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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
In Ricordo Di Boris Biancheri
post pubblicato in Persone, il 19 luglio 2011


Un articolo di Boris Biancheri è sempre stato importante per chi si interessa di politiche internazionali; le doti dell'intellettuale sono ben raccontate in poche righe da Mario Calabresi al link che vi segnalo più sotto.

Qui ripropongo gli articoli che in alcune occasioni ho citato o segnalato; il più bello mi pare sia quello scritto nell'imminenza dell'elezione di Obama (Mr.President e il mondo): una lezione di politica e di stile al tempo stesso; il ricordare a tutti - parlando d'America forse anche per parlare di noi - che la politica estera di un paese non può essere "progettata" più di tanto. 

Il campo delle relazioni internazionali è dominato anche dal caso, che costringe spesso ad abbandonare progetti, a ricostruire le proprie idee, a rimettere mano a ciò che si era previsto fare.

Per questo - aggiungo a bassa voce - le relazioni internazionali sono anche scuola di laicità, preziosa oggi più che mai.
(...) L’Italia si conferma dunque come un paese in cui il risultato delle prossime elezioni amministrative detta non solo il comportamento del governo negli affari correnti ma anche le linee, o quanto meno il linguaggio, della nostra politica estera. Si dirà che anche in Germania, su gravi temi economici e ambientali, è successo altrettanto: ma certo con meno andirivieni e più serietà.
Quanto al futuro, imminente o lontano che sia, non vi è dubbio che un errore è stato commesso dagli alleati fin dall’inizio, quando si è scambiata la crisi libica, che ha carattere verticale perché sono l’est e l’ovest del paese che vi si confrontano, con le insorgenze del tipo egiziano o tunisino che hanno avuto carattere orizzontale e hanno interessato senza fratture le rispettive società. Per questo, predisporre oggi e comporre domani il futuro assetto della Libia sarà ancora più difficile che vincere senza combatterla quella che è una guerra intestina ma che abbiamo tutti fatto finta, per semplicità o per interesse, fosse una sana, autentica, democratica rivolta popolare.
 
 
 
(...) Credo che il limite estremo della banalizzazione del suicidio sia stato raggiunto con l’attentato compiuto giorni fa nel Belucistan e con le polemiche che vi hanno fatto seguito. Sulla finalità di questo nuovo episodio di morte vi sono, come sappiamo, interpretazioni diverse. Vi è chi lo mette a carico dell’oppressione che l’Iran eserciterebbe da tempo sulle popolazioni del Belucistan e sullo scoppio improvviso di un clamoroso atto di protesta; vi è chi vede in esso una fase del confronto politico in atto in Iran dopo le ultime elezioni parlamentari, dando così per scontato che un attentato suicida sia oggi una forma corrente di lotta politica. Ancor più sconcertante è la versione che ne danno le autorità iraniane, secondo cui l’attentato è il prodotto dell’azione dei servizi segreti americani (o forse pachistani su suggerimento americano) nel braccio di ferro che oppone l’Iran all’Occidente. L’attentatore sarebbe stato in questo caso reclutato per l’occasione, esattamente come si acquista un prodotto di cui si ha bisogno su un mercato di potenziali suicidi. Gli attentati terroristici e l’immenso fiume di sangue che essi generano sono la via che la modernità ha scelto per proseguire le guerre del passato ed esprimere il proprio bisogno di violenza. L’apparente facilità con cui si reclutano gli attentatori suicidi ne è l’aspetto più inspiegabile e più inquietante. (...) Questa mi sembra sia stata la spinta che ha portato tanti giapponesi, soprattutto tra i giovani, a una scelta di cambiamento che a noi parrebbe quasi naturale ma che nella storia politica del Giappone ha un carattere epocale.Cosa dobbiamo aspettarci dal Giappone di Hatoyama e quali ripercussioni avremo nelle relazioni internazionali? Il Manifesto programmatico del Partito democratico non ha in sé nulla di rivoluzionario. Vi è un accenno di solidarietà sociale, vi è qualche riserva verso la globalizzazione e il libero mercato portato alle estreme conseguenze, vi si trova frequentemente e con diverse accentuazioni la parola fraternità. Una parola, tuttavia, alla quale sappiamo possono darsi diversi significati. Sul piano delle relazioni esterne si riafferma la solidità del rapporto nippo-americano, ma si mette l’accento sulla necessità di una maggiore integrazione asiatica, anche per ciò che riguarda la creazione di una futura moneta unica. Nel cautissimo linguaggio politico giapponese, queste parole sembrano indicare un’apertura verso nuovi equilibri nel continente, ma senza colpi di scena e con molta gradualità.Quanto al velo di socialdemocrazia di cui il Paese si ammanta, esso sembra leggero e trasparente. Ma lo abbiamo già detto: più dei contenuti che il cambiamento porterà con sé, è il cambiamento stesso che oggi celebriamo. (...) La realtà è che la politica estera, anche se si tratta di una potenza globale come lo sono gli Stati Uniti, non può essere programmata in anticipo se non in termini tanto generali che non significano quasi più nulla. La guerra al terrorismo e l’intervento militare in Iraq non erano nei programmi di Bush più di quanto la guerra del Kosovo lo fosse in quelli di Bill Clinton. Bush, anzi, iniziò il suo mandato concentrandosi su problemi interni e mantenendo, sul piano internazionale, le iniziative dell’amministrazione precedente. Poi giunse l’11 settembre a sconvolgere gli Stati Uniti e il mondo e a dare della guerra al terrorismo un ruolo centrale condiviso da tutti. Ricordate il «siamo tutti americani» di quei momenti? Da lì nacque l’azione militare in Afghanistan e, dal successo di quella, l’operazione Iraq, fallimentare nella gestione della pace ancor più che della guerra.

Un governo può avere un programma di politica fiscale, di politica sanitaria, di espansione dell’economia o di riduzione della spesa pubblica perché sa di poter perseguire i suoi programmi presentando al proprio Parlamento delle leggi che, se approvate, conducono a questi risultati. Non è in suo potere programmare in termini altrettanto precisi la politica estera che è quasi sempre il frutto di una reazione ad avvenimenti estranei alla volontà di chi governa, di cui non si possono scegliere i tempi né, di solito, prevedere tutte le conseguenze, e di fronte ai quali occorre spesso fare scelte di intuito e improvvisazione.
 
La stessa dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, la scomparsa di un universo contro il quale l’America aveva lottato per decenni, colse il mondo di sorpresa e trovò gli Stati Uniti incapaci di contribuire a guidarla. La crisi in Georgia nello scorso agosto ha rischiato, per un eccesso di reazione da parte americana, di sconvolgere i propositi europei di pianificare laboriosamente dei nuovi rapporti con la Russia. Il Presidente degli Stati Uniti ha, in materia di politica estera, una grande autonomia. Il nostro futuro dipenderà più dalle sue doti di carattere che dalla bontà dei suoi programmi, più dal temperamento o dall’equilibrio che dalla forza della ragione, più dal caso che dalla ideologia. Speriamo bene.

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permalink | inviato da franzmaria il 19/7/2011 alle 19:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Scrivi Kashmir, leggi Europa?
post pubblicato in Focus Europe, il 15 settembre 2010


E' sempre rischioso connettere eventi diversi e scenari politici distanti, ma la globalizzazione ci costringe all'"imprudenza" di una narrazione sintetica e terribilmente semplificatoria.
 
L'Occidente e l'Islam (è già utilizziamo due concetti troppo vasti, quasi "falsi" nella loro presunta omnicomprensività) sembrano essersi "fronteggiati" nei giorni scorsi su varie piazze del mondo: dagli Usa dei Corani da bruciare alla sfida costituzionale interna alla Turchia che guarda con ambiguità all'Europa, fino al Kashmir, dove i fondamentalisti musulmani usano il pretesto  - perché tale è - del pastore Jones per un nuovo attacco alle altre religioni presenti su quel territorio, in particolare ai cristiani. 
 
Pur rigettando la retorica dello "scontro di civiltà", dobbiamo porci il problema del futuro delle società liberali in questo "incontro conflittuale". Di questo parlano - negli articoli che propongo alla vostra riflessione - Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, e padre Gheddo.
 
Il problema non è ovviamente religioso: infatti il cristiano (per dire della fede di cui - forse - posso un po' rispondere personalmente) sa che sarà presto minoranza (anzi lo è già), e non ne ha paura; ma è un problema laicissimo e tutto politico - indipendentemente da qualsiasi identità culturale - capire come preservare gli spazi pubblici da tutti i fondamentalismi; e decidere di non arrendersi alla subdola autocensura dettata dalla paura e da un'errata concezione del rispetto delle identità altre.
 
Per dirla in breve: nel confrontarci con il complesso e variegato mondo islamico che è presente anche fra noi, non so se ci sia necessità di proibire come in Francia il velo integrale, ma certo non possiamo farci imporre un bavaglio.
 
Francesco Maria Mariotti
 
*****
 
NB: i grassetti dei brani che seguono sono miei
 
(...) La «prevedibilità» della violenza scatenata in India contro cristiani colpevoli solo di essere tali, non toglie niente alla sua inaccettabilità e pretestuosità. È solo l’ennesima manifestazione della dilagante e crescente intolleranza nell’Islam, una vera e propria malattia che sta soffocando le società dove l’Islam è religione maggioritaria, e che rischia di restringere gli spazi di libertà anche nelle nostre società. Che siano le vignette danesi, le provocazioni di un idiota o più sofisticate polemiche culturali, quando un qualunque imam leva la voce per scatenare la violenza è sicuro di trovare seguito e, troppo spesso, anche la connivenza delle autorità (basti pensare ai cristiani impiccati in Pakistan per blasfemia dopo «regolare processo»). Come ha sottolineato ieri Angelo Panebianco con l’abituale franchezza sul Corriere, «la “loro” malattia dovrebbe essere, ma non è, il nostro primo argomento di discussione».(...) I reverendi Jones dell'Islam, V.E.Parsi sulla Stampa
 
(...) La crescita della presenza islamica è un fatto irreversibile. Ma non è stata scritta la parola definitiva su quali rapporti si affermeranno fra musulmani e società europee. Nascerà, come si spera, un Islam «europeo», ove religione e piena accettazione dei princìpi occidentali di convivenza civile riusciranno a convivere? Oppure, prevarranno il rifiuto, la separazione e il conflitto? L’esito dipenderà, almeno in parte, dalle scelte degli europei: dalla loro capacità di valorizzare il ruolo dei leader non fondamentalisti, a scapito dei fondamentalisti, delle comunità musulmane, e dalle regole di convivenza che riusciranno a varare e a fare rispettare. E dipenderà anche dal loro impegno nel fronteggiare la sfida militare del radicalismo islamico nei molti luoghi in cui si manifesta. Poiché si ha a che fare con un sistema di vasi comunicanti, se il radicalismo islamico dovesse collezionare sconfitte nei vari angoli del mondo, ciò avrebbe effetti positivi sugli orientamenti prevalenti nelle comunità musulmane europee (fra i giovani, soprattutto). Così come effetti di segno contrario, negativi, avrebbero le vittorie del radicalismo islamico. Bisognerebbe però sbarazzarsi della tesi minimalista che molti hanno adottato in Occidente (e che contribuisce a spiegare, ad esempio, il tiepido appoggio europeo all’impegno Nato in Afghanistan): la tesi secondo la quale una minaccia globale non esiste, essendo i vari conflitti in cui opera il radicalismo islamico figli solo di circostanze e situazioni locali. (...) dal Corriere della Sera: Gli occhi chiusi dell'Occidente, di A.Panebianco
 
(...) Ironicamente i due stati rivali, nati dall’India imperiale britannica, concordano sul fatto che il Kashmir non debba essere indipendente, la soluzione che sembra invece preferire la sua popolazione. Il governo di Manmohan Singh che sta guidando l’elefante indiano sulla strada (ancora lunga) della superpotenza globale, ha tutto sommato trascurato il problema kashmiro, sperando forse di relegarlo in una dimensione locale. Ma il Kashmir è per certi aspetti una piccola Palestina, più esotica e meno dirompente certo, ma un fuoco che si autoalimenta, una tragedia di cui non si scorge la fine (...) 
 
(...) Va però registrato che da diversi anni, nella lotta per l’autonomia del Kashmir si sono infiltrati gruppi di musulmani radicali, sottomettendola a un progetto di stampo fondamentalista e legato alle lotte iraniane e medio-orientali. Ieri nelle manifestazioni si lanciavano slogan anti-indiani, ma anche anti-Usa e anti-Israele: un fatto, questo, alquanto nuovo nel panorama politico indiano. Il tentativo di islamizzare il Kashmir, eliminando le altre minoranze – sikh, indù e cristiane – è sempre più forte. (...)  da AsiaNews: I frutti di “Brucia il Corano”: scuola cattolica bruciata, due scuole protestanti nel mirino
 
(...) Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”.(...)
Se non vai tu dalla politica...
post pubblicato in Comunità, il 20 giugno 2008


La proposta di Amos Luzzatto per risolvere il paradosso di una politica che comunque ci viene incontro, anche quando noi tentiamo di "ripararci" nel privato. Lunedì sera, a Milano, un'occasione di cultura e di riflessione, anche per fare gli auguri a un maestro di laicità e democrazia.



Dall'invito che anticipa brani della Lectio Magistralis di Luzzatto:

Quando si parla della disaffezione del grande pubblico dalla politica, non è difficile riconoscervi un paradosso del nostro tempo: questo ritirarsi nel privato (a meno che non si tratti di meditazioni trascendentali) lungi dal portare alla conseguenza di interrompere la connessione fra il cittadino e la politica, finisce col renderla più forte, ma allo stesso tempo a senso unico: dalla politica al cittadino, non viceversa.

La proposta di Luzzatto è: “Ripartiamo dalla socializzazione. Costruiamo punti di incontro e di dialogo, di espressione di bisogni, di proposte e di verifiche. Costruiamo circoli, club, gruppi di quartiere, dove ci si parla, dove ci si informa, dove lentamente si porranno le basi per una cultura di convivenza che è necessariamente allo stesso tempo una cultura dell’accoglienza di gruppi umani che provengono da lontano e che vogliono vivere qui, con noi”.

“Non so se la politica continuerà a venire da noi per farci conoscere come ci gestirà sulla base dei suoi parametri e delle consulenze dei suoi esperti - prosegue Luzzatto - ma noi, di sicuro, andremo dalla politica o per lo meno cominceremo ad andare in quella direzione. Non per contestarla in quanto tale, non per esorcizzarla come una strega minacciosa, ma per cominciare ad appropriarcene”.

Amos Luzzatto (Roma, 1928) nasce in una famiglia di vecchia tradizione ebraica (il nonno materno, Dante Lattes, fu uno dei principali esponenti della cultura ebraica italiana del nostrosecolo; il trisavolo paterno, Samuel David Luzzatto - Shadal - fu docente al Collegio Rabbinico di Padova ed esponente italiano della “Wissenschaft des Judentums”). Trascorre la sua adolescenza a Gerusalemme, fino al 1946. Per più di quarant’anni svolge la professione di chirurgo in svariati ospedali italiani. E’ libero docente universitario e primario, particolarmente attento nei suoi studi alle applicazioni dei metodi matematici nelle ricerche medico-cliniche.
Ama farsi definire “medico - studioso di cultura ebraica”. Insiste soprattutto sull’identità ebraicamoderna, che, secondo lui, ha valorizzato e fatto affermare la categoria dell’identità laico-nazionaleaccanto a quella “religiosa”. Sulla scia di pensatori come Bialik e Achad ha-am, sostiene che questa identità nazionale debba svilupparsi in continuità con la storia e la tradizione ebraiche e sollecita coloro che seguono questo indirizzo ad appropriarsi con lo studio non solo della lingua ebraica ma anche della Bibbia, della letteratura midrashico-talmudica e di tutti i suoi sviluppi fino ainostri giorni. Ha tradotto e commentato il “Libro di Giobbe” (Univ. Ec. Feltrinelli, 1991) e il “Cantico dei Cantici”(Giuntina, 1997). Ha pubblicato il volume “Leggere il Midrash” (Morcelliana, 1999). Ha contribuito con saggi personali nei libri “Sinistra e questione ebraica” (Editori Riuniti, 1989), “Ebrei moderni”(Bollati-Boringhieri, 1989), “Oltre il Ghetto” (Morcelliana, 1992), “Annali Einaudi - Storia degli ebrei d’Italia, vol.II” (Einaudi, 1997). Recentemente ha pubblicato “Una vita tra ebraismo, scienza epolitica” (Morcelliana, 2003), “Il posto degli ebrei” (Einaudi, 2003), “La leggenda di Concobello(Mursia, 2006), “A proposito di laicità. Dal punto di vista ebraico (Effatà, 2008), “Libertà” (Emi,2008). E’ in corso di pubblicazione: “Conta e racconta. Memorie di un ebreo di sinistra” (Mursia,2008). Ha partecipato con relazioni personali a numerosi convegni nazionali e internazionali su temi dicultura ebraica. Ha tenuto un corso sulla lettura ebraica del midrash presso la cattedra di Storiadelle religioni all’Università di Venezia. E’ stato impegnato per la realizzazione, presso lamedesima Università, del “Master europeo “Socrates” sull’archeologia e la dinamica dellascrittura”, relativamente alla parte ebraica. Ha tenuto, presso l’Università Roma, tre corsi sul Midrash e sulla Dinamica del Pregiudizio. E’ stato Direttore responsabile del periodico di cultura “La Rassegna Mensile d’Israel”. Dal giugno1998 è stato Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane fino al 2006. E’ Presidente della Fondazione “Primo Levi” di Torino. Abita a Venezia.


 

Non solo Smirne - 3
post pubblicato in Comunità, il 1 aprile 2008


(...) Nel suo rapporto di 162 pagine, corredate da estratti audio e video il procuratore generale Yalcinkaya ha raccolto tutti i dati della deriva islamica dell'Akp: direttive del partito sul divieto di vendere alcolici, creazione di spazi per sole donne nei luoghi pubblici, distribuzione di copie del Corano con il logo del partito islamico, sono solo alcuni dei numerosi esempi riportati. “Non è possibile attendere sino a quando il partito sarà riuscito a stabilire il modello di stato che preconizza”, scrive il procuratore, “per giustificare la decisione di procedere con un formale ricorso. In Turchia è evidente che i movimenti dell’Islam politico e il partito in questione aspirano a stabilire un sistema fondato sulla sharia piuttosto che sullo stato di diritto”. (...)

Il breve articolo da cui traggo la citazione.

Non solo Smirne
post pubblicato in Comunità, il 31 marzo 2008


Oggi tifiamo Milano per l'Expo (con la speranza che l'eventuale vittoria venga sfruttata per il bene di tutta la città e di tutto il paese, cosa non sempre avvenuta per altri grandi eventi), ma la decisione riguardante anche l'"avversaria" turca Smirne ci sollecita a guardare a quel paese, dove le ultime notizie non sono particolarmente rassicuranti.

Diciamo che il giudizio sul 2015 non è quello che forse - oggi - interessa di più la Turchia.
Ancora in pendenza una crisi istituzionale e di poteri; ancora in tensione la nuova politica "islamico-moderata" (con tutte le ambiguità del caso) rappresentata simbolicamente dalla coppia Erdogan - Gul e l'anima "laica" di un paese che sta cambiando, ma che ha il timore di perdere alcune caratteristiche che lo hanno distinto nello spazio medioorientale, con tutte le conseguenze del caso (tensioni nelle alleanze con gli Stati Uniti e con Israele, nuovo protagonismo coniugato a nuova "flessibilità" nelle relazioni con altri stati dell'area - Siria e Iran, e soprattutto nuove regole "contro" l'ostracismo alla religione che aveva caratterizzato l'impianto strutturato da Kemal Ataturk).

Il difficile equilibrio fra posizioni diverse è oggi messo in discussione dalla richiesta del giudice Abrurahamam Galcinkayan di mettere "fuori legge" l'AKP, il partito del Presidente Gul e del Primo Ministro Erdogan.
La Corte Costituzionale potrebbe decidere proprio oggi, o comunque a breve.

Di seguito, alcuni articoli di Asia news per approfondire la questione: si tenga presente che è un'agenzia di informazione cattolica, e quindi il giudizio sull'impianto laico-turco e quello sulle possibilità di riforme che potrebbero essere messe in campo dall'APK vanno letti anche sotto l'ottica del non semplice e non lineare rapporto Chiesa cattolica - Turchia (basti pensare alla variazione di posizioni di Ratzinger "e" di Benedetto XVI sulla possibilità di ingresso della Turchia in Europa)

Il ricorso alla Corte Costituzionale
Le reazioni di Erdogan al ricorso
Un'analisi che risale all'elezione di Gul alla presidenza

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