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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Ratzinger: politica e diritto, per un'ecologia dell'uomo - Angelo Scola: rivedere gli stili di vita
post pubblicato in Focus Europe, il 22 settembre 2011


Ci sarebbe molto da dire sul discorso di Benedetto XVI al Bundestag: c'è l'ottimismo di fondo - che fa la grandezza e il limite di questo pensiero - del riconoscere nella ragione l'impronta più forte della creazione di Dio (cosa vera, ma da tenere sempre in tensione con il fatto che è parte dell'umano, ed è stato quindi "accettata" da Dio nell'Incarnazione - se così possiamo dire - anche la nostra irrazionalità...). 

E' comunque importantissima  - in questi tempi, ed è la cifra di questo papato - la sottolineatura che il pensiero cristiano ha scelto la filosofia - e dunque il tentativo di un discorso totalmente umano e razionale, al di là della fede nel divino - come traccia per fondare un proprio discorso giuridico, comunitario, politico.

Certo, c'è in questo un tratteggiare una storia del pensiero cristiano e "occidentale" che - complice la sintesi inevitabile di un discorso - non può che apparire troppo coerente, apparentemente senza quegli strappi e quelle forzature che anche la storia delle idee presenta.

E si potrebbe discutere all'infinito del concetto di "natura", che se da un lato rimane un punto fondamentale della dottrina cattolica (e per certi aspetti è assolutamente positivo, soprattutto se inteso come "limite" alla "volontà di potenza" dell'uomo, come in queste parole di Ratzinger), dall'altra presenta sfaccettature che ogni volta rimangono non pienamente spiegate, con il rischio di presupporre nella natura ciò che è anche un "prodotto" di cultura e storia.

Detto ciò, il discorso rimane - anche per chi si sente lontano dalla Chiesa - un bellissimo affresco che vale come richiamo potente alle coscienze di noi europei, soprattutto nel ricordarci che la nostra comunità politica nasce dall'incontro fra Gerusalemme, Atene e Roma. Nel ricordarci insomma che gli europei sono "derivati da", non "originali", e dunque mai "puri".

Approfitto anche per segnalare una intervista di Angelo Scola, nuovo arcivescovo di Milano, del 2009: una lettura della crisi economica che anche qui risente delle semplificazioni inevitabili di un commento che è "pastorale" e non certo tecnico, ma che rimane interessante, in questo periodo, soprattutto per la chiarezza con cui si stacca da una visione "maligna" del mercato e della proprietà privata, spesso in voga anche in parte del mondo cattolico.

Francesco Maria

(...) La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto?
(...) Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”. Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione (...) 
Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé.
(...) A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza 
dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico. Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Grazie per la vostra attenzione.


(...) Come uscirne, appunto?Credo sia necessario riequilibrare l’economia di mercato nella direzione di subordinare l’uso dei beni al valore e alla dignità del soggetto personale e comunitario. In questo senso, nella crisi è contenuto un invito profondo a mutare i nostri stili di vita.
Si tratta di ridurre i consumi, di “decrescere”, come afferma qualcuno?
No, non si tratta tanto di non consumare o di consumare di meno: al centro ci deve essere l’interrogarci su come consumare. Dobbiamo in primo luogo chiederci in che modo il consumo dilata e rende dignitosa la vita del soggetto e della comunità. In questo senso vedo un’analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunità? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato.
E i consumi?
Se sono assunti dentro la ragionevolezza dei beni materiali necessari ad espandere la dignità dell’uomo, occupano un posto importante nella nostra vita. Altrimenti producono squilibrio.
Lei, Eminenza, sta cioè invitando a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell’economia?
Esattamente. Se si riporta il soggetto al cuore dell’economia di mercato, allora inesorabilmente si equilibra il rapporto fra il soggetto stesso e l’uso dei beni. In ciò basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa, proprio già dei tempi di san Tommaso, secondo cui tutto ci è dato in uso. La proprietà privata consiste nel fatto che tutto ci è dato in uso, ma la destinazione dei beni è universale. E qui si innesta un altro e basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che abbiamo delineato è per sua natura solidale.
Il che, tradotto nel concreto delle scelte economiche, cosa significa?
Che noi non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di povertà - cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi - per andare ai bisogni dell’Africa. Il che vuol dire, per esempio, guardare alla povertà e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carità, ma come a opportunità per riequilibrare il mercato.All’incirca com’è accaduto in questi ultimi anni con la Cina?
Certamente. Nel rispetto, però, di tutti i diritti dell’uomo e della società. Noi occidentali, così come siamo troppo ignavi verso l’Africa, siamo colpevoli circa la modalità con cui la Cina non sta affrontando il problema dei diritti dell’uomo. 
Oltre Pomigliano: verso dove?
post pubblicato in Comunità, il 13 giugno 2010


Pomigliano, a prescindere da come andrà a definirsi l'accordo fra le parti - rappresenta probabilmente una novità su cui riflettere e da cui cominciare a pensare nuove politiche pubbliche. 

Come rendere più forti i lavoratori che di fatto - al di là della forma contrattuale con la quale sono impegnati - si trovano di fronte a cambiamenti sempre più veloci e radicali? Il caso in questione può essere forse un esempio, ma è al tempo stesso troppo estremo e particolare per chiarire tutte le variabili in gioco, che stanno anche al di fuori delle relazioni industriali, e riguardano quelle possibilità di vita, formazione, cambiamento, autocostruzione del proprio destino che si intrecciano con le dinamiche del lavoro. 

Politiche della famiglia, politiche dei trasporti, politiche della casa: se è vero che il mercato dei lavori non può più essere determinato all'interno di alcune categorie "classiche" (diciamo così), questo non può significare mancanza di pensiero pubblico e comunitario su quanto sta avvenendo nelle nostre società e su come fare fronte - insieme - ai cambiamenti che stiamo vedendo in atto. 

Tremonti ha voluto parlare di "Economia sociale di mercato"; la formula - che amo moltissimo - è nobile e bellissima in teoria, ma deve essere riempita di contenuti, e non deve essere un cappello sotto cui nascondere abbasssamento della dignità del lavoro, o sotto cui celare gli inevitabili conflitti sociali che questo frangente storico ci porterà a vedere. 

Reddito minimo di cittadinanza, infrastrutture materiali e educativo-culturali, una politica economica che guardi al sistema-paese e al sistema - Europa che ancora fatica a decollare; regole dei mercati finanziari, welfare-community (è una possibilità in questo senso il federalismo? come possibiltà di rilegittimare una mano "pubblica" che si affianchi a quella privata - e la controlli - nell'affrontare le zone del disagio che una comunità locale deve curare?); queste alcune delle possibili voci di un vocabolario che deve tornare a farsi comune e condiviso.

Come spesso si è detto, anche se poco si è fatto in questo senso, più mercato non è alternativo a "più stato": si tratta di lavorare sulla qualità dell'intervento pubblico, rendendolo trasparente, condiviso, capace di portare risultati evidenti, che possano convincere i cittadini che la "mano visibile" dell'apparato pubblico è un elemento comunque essenziale nella costruzione di un paese moderno.

Pomigliano, dicevamo, è un caso per molti aspetti troppo eccezionale per poterlo fare parametro di moltissimi altri casi che la nostra economia ci presenta.
E' giusta quindi l'attenzione con cui si guarda in queste ore al caso Fiat, ma al tempo stesso governo, sindacati e forze politiche non devono cercare in esso simboli da utilizzare sia in senso positivo che negativo, in una dialettica già vista e poco positiva.

La sfida di guidare il paese e il continente europeo in una fase storica che è di fatto di impoverimento, richiede uno sforzo in più: locale e comunitario da un lato, globale dall'altro. 

E' notizia di pochi giorni fa che anche in Cina il costo del lavoro in alcuni distretti industriali si sta alzando, e le imprese vogliono delocalizzare ulteriormente, dopo aver approfittato del basso costo di quel paese. 

Non sarà possibile delocalizzare all'infinito, e l'economia sempre più integrata ci chiede di pensare che anche i diritti dei lavoratori sono universali. 

Su questo la voce dell'Europa  - e in particolare delle forze progressiste, e di quelle cristiano-liberali - può e deve essere più forte. Per tutto il mondo. 

Francesco Maria Mariotti


Appena si prospetta un vero quesito il sistema italiano delle relazioni industriali imperniato su contratti nazionali e Statuto dei lavoratori appare per quello che è: irrimediabilmente datato. È fermo alla sua età dell’oro, costruito attorno a un’idea novecentesca della competizione economica. Non capisce come la globalizzazione abbia allargato il campo di gioco e spinga a delocalizzare. Non sa che le divisioni tra lavoro dipendente e autonomo hanno molto meno senso di prima. Impedisce alle piccole imprese di crescere per non incamerare nuovi vincoli. Fa finta, infine, di non vedere che in Italia operano centinaia e centinaia di lavoratori asiatici in condizioni di schiavitù.

Non bastassero questi palesi segni di senescenza le relazioni industriali centralizzate dimostrano di non essere attrezzate a far fronte alla nuova emergenza, la disoccupazione. Nei prossimi mesi conosceremo un po’ di ripresa, ma non avremo occupazione in più. (...)
Contro la paura - Pensieri liberali
post pubblicato in Idee, il 23 novembre 2008


Dal sito LaVoce.Info traggo un interessante articolo di Salvatore Rossi (Direttore centrale della Banca d'Italia per la Ricerca economica e le relazioni internazionali), anticipazione di un saggio che verrà pubblicato a dicembre sulla rivista Il Mulino: una difesa del pensiero liberale autentico, contro la "religione liberista", ma anche - seppur più implicitamente - contro la tentazione opposta, che si sta facendo strada in questi tempi. "Una buona analisi, buone regole, e una loro efficace applicazione rendono pieno e fruttuoso l’esercizio della libertà nell’agire economico, insostituibile motore di benessere"

LA CRISI, IL MERCATO E IL PENSIERO LIBERALE
di Salvatore Rossi, 20.11.2008

Il ripensamento critico della finanza che è stato innescato dalla crisi finanziaria sta coinvolgendo la stessa nozione di economia di mercato. Ma chi ha fallito in questa vicenda, lo Stato o il mercato? Lo Stato, vorrei sostenere, pur se in virtù di un paradosso.

L'EREDITÀ DEL PENSIERO LIBERALE

Un risultato secolare, solido e netto, del pensiero economico è che, il mercato, o è “regolato” o non è. Se lo Stato pratica un laissez faire assoluto, il libero mercato concorrenziale non dura a lungo, finisce con l’essere soffocato dalla naturale tendenza monopolistica dei soggetti che vi operano. È una legge di natura, una sorta di entropia. Il mercato concorrenziale è infatti il regime ottimo dal punto di vista dei “compratori”, cioè della collettività, perché mantiene i prezzi al livello più basso possibile; ma, per la stessa ragione, è quello pessimo dal punto di vista dei “venditori”, che sono una minoranza nella società, ma agguerrita, e si oppongono in ogni modo a quel regime. Occorrono regole esaustive e precise, regolatori e supervisori occhiuti, attenti, non catturabili dagli interessi dei “venditori”, a patto, s’intende, che l’apparato di regole e controlli sia il più possibile non distorsivo e non burocratico.
Questa è, io ritengo, una eredità nobilissima del miglior pensiero liberale, contrario a far discendere dai grandi principi di libertà una “religione liberistica” nelle cose economiche. Scriveva Luigi Einaudi quasi ottanta anni fa:

“Dalla frequenza dei casi in cui gli economisti, per ragioni contingenti, inclinano a raccomandare soluzioni liberistiche dei singoli problemi concreti, è sorto un terzo significato, che io direi religioso, della massima liberistica. Liberisti sarebbero in questa accezione coloro i quali accolgono la massima del lasciar fare e del lasciar passare quasi fosse un principio universale (…) Tutta la storia posteriore della dottrina sta a dimostrare che la scienza economica, come dianzi si chiarì, non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”. (1)

Questa concezione religiosa che Einaudi così severamente stigmatizzava è risorta nella seconda metà del Novecento come conseguenza indesiderata di un serio dibattito sui fondamenti dell’economia pubblica. Da una critica serrata alla teoria standard della regolazione come basilare interesse pubblico (un lascito degli economisti che hanno lavorato fra il 1930 e il 1960) si venne traendo negli anni Sessanta la conclusione che ai fallimenti del mercato possano porre riparo i mercati stessi, o al più i tribunali civili, mentre l’autorità pubblica è di necessità incompetente, corrotta e “catturata” dagli interessi che dovrebbe dirimere, sicché essa può solo far peggio. (2)

LA RELIGIONE LIBERISTICA

Le correnti di pensiero sottostanti questa critica sono fra i punti più alti del pensiero economico del Novecento. Ma negli ultimi venti anni, soprattutto nel mondo anglosassone, si è costruita su di essa una vera e propria religione nel senso di Einaudi e oggi sul banco degli imputati stanno proprio alcune delle politiche nate da quella religione. La crisi finanziaria globale del 2007-2008 fa volgere l’evidenza empirica decisamente a suo sfavore.
La religione liberistica che vede, o finge di vedere, nell’intervento pubblico sempre e comunque una indebita compressione della libertà d’impresa si configura come una forma diabolica di statalismo: lo Stato, alleandosi con interessi privati, toglie al mercato concorrenziale l’aria per respirare, che sono appunto le regole e i controlli che ne consentono il funzionamento. La crisi attuale è nata nel mondo finanziario, politico, culturale americano, ed è figlia di quello che, con una torsione lessicale, si può appunto chiamare un fallimento dello Stato. Lo Stato ha fallito per inazione, non per eccesso di azione; per non aver voluto vedere e contrastare una sequenza di evidenti fallimenti del mercato: la opacità degli strumenti finanziari “strutturati”, i conflitti d’interesse che hanno spesso reso inefficace e anzi controproducente il ruolo delle agenzie di rating, la frammentazione e dispersione dell’incentivo a monitorare il credito che è implicato dal modello di banca “origina e distribuisci”, e tanti altri.
Recuperare una equilibrata concezione liberale di mercato ben regolato non deve farci precipitare nell’errore di segno opposto. Dalla difficilissima strettoia in cui l’economia planetaria si trova deve venir fuori un sistema finanziario diverso, non uno riportato a forme arcaiche. Un sistema in cui gli intermediari mettano in gioco più soldi propri e siano più attenti ai rischi, occupandosene comunque in presa diretta; che ubbidiscano a regole precise e incisive e siano sottoposti a una vigilanza organica, il più possibile coordinata a livello internazionale. Una buona analisi, buone regole, e una loro efficace applicazione rendono pieno e fruttuoso l’esercizio della libertà nell’agire economico, insostituibile motore di benessere.

* Le opinioni qui espresse sono del tutto personali e non impegnano, in particolare, la responsabilità della Banca d’Italia.

(1) L. Einaudi, 1931, Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello del liberalismo, in B. Croce, L. Einaudi, Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Milano-Napoli, 1988.
(2) Questa critica viene normalmente associata alla Scuola di diritto ed economia di Chicago e ai nomi di Coase, Stigler, Posner e altri.


Samuelson: "subito sostegni a chi ne ha bisogno" (Il Messaggero, 22 novembre 2008)

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