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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Gheddafi spiazza l'Occidente (E. Bettiza)
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 14 marzo 2011



La riconquista di Brega, porta d’ingresso alla Cirenaica isolata, ultimo caposaldo degli insorti disorganizzati e allo sbaraglio, segna il decisivo punto di svolta a favore delle truppe di Gheddafi nell’avanzata verso la metà secessionista della Libia. Ogni ora che passa accresce sempre più il riconsolidamento del regime repressivo del Colonnello, dei suoi accoliti e soprattutto dei suoi figli addestrati al comando militare e alle pubbliche relazioni. Un’occhiata alla carta geografica basta a darci l’istantanea della situazione. Bengasi, roccaforte dei ribelli, è nel mirino. Dopo la caduta di Ras Lanuf, centro petrolifero da cui i ribelli intendevano lanciare un attacco simbolico contro Sirte, città natale di Gheddafi, soltanto l’intervento unanime della comunità internazionale avrebbe potuto arrestare questa riscossa implacabile del raiss.

Ma l’unanimità non c’è stata, non c’è, ed è azzardato sperare che ci sarà nei prossimi giorni. Lo stesso concetto di «comunità internazionale» si sta rivelando vacuo e quasi sinonimo del nulla di fatto. Quelli che davano per certa o imminente la fine della dittatura libica, a cominciare dal presidente Obama, dovranno rivedere il loro affrettato pronostico e fare i conti, come ai tempi di Miloševic e del Kosovo, con la paralisi dell’Onu e l’inusitata tenuta di potere di un dittatore spietato e caparbio. (...)

Già il figlio più politicizzato del raiss, Saìf al Islam, in una recente intervista al «Corriere della Sera» ha evocato la possibilità di un’opzione energetica in favore dei cinesi, minacciando gravi ritorsioni contro governanti e investitori italiani accusati di «tradimento» e «complicità con i terroristi cirenaici». Minacce mirate che, assieme a quella di sommergere la Penisola con migliaia di fuggiaschi africani, non si dovrebbero prendere tanto alla leggera. Un Muammar Gheddafi condannato come criminale in Occidente ma inaspettatamente resuscitato, grazie ai veti di Pechino e di Mosca, alla sommità di tonnellate d’oro nero porrà grossi e tremendi quesiti all’Italia e all’Europa nel suo insieme. Come ha scritto sul «Foglio» Carlo Panella, correremo il rischio di avere alle porte di casa uno «Stato pirata» governato da «un imprenditore del terrorismo».

Si capisce meglio, anche se duole capirlo, la prudenza con cui i governi di Roma e di Berlino hanno cercato di trattare, fin dall’inizio, una crisi che non definirei «rivoluzionaria» ma, piuttosto, un condensato spontaneo di collere tribali contro una tirannide tribale e personale insieme. Il tutto, com’era in parte prevedibile, non poteva che insabbiarsi in una rivolta disperata e abbandonata a se stessa. Una rivolta non ad armi pari. Il clan di potere che, aggredito, sembrava destinato al collasso corre invece armatissimo verso Bengasi e Tobruk alla riconquista del tempo e dello spazio perduto. Nelle prossime ore comprenderemo se i giochi resteranno aperti o se si sono già chiusi.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8503&ID_sezione=&sezione= 

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permalink | inviato da franzmaria il 14/3/2011 alle 22:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Scrivi Kashmir, leggi Europa?
post pubblicato in Focus Europe, il 15 settembre 2010


E' sempre rischioso connettere eventi diversi e scenari politici distanti, ma la globalizzazione ci costringe all'"imprudenza" di una narrazione sintetica e terribilmente semplificatoria.
 
L'Occidente e l'Islam (è già utilizziamo due concetti troppo vasti, quasi "falsi" nella loro presunta omnicomprensività) sembrano essersi "fronteggiati" nei giorni scorsi su varie piazze del mondo: dagli Usa dei Corani da bruciare alla sfida costituzionale interna alla Turchia che guarda con ambiguità all'Europa, fino al Kashmir, dove i fondamentalisti musulmani usano il pretesto  - perché tale è - del pastore Jones per un nuovo attacco alle altre religioni presenti su quel territorio, in particolare ai cristiani. 
 
Pur rigettando la retorica dello "scontro di civiltà", dobbiamo porci il problema del futuro delle società liberali in questo "incontro conflittuale". Di questo parlano - negli articoli che propongo alla vostra riflessione - Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi, e padre Gheddo.
 
Il problema non è ovviamente religioso: infatti il cristiano (per dire della fede di cui - forse - posso un po' rispondere personalmente) sa che sarà presto minoranza (anzi lo è già), e non ne ha paura; ma è un problema laicissimo e tutto politico - indipendentemente da qualsiasi identità culturale - capire come preservare gli spazi pubblici da tutti i fondamentalismi; e decidere di non arrendersi alla subdola autocensura dettata dalla paura e da un'errata concezione del rispetto delle identità altre.
 
Per dirla in breve: nel confrontarci con il complesso e variegato mondo islamico che è presente anche fra noi, non so se ci sia necessità di proibire come in Francia il velo integrale, ma certo non possiamo farci imporre un bavaglio.
 
Francesco Maria Mariotti
 
*****
 
NB: i grassetti dei brani che seguono sono miei
 
(...) La «prevedibilità» della violenza scatenata in India contro cristiani colpevoli solo di essere tali, non toglie niente alla sua inaccettabilità e pretestuosità. È solo l’ennesima manifestazione della dilagante e crescente intolleranza nell’Islam, una vera e propria malattia che sta soffocando le società dove l’Islam è religione maggioritaria, e che rischia di restringere gli spazi di libertà anche nelle nostre società. Che siano le vignette danesi, le provocazioni di un idiota o più sofisticate polemiche culturali, quando un qualunque imam leva la voce per scatenare la violenza è sicuro di trovare seguito e, troppo spesso, anche la connivenza delle autorità (basti pensare ai cristiani impiccati in Pakistan per blasfemia dopo «regolare processo»). Come ha sottolineato ieri Angelo Panebianco con l’abituale franchezza sul Corriere, «la “loro” malattia dovrebbe essere, ma non è, il nostro primo argomento di discussione».(...) I reverendi Jones dell'Islam, V.E.Parsi sulla Stampa
 
(...) La crescita della presenza islamica è un fatto irreversibile. Ma non è stata scritta la parola definitiva su quali rapporti si affermeranno fra musulmani e società europee. Nascerà, come si spera, un Islam «europeo», ove religione e piena accettazione dei princìpi occidentali di convivenza civile riusciranno a convivere? Oppure, prevarranno il rifiuto, la separazione e il conflitto? L’esito dipenderà, almeno in parte, dalle scelte degli europei: dalla loro capacità di valorizzare il ruolo dei leader non fondamentalisti, a scapito dei fondamentalisti, delle comunità musulmane, e dalle regole di convivenza che riusciranno a varare e a fare rispettare. E dipenderà anche dal loro impegno nel fronteggiare la sfida militare del radicalismo islamico nei molti luoghi in cui si manifesta. Poiché si ha a che fare con un sistema di vasi comunicanti, se il radicalismo islamico dovesse collezionare sconfitte nei vari angoli del mondo, ciò avrebbe effetti positivi sugli orientamenti prevalenti nelle comunità musulmane europee (fra i giovani, soprattutto). Così come effetti di segno contrario, negativi, avrebbero le vittorie del radicalismo islamico. Bisognerebbe però sbarazzarsi della tesi minimalista che molti hanno adottato in Occidente (e che contribuisce a spiegare, ad esempio, il tiepido appoggio europeo all’impegno Nato in Afghanistan): la tesi secondo la quale una minaccia globale non esiste, essendo i vari conflitti in cui opera il radicalismo islamico figli solo di circostanze e situazioni locali. (...) dal Corriere della Sera: Gli occhi chiusi dell'Occidente, di A.Panebianco
 
(...) Ironicamente i due stati rivali, nati dall’India imperiale britannica, concordano sul fatto che il Kashmir non debba essere indipendente, la soluzione che sembra invece preferire la sua popolazione. Il governo di Manmohan Singh che sta guidando l’elefante indiano sulla strada (ancora lunga) della superpotenza globale, ha tutto sommato trascurato il problema kashmiro, sperando forse di relegarlo in una dimensione locale. Ma il Kashmir è per certi aspetti una piccola Palestina, più esotica e meno dirompente certo, ma un fuoco che si autoalimenta, una tragedia di cui non si scorge la fine (...) 
 
(...) Va però registrato che da diversi anni, nella lotta per l’autonomia del Kashmir si sono infiltrati gruppi di musulmani radicali, sottomettendola a un progetto di stampo fondamentalista e legato alle lotte iraniane e medio-orientali. Ieri nelle manifestazioni si lanciavano slogan anti-indiani, ma anche anti-Usa e anti-Israele: un fatto, questo, alquanto nuovo nel panorama politico indiano. Il tentativo di islamizzare il Kashmir, eliminando le altre minoranze – sikh, indù e cristiane – è sempre più forte. (...)  da AsiaNews: I frutti di “Brucia il Corano”: scuola cattolica bruciata, due scuole protestanti nel mirino
 
(...) Ne parliamo con lo stesso Piero Gheddo. “L’islam ha demograficamente in mano il futuro dell’Europa. Tutti gli anni gli italiani diminuiscono di 130 mila. Ma aumentiamo di 100 mila immigrati, che sono in gran parte musulmani. In Europa inoltre c’è un vuoto religioso enorme che viene riempito dall’islam. I musulmani hanno una forte fede religiosa e pregano addirittura in pubblico”. Il j’accuse di Gheddo è partito dalla frase pronunciata in Italia dal colonnello Gheddafi sul futuro islamico dell’Europa. “Giornali e televisioni hanno ridotto l’avvenimento a un caso politico, accusando il governo e il presidente Berlusconi di aver permesso al capo beduino di approfittare della nostra ospitalità per insultare il popolo e la nazione italiana. Ma la demografia e la convinzione religiosa dei popoli testimoniano contro di noi italiani ed europei”.(...)
La Turchia più lontana dall'Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 2 giugno 2010



Non v’è dubbio che la flottiglia che puntava su Gaza era qualcosa di più d’una semplice spedizione destinata a portare soccorso umanitario ai civili palestinesi che vivono, in condizioni spesso disperate, nella soffocante striscia invasa e colpita dagli israeliani nel 2008. I pacifisti erano in realtà attivisti filopalestinesi, legati per tanti fili all’organizzazione terroristica di Hamas. Lo scopo vero della loro traversata era dichiaratamente provocatorio: forzare l’embargo e il severo blocco marittimo imposto da Israele lungo la striscia per ostacolare l’arrivo clandestino di armi e materiali balistici ai guerriglieri locali, sostenuti soprattutto dalla Siria e dall’Iran.

Non v’è dubbio, altresì, che la reazione delle forze navali israeliane è stata eccessiva, nevrastenica, mal guidata e mal controllata. La frettolosità tecnica con cui l’hanno eseguita ha provocato un eccidio di grave danno per l’immagine di Gerusalemme già logorata nel mondo.(...)

Ma al centro della situazione, estremamente complessa dopo la catastrofe, non si trovano soltanto le mosse difensive intemperanti e sbagliate di un combattivo governo di destra israeliano. Al centro direi storico, più che contingentemente politico, si trova la Turchia, il più cospicuo e potente Paese islamico del Medio Oriente. La flottiglia degli attivisti era salpata in gran parte dalle coste turche e da Cipro. Era stata progettata e finanziata principalmente dall’Ong turca «Ihh», organizzazione radicale islamica fondata nel 1992 e legata al network dei Fratelli musulmani. La nave ammiraglia della spedizione, Mavi Marmara, batteva bandiera turca, erano turchi molte centinaia di attivisti, infine erano turche tutte o quasi le nove vittime uccise dalle truppe speciali israeliane.

Si è quindi detto che è scoppiato un esordio di guerra tra Israele e la Turchia dopo circa sessant’anni d’alleanza sul piano economico, politico e perfino militare. Ma, in realtà, non è stato un esordio. E’ stato piuttosto il culmine più visibile e più clamoroso, ancorché indiretto, di una parabola da tempo negativa nei rapporti generali di Ankara, non solo col vicino Stato israeliano, ma con l’Occidente nel suo complesso. Dallo scontro letale nelle acque internazionali intorno a Gaza s’è visto emergere e prendere quasi corpo uno spostamento massiccio, un rivolgimento geopolitico, un novum pericoloso perché dilagante in uno degli scacchieri più infiammabili del globo. In definitiva stiamo assistendo al distacco dal mondo atlantico di un Paese forte e vitale di 80 milioni che costituì, per decenni, il baluardo orientale della Nato con un esercito ritenuto secondo soltanto a quello americano.(...)

Erdogan ha subito avviato una lunga e difficile trattativa per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea che gli americani, più di tanti europei, vedevano di buon occhio e favorivano come vincolo di continuità con la Nato. Ma qui iniziava un baratto quasi contabile e assai ambiguo fra il dare e l’avere. Non si capiva bene dove Erdogan e il suo partito volessero portare la Turchia pseudomoderna. (...)

L’impressione era che Erdogan e Gül, che esibivano in pubblico le loro mogli rigorosamente velate, più che desiderare l’avvicinamento all’Europa usassero l’Europa per stroncare, mediante clausole ed esigenze europee, l’incombenza dello storico potere parallelo kemalista presente fin dagli Anni Venti nelle istituzioni e nella società turche. Commissari e deputati di Bruxelles, spesso strabici esportatori di eccessivo democratismo moralistico, erano portati a scorgere soltanto una casta di golpisti nei militari e nei magistrati che nel 1960, 1971, 1980 avevano interrotto con colpi di Stato confuse e insidiose derive parlamentari istituendo governi militari di durata sempre breve e transeunte. Per Erdogan era indispensabile colpire e dimezzare con pugno di ferro il loro ruolo di garanti e custodi del lascito laico di Kemal per capovolgere e riasiatizzare, in parte, una Turchia ricollocata magari in prima fila tra i Paesi islamici della regione. Egli ha usato sovente con astuzia le regole europee per emasculare l’europeismo dalla giunta secolare. Non a caso ha fatto arrestare il 22 febbraio oltre 40 esponenti militari, fra cui 14 di altissimo rango.

(...) Ma il vero dramma della storia in atto va ben al di là della fine del tradizionale rapporto d’amicizia tra Ankara e Gerusalemme. La verità è che siamo in presenza della più profonda crisi nelle relazioni, un tempo solide e proficue, della Turchia con l’Occidente in quanto tale. Una Turchia riallineata con forza, e perfino con pulsioni egemoniche panislamiche, ai più militanti Paesi musulmani arabi e non arabi.

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permalink | inviato da franzmaria il 2/6/2010 alle 20:3 | Versione per la stampa
IRAN, l'Occidente dovrà muoversi il meno possibile, almeno in superficie...
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 29 dicembre 2009


L'Occidente si muova il meno possibile: le parole che Gary Sick, negoziatore per gli Stati Uniti con Teheran durante la crisi degli ostaggi del 1979, utilizzò con Repubblica (giugno 2009) per dire che meno faceva l'Occidente sulla crisi iraniana meglio era, temo valgano ancora oggi, anche per ragioni distinte da quelle che Sick esprimeva.

La situazione è delicatissima e l'Occidente (sarebbe da delimitare meglio cosa intendiamo con questa parola: in quest'ottica la collocazione dell'attuale governo turco è per esempio discutibile) non ha "tempo" per "ricalibrare" le sue politiche su un regime diverso da quello attuale. 

Di fatto, lo si dica o meno, l'amministrazione americana e le diplomazie europee possono (e devono) alzare la voce per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, ma al tempo stesso probabilmente sperano e si muovono affinché la situazione non esploda e non deragli.

Di fronte al riemergere delle azioni qaediste e alle nuove tensioni che vedono protagonista la Russia (http://www.corriere.it/esteri/09_dicembre_29/putin-russia-armi_3391b94e-f44a-11de-a1b2-00144f02aabe.shtml), anche in termini per noi quasi vitali (vd. ripetute tensioni sul gas che passa attraverso l'Ucraina, è solo di un'ora fa la notizia di un accordo http://it.euronews.net/2009/12/29/russia-ucraina-accordo-su-rifornimenti-petrolio/), è essenziale non perdere un fattore di stabilità -per quanto "avversa" - come Teheran. 

Detta più semplicisticamente: meglio un nemico certo che una situazione completamente incerta o un amico dubbio (chi è realmente Moussavi? e chi sono i suoi uomini dal punto di vista politico?); anche perché con il nemico certo sei eventualmente autorizzato ad assumere atteggiamenti e risposte che in una situazione più incerta sarebbe più difficile approvare (leggi: bombardamenti mirati alle installazioni nucleari di Teheran).

Vuol dire che dobbiamo stare a guardare senza far nulla? No, la ricchezza delle società occidentali - forse la principale rispetto ad altri regimi e società - è la distinzione fra la struttura dello Stato e la mobilità della società civile; e anche nella logica di un funzionamento a comparti separati (come di fatto è oggi lo Stato moderno) si possono avere diverse azioni contemporanemente: oggi e in futuro, al di là delle politiche ufficiali dei governi, altre strutture degli stati e delle organizzazioni internazionali possono mantenere contatti con l'opposizione iraniana; le associazioni e i partiti politici, al di là del loro schierarsi ufficiale, possono coltivare rapporti, inviare aiuti per quel che possibile, mantenere viva la speranza di un futuro diverso per l'Iran, tentando anche di capire meglio se c'è una effettiva alternativa all'attuale regime o se si rischia di coltivare un sogno senza prospettive, o peggio aiutare altre fazioni liberticide (anche nel 1979 gran parte dell'Occidente tifò per la rivoluzione...)

Il percorso per un Iran veramente libero è molto lungo, e le scorciatoie non sono consentite.

Francesco Maria Mariotti
http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it 

L'Occidente si muova il meno possibile (Repubblica, giugno 2009)
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=MQXK1

Iran, si stringe la strada del negoziato, Vittorio Emanuele Parsi, laStampa, 29 dicembre 2009
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6792&ID_sezione=&sezione=

"Sarebbe già più che sufficiente l'amore per la libertà a spingerci idealmente accanto ai giovani che a Teheran e in tante altre città iraniane sfidano la violenza tutt’altro che cieca delle squadracce di Ahmadinejad e Khamenei, la triste diarchia che dal golpe bianco della scorsa estate si è impossessata del potere assoluto nella Repubblica islamica. Ma occorre dire che dalla vittoria dell’onda verde, di questo straordinario movimento acefalo, dipendono sempre più anche le residue chances che alla questione del nucleare iraniano possa essere trovata una soluzione insieme accettabile per tutte le parti ed efficace nella sostanza. (...) A lungo in bilico tra timidi tentativi di autoriforma e svolte sempre più autoritarie, in cui persino i labili freni posti all'arbitrio del potere da parte della Costituzione islamica vengono travolti, il regime di Teheran sembra aver imboccato la via di un’ulteriore spinta verso un totalitarismo di tipo nuovo. A rappresentare l'ultima fragile, valorosa barriera per evitare che questo passaggio irrimediabilmente si compia, stanno - soli - gli studenti, i giovani e le donne, che da mesi riempiono le strade e le piazze della capitale, di Isfahan, di Shiraz, e contro cui si abbatte sempre più brutale la repressione del regime. Se falliranno, se Ahmadinejad e Khamenei prevarranno, nulla potrà più arrestare la completa mutazione del regime. Nelle cancellerie occidentali la consapevolezza di tutto ciò sta crescendo, insieme alla certezza che, qualora il regime dovesse trionfare, verranno meno anche le residue, esili speranze di poter trovare qualunque soluzione alla questione del nucleare iraniano. Da quando Khamenei ha deciso di appoggiare il golpe bianco di Ahmadinejad, infatti, le posizioni negoziali iraniane si sono, se possibile, ulteriormente irrigidite e, soprattutto, sono state accompagnate da una serie di atti concreti e calcolate provocazioni, tutte governate dalla strategia del fatto compiuto: dalla sperimentazione di missili a lunga gittata all'apertura di un nuovo sito a Qom, alla messa in funzione di centinaia e centinaia di centrifughe, all’annuncio della prossima apertura di un numero non precisato di ulteriori impianti. (...)

Chi comanda in Iran, Alberto Negri, CIPMO, 2 luglio 2009

http://www.cipmo.org/1501-indice-analisi/chi-comanda-iran.html

Intervista ad Alberto Negri del marzo 2009 

1a parte - http://politicaesocieta.blogosfere.it/2009/03/il-turbante-e-ia-corona-liran-sospeso-tra-nucleare-e-medio-oriente-intervista-ad-alberto-negri.html

2a parte - http://politicaesocieta.blogosfere.it/2009/03/iran-dialogo-con-obama-dopo-i-vantaggi-da-iraq-e-afghanistan-intervista-ad-alberto-negri.html 

A proposito di IRAN - la Newsletter del 2007 del CIPMO, che presenta ancora oggi spunti interessanti di approfondimento

http://www.cipmo.org/archivio-newsletter/newsletter-iran-nucleare.html
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