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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Ratzinger: politica e diritto, per un'ecologia dell'uomo - Angelo Scola: rivedere gli stili di vita
post pubblicato in Focus Europe, il 22 settembre 2011


Ci sarebbe molto da dire sul discorso di Benedetto XVI al Bundestag: c'è l'ottimismo di fondo - che fa la grandezza e il limite di questo pensiero - del riconoscere nella ragione l'impronta più forte della creazione di Dio (cosa vera, ma da tenere sempre in tensione con il fatto che è parte dell'umano, ed è stato quindi "accettata" da Dio nell'Incarnazione - se così possiamo dire - anche la nostra irrazionalità...). 

E' comunque importantissima  - in questi tempi, ed è la cifra di questo papato - la sottolineatura che il pensiero cristiano ha scelto la filosofia - e dunque il tentativo di un discorso totalmente umano e razionale, al di là della fede nel divino - come traccia per fondare un proprio discorso giuridico, comunitario, politico.

Certo, c'è in questo un tratteggiare una storia del pensiero cristiano e "occidentale" che - complice la sintesi inevitabile di un discorso - non può che apparire troppo coerente, apparentemente senza quegli strappi e quelle forzature che anche la storia delle idee presenta.

E si potrebbe discutere all'infinito del concetto di "natura", che se da un lato rimane un punto fondamentale della dottrina cattolica (e per certi aspetti è assolutamente positivo, soprattutto se inteso come "limite" alla "volontà di potenza" dell'uomo, come in queste parole di Ratzinger), dall'altra presenta sfaccettature che ogni volta rimangono non pienamente spiegate, con il rischio di presupporre nella natura ciò che è anche un "prodotto" di cultura e storia.

Detto ciò, il discorso rimane - anche per chi si sente lontano dalla Chiesa - un bellissimo affresco che vale come richiamo potente alle coscienze di noi europei, soprattutto nel ricordarci che la nostra comunità politica nasce dall'incontro fra Gerusalemme, Atene e Roma. Nel ricordarci insomma che gli europei sono "derivati da", non "originali", e dunque mai "puri".

Approfitto anche per segnalare una intervista di Angelo Scola, nuovo arcivescovo di Milano, del 2009: una lettura della crisi economica che anche qui risente delle semplificazioni inevitabili di un commento che è "pastorale" e non certo tecnico, ma che rimane interessante, in questo periodo, soprattutto per la chiarezza con cui si stacca da una visione "maligna" del mercato e della proprietà privata, spesso in voga anche in parte del mondo cattolico.

Francesco Maria

(...) La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto?
(...) Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”. Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione (...) 
Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé.
(...) A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza 
dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico. Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Grazie per la vostra attenzione.


(...) Come uscirne, appunto?Credo sia necessario riequilibrare l’economia di mercato nella direzione di subordinare l’uso dei beni al valore e alla dignità del soggetto personale e comunitario. In questo senso, nella crisi è contenuto un invito profondo a mutare i nostri stili di vita.
Si tratta di ridurre i consumi, di “decrescere”, come afferma qualcuno?
No, non si tratta tanto di non consumare o di consumare di meno: al centro ci deve essere l’interrogarci su come consumare. Dobbiamo in primo luogo chiederci in che modo il consumo dilata e rende dignitosa la vita del soggetto e della comunità. In questo senso vedo un’analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunità? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato.
E i consumi?
Se sono assunti dentro la ragionevolezza dei beni materiali necessari ad espandere la dignità dell’uomo, occupano un posto importante nella nostra vita. Altrimenti producono squilibrio.
Lei, Eminenza, sta cioè invitando a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell’economia?
Esattamente. Se si riporta il soggetto al cuore dell’economia di mercato, allora inesorabilmente si equilibra il rapporto fra il soggetto stesso e l’uso dei beni. In ciò basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa, proprio già dei tempi di san Tommaso, secondo cui tutto ci è dato in uso. La proprietà privata consiste nel fatto che tutto ci è dato in uso, ma la destinazione dei beni è universale. E qui si innesta un altro e basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che abbiamo delineato è per sua natura solidale.
Il che, tradotto nel concreto delle scelte economiche, cosa significa?
Che noi non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di povertà - cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi - per andare ai bisogni dell’Africa. Il che vuol dire, per esempio, guardare alla povertà e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carità, ma come a opportunità per riequilibrare il mercato.All’incirca com’è accaduto in questi ultimi anni con la Cina?
Certamente. Nel rispetto, però, di tutti i diritti dell’uomo e della società. Noi occidentali, così come siamo troppo ignavi verso l’Africa, siamo colpevoli circa la modalità con cui la Cina non sta affrontando il problema dei diritti dell’uomo. 
Libia: etica dell'intervento e calcoli della politica
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 24 febbraio 2011


Sembra necessario prendere posizione, oggi, su quanto sta accadendo in Libia.
E' vero, non è rinviabile un'iniziativa forte di Italia ed Europa nei confronti di Gheddafi.

Epperò, anche in un momento di così forte emozione, è necessario tenere presenti alcuni fattori.

1. Qualità, quantità, limpidezza delle informazioni: cosa sappiamo di quanto sta succedendo in Libia? e soprattutto come lo sappiamo? non vuole essere un interrogativo relativizzante, ma non possiamo dipendere da al-Arabiya o Al Jazeera, così come in passato - per esempio per quanto riguarda la ex-Jugoslavia - sembravamo dipendere (troppo) dalla CNN. 

Non si mette in discussione né la serietà dei network in questione, né la semplice "verità dei fatti"; ma siamo in una fase in cui qualsiasi notizia può rappresentare una sorta di "arma non convenzionale", riproducibile attraverso la Rete, incontrollabile, la cui potenza può essere amplificata oltre il dovuto. La politica non può dipendere solamente dalle informazioni giornalistiche, anche se non può prescindere da esse. 

La politica - intesa come l'insieme delle strutture statuali, ma anche le forze sociali e partitiche - deve fare filtro delle notizie che arrivano da una zona ad alta tensione, banalmente confrontando più fonti, banalmente avvalendosi di strumenti di inteligence (e noi italiani in Libia dovremmo avere rapporti consolidati con tutti gli attori in campo), ma anche riflettendo secondo un "vestito di idee" che aiuti a valutare il peso delle fonti stesse, e a capire "a chi giova" l'uso e l'"esplosione" di alcune informazioni, piuttosto che altre.

Questo anche di fronte a una crisi umanitaria e civile come quella che stiamo attraversando in Libia? sì, per quanto possa apparire cinico: la storia degli ultimi anni di politica estera è (anche) una storia di eccessi emotivi, dal Medio Oriente alla Jugoslavia, dall'11 settembre all'Afghanistan. Mescolate a giuste ragioni, la spinta dei mass-media è a volte risultata preponderante nella decisione all'azione.

Ma gli imperativi morali non sono eccessi emotivi; e per evitare questi ultimi - e per obbedire al meglio ai primi - le notizie vanno valutate con la massima attenzione.

2. Qualsiasi azione "costa" e non esiste la "neutralità" assoluta. Tutte le opzioni che si stanno prendendo in considerazione per difendere i civili libici dalle rappresaglie di Gheddafi implicano che in qualche modo ci si schieri in quella che è ormai una guerra civile. Al "minimo" dell'interventismo, per fare un esempio, l'imposizione di una no-fly zone potrebbe di fatto implicare un riconoscimento (forse rinviabile, ma difficilmente eludibile) della indipendenza di alcune parti della Libia.

Allora: "stiamo fermi"?; no, però troppe volte in passato (ricordate la Somalia?) generose inziative umanitarie si sono impantanate per una non piena considerazione delle dinamiche operative e del terreno concreto su cui si andava ad agire.

Aggiungo: l'operazione umanitaria non è "chiudibile" in poco tempo. Se si comincia a intervenire, anche solo per difendere i civili (ed è praticamente impossibile fare "solo" quello; quando si è difeso il popolo kossovaro da Milosvic si è dovuto comunque ovviamente prendere le armi contro la Serbia e bombardare Belgrado, e si è di fatto aperta una via di autonomia per il Kosovo, anche se a parole molti non volevano), ebbene se si comincia a intervenire non è possibile pensare di andare via in poche settimane. A maggior ragione per il nostro rapporto speciale con la Libia, se ci facciamo promotori di una qualsiasi iniziativa dobbiamo sapere che questo sarà un impegno di anni, aperto ed esplicito o coperto e segreto che sia.

Siamo pronti a questo, al di là dei titoli dei giornali e delle emozioni di questi giorni? 
Più sarà concreta la risposta a questa domanda, meno vana sarà la nostra eventuale azione.

Francesco Maria Mariotti


“La situazione è abbastanza tranquilla perché al mattino non vi sono movimenti particolari, in genere gli scontri avvengono di notte, quando si sentono da lontano gli echi delle sparatorie” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario Apostolico di Tripoli, in Libia. “Siamo un po’ distanti perché ci troviamo nei pressi del centro di Tripoli, dove la situazione è calma, e da dove non sentiamo molto di quello che accade in periferia. Però dall’insieme mi sembra che oggi la situazione sia più serena, almeno attorno alla nostra chiesa non vi sono particolari segni di turbolenza. Abbiamo sentito che i mezzi di comunicazione hanno riferito di attacchi aerei, ma questo avviene al di fuori di Tripoli, per lo meno non nel centro della capitale. Nella periferia sembra che certi gruppi vogliano penetrare in città, ed è qui che avvengono gli scontri”.
Circa i movimenti aerei al di sopra della città, Mons. Martinelli nota: “ieri ci sono stati dei movimenti aerei, però lo ripeto, io da qui non sento niente. Ho sentito solo degli spari in lontananza, ma più di questo non posso dire. Mi hanno riferito che in periferia vi sono stati movimenti aerei e degli spari, ma non so dire cosa sia successo”. 
Dal punto di vista sociale Mons. Martinelli, dice che “Tripoli si sta svuotando dei cittadini stranieri, a partire dalle famiglie dei lavoratori europei. Ormai non ci sono più né donne né bambini europei. La comunità cattolica è composta da stranieri, europei e asiatici. Buona parte degli europei è già partita. Resteranno i filippini, in particolare le infermiere filippine, e gli africani clandestini, che sono quelli che hanno più necessità di assistenza”.
Circa l’evoluzione della crisi, Mons. Martinelli afferma: “Dopo il discorso di ieri sera (22 febbraio), mi sembra che Gheddafi non abbia nessuna intenzione di cedere e che si senta abbastanza forte. Ha richiamato all’unità ed alla pace e ha criticato coloro che si solo lasciati trascinare dalle ‘turbolenze fondamentaliste’. Sono convinto che ci siano tante persone che vogliono la pace al di là di tutto e delle divisioni politiche. La gente vuole la serenità, perché prima delle violenze tutto sommato si stava tranquilli. Da un momento all’altro è scoppiata questa situazione che ci ha un po’ sorpresi perché l’ambiente era abbastanza tranquillo, a parte alcuni gruppi che si agitavano nell’est della Libia. Lì forse si è già creata una situazione direi quasi instabile. A Tripoli la situazione appare invece più sotto controllo”.
“Per quel che riguarda la Chiesa - continua il Vicario Apostolico di Tripoli - non abbiamo avuto il minimo disturbo, anzi abbiamo avuto dei segni di solidarietà da parte dei libici sia nei confronti delle suore sia nei confronti dei cristiani, come le infermiere filippine, che vivono al servizio totale degli ospedali locali”.
Infine, circa la situazione in cui vivono le suore che operano nella Cirenaica, Mons. Martinelli afferma: “Mi hanno detto che non desiderano essere contattate, per ovvi motivi, ma anche perché sono prese dal lavoro. Sono stanche anche per quello che capita. Il loro unico momento di pausa è alla sera tardi, quando finiscono il lavoro. Siamo comunque in contatto continuo con loro. I loro superiori sono preoccupati per la situazione. Abbiamo dato indicazioni per cui se una suora è stanca fisicamente e psicologicamente possa tranquillamente lasciare il Paese per un periodo di riposo. Qui da Tripoli probabilmente partirà un gruppo di suore che si interessano degli immigrati, perché al momento non c’è molto lavoro, in quanto, in questa situazione, è molto delicato operare”. (L.M.) (Agenzia Fides 23/2/2011)
 
La tragedia della Libia è il primo, vero test di politica estera cui l’Italia si trovi di fronte da vari anni a questa parte. Come tale, andrebbe affrontato con serietà e coesione nazionale.
Il bagno di sangue che si sta consumando nel nostro cortile di casa non è certo il terreno adatto per segnare facili punti di politica interna. Per tre ragioni molto semplici, a cominciare dal fatto che l’apertura a Gheddafi è da vari decenni una politica bipartisan. Una politica condivisa nella sostanza anche se non nelle forme (ridicole e umilianti) dell’ultima visita a Roma del «cane pazzo del Medio Oriente», vecchia definizione di Reagan che torna utile oggi. Gli unici distinguo, rispetto a questa politica pro-Gheddafi, sono venuti dalla Lega, ancora di fronte all’aumento del capitale libico in Unicredit. Seconda e ovvia ragione: il nostro Paese ha una posta in gioco vera, e molto rilevante, nel futuro della Libia. Non si tratta, come nel caso dell’Afghanistan, di salvaguardare la propria credibilità nella Nato attraverso la lotta contro il terrorismo. Si tratta di sicurezza energetica, di costi del petrolio, di quote azionarie di grandi banche e società della Penisola, di cittadini italiani che lavorano là. La Libia è ormai parte integrante del nostro sistema economico, come registra senza pietà la Borsa di Milano. Terza ragione: il caos cruento della Libia prepara una nuova ondata migratoria, facendo saltare quegli accordi bilaterali con cui l’Italia, esposta varie volte ai ricatti del rais di Tripoli, ha negli ultimi anni contenuto i flussi verso le sue coste. Ma si aggiunge una quarta e ancora più sgradevole verità: nella relazione con Gheddafi, l’Italia è stata la parte debole. (...)
 
 
(...) Quando Gheddafi, nell'estate del 1970, ordinò l'espulsione dei circa 15.000 italiani che vivevano allora nel Paese, il presidente del Consiglio fu dapprima Mariano Rumor, poi Emilio Colombo, ma il ministro degli Esteri in entrambi i governi fu Aldo Moro. Qualcuno sostenne che occorresse reagire energicamente, ma nessuno riuscì a precisare che cosa si dovesse intendere per «energia». Prevalse la linea di Moro, vale a dire la convinzione che l'Italia non potesse aprire una partita simile, per qualche aspetto, a quella che la Francia aveva definitivamente perduto in Algeria otto anni prima. Come la Francia, del resto, anche noi avevamo sull'altra sponda del Mediterraneo interessi petroliferi e più generalmente economici che andavano per quanto possibile tutelati. Buona o cattiva, questa fu la linea politica di tutti i ministri degli Esteri italiani da Giulio Andreotti a Gianni De Michelis, da Lamberto Dini a Massimo D'Alema. Come in altre questioni l'Italia ha dimostrato che nella storia della politica estera soprattutto degli ultimi quarant'anni la continuità è molto più frequente della rottura. Ogni governo, quale che fosse il suo colore, ha cercato di negoziare con Gheddafi una specie di trattato di pace.

Abbiamo adottato una linea cinica e indecorosa? Forse conviene ricordare che i primi aerei dell'aeronautica militare libica, dopo il colpo di Stato, furono i Mirage francesi; che la Germania contribuì alla creazione in Libia di una industria chimica; che gli americani, dopo avere inutilmente cercato di uccidere Gheddafi nel 1986, revocarono le sanzioni non appena il Colonnello rinunciò alle sue ambizioni nucleari; che la Gran Bretagna, nell'agosto del 2009, ha liberato e restituito alla Libia, per «ragioni umanitarie», il responsabile del sanguinoso attentato del dicembre 1988 nel cielo di Lockerbie. Ora, naturalmente, nessun governo europeo può astenersi dal condannare le violente repressioni di Bengasi e di Tripoli. Noi, in particolare, abbiamo il diritto e il dovere di alzare la voce contro Gheddafi e i suoi metodi. Ma cerchiamo almeno di farlo senza cogliere l'occasione per combattere una ennesima battaglia di politica interna. Nel momento in cui in Libia si muore lo spettacolo sarebbe particolarmente indecoroso.
 


 
Compromessa la dignità del premier, non la nostra
post pubblicato in Comunità, il 12 febbraio 2011


Vi segnalo l'articolo di Elena Loewenthal di oggi sulla Stampa, mi pare una riflessione importante, che personalmente sento vicina.

Devo ammettere che ho sempre più difficoltà a comprendere il linguaggio "politico-femminile"; in passato ho creduto alla logica della "differenza", oggi ne diffido, anche perché diffido di qualsiasi discorso fatto in termini troppo "collettivi", e dubito che vi sia una "logica delle donne" distinta da quella degli uomini, in politica come nel mondo del lavoro, ma ovviamente il discorso qui andrebbe meglio approfondito e non si presta a certezze.

Personalmente però mi lascia un po' perplesso che si riscopra la dignità delle donne sullo stampo delle faccende del premier: spero che il discorso femminile - se esiste, come si diceva - sappia "incarnarsi" anche in altre occasioni, senza richiedere "quote" o "protezioni" o "privilegi", ma creando nuovi spazi di libertà, come in passato è stato per alcune importantissime conquiste di autodeterminazione che vogliamo vedere estese anche in altri luoghi e in altre culture.

Detto questo, faccio i migliori auguri alle compagne, alle amiche, ai compagni e agli amici che saranno in piazza domani.

Francesco Maria Mariotti

ELENA LOEWENTHAL, la Stampa del 12 febbraio 2011

Non me la sento di scendere in piazza domani per difendere la dignità delle donne. Né la mia né quella altrui. Non vedo perché. Mi desta persino qualche perplessità la sigla della manifestazione. Non perché la considero una profanazione ­ è il titolo dell’ultimo romanzo di Primo Levi, ma prima ancora un antico adagio rabbinico che invita alla responsabilità. Piuttosto, non colgo il nesso fra questo richiamo all’impegno e l’indignazione che sta alla radice di questa chiamata femminile.

Perché mai le donne si sentono in dovere di difendere la propria dignità, alla luce di quell’oscena realtà che trapela da casa del nostro presidente del Consiglio (o dal suo aereo, o dalle auto della sua scorta, o dal suo telefonino)? Forse che gli uomini ­ nel senso di maschi ­ si sono sentiti in dovere di lanciare una manifestazione per difendere la loro, di dignità? Che a dire il vero mi sembra decisamente più violata della nostra. Loro, hanno per caso sentito l’impulso di prendere le distanze, di chiamarsi fuori da quel modello di maschio lì? Ci hanno forse detto, con rabbia e con dolore e con indignazione, che non sono tutti dei vecchi bavosi incapaci di amare o stabilire una relazione affettiva, e bisognosi invece di palpare parti intime femminili in quantità industriali, per sentire vivo il proprio corpo?

Non mi pare. Eppure, se di dignità parliamo, quella dei maschi ne esce decisamente più malconcia della nostra. Perché in fondo, ma neanche tanto in fondo, in questa storia di festini, nudità, giochi stupidi e prestazioni in cambio di somme niente affatto irrilevanti, il nostro presidente del Consiglio a me pare più preda che cacciatore, più vittima che dominatore. La sua fragilità di maschio mi preoccupa ben più della compulsione sessuale. Quel suo non poter fare a meno di olgettine e palpatine, con l’evidente conseguenza che un folto gruppo di sciacquette più giovani di mia figlia (lui invece potrebbe esser mio padre) dispongono del suo numero di telefono, lo minacciano, lo ricattano e gli fanno pure la morale politica. Se non è caduta di dignità questa, ditemi cos’è.

Quanto a noi donne, perché mai dobbiamo sentirci in dovere di dimostrare che non siamo tutte così, come quelle? A me pare ovvio. Persino bello, pensare che non siamo tutte uguali: (...)


La politica dimentica l'economia
post pubblicato in Focus Europe, il 17 agosto 2010



"(...) Ai politici che in questi giorni così abbondantemente si esprimono deve quindi essere consentito di rivolgere una sommessa preghiera: tengano presente che quando parlano non hanno di fronte solo il pubblico, spesso non troppo numeroso, dei loro sostenitori politici, o i giornalisti desiderosi di riempire spazi che le festività rendono vuoti. Ad ascoltarli, a pesare le loro parole più di quanto essi stessi si rendano conto, c’è tutta la finanza mondiale. Che deciderà se sottoscrivere i nostri titoli di debito anche sulla base delle loro parole e dei loro programmi."

La globalizzazione non è la resa della politica
post pubblicato in Diario, il 8 luglio 2010


Segnalo un articolo di GIovanni Balcet su LaVoce.Info; sintetico e semplice, complessivamente buono; si potevano approfondire alcuni punti, ma è molto apprezzabile il tentativo di superare il pessimismo sulla globalizzazione e la critica all'eurocentrismo: 

"(...) Tuttavia, il costo del lavoro non è tutto. Nell’industria automobilistica, la sua incidenza sui costi totali di produzione è stimabile attorno al 7 per cento: rilevante certo, ma c’è dell’altro. Sui costi e sulla redditività aziendale incidono le economie di scala, i volumi di produzione; incidono la qualità e la produttività del lavoro, dunque il livello di istruzione e di formazione dei lavoratori, come pure l’intensità di capitale fisso e l’efficienza dei macchinari. La tecnologia, l’innovazione e il design determinano la qualità del prodotto e il suo costo. La globalizzazione non consiste soltanto in un mercato integrato, all’interno del quale unicamente il costo del lavoro determina la competitività delle imprese e le loro scelte localizzative. Questa visione semplificata non spiega perché la fabbrica della Volkswagen a Wolfsburg, coeva e quasi gemella di Mirafiori, sia ancor oggi uno dei più grandi complessi produttivi di autoveicoli al mondo, con una produzione di 736mila veicoli nel 2009, nonostante i salari più elevati del pianeta. (...)"


Francesco Maria Mariotti

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