stato di assedio che lo aiuta a radicalizzare il clima interno e massacrare le opposizioni (solo nella giornata di ieri ci sono state 15 impiccagioni). Colpisce, infine, il fatto che gli Usa sembra non riescano a capire se è possibile (e se conviene loro) trasformare il proprio ruolo di protettori di un ordine mediorientale (sempre più fragile) fondato sul predominio israeliano in quello di garante di un nuovo ordine più equo e stabile, ma forse impossibile da raggiungere in queste condizioni. 
IRAN, l'Occidente dovrà muoversi il meno possibile, almeno in superficie...
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 29 dicembre 2009


L'Occidente si muova il meno possibile: le parole che Gary Sick, negoziatore per gli Stati Uniti con Teheran durante la crisi degli ostaggi del 1979, utilizzò con Repubblica (giugno 2009) per dire che meno faceva l'Occidente sulla crisi iraniana meglio era, temo valgano ancora oggi, anche per ragioni distinte da quelle che Sick esprimeva.

La situazione è delicatissima e l'Occidente (sarebbe da delimitare meglio cosa intendiamo con questa parola: in quest'ottica la collocazione dell'attuale governo turco è per esempio discutibile) non ha "tempo" per "ricalibrare" le sue politiche su un regime diverso da quello attuale. 

Di fatto, lo si dica o meno, l'amministrazione americana e le diplomazie europee possono (e devono) alzare la voce per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, ma al tempo stesso probabilmente sperano e si muovono affinché la situazione non esploda e non deragli.

Di fronte al riemergere delle azioni qaediste e alle nuove tensioni che vedono protagonista la Russia (http://www.corriere.it/esteri/09_dicembre_29/putin-russia-armi_3391b94e-f44a-11de-a1b2-00144f02aabe.shtml), anche in termini per noi quasi vitali (vd. ripetute tensioni sul gas che passa attraverso l'Ucraina, è solo di un'ora fa la notizia di un accordo http://it.euronews.net/2009/12/29/russia-ucraina-accordo-su-rifornimenti-petrolio/), è essenziale non perdere un fattore di stabilità -per quanto "avversa" - come Teheran. 

Detta più semplicisticamente: meglio un nemico certo che una situazione completamente incerta o un amico dubbio (chi è realmente Moussavi? e chi sono i suoi uomini dal punto di vista politico?); anche perché con il nemico certo sei eventualmente autorizzato ad assumere atteggiamenti e risposte che in una situazione più incerta sarebbe più difficile approvare (leggi: bombardamenti mirati alle installazioni nucleari di Teheran).

Vuol dire che dobbiamo stare a guardare senza far nulla? No, la ricchezza delle società occidentali - forse la principale rispetto ad altri regimi e società - è la distinzione fra la struttura dello Stato e la mobilità della società civile; e anche nella logica di un funzionamento a comparti separati (come di fatto è oggi lo Stato moderno) si possono avere diverse azioni contemporanemente: oggi e in futuro, al di là delle politiche ufficiali dei governi, altre strutture degli stati e delle organizzazioni internazionali possono mantenere contatti con l'opposizione iraniana; le associazioni e i partiti politici, al di là del loro schierarsi ufficiale, possono coltivare rapporti, inviare aiuti per quel che possibile, mantenere viva la speranza di un futuro diverso per l'Iran, tentando anche di capire meglio se c'è una effettiva alternativa all'attuale regime o se si rischia di coltivare un sogno senza prospettive, o peggio aiutare altre fazioni liberticide (anche nel 1979 gran parte dell'Occidente tifò per la rivoluzione...)

Il percorso per un Iran veramente libero è molto lungo, e le scorciatoie non sono consentite.

Francesco Maria Mariotti
http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it 

L'Occidente si muova il meno possibile (Repubblica, giugno 2009)
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=MQXK1

Iran, si stringe la strada del negoziato, Vittorio Emanuele Parsi, laStampa, 29 dicembre 2009
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6792&ID_sezione=&sezione=

"Sarebbe già più che sufficiente l'amore per la libertà a spingerci idealmente accanto ai giovani che a Teheran e in tante altre città iraniane sfidano la violenza tutt’altro che cieca delle squadracce di Ahmadinejad e Khamenei, la triste diarchia che dal golpe bianco della scorsa estate si è impossessata del potere assoluto nella Repubblica islamica. Ma occorre dire che dalla vittoria dell’onda verde, di questo straordinario movimento acefalo, dipendono sempre più anche le residue chances che alla questione del nucleare iraniano possa essere trovata una soluzione insieme accettabile per tutte le parti ed efficace nella sostanza. (...) A lungo in bilico tra timidi tentativi di autoriforma e svolte sempre più autoritarie, in cui persino i labili freni posti all'arbitrio del potere da parte della Costituzione islamica vengono travolti, il regime di Teheran sembra aver imboccato la via di un’ulteriore spinta verso un totalitarismo di tipo nuovo. A rappresentare l'ultima fragile, valorosa barriera per evitare che questo passaggio irrimediabilmente si compia, stanno - soli - gli studenti, i giovani e le donne, che da mesi riempiono le strade e le piazze della capitale, di Isfahan, di Shiraz, e contro cui si abbatte sempre più brutale la repressione del regime. Se falliranno, se Ahmadinejad e Khamenei prevarranno, nulla potrà più arrestare la completa mutazione del regime. Nelle cancellerie occidentali la consapevolezza di tutto ciò sta crescendo, insieme alla certezza che, qualora il regime dovesse trionfare, verranno meno anche le residue, esili speranze di poter trovare qualunque soluzione alla questione del nucleare iraniano. Da quando Khamenei ha deciso di appoggiare il golpe bianco di Ahmadinejad, infatti, le posizioni negoziali iraniane si sono, se possibile, ulteriormente irrigidite e, soprattutto, sono state accompagnate da una serie di atti concreti e calcolate provocazioni, tutte governate dalla strategia del fatto compiuto: dalla sperimentazione di missili a lunga gittata all'apertura di un nuovo sito a Qom, alla messa in funzione di centinaia e centinaia di centrifughe, all’annuncio della prossima apertura di un numero non precisato di ulteriori impianti. (...)

Chi comanda in Iran, Alberto Negri, CIPMO, 2 luglio 2009

http://www.cipmo.org/1501-indice-analisi/chi-comanda-iran.html

Intervista ad Alberto Negri del marzo 2009 

1a parte - http://politicaesocieta.blogosfere.it/2009/03/il-turbante-e-ia-corona-liran-sospeso-tra-nucleare-e-medio-oriente-intervista-ad-alberto-negri.html

2a parte - http://politicaesocieta.blogosfere.it/2009/03/iran-dialogo-con-obama-dopo-i-vantaggi-da-iraq-e-afghanistan-intervista-ad-alberto-negri.html 

A proposito di IRAN - la Newsletter del 2007 del CIPMO, che presenta ancora oggi spunti interessanti di approfondimento

http://www.cipmo.org/archivio-newsletter/newsletter-iran-nucleare.html
Nuovi Terroristi: pista Yemenita?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 26 dicembre 2009


Segnalo l'articolo di Guido Olimpio sul fallito attentato di cui abbiamo notizia in queste ore.
Naturalmente tutte le valutazioni fatte nelle ore immediatamente successive a un evento di questo genere sono da assumere con estrema cautela; da segnalare comunque lo scenario yemenita, già da tempo
oggetto di attenzione degli States (si vedano successivi link a proposito della guerra "segreta" che su questo territorio l'amministrazione USA sta portando avanti, in un complicato intreccio di presenza qaedista e probabili manovre iraniane)

Francesco Maria Mariotti
http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it/

http://www.corriere.it/esteri/09_dicembre_26/attentato-nigeriano-ordigno-olimpio_88b0a076-f1fb-11de-b17d-00144f02aabe.shtml

IL FALLITO ATTENTATO SUL VOLO AMSTERDAM-DETROIT
L'identikit dei neo-terroristi e la pista yemenita Tre le ipotesi possibili sull'azione di Umar Faruk Abdulmutallab, l'attentatore nigeriano

di Guido Olimpio

(...)LA PISTA YEMENITA - Di recente è stato affermato dagli esperti che lo Yemen può diventare il nuovo Afghanistan. E non è un caso che gli americani siano coinvolti, al fianco delle forze locali, nella lotta al terrorismo. Pochi giorni fa c’è stato un raid condotto dagli stessi Usa e alla vigilia di Natale un blitz ha colpito un accampamento. Sembra che tra i bersagli – mancati - ci fosse anche l’imam Anwar Al Awlaki, sospettato di aver ispirato l’autore del massacro a Fort Hood, Texas. La pista yemenita porta poi ad un altro episodio interessante. In agosto un kamikaze proveniente dallo Yemen ha cercato di assassinare il principe saudita Nayaf. La bomba – miniaturizzata – era nascosta nelle mutande o – secondo le autorità – nell’ano. Una ricostruzione presa per buona da alcuni esperti e vista con scetticismo da altri. La terza ipotesi è una combinazione delle prime due. Abdulmutallab è un estremista fai-da-te e si è recato nello Yemen a cercare l’avvallo e magari il supporto tecnico per il suo attacco.

L'analisi del raid Usa dei giorni scorsi sul Corriere
http://www.corriere.it/esteri/09_dicembre_19/yemen-raid-usa-olimpio_91160ffc-ec84-11de-a048-00144f02aabc.shtml

Da Il Foglio del 23/12/2009: Perché Obama bombarda in segreto l'alleato Yemen - il primo colpo di Washington nella guerra tra Arabia Saudita e Iran
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=OYKK7
Obama: che fare?
post pubblicato in Diario, il 7 novembre 2009


(3 novembre 2009)

Comunque la si giri, un po' di delusione nel mondo sul primo anno di Obama è palpabile. E forse positiva, a suo modo, se riusciamo a passare dalla fase del "sogno" a quella di un riformismo serio e radicale, come nel caso della Sanità.


Per quanto riguarda il resto del mondo, la percezione è che abbia cominciato a ragionare - per il momento - "a prescindere" da Obama.

Precisiamo: questo non significa necessariamente "a prescindere dagli States" - che non sono identificabili con il Presidente e la sua Amministrazione; nessuno Stato è totalmente identificabile con il Governo; oggi più che mai uno Stato e una Nazione sono rappresentati anche da relazioni economiche e diplomatiche e di sicurezza che interagiscono indipendentamente e addirittura "contro"- entro certi limiti - l'immediata azione del Governo. Sempre più gli stati moderni, a maggior ragione quelli democratici, lavorano per "comparti separati", per "corpi separati", e per logiche "semiconflittuali", che permettono a un ente politico di mantenere aperte più vie di percorso sui diversi problemi.

Detto ciò, Israele e Iran  - per fare l'esempio più stringente - non staranno certo ad aspettare che il "tirocinio formativo" di Obama finisca. E' probabile che contatti trasversali e quasi-diretti siano in corso, e questo è normale fra "nemici". E' appunto l'"amico americano" che sembra essere carente (almeno nella forma dell'attore-governo), in questa situazione e in molte altre...

Sta di fatto che il primo anno di Obama sembra in qualche modo confermare che il mondo è chiamato a ridefinirsi come non più dipendente da Washington; il problema è come riorganizzarsi, evitando che la debolezza di strategia diventi isolazionismo, e che prevalgano sulla scena globale attori molto pericolosi, che già si sono rafforzati nelle aree di crisi.

Spazi nuovi in questo scenario si aprono per l'Europa di Angela Merkel (non è un lapsus né un errore, ho proprio voluto scrivere: "Europa di Angela Merkel"), un'Europa liberale, cristiano-democratica, dura con l'integralismo islamico (si pensino alle posizioni della Merkel durante la guerra di Israele contro Hamas a Gaza) ma tollerante e aperta al futuro.

Questo, però, è un copione ancora da scrivere. Possibilmente insieme...

Francesco Maria Mariotti
http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it/

***

Di seguito una breve rassegna stampa esteri con gli articoli più interessanti su Obama, Iran, Afghanistan, Cina e la segnalazione di un interessante evento che si svolgerà il 4 novembre a Milano sui vent'anni dalla caduta del muro.

***

Obama, la delusione, la realtà.

Obama, un anno dopo (Speciale de La Stampa)
http://www.lastampa.it/focus/obamaunannodopo/

Il Carisma e la Croce (Vittorio Zucconi su Repubblica del 27 ottobre 2009)
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NSNLE

Obama: che fare con le guerre? (da Il Foglio del 27 ottobre 2009)
http://www.ilfoglio.it/soloqui/3692

Obama e il pugile nero (da Il Corriere della Sera del 27 ottobre 2009)
http://www.corriere.it/esteri/09_ottobre_27/valentino-jack-johnson-obama_2ef708fa-c2c0-11de-9afa-00144f02aabc.shtml

Afghanistan senza strategie? (V.E. Parsi su La Stampa del 2 novembre 2009)
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6572&ID_sezione=&sezione=

La globalizzazione dei kamikaze, Boris Biancheri su La Stampa del 28 ottobre 2009
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6548&ID_sezione=&sezione=

Vittorio Emanuele Parsi: la logica dell'Iran
http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=44936

L'Iran non ha bisogno della Bomba, ma il regime sì, per sopravvivere
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NT36M

Altre notizie

Prodi sulla Cina, 3 novembre 2009
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NXH5R

Gli inglesi contro il censimento
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NSPRX

La censura di Sarkò
http://www.corriere.it/esteri/09_ottobre_29/sarko-satira-bloccata-burchia_355ea908-c498-11de-ae8c-00144f02aabc.shtml


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permalink | inviato da franzmaria il 7/11/2009 alle 23:18 | Versione per la stampa
8 ottobre 2009, Milano - CIPMO: L'Iran a trent'anni dalla rivoluzione
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 28 settembre 2009


Cattedra del Mediterraneo 2009:
giovedì 8 ottobre 2009
ore 17 Sala Conferenze di Palazzo Turati

Via Meravigli 9/b, Milano


"
L'Iran a trent'anni dalla rivoluzione. Quale negoziato dopo l'onda verde?"

Saluto di apertura:
Federico Maria Bega - Responsabile Area Mediterraneo, Medio Oriente e Golfo - Promos, Camera di Commercio di Milano

Presiede:
Janiki Cingoli - Direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Relatori:
Sergio Romano - Editorialista del Corriere della Sera
Bijan Zarmandili - Giornalista per il Gruppo Espresso-Repubblica e scrittore
Alberto Negri - Inviato speciale de Il Sole 24 Ore

In occasione dell’incontro verrà presentato il libro di Alberto Negri: Il turbante e la corona. Iran, trent’anni  dopo (Tropea, 2009).

Per maggiori informazioni:

CIPMO - Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente
Galleria Vittorio Emanuele 11/12
20121 Milano
Tel. 02/86.61.47-09
Fax. 02/86.62.00
www.cipmo.org

Il risveglio della Germania
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 31 dicembre 2008


30/12/2008 - LaStampa - VITTORIO EMANUELE PARSI

E'un diritto legittimo di Israele proteggere la propria popolazione civile ed il proprio territorio» e la responsabilità dell'attacco israeliano a Gaza è «chiaramente ed esclusivamente» di Hamas, che ha unilateralmente «rotto gli accordi per il cessate-il-fuoco» e dato avvio a un «continuo lancio di razzi in territorio israeliano». Per il momento in cui arrivano, a 48 ore dall'inizio del durissimo esercizio di autodifesa messo in atto dal governo di Gerusalemme, le dichiarazioni attribuite alla cancelliera Angela Merkel dal suo portavoce sono politicamente molto pesanti.

Sono pesanti anche per l'appoggio oggettivo che forniscono a Mubarak e Abu Mazen. Ma sono ancora più significative perché, nel ribadire il pieno sostegno tedesco a Israele, rompono le modalità felpate con cui tradizionalmente la diplomazia tedesca era usa muoversi nella regione. Sembra quasi che, dopo un lungo periodo di sonno, la Cancelliera abbia deciso di scegliere un momento e un tema cruciali per sancire il ritorno della Germania sulla scena della grande politica estera. (...)

Ora, al crepuscolo di un semestre di presidenza francese tanto attivista quanto alla fine, purtroppo, poco concludente (si pensi alle modalità suicide con cui Parigi ha gestito il lancio di un'iniziativa pur cruciale e strategica come l'Unione Euro-Mediterranea), la Germania sembra volersi candidare a riassumere quel ruolo guida, senza il quale la politica estera dell'intera Unione resterebbe un mero esercizio retorico. Il fatto è stato immediatamente colto in Francia, e non proprio benevolmente, si direbbe. (...)

Si direbbe però che Merkel stia guardando più lontano, oltre Atlantico piuttosto che sulle rive della Senna, e abbia deciso di «supplire» temporaneamente, almeno in termini di impegno politico, a quella che è stata giustamente definita la «latitanza di Washington», destinata a durare fino all'insediamento della nuova amministrazione. Il segnale mandato a Obama e al suo segretario di Stato Hillary Clinton, sembra indicare che l'Europa è pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a giocare un ruolo più importante in Medio Oriente: spazzando innanzitutto il campo da quelle differenze di sfumature che spesso si sono prestate a qualche ambiguità, a cominciare da quelle riguardanti il sostegno convinto ad Abu Mazen e il rifiuto di considerare Hamas un interlocutore possibile fino a quando non si dimostrerà responsabile e rispettoso del diritto di Israele ad esistere. Com'è noto la Germania fa anche parte di quel «terzetto» europeo incaricato di cercare di stabilire le pre-condizioni per un dialogo diretto tra Usa e Iran sulla questione del programma nucleare iraniano. Una Germania meno «cerchiobottista» a Gaza potrebbe, contemporaneamente, trovare più ascolto a Gerusalemme e a Washington nel tentare fino all'ultimo di scongiurare pericolose opzioni militari e chiarire a Teheran che giocare la carta di una possibile spaccatura occidentale potrebbe rivelarsi una tragica illusione.

Obama e Clinton alla prova del mondo
post pubblicato in Diario, il 1 dicembre 2008


Segnalo dal sito di LIMES:

Con la nomina di Hillary Clinton a segretario di Stato, del gen. James Jones a consigliere per la Sicurezza, e la conferma di Robert Gates al Pentagono è completa la squadra che gestirà la politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni, sotto la direzione del presidente Obama.
Nelle quattro videocarte di Limes le principali sfide di politica internazionale (e non solo) di fronte a Obama e la sua squadra.

Obama, il presidente alla prova del mondo
Usa-Cina, e la partita del debito
Usa - Iran, diavolo o acqua santa?
EuRussia, l'incubo di Obama


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permalink | inviato da franzmaria il 1/12/2008 alle 23:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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