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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Nucleare - attendiamo prima di decidere?
post pubblicato in Comunità, il 17 marzo 2011


Personalmente sarei favorevole al nucleare. Non amo però la retorica dei nuclearisti che in questi giorni insultano i contrari alle centrali come se fossero degli irrazionali superstiziosi; il nucleare è ancora una scelta da tenere in seria considerazione, ma dobbiamo necessariamente alzare i livelli di sicurezza (pur sapendo che la sicurezza totale non esiste) e sapere di più.

Con quello che sta succedendo, non è "coraggio riformista" andare avanti come se nulla fosse, perché ogni scelta - anche la più coraggiosa e giusta - va pesata e spiegata, e deve superare gli scetticismi di molti e la legittima angoscia di tanti.

Il paese - e l'Europa - hanno la possibilità di aprire una vera discussione, onesta e leale; a patto di evitare la retorica; da entrambe le parti.
Non perdiamo l'occasione

Francesco Maria Mariotti

17 marzo 2011, Congelare il referendum, il Foglio
 
Il vantaggio che avrebbe l’Italia a rimandare il quesito sul nucleare
 Ai primi di giugno gli elettori dovranno rispondere al quesito referendario che punta a impedire la costruzione di centrali atomiche nel nostro paese. E’ evidente che una consultazione a ridosso degli avvenimenti disastrosi che hanno colpito il Giappone sarebbe dominata da un’ondata emotiva, prima che si sia in grado di valutare razionalmente le condizioni specifiche che si sono realizzate in quel paese, le diverse garanzie di sicurezza che offrono le centrali di nuova generazione, l’impegno a definire standard europei che tutti saranno chiamati a rispettare. Sarebbe ragionevole rinviare questo confronto dando il tempo necessario a tutti, a cominciare dalle forze politiche, di elaborare in modo conclusivo i dati provenienti del Giappone, senza essere trascinate dallo tsunami psicologico che si traduce in una psicosi di massa. (...)


 

Più vicina una guerra in Medio Oriente?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 27 giugno 2010


«gli effetti di un raid aereo potrebbero variare a seconda di chi lo conduce, delle munizioni a disposizione e della capacità di attacco che gli iraniani possono sopportare». (il generale David Petraeus, nel gennaio di quest'anno)
 
L'Iran manda le sue navi contro Israele; o meglio, verso Gaza, ma il significato del gesto è oggettivamente "bellico", al di là di quello che può succedere in mare; si spera che le rispettive diplomazie abbiano già previsto tutti i possibili scenari: questi gesti sono spesso infatti dimostrazioni di forza - non necessariamente violente - che servono a consolidare e certificare erga omnes i posizionamenti delle potenze in campo, in questo caso soprattutto da parte iraniana. 

E' necessario avere presente però che la situazione complessiva va cambiando: fino a qualche mese si era abbastanza confidenti che il conflitto armato fra i due paesi fosse una situazione impensabile e anche un raid preventivo era visto come una soluzione molto difficile sotto diversi versanti; la minaccia di un'escalation era ed è utile soprattutto a Teheran per continuare a giocare sul filo del rasoio con la comunità internazionale e stressare i nervi israeliani, nella realtà contrattando un nuovo ruolo in quell'area attraverso la "moneta di scambio" nucleare.

La tensione portata agli estremi però non può trascinarsi a lungo: c'è stato l'episodio della Mavi Marmara che ha avuto "successo" dal punto di vista della vasta area politica antiisraeliana e che ha irrigidito - al di là delle decisoni di breve periodo - le posizioni di Gerusalemme; c'è stata l'anno scorso l'involuzione interna all'Iran con la repressione delle dimostrazioni di piazza, "scusa politica" per la decisione del regime di chiudersi rispetto alle influenze esterne e di mostrare il suo volto più tetro. 

Ma soprattutto oggi il mondo è meno capace di stare sotto pressione su questo problema, quando già molte altre situazioni richiedono ben maggiore attenzione; Cina e Stati Uniti, mentre trovano un'intesa monetaria, stanno anche facendo prove di governo del mondo e il voto comune per un inasprimento delle sanzioni a Teheran è un segnale importante in questo senso.
 
Ma al di là delle sanzioni è pensabile che il mondo agisca contro l'Iran militarmente? E' un'opzione molto improbabile; forse però sta diventando meno improbabile l'ipotesi di lasciare mano libera in caso di necessità a Israele (il problema è però a quel punto chi valuta la necessità, e Israele vuole essere autonoma da questo punto di vista). 

L'escalation che ne seguirebbe in Medio Oriente, probabilmente è considerata tollerabile e gestibile anche dagli USA, visto che in realtà l'Iran atomico è considerato scomodo non solo da Gerusalemme, che parrebbe trovare inaspettati (si fa per dire) "appoggi" a un eventuale blitz

In un frangente di questo tipo entrano in gioco altri fattori, che possono indurre le potenze maggiori a delegare la questione e però al tempo stesso a trarne - per quel che possibile - il massimo profitto politico: in particolare la scossa di una crisi in Medio oriente potrebbe imporre una cogestione successiva, e facilitare così - forzando le tappe - una cooperazione internazionale difficile (ma a quel punto obbligata), come quella che abbiamo visto tentare con molte difficoltà in questi giorni nel G8-G20.

In breve, le navi iraniane verso Gaza faranno una scommessa grave, che spero fallimentare: ma la questione - comunque vada - non riguarderà solo Teheran e Gerusalemme.

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permalink | inviato da franzmaria il 27/6/2010 alle 21:9 | Versione per la stampa
Ma ancora una volta ha vinto Teheran
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 10 giugno 2010



Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia). 

Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.

Più in particolare, desta scalpore la presa di posizione turca, perché costituisce l’ennesimo strappo rispetto alla solidarietà atlantica e occidentale su un tema quale la sicurezza collettiva degli Stati membri e i rischi a cui essa è esposta dalla proliferazione nucleare e dalla perdita di prestigio degli Usa. (...)

Tutto ciò accade a meno di 24 ore dall’annuncio iraniano di voler impiegare proprie unità navali «civili» in un nuovo pericolosissimo tentativo di forzare il blocco di Gaza: un’operazione che salda, per mano iraniana, la vicenda di Gaza con quella del programma nucleare di Teheran. Un incidente tra unità israeliane e iraniane al largo di Gaza sarebbe di per sé già gravissimo, perché materializzerebbe lo spettro israeliano di dover fronteggiare la possibile minaccia iraniana su due fronti: in Libano attraverso Hezbollah, e a Gaza attraverso Hamas. In una simile prospettiva la possibilità che Israele non decida un’azione contro l’Iran prima che esso divenga una potenza nucleare dipende solo dall’efficacia delle sanzioni approvate ieri. Ed ecco il secondo punto della nostra analisi. Le nuove sanzioni non sono quelle che gli Stati Uniti auspicavano: erano il massimo che si poteva ottenere, ma il massimo è probabilmente meno del minimo necessario.(...)

È una lotta contro il tempo, in cui le carte buone le ha l’Iran e il tempo gioca a suo favore. Tra l’altro, sanzioni inefficaci non sono solo inutili, ma anche dannose, perché fanno il gioco del regime, alimentando la mentalità da stato di assedio che lo aiuta a radicalizzare il clima interno e massacrare le opposizioni (solo nella giornata di ieri ci sono state 15 impiccagioni). Colpisce, infine, il fatto che gli Usa sembra non riescano a capire se è possibile (e se conviene loro) trasformare il proprio ruolo di protettori di un ordine mediorientale (sempre più fragile) fondato sul predominio israeliano in quello di garante di un nuovo ordine più equo e stabile, ma forse impossibile da raggiungere in queste condizioni. 
-7...
post pubblicato in Diario, il 20 giugno 2008


Seul, 08:48
NORDCOREA: ENTRO 7 GIORNI UFFICIALIZZERA' IL NUCLEARE

La Nord Corea ufficializzera' entro la settimana il proprio programma nucleare. Lo riporta l'agenzia di stampa Yonhap. Citando una fonte diplomatica, l'agenzia afferma che la dichiarazione sara' presentata alla Cina intorno al 26 giugno.


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permalink | inviato da franzmaria il 20/6/2008 alle 9:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Nucleare sì, nucleare no - al di là della teoria...
post pubblicato in Idee, il 11 giugno 2008


Il sito de La Voce è sempre uno strumento molto utile per provare ad approfondire alcune tematiche in termini che non sempre sono "in evidenza" nel dibattito pubblico.
E' il caso dell'articolo apparso ieri a firma di Filippo Cavazzuti.

(Filippo Cavazzuti è dal 1980 professore ordinario di Scienza delle finanze e diritto finanziario nella Facoltà di economia dell'Università di Bologna. Attualmente è docente di “Economia e regolazione dei mercati finanziari” presso la medesima facoltà. E' stato senatore della Repubblica dal 1983 al 1996; sottosegretario di Stato al Ministero del Tesoro dal 1996 al 1998; commissario Consob dal 1999 al 2003; socio fondatore e membro del Comitato scientifico di Prometeia - Associazione per le previsioni econometriche. Ha inoltre collaborato a "Il Sole-24 Ore" ed al “Corriere della Sera”.)

Dopo l'improvviso annuncio del ritorno al nucleare, è opportuno ragionare quantomeno sugli assetti proprietari di questa industria, sulla regolamentazione del settore, sulle previsione di prezzo dei combustibili e sulla redditività degli impianti. Cerchiamo di farlo guardando alle scelte di Regno Unito, Francia e Finlandia, che nei venti anni di rinuncia del nostro paese hanno deciso di continuare a utilizzare e potenziare l'energia nucleare. Esempi che possono aiutarci a evitare una impervia via italiana al nucleare.

Lasciate alle spalle le prime reazioni all’improvviso annuncio di ripresa del nucleare e in attesa che si formi, se si formerà, una opinione pubblica decisamente a favore di tale opzione, e che gli esperti indichino di quale generazione (terza, quarta o intermedia) debbano essere le nuove centrali nucleari, vale la pena di cominciare a riflettere su alcuni problemi che inevitabilmente si presenteranno sul campo per effetto di tale scelta.
A venti anni dall’abbandono del nucleare, la memoria può risultare appannata, è opportuno quindi riferirsi a quanto già sperimentato nei tre paesi europei (Regno Unito, Francia e Finlandia) che hanno deciso di continuare a utilizzare e potenziare l’energia nucleare; ciò per evitare una impervia via italiana al nucleare. È opportuno dunque ragionare quantomeno sugli assetti proprietari dell’industria nucleare, sulla regolamentazione del settore, sulle previsione di prezzo dei combustibili (uranio) e sulla redditività degli impianti.

GLI ASSETTI PROPRIETARI

In Francia, si sa, tutto il controllo l’industria elettrica (Edf, Areva Np ex Framatome e Cogéma, Eurodif-Eur0pean Gaseous Diffusion Uranium Enrichment Consortiun) è nelle mani dello Stato. Inoltre, la Francia vende energia elettrica anche fuori dai confini domestici .
Nel Regno Unito, nel 1989 venne decisa la privatizzazione dell’industria elettrica dopo avere scorporato le centrali governate dal Central Electricity Genereteng Board e fatte confluire nelle mani pubbliche di Nuclear Electrica Plc e di Scottish Nuclear Ltd Impresa pubblica, interamente posseduta dal governo inglese dal 1984 è anche British Nuclear Fuels Plc responsabile per il decommissioning e i servizi tecnologici.
In Finlandia la società Fortum Oyj, creata nel 1998 per coprire la generazione, la distribuzione e la vendita dell’energia elettrica oltre che la manutenzione degli impianti, è una società quotata, la cui maggioranza (51 per cento) è nelle mani del governo finlandese. Fortum vende energia anche nei paesi baltici, alla Polonia e nei paesi del nord ovest della Russia.
Se ora volgiamo lo sguardo all’Italia e all’Enel (che alcuni vorrebbero privatizzare) in particolare, osserviamo che con il 21,8 per cento del suo capitale nelle mani del ministero dell’Economia e con il 10,35 per cento nelle mani della Cassa depositi e prestiti, la società è scalabile solo nel caso di acquisto sul mercato di dimensioni tali da promuovere un’Opa totalitaria. È però anche vero che l’Enel è difesa dai poteri speciali ancora oggi nelle mani del ministero dell’Economia.
Ma nel caso che, come già è stato sostenuto da soggetti interessati, Enel produca e gestisca centrali nucleari che si fa? Si fa gli indifferenti oppure Enel si ricompra sul mercato le azioni sufficienti per giungere al controllo di diritto, il 51 per cento del capitale? Oppure, si scorpora da Enel quel po’ di nucleare che ha e lo si conferisce da una impresa pubblica? La si nazionalizza per la seconda volta? E i privati che vogliono entrare nel settore nucleare, sarà loro permesso oppure vietato e, se sì, in base a quali condizioni di legge? Oppure tutto il settore nucleare finirà nelle mani delle ex municipalizzate governate dagli enti pubblici locali, che molti vorrebbero invece privatizzare? Oppure andrà nella Cassa depositi e prestiti? Tutte soluzioni possibili, anche se non tutte egualmente raccomandabili, ma su cui sarebbe bene ragionare.

LA REGOLAMENTAZIONE

Francia, Regno Unito e Finlandia, seppure in presenza di imprese pubbliche, hanno previsto con legge una potente e pervasiva regolamentazione del settore, in alcuni casi anche tramite l’istituzione di una apposita autorità.
In Finlandia per effetto del Nuclear Energy Act del 1987 è stata istituita la Finland Radiation and Nuclear Safety Autority responsabile dell regolamentazione e della supervisione.
Nel Regno Unito, per effetto di una complessa legislazione,avviata nella metà degli anni Cinquanta, le competenze sono ripartite tra diversi organi di governo tra cui lo Health and Safety executive e il correlato Nuclear Safety Directorate, che rilascia le licenze e definisce gli standard di sicurezza degli impianti.
In Francia nel giugno del 2006 stata costituita la Autorité de sureté nucléaire per controllare, tra l’altro, le attività nucleari civili al fine di proteggere il pubblico e l’ambiente dai rischi legati alle attività nucleari.
I pochi esempi riportati attestano la copiosa attività legislativa e regolamentare che i diversi paesi che ancora promuovono il nucleare hanno dovuto approntare.
L’Italia non dispone di alcunché al riguardo e non è pensabile che con pochi aggiustamenti possa essere riconvertita l’Enea o l’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Si dovrà anche scegliere tra una regolazione affidata a qualche ministero oppure a una nuova autorità indipendente evitando sovrapposizioni di funzioni. Un lungo processo legislativo dunque si impone, che dovrebbe portare a risultati bipartisan onde evitare che nell’alternarsi delle maggioranze l’industria nucleare subisca un devastante processo di stop and go. Un settore nucleare a singhiozzo sarebbe uno spreco enorme di risorse umane e finanziarie.

PREZZO DELL'URANIO E REDDITIVITÀ DEGLI IMPIANTI

Non molte sono le miniere di uranio nel mondo. Oggi meno di venti paesi estraggono il metallo, ma i più importanti sono appena tre: Australia, Kazachstan e Canada, che contengono circa il 50 per cento delle riserve note. (1) Seguono il Niger, la Russia, la Namibia, l'Uzbekistan, gli Usa, il Sudafrica e la Cina. E poiché i paesi sono così pochi, e alcuni anche molto poveri, si formerà una nuova Opec dell’uranio al pari di quanto fanno gli emirati? O, nel caso dell’Italia, si avrà una dipendenza dai paesi produttori come nel caso del gas russo? Si aggiunga che non esiste un mercato multilaterale degli scambi di uranio, ma soltanto contratti bilaterali. In queste condizioni, quale sarà il prezzo dell’uranio tra quindici o venti anni quando le centrali italiane saranno a regime ? Era di 7 dollari per libbra nel 2001, ma di oltre 120 dollari nel 2007. Continuerà a crescere nel lungo termine? E se crescesse di più del prezzo del petrolio o del gas, che fine farebbe la produzione di energia delle centrali nucleari? Dovrebbe essere sussidiata dal bilancio pubblico?
E se ad esempio nel futuro dovesse risultare più vantaggioso l'utilizzo delle centrali a gas rispetto a quelle nucleari, magari gestite da società per azioni - pubbliche o private che siano - che hanno fatto appello al pubblico risparmio per il finanziamento dei loro colossali investimenti, non si renderebbe quanto meno necessaria la ricerca di nuovi acquirenti e di nuovi mercati su cui collocare l'energia prodotta in Italia? Altrimenti, come ammortizzare gli impianti delle società quotate e difenderne il valore di mercato? Non a caso Francia e Finlandia, temibili concorrenti, già vendono energia elettrica anche fuori dei mercati domestici.
Sono soltanto alcuni interrogativi tra i tanti che vengono alla mente, come ad esempio quello del reperimento degli ingegneri nucleari non più prodotti dalla nostra università, a cui si dovrebbe cominciare a rispondere se, dopo il primo annuncio, si vuole evitare di imboccare una rovinosa via italiana al nucleare.

 


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permalink | inviato da franzmaria il 11/6/2008 alle 8:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Iran: complessità, azioni, differenze
post pubblicato in Diario, il 12 marzo 2008


A volte la politica estera sembra giocarsi sulla dicotomia sì/no, amico-nemico, simpatico-antipatico.
Guardiamo a questa parte dell'agire politico come a un affare distante, forse inconsciamente pensiamo sia una cosa realmente in mano a poche persone, in grado di decidere della sorti di molti.
E in questo senso poi il nostro approccio agli eventi che la segnano diventa di tipo passivo: un atteggiamento da tifoseria, a volte, più che di riflessione.
Con una pratica politica - che è parole e pensiero, prima ancora che azione - reattiva e poco produttiva di verità, oltre che di fatti.

Il Medio Oriente è una zona in cui le tensioni si prestano facilmente a una lettura polarizzatrice.

In questo contesto anche la complessa situazione riguardante l'Iran e la difficile problematica nucleare su cui ci stiamo arrovellando in questi mesi rischia di subire questa semplificazione.
La questione è drammaticamente seria: la partita è complessa, perché riguarda direttamente la sicurezza di tutto il mondo e indirettamente anche il diritto o meno di un paese a decidere autonomamente delle sue fonti energetiche.

L'esigenza dell'Iran di staccarsi dalla risorsa petrolifera può essere più o meno credibile, ma non deve essere ridicolizzata o sottovalutata (non a caso a favore del nucleare - civile! - si sono dette alcune voci di esponenti della dissidenza iraniana): la condanna unanime e necessaria delle dichiarazioni che periodicamente il presidente Ahmadinedjad rivolge contro Israele devono essere tenute ben distinte da una valutazione più complessiva dello scenario economico ed energetico dell'intera regione.

Una cosa sembra necessrio dire: non ci si può fare molte illusioni sulle reali intenzioni di questa leadership iraniana.
Nonostante, infatti, lo sbandieratissimo rapporto dell'intelligence statunitense che avrebbe detto che l'Iran ha fermato il suo processo di nuclearizzazione nel 2003 (e se l'ha veramente "fermato" allora qualcosa stava facendo, e in ogni caso quel documento aveva tutta l'aria di una pedina messa in campo in una trattativa più ampia, concernente probabilmente lo status dell'Iraq), va considerato il fatto che proprio nei giorni scorsi (notizia presente su Le Monde del 2/3 marzo) il Direttore Aggiunto dell'AIEA Olli Heinonen ha annunciato che le indagini dell'Agenzia portavano a conclusioni ben diverse, con lavori sul nucleare portati avanti ben oltre quella data.

Segnalo questa notizia, perché oggi è stata pubblicizzata quella - di segno apparentemente diverso - delle dimissioni di William Fallon, capo del Centcom, il comando centrale delle truppe Usa in Medio Oriente, reo, secondo la rivista 'Esquire', di aver criticato la politica della Casa Bianca sull'Iran.

Come si può capire il tessuto di bianchi e neri, di contrasti, si infittisce e rende meno facile una rigidità di valutazione: se da una parte nella stessa amministrazione americana vi sono dubbi, tensioni, distinguo, e l'approccio con l'Iran risente al tempo stesso delle difficoltà irachene e del clima elettorale interno, d'altro canto l'AIEA - che nella voce di ElBaradei sembrava distinguersi in senso "prudente" e - per così dire - "pacifista" - fa vedere al suo interno nuove tensioni e difficoltà di valutazione.

Non ho naturalmente ricette facili da proporre, né in ogni caso si deve fare propaganda su una questione del genere.
Già però sapere che tutti gli attori in campo - compreso Israele - non hanno una risposta preconfezionata e indiscutibile alla questione, significa togliere ad essa la patina di decisione già presa, quella insopportabile fotografia dell'esistente che a volte sembra condurci ineluttabilmente a situazioni già pronte, in realtà tutte da definire.

Accettare l'ambiguità di tutti gli attori in campo - ambiguità e difficoltà inevitabile nella politica estera di ogni paese -  non significa perdere di vista il necessario discrimine fra giusto e sbagliato.

Se l'Iran si dota della bomba atomica, in spregio alle regole internazionali, lo si deve fermare.
Con le buone o con le cattive.

Ma cosa siano le buone e le cattive: qui sta tutto il gioco di ragnatele che si intersecano e si sovrappongono e che non dovrebbero spezzarsi ma che possono essere tirate fino all'estremo, almeno fino a quando non sia realmente inevitabile la rottura; qui sta la politica, mai stabilita una volta per tutte.

Mai chiara, mai ineluttabile destino.

Ma azione e intelligenza della situazione.
Diremmo con il linguaggio di un tempo, prassi.


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Per approfondire:

L'editoriale di Marta Dassù sull'ultimo numero di Aspenia
Il Contenimento dell'Iran visto dagli Usa, Maurizio Molinari sull'ultimo numero di Aspenia
Un breve articolo di Ha’aretz dell'agosto 2007 sul nucleare in MO
Il parere di Barak sul rapporto dell'Intelligence Usa del dicembre 2007

e in ultimo - si parva licet... - un mio articolo sulla questione iraniana apparso su Keshet, rivista dell'ebraismo laico


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permalink | inviato da franzmaria il 12/3/2008 alle 19:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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