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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Rassegna Stampa: l'accordo Israele - Hamas per la liberazione di Gilad Shalit
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 13 ottobre 2011


(...) Dunque, la mera cronaca ci dimostra che nei fatti Israele ha spesso trattato con i terroristi per riportare a casa dei soldati rapiti, vivi o morti. Anche se questo significava rafforzare i suoi nemici e cedere ad accordi sbilanciati. Resta da chiedersi il perché. La spiegazione forse è più semplice di quanto non si potrebbe pensare. In un Paese dove le amministrazioni, il governo e i sindacati godono di una stima bassa, l’esercito non è visto come un’istituzione, ma come il cuore della società, senza distinzione tra destra e sinistra.
Tutti in Israele hanno qualcuno nell’esercito: un figlio, una figlia, un marito riservista, o tutte e tre le cose. Per tutti, dai soldati alle loro famiglie, è fondamentale sapere che il governo farebbe qualsiasi cosa per riportarli a casa, vivi o morti. Il governo non ha scelta: se abbandonasse i propri soldati, anche per una causa teoricamente giusta come non cedere ai ricatti, crollerebbe l’intero sistema.
La determinazione a non abbandonare mai i soldati, vivi o morti, è la forza del sistema-Israele e insieme una debolezza che i suoi nemici sanno sfruttare.


















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La Turchia di domani
post pubblicato in Focus Europe, il 11 settembre 2010


(...) Secondo l’opposizione, sia quella che siede fra i banchi del Parlamento, sia quella che vive fra tribunali e caserme, l’Akp ha un’agenda segreta per portare le regole dell’islam nel midollo delle istituzioni turche. Questa ipotesi trova molti consensi fra gli analisti occidentali. Negli ultimi anni, Erdogan ha cercato a più riprese di ridurre il potere delle istituzioni kemaliste: ha salutato con favore le inchieste della magistratura su Ergenekon e Boyzol, due complotti che hanno messo nei guai giornalisti, politici e generali delle forze armate; ha votato una proposta per riportare il velo islamico nelle università; ha dato al paese una nuova politica estera con poco riguardo per Israele e gli Stati Uniti. Alla fine di maggio, una flotta con aiuti umanitari e squadre di fanatici è partita alla volta di Gaza per infrangere l’embargo deciso dal governo di Gerusalemme. Negli scontri con l’esercito israeliano sono morte una decina di persone, tutte di nazionalità turca. L’episodio ha portato i due paesi, due storici partner del medio oriente sin dagli anni Cinquanta, sull’orlo della rottura.
Il governo non ha scelto una data casuale per il voto. Le urne aprono domani, 12 settembre, a trent’anni esatti dall’ultimo, vero, colpo di mano militare. Allora, fra i politici arrestati o costretti a lasciare il paese c’era un mentore di Erdogan, Necmettin Erbakan. Per il premier, il referendum è anche una questione privata.

Più vicina una guerra in Medio Oriente?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 27 giugno 2010


«gli effetti di un raid aereo potrebbero variare a seconda di chi lo conduce, delle munizioni a disposizione e della capacità di attacco che gli iraniani possono sopportare». (il generale David Petraeus, nel gennaio di quest'anno)
 
L'Iran manda le sue navi contro Israele; o meglio, verso Gaza, ma il significato del gesto è oggettivamente "bellico", al di là di quello che può succedere in mare; si spera che le rispettive diplomazie abbiano già previsto tutti i possibili scenari: questi gesti sono spesso infatti dimostrazioni di forza - non necessariamente violente - che servono a consolidare e certificare erga omnes i posizionamenti delle potenze in campo, in questo caso soprattutto da parte iraniana. 

E' necessario avere presente però che la situazione complessiva va cambiando: fino a qualche mese si era abbastanza confidenti che il conflitto armato fra i due paesi fosse una situazione impensabile e anche un raid preventivo era visto come una soluzione molto difficile sotto diversi versanti; la minaccia di un'escalation era ed è utile soprattutto a Teheran per continuare a giocare sul filo del rasoio con la comunità internazionale e stressare i nervi israeliani, nella realtà contrattando un nuovo ruolo in quell'area attraverso la "moneta di scambio" nucleare.

La tensione portata agli estremi però non può trascinarsi a lungo: c'è stato l'episodio della Mavi Marmara che ha avuto "successo" dal punto di vista della vasta area politica antiisraeliana e che ha irrigidito - al di là delle decisoni di breve periodo - le posizioni di Gerusalemme; c'è stata l'anno scorso l'involuzione interna all'Iran con la repressione delle dimostrazioni di piazza, "scusa politica" per la decisione del regime di chiudersi rispetto alle influenze esterne e di mostrare il suo volto più tetro. 

Ma soprattutto oggi il mondo è meno capace di stare sotto pressione su questo problema, quando già molte altre situazioni richiedono ben maggiore attenzione; Cina e Stati Uniti, mentre trovano un'intesa monetaria, stanno anche facendo prove di governo del mondo e il voto comune per un inasprimento delle sanzioni a Teheran è un segnale importante in questo senso.
 
Ma al di là delle sanzioni è pensabile che il mondo agisca contro l'Iran militarmente? E' un'opzione molto improbabile; forse però sta diventando meno improbabile l'ipotesi di lasciare mano libera in caso di necessità a Israele (il problema è però a quel punto chi valuta la necessità, e Israele vuole essere autonoma da questo punto di vista). 

L'escalation che ne seguirebbe in Medio Oriente, probabilmente è considerata tollerabile e gestibile anche dagli USA, visto che in realtà l'Iran atomico è considerato scomodo non solo da Gerusalemme, che parrebbe trovare inaspettati (si fa per dire) "appoggi" a un eventuale blitz

In un frangente di questo tipo entrano in gioco altri fattori, che possono indurre le potenze maggiori a delegare la questione e però al tempo stesso a trarne - per quel che possibile - il massimo profitto politico: in particolare la scossa di una crisi in Medio oriente potrebbe imporre una cogestione successiva, e facilitare così - forzando le tappe - una cooperazione internazionale difficile (ma a quel punto obbligata), come quella che abbiamo visto tentare con molte difficoltà in questi giorni nel G8-G20.

In breve, le navi iraniane verso Gaza faranno una scommessa grave, che spero fallimentare: ma la questione - comunque vada - non riguarderà solo Teheran e Gerusalemme.

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permalink | inviato da franzmaria il 27/6/2010 alle 21:9 | Versione per la stampa
Ma ancora una volta ha vinto Teheran
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 10 giugno 2010



Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia). 

Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.

Più in particolare, desta scalpore la presa di posizione turca, perché costituisce l’ennesimo strappo rispetto alla solidarietà atlantica e occidentale su un tema quale la sicurezza collettiva degli Stati membri e i rischi a cui essa è esposta dalla proliferazione nucleare e dalla perdita di prestigio degli Usa. (...)

Tutto ciò accade a meno di 24 ore dall’annuncio iraniano di voler impiegare proprie unità navali «civili» in un nuovo pericolosissimo tentativo di forzare il blocco di Gaza: un’operazione che salda, per mano iraniana, la vicenda di Gaza con quella del programma nucleare di Teheran. Un incidente tra unità israeliane e iraniane al largo di Gaza sarebbe di per sé già gravissimo, perché materializzerebbe lo spettro israeliano di dover fronteggiare la possibile minaccia iraniana su due fronti: in Libano attraverso Hezbollah, e a Gaza attraverso Hamas. In una simile prospettiva la possibilità che Israele non decida un’azione contro l’Iran prima che esso divenga una potenza nucleare dipende solo dall’efficacia delle sanzioni approvate ieri. Ed ecco il secondo punto della nostra analisi. Le nuove sanzioni non sono quelle che gli Stati Uniti auspicavano: erano il massimo che si poteva ottenere, ma il massimo è probabilmente meno del minimo necessario.(...)

È una lotta contro il tempo, in cui le carte buone le ha l’Iran e il tempo gioca a suo favore. Tra l’altro, sanzioni inefficaci non sono solo inutili, ma anche dannose, perché fanno il gioco del regime, alimentando la mentalità da stato di assedio che lo aiuta a radicalizzare il clima interno e massacrare le opposizioni (solo nella giornata di ieri ci sono state 15 impiccagioni). Colpisce, infine, il fatto che gli Usa sembra non riescano a capire se è possibile (e se conviene loro) trasformare il proprio ruolo di protettori di un ordine mediorientale (sempre più fragile) fondato sul predominio israeliano in quello di garante di un nuovo ordine più equo e stabile, ma forse impossibile da raggiungere in queste condizioni. 
La milizia politico-religiosa di Erdogan
post pubblicato in Focus Europe, il 6 giugno 2010


L'Ihh, l'associazione che ha organizzato la spedizione è lo strumento di pressione nelle mani del premier turco (Guido Olimpio dal sito del Corriere, 6 giugno 2010)

WASHINGTON – La flottiglia di Gaza è solo l’inizio. Nelle intenzioni del premier turco Erdogan, l’IHH (Insan Haklary Ve Hurriyetleri Vakfi), l’associazione che ha organizzato la spedizione, deve trasformarsi in uno strumento di pressione. Politica e religiosa.
OBIETTIVO SVIZZERA - Il prossimo obiettivo, per il quale c’è già stato uno stretto coordinamento tra gli attivisti e il governo, sarà la Svizzera. L’IHH, con l’aiuto di Ankara, dovrebbe lanciare una campagna contro il no della Confederazione elvetica alla costruzione di minareti nel Paese. L’idea di Erdogan è di usare l’IHH come un lungo braccio di influenza. E per questo ha garantito pieno appoggio al suo leader Bulent Yildirim. Il governo, come prima mossa, avrebbe deciso di rimborsare l’associazione con due milioni di dollari a coperture delle spese sostenute per acquistare due dei battelli impiegati nella sfida a Israele. Un gesto tangibile che rappresenta un sigillo agli stretti rapporti.
PRIMA DI ERDOGAN - Prima dell’arrivo al potere di Erdogan, l’IHH era guardata dai servizi turchi con grande sospetto. La polizia e l’intelligence ritenevano che fosse troppo legata ad ambienti radicali. Non solo: c’erano stati fitti scambi di informazione con colleghi occidentali sulla pericolosità del gruppo. E nel 1998 la sede dell’associazione era stata perquisita dalla polizia che cercava delle armi. Ma quando Erdogan è diventato premier tutto è cambiato. (...)sul movimento sono arrivati, senza troppi controlli, anche finanziamenti esterni. In particolare dall’Iran dalle potenti “bonyad” - fondazioni legate al regime – e da associazioni saudite. (...)
I CONTATTI CON HAMAS - In vista dell’operazione Gaza, Yldirim ha accentuato i contatti con Hamas e l’IHH ha si è dedicata alla raccolta fondi in favore del movimento palestinese e ampliato l’attività di propaganda. Un asse consacrato da due incontri importanti tra Yldirim e i capi di Hamas. Il primo nel gennaio 2009 con Khaled Meshal e il secondo, sei mesi fa, con Ismail Haniyeh. Consultazioni benedette dai turchi in vista della grande sfida nel Mediterraneo.


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permalink | inviato da franzmaria il 6/6/2010 alle 22:18 | Versione per la stampa
La Turchia più lontana dall'Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 2 giugno 2010



Non v’è dubbio che la flottiglia che puntava su Gaza era qualcosa di più d’una semplice spedizione destinata a portare soccorso umanitario ai civili palestinesi che vivono, in condizioni spesso disperate, nella soffocante striscia invasa e colpita dagli israeliani nel 2008. I pacifisti erano in realtà attivisti filopalestinesi, legati per tanti fili all’organizzazione terroristica di Hamas. Lo scopo vero della loro traversata era dichiaratamente provocatorio: forzare l’embargo e il severo blocco marittimo imposto da Israele lungo la striscia per ostacolare l’arrivo clandestino di armi e materiali balistici ai guerriglieri locali, sostenuti soprattutto dalla Siria e dall’Iran.

Non v’è dubbio, altresì, che la reazione delle forze navali israeliane è stata eccessiva, nevrastenica, mal guidata e mal controllata. La frettolosità tecnica con cui l’hanno eseguita ha provocato un eccidio di grave danno per l’immagine di Gerusalemme già logorata nel mondo.(...)

Ma al centro della situazione, estremamente complessa dopo la catastrofe, non si trovano soltanto le mosse difensive intemperanti e sbagliate di un combattivo governo di destra israeliano. Al centro direi storico, più che contingentemente politico, si trova la Turchia, il più cospicuo e potente Paese islamico del Medio Oriente. La flottiglia degli attivisti era salpata in gran parte dalle coste turche e da Cipro. Era stata progettata e finanziata principalmente dall’Ong turca «Ihh», organizzazione radicale islamica fondata nel 1992 e legata al network dei Fratelli musulmani. La nave ammiraglia della spedizione, Mavi Marmara, batteva bandiera turca, erano turchi molte centinaia di attivisti, infine erano turche tutte o quasi le nove vittime uccise dalle truppe speciali israeliane.

Si è quindi detto che è scoppiato un esordio di guerra tra Israele e la Turchia dopo circa sessant’anni d’alleanza sul piano economico, politico e perfino militare. Ma, in realtà, non è stato un esordio. E’ stato piuttosto il culmine più visibile e più clamoroso, ancorché indiretto, di una parabola da tempo negativa nei rapporti generali di Ankara, non solo col vicino Stato israeliano, ma con l’Occidente nel suo complesso. Dallo scontro letale nelle acque internazionali intorno a Gaza s’è visto emergere e prendere quasi corpo uno spostamento massiccio, un rivolgimento geopolitico, un novum pericoloso perché dilagante in uno degli scacchieri più infiammabili del globo. In definitiva stiamo assistendo al distacco dal mondo atlantico di un Paese forte e vitale di 80 milioni che costituì, per decenni, il baluardo orientale della Nato con un esercito ritenuto secondo soltanto a quello americano.(...)

Erdogan ha subito avviato una lunga e difficile trattativa per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea che gli americani, più di tanti europei, vedevano di buon occhio e favorivano come vincolo di continuità con la Nato. Ma qui iniziava un baratto quasi contabile e assai ambiguo fra il dare e l’avere. Non si capiva bene dove Erdogan e il suo partito volessero portare la Turchia pseudomoderna. (...)

L’impressione era che Erdogan e Gül, che esibivano in pubblico le loro mogli rigorosamente velate, più che desiderare l’avvicinamento all’Europa usassero l’Europa per stroncare, mediante clausole ed esigenze europee, l’incombenza dello storico potere parallelo kemalista presente fin dagli Anni Venti nelle istituzioni e nella società turche. Commissari e deputati di Bruxelles, spesso strabici esportatori di eccessivo democratismo moralistico, erano portati a scorgere soltanto una casta di golpisti nei militari e nei magistrati che nel 1960, 1971, 1980 avevano interrotto con colpi di Stato confuse e insidiose derive parlamentari istituendo governi militari di durata sempre breve e transeunte. Per Erdogan era indispensabile colpire e dimezzare con pugno di ferro il loro ruolo di garanti e custodi del lascito laico di Kemal per capovolgere e riasiatizzare, in parte, una Turchia ricollocata magari in prima fila tra i Paesi islamici della regione. Egli ha usato sovente con astuzia le regole europee per emasculare l’europeismo dalla giunta secolare. Non a caso ha fatto arrestare il 22 febbraio oltre 40 esponenti militari, fra cui 14 di altissimo rango.

(...) Ma il vero dramma della storia in atto va ben al di là della fine del tradizionale rapporto d’amicizia tra Ankara e Gerusalemme. La verità è che siamo in presenza della più profonda crisi nelle relazioni, un tempo solide e proficue, della Turchia con l’Occidente in quanto tale. Una Turchia riallineata con forza, e perfino con pulsioni egemoniche panislamiche, ai più militanti Paesi musulmani arabi e non arabi.

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permalink | inviato da franzmaria il 2/6/2010 alle 20:3 | Versione per la stampa
Sinistra per Israele sulla vicenda della Freedom Flottilla - RASSEGNA STAMPA
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 1 giugno 2010


In queste ore di grande tensione internazionale, segnalo il comunicato di Sinistra per Israele, che abbiamo elaborato in queste ore in relazione alla tragica operazione israeliana contro la Freedom Flottilla.

Come nostro stile, abbiamo tentato di dire una parola puntuale e al tempo stesso più di riflessione che emotiva, anche se è netta la condanna dell'azione israeliana in quanto sicuramente sproporzionata rispetto al fine di fermare un gruppo di navi, obiettivo che poteva essere raggiunto con altri metodi. Troppi i morti e inaccettabile l'esito per una operazione che poteva essere gestita in maniera diversa. 

Detto ciò, è necessario non perdere la calma e non seguire la retorica violenta che a tratti sta imperversando, sul web e non solo. 

Come sempre in politica internazionale, inoltre, è necessario avere presente tutto il contesto: basti qui citare il ruolo ambiguo che la Turchia sta avendo, ruolo che si sta ridisegnando in un'ottica sempre più aperta al mondo islamico e sempre meno attenta alle ragioni dell'Occidente. 

Per tentare di fornire materiale per comprendere di più le dinamiche e gli attori in gioco, segnalo vari link per una breve rassegna stampa su quanto accaduto e alcuni documenti tratti dal sito dell'ambasciata israeliana.

Ciao

FranzMaria Mariotti

***

IL COMUNICATO DI SINISTRA PER ISRAELE

A poche ore dal drammatico intervento della Marina Israeliana contro la flotta dei pacifisti che hanno tentato di forzare il blocco navale a Gaza, sviluppare un ragionamento a partire dai fatti è difficile ma necessario. 

Prima di ogni altro ragionamento però noi esprimiamo il nostro cordoglio per le vittime della nave Marmara. SpI nasce per ribadire che solo la formula due popoli due stati potrà interrompere la tragedia continua della perdita di vite umane in medioriente.

Una cosa è certa: anche chi come noi non transige sulla sicurezza di Israele, non può esimersi dal considerare la risposta del governo israeliano – al di là dell'eventuale legittimità o meno – come inaccettabile dal punto di vista del costo in vite umane. La Marina Israeliana, che prima dell'azione ha esplicitamente invitato le navi della flottiglia umanitaria a dirottare su un altro porto, ha infatti messo in atto un attacco che appare da diversi punti di vista sproporzionato rispetto alla manovra di rottura dell'embargo; questo anche laddove si accertino le volontà offensive di singoli esponenti del gruppo di pacifisti. Parte dei quali non hanno certo le carte in regola per definirsi "operatori di pace".

Anche se chi forza un blocco militare sa che non può non esserci una reazione, sicuramente il previsto arrivo delle navi con gli aiuti poteva essere gestito dalla leadership israeliana in carica con un approccio diverso che impedisse – o per lo meno limitasse al minimo – un eventuale conflitto.

L'attuale governo israeliano mostra – in questa azione – il deficit di politica che lo sta accompagnando fin dalla sua nascita. E’ necessario che al più presto riprendano i colloqui di pace fra Israele e l'unica legittima Autorità Nazionale Palestinese, emarginando Hamas e altre frange terroristiche, che in questo frangente stanno tentando di riprendere peso nella scena internazionale. Dobbiamo infatti ricordare che causa del duro embargo contro Gaza è anche la scelta terroristica di chi governa quel territorio, scelta che non è mai stata rinnegata.

Per il bene della democrazia israeliana che sappiamo capace di autocorreggersi e dare segni di maturità anche in momenti di gravissima tensione, anche quando è in gioco la sua sopravvivenza,e per tenere accesa la flebile speranza di una pace giusta in medioriente ci auguriamo che venga al più presto stabilita la corretta dinamica dei fatti, e si accertino le responsabilità: Israele si apra alla collaborazione delle autorità internazionali e dell'Unione Europea e avvii una propria inchiesta indipendente. In questo senso è bene anche che venga rapidamente chiarito lo status di tutti gli attivisti fermati.

In ultimo, auspichiamo che altrettanta responsabilità venga da ogni parte coinvolta nella vicenda: è infatti inquietante che le manifestazioni di ieri siano state guidate verso i quartieri a forte presenza ebraica e le sinagoghe di alcune città ; la critica – legittima – contro la politica del governo di Israele non deve mai rischiare di confondersi con forme di antisemitismo; manifestare di fronte ad una sinagoga per i morti a bordo della nave turca significa scegliere come obbiettivo della propria protesta gli ebrei e non il governo d'israele, il che è pericoloso e inaccettabile.

Vogliamo sperare che tutti coloro che lavorano per la pace siano consapevoli di questo rischio gravissimo e faranno di tutto per evitarlo. 

SpI continuerà a lavorare perchè in medioriente si possa giungere ad una giusta conciliazione fra il diritto di Israele a esistere sicuro e il diritto del popolo palestinese ad una propria patria.

Furio Colombo, presidente nazionale di Sinistra per Israele
Emanuele Fiano, segretario nazionale di Sinistra per Israele
Fabio Nicolucci, coord. Sinistra per Israele di Roma
Giorgio Albertini, coord. Sinistra per Israele di Milano
Silvia Cuttin, coord. Sinistra per Israele di Bologna
Ilda Sangalli Miller, coord. Sinistra per Israele di Trento

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RASSEGNA STAMPA







La versione ufficiale di Israele (dal sito dell'ambasciata)

Obama: che fare?
post pubblicato in Diario, il 7 novembre 2009


(3 novembre 2009)

Comunque la si giri, un po' di delusione nel mondo sul primo anno di Obama è palpabile. E forse positiva, a suo modo, se riusciamo a passare dalla fase del "sogno" a quella di un riformismo serio e radicale, come nel caso della Sanità.


Per quanto riguarda il resto del mondo, la percezione è che abbia cominciato a ragionare - per il momento - "a prescindere" da Obama.

Precisiamo: questo non significa necessariamente "a prescindere dagli States" - che non sono identificabili con il Presidente e la sua Amministrazione; nessuno Stato è totalmente identificabile con il Governo; oggi più che mai uno Stato e una Nazione sono rappresentati anche da relazioni economiche e diplomatiche e di sicurezza che interagiscono indipendentamente e addirittura "contro"- entro certi limiti - l'immediata azione del Governo. Sempre più gli stati moderni, a maggior ragione quelli democratici, lavorano per "comparti separati", per "corpi separati", e per logiche "semiconflittuali", che permettono a un ente politico di mantenere aperte più vie di percorso sui diversi problemi.

Detto ciò, Israele e Iran  - per fare l'esempio più stringente - non staranno certo ad aspettare che il "tirocinio formativo" di Obama finisca. E' probabile che contatti trasversali e quasi-diretti siano in corso, e questo è normale fra "nemici". E' appunto l'"amico americano" che sembra essere carente (almeno nella forma dell'attore-governo), in questa situazione e in molte altre...

Sta di fatto che il primo anno di Obama sembra in qualche modo confermare che il mondo è chiamato a ridefinirsi come non più dipendente da Washington; il problema è come riorganizzarsi, evitando che la debolezza di strategia diventi isolazionismo, e che prevalgano sulla scena globale attori molto pericolosi, che già si sono rafforzati nelle aree di crisi.

Spazi nuovi in questo scenario si aprono per l'Europa di Angela Merkel (non è un lapsus né un errore, ho proprio voluto scrivere: "Europa di Angela Merkel"), un'Europa liberale, cristiano-democratica, dura con l'integralismo islamico (si pensino alle posizioni della Merkel durante la guerra di Israele contro Hamas a Gaza) ma tollerante e aperta al futuro.

Questo, però, è un copione ancora da scrivere. Possibilmente insieme...

Francesco Maria Mariotti
http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it/

***

Di seguito una breve rassegna stampa esteri con gli articoli più interessanti su Obama, Iran, Afghanistan, Cina e la segnalazione di un interessante evento che si svolgerà il 4 novembre a Milano sui vent'anni dalla caduta del muro.

***

Obama, la delusione, la realtà.

Obama, un anno dopo (Speciale de La Stampa)
http://www.lastampa.it/focus/obamaunannodopo/

Il Carisma e la Croce (Vittorio Zucconi su Repubblica del 27 ottobre 2009)
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NSNLE

Obama: che fare con le guerre? (da Il Foglio del 27 ottobre 2009)
http://www.ilfoglio.it/soloqui/3692

Obama e il pugile nero (da Il Corriere della Sera del 27 ottobre 2009)
http://www.corriere.it/esteri/09_ottobre_27/valentino-jack-johnson-obama_2ef708fa-c2c0-11de-9afa-00144f02aabc.shtml

Afghanistan senza strategie? (V.E. Parsi su La Stampa del 2 novembre 2009)
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6572&ID_sezione=&sezione=

La globalizzazione dei kamikaze, Boris Biancheri su La Stampa del 28 ottobre 2009
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6548&ID_sezione=&sezione=

Vittorio Emanuele Parsi: la logica dell'Iran
http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=44936

L'Iran non ha bisogno della Bomba, ma il regime sì, per sopravvivere
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NT36M

Altre notizie

Prodi sulla Cina, 3 novembre 2009
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NXH5R

Gli inglesi contro il censimento
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=NSPRX

La censura di Sarkò
http://www.corriere.it/esteri/09_ottobre_29/sarko-satira-bloccata-burchia_355ea908-c498-11de-ae8c-00144f02aabc.shtml


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permalink | inviato da franzmaria il 7/11/2009 alle 23:18 | Versione per la stampa
Israele e la vera identità di Hamas
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 26 gennaio 2009


di LUCIA ANNUNZIATA, La Stampa - 26/1/2009
   
Ora che le armi tacciono, è possibile ritornare a parlare di Gaza invocando, se non la serenità, almeno il diritto di cronaca. Ieri un'unità navale degli Stati Uniti ha fermato nel Golfo una nave con un carico di armi diretto a Gaza. Ordinaria amministrazione che ha meritato solo una «breve» nei media. Il piccolo schermo in compenso è stato «bucato», sempre ieri, da uno strepitoso reportage firmato da Mark Innaro per il Tg3. Innaro, corrispondente della Rai, ha documentato l'intervento con cui Hamas (soldi in mano davanti alle telecamere) ripaga ora i civili vittime degli attacchi di Israele: poche centinaia di dollari per minori danni, 5000 per un intero edificio distrutto, 3000 dollari per un martire. Lodevole attenzione, per la quale Hamas ha calcolato, dice Innaro, 50 milioni di dollari di risarcimento. Da dove vengono?, chiede il giornalista, senza trovare risposta dagli uomini di Hamas.

La risposta formale è irrilevante. Emiro, leader terrorista o Stato che sia il finanziatore, basta un servizio di un Tg ad allargare la nostra visione dei fatti: Hamas non è un semplice partito palestinese, sia pur radicale, e Gaza non è solo un pezzo di terra conteso.

Hamas è parte di una alleanza internazionale di uno o più soggetti arabi, e la Striscia è una piattaforma militare strategica. Un buon esempio per ricordarci quanto restrittivo sia guardare oggi a quello che accade fra Israele e Palestina come a uno scontro fra occupati e occupanti, uno scontro per la terra, o anche solo per uno o due Stati.

L'operazione militare scatenata da Israele a Gaza ha formato due fenomeni che - è facile anticiparlo - segneranno nei prossimi anni la nostra vita pubblica. La discesa in campo di un movimento di protesta arabo con forti connotati radicali-religiosi; e il contemporaneo aumento di opinioni antiebraiche dentro la popolazione italiana. Con il risultato che arriviamo al fatidico Giorno della Memoria (domani, martedì) in uno Stato di post-sbornia: commossi come sempre dalla tragedia dell'Olocausto, ma sconnessi dalle passioni che l'operazione Gaza ci ha suscitato fino a poche ore fa.

Il conflitto arabo-israeliano fa di questi effetti, e ne farà sempre più, se ci ostiniamo a ridurlo invece di capire quali dimensioni abbia ormai preso.

Diciamolo di nuovo a freddo. Bisogna accettare che Hamas ha metodi, identità e scopi ben più ampi e complessi di quella che pure per anni è stata la semplice resistenza palestinese - quella guerrigliera degli Anni 70 o, ancora di più, quella autoctona della prima Intifada. Sarà un caso che in Cisgiordania non ci sia stata una mobilitazione vera contro la guerra di Gaza? Che nei Paesi arabi le manifestazioni siano state poche e di maniera? Che l'Egitto, che avrebbe dopo tutto potuto fare il gesto salvifico di aprire le frontiere e accogliere i civili, non lo abbia fatto? Certo non immaginiamo disumanità nel mondo arabo di fronte alle vittime di Gaza; ma di sicuro possiamo immaginare reticenze, calcoli, paure e rancori, maturati dentro una causa che da tempo non è più solo e semplicemente quella dell'indipendenza della Palestina.

Hamas ha certo vinto le elezioni nel 2006. Ma dopo cosa è accaduto? Battaglie tremende, fra il 2006 e 2007, hanno opposto Fatah e Hamas, lacerato Palestina e Gaza, fatto morti palestinesi per mano palestinese a centinaia: esecuzioni, colpi di mano, cannonate per la conquista di pubblici edifici. Ancora oggi fa meraviglia guardare alla violenza di quella guerra civile in un popolo già vittima di un altro conflitto. La divisione estrema maturata dentro i palestinesi negli ultimi anni non è altro che il riflesso della spaccatura che travolge oggi tutto il mondo arabo, e che lo vede più o meno armato al suo interno fra differenti governi e fazioni - come prepotentemente ci ha ricordato l'11 settembre, e ci ricordano le cronache delle tensioni nei vari Paesi mediorientali.

Arriviamo così a una terza cosa da dire a freddo. Niente di tutto questo giustifica l'operato di Israele a Gaza nelle scorse settimane; l'operazione militare, oltre ad avere avuto un costo di sangue altissimo, non ha reso né efficace né duratura la lezione che voleva essere inferta a Hamas. Diciamolo ancora meglio: l'uccisione di civili non si giustifica con la natura dell'avversario. Ma, proprio per le dimensioni prese dalle vicende mediorientali, è chiaro che Israele non è nemmeno più tra i grandi attori di questo conflitto; sicuramente non ne è il deus ex machina, fermato il quale si ferma tutto. Anzi, la follia militaristica, nella quale periodicamente il governo di Gerusalemme cade, appare solo, visti i risultati, come un processo di indebolimento delle sue élite militari e politiche.

Questo è un ragionamento per grandi linee, naturalmente. Ma è nei momenti di grande attesa e di sospensione delle armi che bisogna mettere sul tavolo tutti i caveat di un giudizio che nel fuoco della polemica diventa invece azzardato e limitato.

Il Medioriente entra ora, si dice, in una nuova fase con l'amministrazione Obama. In compenso l'antisemitismo è rientrato da tempo nella nostra nuovissima Europa. Appiattire le nostre opinioni in merito a tutto ciò non solo non aiuta soluzioni politiche, ma ci porta sempre più a muoverci come piume al vento. Per cui spesso questo nostro Paese oscilla fra difesa degli arabi in Palestina e attacco agli arabi immigrati, e fra l'onore alle vittime dell'Olocausto e il rogo delle bandiere di Israele. Senza mai riconoscere il nesso tra nessuna di queste opinioni. O emozioni.


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permalink | inviato da franzmaria il 26/1/2009 alle 21:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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