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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Iran: complessità, azioni, differenze
post pubblicato in Diario, il 12 marzo 2008


A volte la politica estera sembra giocarsi sulla dicotomia sì/no, amico-nemico, simpatico-antipatico.
Guardiamo a questa parte dell'agire politico come a un affare distante, forse inconsciamente pensiamo sia una cosa realmente in mano a poche persone, in grado di decidere della sorti di molti.
E in questo senso poi il nostro approccio agli eventi che la segnano diventa di tipo passivo: un atteggiamento da tifoseria, a volte, più che di riflessione.
Con una pratica politica - che è parole e pensiero, prima ancora che azione - reattiva e poco produttiva di verità, oltre che di fatti.

Il Medio Oriente è una zona in cui le tensioni si prestano facilmente a una lettura polarizzatrice.

In questo contesto anche la complessa situazione riguardante l'Iran e la difficile problematica nucleare su cui ci stiamo arrovellando in questi mesi rischia di subire questa semplificazione.
La questione è drammaticamente seria: la partita è complessa, perché riguarda direttamente la sicurezza di tutto il mondo e indirettamente anche il diritto o meno di un paese a decidere autonomamente delle sue fonti energetiche.

L'esigenza dell'Iran di staccarsi dalla risorsa petrolifera può essere più o meno credibile, ma non deve essere ridicolizzata o sottovalutata (non a caso a favore del nucleare - civile! - si sono dette alcune voci di esponenti della dissidenza iraniana): la condanna unanime e necessaria delle dichiarazioni che periodicamente il presidente Ahmadinedjad rivolge contro Israele devono essere tenute ben distinte da una valutazione più complessiva dello scenario economico ed energetico dell'intera regione.

Una cosa sembra necessrio dire: non ci si può fare molte illusioni sulle reali intenzioni di questa leadership iraniana.
Nonostante, infatti, lo sbandieratissimo rapporto dell'intelligence statunitense che avrebbe detto che l'Iran ha fermato il suo processo di nuclearizzazione nel 2003 (e se l'ha veramente "fermato" allora qualcosa stava facendo, e in ogni caso quel documento aveva tutta l'aria di una pedina messa in campo in una trattativa più ampia, concernente probabilmente lo status dell'Iraq), va considerato il fatto che proprio nei giorni scorsi (notizia presente su Le Monde del 2/3 marzo) il Direttore Aggiunto dell'AIEA Olli Heinonen ha annunciato che le indagini dell'Agenzia portavano a conclusioni ben diverse, con lavori sul nucleare portati avanti ben oltre quella data.

Segnalo questa notizia, perché oggi è stata pubblicizzata quella - di segno apparentemente diverso - delle dimissioni di William Fallon, capo del Centcom, il comando centrale delle truppe Usa in Medio Oriente, reo, secondo la rivista 'Esquire', di aver criticato la politica della Casa Bianca sull'Iran.

Come si può capire il tessuto di bianchi e neri, di contrasti, si infittisce e rende meno facile una rigidità di valutazione: se da una parte nella stessa amministrazione americana vi sono dubbi, tensioni, distinguo, e l'approccio con l'Iran risente al tempo stesso delle difficoltà irachene e del clima elettorale interno, d'altro canto l'AIEA - che nella voce di ElBaradei sembrava distinguersi in senso "prudente" e - per così dire - "pacifista" - fa vedere al suo interno nuove tensioni e difficoltà di valutazione.

Non ho naturalmente ricette facili da proporre, né in ogni caso si deve fare propaganda su una questione del genere.
Già però sapere che tutti gli attori in campo - compreso Israele - non hanno una risposta preconfezionata e indiscutibile alla questione, significa togliere ad essa la patina di decisione già presa, quella insopportabile fotografia dell'esistente che a volte sembra condurci ineluttabilmente a situazioni già pronte, in realtà tutte da definire.

Accettare l'ambiguità di tutti gli attori in campo - ambiguità e difficoltà inevitabile nella politica estera di ogni paese -  non significa perdere di vista il necessario discrimine fra giusto e sbagliato.

Se l'Iran si dota della bomba atomica, in spregio alle regole internazionali, lo si deve fermare.
Con le buone o con le cattive.

Ma cosa siano le buone e le cattive: qui sta tutto il gioco di ragnatele che si intersecano e si sovrappongono e che non dovrebbero spezzarsi ma che possono essere tirate fino all'estremo, almeno fino a quando non sia realmente inevitabile la rottura; qui sta la politica, mai stabilita una volta per tutte.

Mai chiara, mai ineluttabile destino.

Ma azione e intelligenza della situazione.
Diremmo con il linguaggio di un tempo, prassi.


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Per approfondire:

L'editoriale di Marta Dassù sull'ultimo numero di Aspenia
Il Contenimento dell'Iran visto dagli Usa, Maurizio Molinari sull'ultimo numero di Aspenia
Un breve articolo di Ha’aretz dell'agosto 2007 sul nucleare in MO
Il parere di Barak sul rapporto dell'Intelligence Usa del dicembre 2007

e in ultimo - si parva licet... - un mio articolo sulla questione iraniana apparso su Keshet, rivista dell'ebraismo laico


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permalink | inviato da franzmaria il 12/3/2008 alle 19:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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