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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Libertà
post pubblicato in Idee, il 27 gennaio 2011


La libertà personale, presidio contro ogni autoritarismo.

Scetticismo democratico contro ogni pretesa verità, notizia-bomba, furto di carte riservate che sia...

Sorridere con Qoelet, liberandoci dalla tirannia della novità, dell'originalità a tutti i costi.

"Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c'è niente di nuovo sotto il sole." (1, 9)



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Nuova legge elettorale? La proposta Ceccanti - Ichino
post pubblicato in Idee, il 4 agosto 2010


dal sito di Pietro Ichino


IL PROGETTO PER INTRODURRE IN ITALIA IL SISTEMA GIA’ SPERIMENTATO CON BUONI RISULTATI IN AUSTRALIAA, CHE COMBINA I VANTAGGI DELL’UNINOMINALE “SECCO” (ALL’INGLESE) E DELL’UNINOMINALE A DOPPIO TURNO (ALLA FRANCESE): L’ELETTORE INDICA SULLA SCHEDA ANCHE LA PROPRIA “SECONDA SCELTA”, DELLA QUALE SI TERRA’ CONTO NEL SOLO CASO IN CUI NESSUN CANDIDATO ABBIA RAGGIUNTO LA MAGGIORANZA ASSOLUTA DELLE “PRIME SCELTE”


PER UNA RIFORMA ELETTORALE CHE EVITI UN RITORNO AL SISTEMA PROPORZIONALISTICO, RESTITUISCA AGLI ELETTORI LA SCELTA DEGLI ELETTI E DEL GOVERNO, RIDUCA I COSTI PERSONALI DELLE CAMPAGNE ELETTORALI E LA DISTANZA TRA I CITTADINI E I PARLAMENTARI

La crisi continua e cambierà tutto
post pubblicato in Idee, il 9 giugno 2010


Mario Deaglio sulla Stampa del 9 giugno 2010

(...) Nei prossimi decenni la finanza pubblica è destinata a peggiorare in tutti i Paesi ricchi. Un maggior controllo dei mercati avrebbe consentito di affrontare queste difficoltà in maniera graduale; sono invece emerse tutte assieme provocando le attuali convulsioni delle Borse. Per conseguenza tutti invocano l’arma dei tagli, condizione forse necessaria al punto in cui siamo arrivati ma certamente non sufficiente, al rilancio della crescita e dello sviluppo, anzi controproducente nel breve periodo. Con i tagli i governi potranno (forse) rimettere in sesto i bilanci pubblici per qualche tempo ma al prezzo di un rinvio indeterminato della data della ripresa.

In altre parole, è difficile, probabilmente impossibile, risanare e rilanciare l’economia senza modifiche importanti del sistema economico-finanziario e queste modifiche al sistema dovranno coinvolgere la Cina. Appena scalfita dalla grande tempesta mondiale, dotata di enormi riserve valutarie, la Cina potrebbe venire in soccorso garantendo il debito pubblico dei Paesi suoi creditori e rivalutando la propria moneta in modo da dare un po’ di fiato alle industrie di mezzo mondo alle corde per la concorrenza cinese. Il Partito Comunista Cinese, però, non salverà gratuitamente il capitalismo di mercato e già si parla, tra le possibili contropartite, di un cinese alla guida del Fondo Monetario Internazionale. In ogni caso, Pechino è il convitato di pietra al tavolo affannato dei Paesi ricchi e tiene in mano una possibile chiave di questa intricata e pericolosa vicenda.

L’altra chiave l’hanno in mano i cittadini-elettori dei Paesi ricchi che, nella grande maggioranza dei casi, mostrano una forte opposizione ai tagli e richiedono protezione per risparmi e posti di lavoro. Questa protezione si può forse accordare - magari mandando a casa chi è al governo come è avvenuto in Gran Bretagna e potrebbe avvenire in questi giorni in Olanda - ma solo al prezzo di chiudere, in maniera più o meno parziale, le frontiere economiche e finanziarie. Il che porterebbe con sé un abbassamento permanente della crescita economica che in alcuni Paesi potrebbe tradursi in stagnazione.

In questa gran tempesta l’Italia si trova in una nicchia relativamente riparata, forse perché è abituata a gestire con un certo successo un debito pubblico enorme (il terzo del mondo per dimensioni) e perché, al fine di far quadrare i conti senza fare alcuna riforma, ha di fatto rinunciato alla crescita economica negli ultimi dieci anni. In Italia c’è relativamente poca occupazione ma relativamente molto risparmio famigliare, in buona parte investito nei titoli del debito pubblico italiano il che conferisce una certa stabilità a questo barcone con popolazione vecchia, destinata a invecchiare ancora. Il vecchio barcone, in altre parole, può riuscire a galleggiare; ma solo al prezzo di diventare sempre più vecchio e sempre più pesante.

Banche... le tentazioni di Tremonti, la confusione del governo
post pubblicato in Idee, il 10 settembre 2009


Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera dell'8 settembre 2009

(...) quan­do imputa alle banche di te­nere più agli azionisti che al­la comunità perché, non avendo ancora sottoscritto i Tremonti bond, non conce­dono abbastanza credito al­le imprese, il ministro del­l’Economia risulta meno convincente.
La sua accusa presuppo­ne che le banche siano un’in­frastruttura del Paese e non società a scopo di lucro. Co­sì non è da quando, nei pri­mi anni Novanta, le aziende di credito sono state privatiz­zate. Certo, l’aiuto diretto e le garanzie che gli Stati han­no fornito alle banche — in Italia infinitamente meno che altrove — rendono tali imprese passibili di una vigi­lanza che sarebbe inutile e dannosa per altre, libere di fallire. Ma da qui a fare delle banche strumenti di politica economica del governo il passo è lungo. E nemmeno Tremonti ha mai detto di vo­lerlo compiere.
L’adeguatezza del credito è questione più concreta. I bilanci bancari italiani non sono più floridi. (...)

Il governo, che da mesi in­calza, ha avuto un atteggia­mento non sempre preveg­gente. Prima ha trattato le banche come se grondasse­ro quattrini, infliggendo lo­ro, con la Robin Tax, un sa­lasso stimabile in 1,4 miliar­di l’anno. Nell’autunno della Lehman, ne ha parlato come di aziende sull’orlo del falli­mento. In origine, i Tremon­ti bond sono stati concepiti come una ciambella di salva­taggio. Il loro annuncio ha concorso a ristabilire un cli­ma di fiducia. Che, tornan­do, ne ha svuotata la funzio­ne. Questi strumenti di capi­tale rifioriscono ora come volano per aumentare il cre­dito. Ma il loro costo è diven­tato molto alto con i tassi a breve che sono vicini allo ze­ro e consentono alle banche di finanziarsi altrimenti. E di evitare di doverli converti­re in azioni, con la conse­guenza di trovarsi lo Stato in casa, se non riuscissero a rimborsarli il 30 giugno 2013.

Probabilmente, sarebbe più efficace consentire alle banche di fare pulizia au­mentando l’esenzione fisca­le sugli accantonamenti a fondi rischi, ridotta ormai al­lo 0,30% degli impieghi. Ma i banchieri dovrebbero meri­tarselo non tanto aumentan­do la quantità del credito, la cui domanda cala durante le recessioni, ma liberando le imprese dall’incubo del rim­borso a scadenza ravvicina­ta. Con il consolidamento dei debiti ormai diffuso, ma anche con nuovi strumenti — a metà strada tra il capita­le di rischio e il credito ordi­nario — validi anche per quando tornerà il sereno. I risparmiatori, che la politica monetaria penalizza, e le im­prese, che restano l’architra­ve di tutto, hanno ragione a chiedere di più.

http://www.corriere.it/editoriali/09_settembre_08/massimo_mucchetti_il_ministro_e_i_banchieri_8572b782-9c33-11de-a226-00144f02aabc.shtml

Mario Deaglio sulla Stampa del 9 settembre 2009

A sentire le loro dichiarazioni sulle responsabilità delle banche nella crisi, si potrebbe pensare che Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi non appartengano allo stesso governo. Domenica a Cernobbio Tremonti - che ha anche puntato il dito contro i banchieri a livello mondiale, addossando loro la responsabilità principale della crisi - ha accusato, con notevole pesantezza, i banchieri nazionali di non fare gli interessi del Paese, tra l’altro per la loro riluttanza a sottoscrivere i cosiddetti «Tremonti bonds». Una forma di finanziamento pensata per i salvataggi delle imprese che, nelle mutate condizioni di oggi, può risultare relativamente cara e poco maneggevole. Ieri a Milano, Berlusconi ha invece preso una posizione diametralmente opposta, asserendo che non si può dare la croce addosso ai banchieri (...)

Più che una vera e propria spaccatura, contrasti d’opinione così plateali segnalano sicuramente una certa confusione di idee e l’assenza di riferimenti intellettuali forti sui quali impostare la strategia economica. Non si tratta di un problema soltanto italiano: in maniera più discreta, differenze non dissimili stanno venendo a galla, tra i governi e dentro i governi dei Paesi del G20, a due settimane dalla riunione di Pittsburgh. Questa riunione non dovrebbe limitarsi a raggiungere un faticoso accordo su qualche tecnicismo ma dovrebbe definire una linea comune nei rapporti tra mondo politico e finanza, essenziale per evitare il ripetersi di crisi distruttive. Non sembra che nessuno, compresi naturalmente Berlusconi e Tremonti, abbia idee precise su come ciò andrebbe fatto mentre tutti guardano con preoccupazione a un possibile ulteriore indebolimento dei consumi, soprattutto negli Stati Uniti, sotto il peso dell’aumento del numero dei senza lavoro.(...)

Il mondo bancario italiano, che sarebbe arduo accusare di un forte profilo politico, almeno in anni recenti, si trova quindi sottoposto al tiro incrociato di tre diversi soggetti. In primo luogo un pubblico di risparmiatori, tradizionalmente abituati a un interesse reale relativamente elevato, derivante da impieghi considerati piuttosto sicuri: in secondo luogo le imprese con la loro richiesta che le banche siano «buone» nei loro riguardi per compensare un mondo che è diventato «cattivo»; e infine il governo che vorrebbe che le banche diventassero prima di tutto lo strumento di una politica economica di stabilizzazione che evitasse il collasso temuto di centinaia di migliaia di piccole imprese.

Per conseguenza, oggi è facile additare alla pubblica esecrazione i banchieri dal cuore di pietra, che negano o riducono il fido alle imprese in difficoltà ma domani si tratterebbero in maniera molto più dura gli stessi banchieri se, essendo diventati troppo teneri, avessero perduto i soldi loro affidati dalla gente. In una situazione di rischio in aumento, trasferire - per di più a parità di costo - una parte di questo rischio dalle imprese alle banche con finanziamenti «di buon cuore» può compromettere una struttura bancaria complessivamente molto sana che rappresenta uno dei principali punti di forza del Paese per sostenere imprese sovente piuttosto malate. (...)

Un’azione determinata del governo per mettere a posto la propria tesoreria e pagare con maggiore celerità i propri fornitori avrebbe probabilmente effetti più incisivi di un credito che, magari con un’interpretazione «buonista» dei «Tremonti bonds», venisse distribuito a pioggia; e gli imprenditori italiani, dal canto loro, dovrebbero tener presente che la creatività, l’energia e la freschezza innovativa che li caratterizza a livello mondiale devono accompagnarsi a un altro tratto tipico delle imprese in ogni parte del mondo, ossia l’accettazione di una buona dose di rischio finanziario, senza la quale è difficile, al giorno d'oggi, fare molta strada.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6369&ID_sezione=&sezione=

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permalink | inviato da franzmaria il 10/9/2009 alle 22:48 | Versione per la stampa
Se l'obiezione diventa una malattia
post pubblicato in Idee, il 13 agosto 2009


MICHELE AINIS sulla Stampa dell'11 agosto: Se l'obiezione diventa malattia

C’è un’infezione che giorno dopo giorno fiacca il nostro organismo collettivo. E c’è anche un untore, ci sono una mano e un disegno all’origine di questa malattia. La malattia a sua volta può ben essere letale, perché s’esprime nella disobbedienza alla legge, allo Stato, agli istituti della democrazia. Sia pure in nome di nobili principi, così come era nobile la causa di Antigone, murata viva in una grotta da Creonte per essersi ribellata alla giustizia umana, obbedendo alla legge non scritta che alberga nelle coscienze individuali. Obiezione di coscienza, ecco infatti come noi moderni designiamo tale atteggiamento. Ma negli ultimi mesi le obiezioni si moltiplicano, si alimentano l’una con l’altra, con la benedizione dell’oracolo più autorevole e potente: il Vaticano.(...) Naturalmente può ben darsi che una legge sfidi le nostre convinzioni più profonde. In quest’ipotesi è lecito sfidarla a propria volta, o forse è doveroso. Se la legge m’impone di giustiziare ogni ebreo che incontro per strada devo oppormi, anche a costo della vita, come Antigone. Ma cosa rischia il ginecologo che nega assistenza a una coppia sterile o a una donna che ha deciso dolorosamente d’abortire? E dov’è l’evento eccezionale quando l’obiezione di coscienza s’applica alle occasioni più svariate? (...) Vediamo il rischio di un’anarchia di massa, in cui ciascuno fa un po’ come gli pare. Tanto una coscienza, buona o cattiva, ce l’abbiamo tutti. Sicché di questo passo dovremo forgiare tante leggi per quante sono le coscienze.

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permalink | inviato da franzmaria il 13/8/2009 alle 15:14 | Versione per la stampa
Puzza di manovra contro la 194
post pubblicato in Idee, il 10 agosto 2009


Filippo Facci sul Giornale:

(...) Ora: avessero il coraggio di dire quello che pensano una volta per tutte, cioè che vogliono ridiscutere la Legge 194, abrogarla, limitarla, appunto sabotarla. E invece no. Fanno una cosa per ottenerne un’altra, ma la verità è trasparente come solo i numeri sanno essere: in Italia è in corso un'offensiva che mira a ridimensionare la legge 194 e a confondere le acque raccontando anche sonore bugie; abbiamo una legge che anno dopo anno sgretola il ricorso all'aborto (nel 1982 furono 233mila, oggi sono 120mila e in costante diminuzione) e che lo sgretolerebbe anche di più, se questa offensiva non impedisse che le categorie che abortiscono in maggioranza - le ignoranti e le immigrate - fossero raggiunte da un campagna sulla contraccezione come se ne fanno in tutti i Paesi del mondo dove non c'è il Vaticano. Questa campagna non mira a cancellare la legge 194 - perché non ci riuscirebbe - ma a ridimensionarla sollevando continui polveroni, invitando alla moltiplicazione di quei truffatori dello Stato che sono in stragrande maggioranza gli obiettori di coscienza, ipotizzando la presenza di militanti religiosi nei consultori, raccontandovi che siano in corso complotti ideologici per smontare la stessa 194: quando gli ideologici sono solo loro, e a voler smontare la 194 sono solo loro. Questa offensiva è condotta da una casta numericamente modestissima che frequenta gli snodi dell’informazione, è una lobby che auspica ipocriti «miglioramenti» a una legge che vorrebbero solo abbattere, vi raccontano e racconteranno un sacco di balle. I nomi sono noti. Non credete a quello che dicono. Pensate con la vostra testa e con una coscienza che è solamente vostra, non ha bisogno di ambasciatori in folgorazione pre-senile.


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permalink | inviato da franzmaria il 10/8/2009 alle 21:31 | Versione per la stampa
Ralf Dahrendorf: L'impossibile quadratura del cerchio e il capitalismo responsabile
post pubblicato in Idee, il 18 giugno 2009


«I paesi dell’OCSE, per dirla in modo molto diretto e sbrigativo, hanno raggiunto un livello di sviluppo in cui le opportunità economiche dei loro cittadini mettono capo a scelte drammatiche. Per restare competitivi in un mercato mondiale in crescita devono prendere misure destinate a danneggiare irreparabilmente la coesione delle rispettive società civili. Se sono impreparati a prendere queste misure, devono ricorrere a restrizioni delle libertà civili e della partecipazione politica che configurano addirittura un nuovo autoritarismo. O almeno questo sembra essere il dilemma. il compito che incombe sul primo mondo nel decennio prossimo venturo è quello di far quadrare il cerchio fra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica. La quadratura del cerchio è impossibile; ma ci si può forse avvicinare, e un progetto realistico di promozione del benessere sociale probabilmente non può avere obiettivi più ambiziosi.» Ralf Dahrendorf, Quadrare il cerchio, 1995.

(...)" Si dovrebbe quindi verificare un ritorno all'etica protestante di beata memoria? È possibile un tale ritorno? La risposta all'ultima domanda non può che essere: probabilmente no. (...) Non ci sarà quindi nessun ritorno all'etica protestante. E tuttavia un ravvivamento delle antiche virtù è possibile e auspicabile. Il paradosso del capitalismo di cui parla Daniel Bell non potrà sparire del tutto: il motore del capitalismo moderno fonda su preferenze che i metodi del capitalismo moderno non contribuiscono a rafforzare. Per formularla in maniera meno astratta: lavoro, ordine, servizio, dovere rimangono i prerequisiti del benessere; ma lo stesso benessere significa piacere, divertimento, desiderio e distensione. Gli uomini lavorano duro per creare beni che in senso stretto sono superflui.
Non torneremo al capitalismo di risparmio, ma a un ordine in cui il soddisfacimento dei bisogni è coperto dal necessario valore aggiunto. Il capitalismo di debito deve essere ricondotto a una misura sopportabile. È necessario qualcosa come un "capitalismo responsabile", sebbene nel concetto di responsabilità è necessario che risuoni soprattutto la prospettiva di medio periodo, ovvero quella di un nuovo rapporto col tempo. (...) È importante che tra pacchetti congiunturali e schemi di salvataggio non si perda di vista il dopo-crisi, perché in questi anni si decide in quale tempo vivrà la prossima generazione di cittadini delle società libere." Ralf Dahrendorf, Il mondo che verrà ha radici antiche, (IlSole24Ore, 26 aprile 2009)

Ralf Dahrendorf, Quadrare il cerchio ieri e oggi
Ralf Dahrendorf, Libertà attiva
Ralf Dahrendorf: il mondo che verrà ha radici antiche (ilSole 24Ore)
Ralf Dahrendorf: biografia su Wikipedia



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permalink | inviato da franzmaria il 18/6/2009 alle 21:13 | Versione per la stampa
Emma Bonino: ACCANIMENTO DEMOCRATICO
post pubblicato in Idee, il 1 febbraio 2009


Dall'intervista di Emma Bonino all'Espresso del 30 gennaio 2009 (di Daniela Minerva)

(...) Come valuta il disegno di legge presentato dal senatore della Pdl Leonardo Calabrò?
Il testo della maggioranza è contro il testamento biologico perché afferma che nessuno può rinunciare all`alimentazione e all`idratazione forzate in quanto non sarebbero prestazioni mediche ma "forme di sostegno vitale" e quindi fuori dalla sfera decisionale dell`individuo. Su questa posizione convergono i teodem del Pd, facendo sì che in Parlamento la maggioranza abbia amplissimi numeri per portare a casa questa controriforma. Ma se il testamento biologico non può servire a decidere su nutrizione e idratazione artificiale è persino controproducente, perché è un passo indietro rispetto a quanto previsto dall`articolo 32 della Costituzione e a quanto già riconosciuto dalla magistratura nei confronti di Piergiorgio Welbv, Giovanni Nuvoli ed Eluana Englaro.

L`assemblea dei gruppi parlamentari dei Pd tenuta lunedì 19 gennaio ha evitato un voto di maggioranza e ha preferito esprimere un "orientamento prevalente". Così, ha lasciato libertà di voto. Ha rinunciato a fare opposizione?
L`unico modo per bloccare maggioranza e teodem, non essendo la loro posizione una novità, sarebbe stata una grande mobilitazione popolare, attorno e a partire dalla "rivoluzione di un padre", come l`ha chiamata Roberto Saviano su "Repubblica", che sta compiendo Beppino Englaro. Optare invece per una pura battaglia parlamentare, visti i numeri, è una complicità oltre che una resa. Aggravata da un atteggiamento elusivo perché altro non è se ci aggiungiamo l' "orientamento prevalente" su di un testo d`indirizzo, soprattutto di fronte al fatto che 88 senatori del Pd su 118 hanno firmato un testo legislativo, articolato e puntuale, a prima firma Ignazio Marino e che noi radicali abbiamo sottoscritto. Semmai è questo l`unico "orientamento prevalente" a essere emerso in maniera trasparente. (...)

SHOAH quando non ci saranno più testimoni
post pubblicato in Idee, il 26 gennaio 2009


di David Bidussa - Repubblica — 16 gennaio 2009

Anticipiamo una parte del libro di David Bidussa "Dopo l' ultimo testimone" (Einaudi, pagg. 136, euro 10) da oggi in libreria - Quando rimarremo soli a raccontare l' orrore della Shoah, non basterà dire «Mai più!» né rifugiarsi tra le convenzioni della retorica. Serviranno gli strumenti della storia e la capacità di superare i riti consolatori. (...) Nel Giorno della memoria non ci interroghiamo dunque sui sopravvissuti o sui testimoni diretti, ma su noi stessi, venuti dopo, e che da quell' evento siamo segnati, qualunque sia il nostro rapporto individuale e familiare con esso. Sia che siamo figli delle vittime, dei carnefici o di quella ampia fascia di zona grigia, di mondo degli spettatori, che si trova in mezzo. Insieme a noi, ci sono i testimoni culturali, ovvero gli autori della produzione storiografica, figurativa, letteraria, cinematografica, che accompagnano l' estrinsecazione delle testimonianze dei sopravvissuti. In sostanza non c' è da attendere un domani, più o meno lontano, per chiedersi che cosa faremo dopo che l' ultimo testimone sarà scomparso. Quel passaggio si è già consumato. Del resto, a riprova, la notizia della morte - avvenuta il 17 giugno 2008 - di Henryk Mandelbaum, l' ultimo sopravvissuto in Polonia del «Sonderkommando» del campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau, non ha modificato il quadro emozionale, non ha segnato nella coscienza pubblica un «prima» e un «dopo». Si è inaugurata l' età della postmemoria, una stagione che obbliga a confrontarsi con le domande che questa condizione pone rispetto alla conservazione di un certo passato e sugli strumenti che noi abbiamo per indagarlo, comprenderlo e rappresentarlo. La nostra attualità è attraversata da diversi scenari che rischiano di trasformare quest' attenzione in una nuova eclissi. Il primo riguarda i tempi della memoria. Il ricordo del genocidio ebraico ha avuto tempi lunghi prima di rendersi autonomo e «visibile» nella coscienza pubblica. Ha avuto un suo risveglio a partire dagli anni ' 80, sull' onda anche della spettacolarizzazione dovuta a Holocaust (il serial televisivo che nel 1978, negli Stati Uniti come in Europa, ha inaugurato una nuova stagione nella percezione del genocidio ebraico). Da allora quel tema è stato al centro della discussione pubblica, anche «riscoprendo» le domande di chi a lungo e con pazienza aveva indagato intorno all' evento nell' indifferenza generale. L' esempio più evidente è proprio nell' opera unanimemente oggi riconosciuta come la più esaustiva, ovvero la monografia di Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d' Europa, composta in solitudine, ignorata negli anni ' 50, pubblicata nel 1961 nell' indifferenza generale e infine «scoperta» nel 1985. Tornerò più in dettaglio su Hilberg, ma è importante sottolineare come la ricerca storica talora viva di vita propria e non solo di spettacolarizzazione o di rapporto con le domande che la discussione pubblica suscita. Quelle domande riguardano lo spessore, la fisionomia, l' estensione e la tipologia della «zona grigia», una questione che resta in eredità a chi viene dopo e che, soprattutto, non ha il fascino né della celebrazione dell' eroe, né della consolazione della vittima. La storiografia quando ha un valore civile non consola, bensì pone domande, e probabilmente è anche per questo che nonostante tutti dichiarino di amare la storia, di provare per essa un interesse quasi morboso, poi tengono la storiografia a distanza. Ci sono opere che bruciano ancora per le domande che pongono e perché rispetto a esse l' insorgenza morale non serve. E in ogni caso non è solo una questione morale. È una problematica che coinvolge il sentimento politico e, più generalmente, la mentalità diffusa, specie nel caso italiano. Infatti, intorno al concetto di zona grigia, soprattutto nel modo in cui si è radicata quest' immagine nel senso comune in Italia, è venuta costruendosi una filosofia politica. L' espressione «zona grigia», creata da Primo Levi e originariamente riferita a coloro che nell' esperienza del Lager rappresentano l' area dei privilegiati nella complessa sociologia e gerarchia degli schiavi, nella storiografia sulla Resistenza e sulla guerra civile ha avuto uno slittamento di significato ed è perciò venuta a designare quella parte di popolazione che passivamente non si è schierata con nessuna delle due parti in campo. Una condizione inizialmente vissuta con disagio e poi, lentamente, rivendicata con orgoglio (...) Il secondo scenario riguarda la centralità delle vittime. Nel corso degli ultimi due decenni la dimensione della vittima ha assunto una nuova fisionomia. Se a lungo la questione degli sterminî è stata pensata in relazione al termine di trauma - e dunque il problema e l' attenzione rispondevano all' esigenza di individuare strategie volte al recupero o al reinserimento -, la dimensione della vittima tende ora a essere presentata come una condizione non mutabile. La vittima nella comunità entra in ragione della violenza che ha subito e dunque per questo trova spazio e rispetto. Ma lentamente quella condizione si estende e genera un nuovo diritto: nello spazio pubblico comincia ad affermarsi la convinzione che solo presentandosi come vittime si avrà diritto alla giustizia. È un meccanismo che lentamente dimentica il presupposto da cui era partito, legato all' eccezionalità, alla condizione estrema del sopravvissuto, ed estende così all' infinito la realtà traumatica. Trasforma una condizione fisica, oggettiva, in una psicologica. L' effetto è la ripresa del meccanismo vittimario, che non è solo appannaggio dei sopravvissuti, ma anche e sempre più di coloro che hanno una visione paranoica della realtà, ossessionati dall' idea di forze potenti che agiscono contro la propria gente. Un' affermazione del processo di produzione delle vittime che elimina la dimensione storica e fattuale del suo realizzarsi in termini di atti, conflitti, figure, circostanze (e dunque non indaga su chi siano i persecutori, non descrive le azioni dei carnefici, bensì destoricizza perché riconduce a sé tutta la vicenda) e spiega, ad esempio, perché paradossalmente la richiesta di riflessione sulle vittime, che pure esigerebbe una maggior produzione di analisi storica, chiami in causa altre piste di indagine - la psicologia, la psicoanalisi, la teologia - ma significativamente eviti la storia sociale e si guardi bene dall' affrontare la storia dei comportamenti. Paradossalmente, solo portando al centro le figure dei carnefici o della macchina dello sterminio, quella domanda di storia ha avuto la possibilità di sostenersi. Nello specifico è stato da una parte La banalità del male di Hannah Arendt ad aprire questa possibilità, proprio perché al centro del libro non erano poste le vittime ma la macchina distruttiva, e successivamente si è aggiunto il saggio di Christopher Browning, Uomini comuni, che ha consentito una nuova stagione di indagine culturale, storica e sociale sugli sterminî. In tutti e due i casi il cuore dell' indagine riguarda la sfera dei carnefici e degli esecutori, la macchina burocratica come luogo produttivo della storia. Un nuovo aspetto che chiama in causa la nostra quotidianità ma che, di nuovo, evitiamo di mettere al centro della nostra riflessione, sulle forme del consenso, o su come si produce la morte di massa nell' età della tecnica. Un evento che evoca il principio della cooperazione industriale. La fabbrica moderna è capace di produrre in serie milioni di esemplari dello stesso prodotto perché migliaia di individui nello stesso istante compiono un gesto, un atto sequenziale. Questo processo è possibile perché pone a suo fondamento la cooperazione tra individui. Il genocidio ebraico, come ricorda lo storico Pierre Vidal-Naquet, è un evento possibile, e realizzabile, perché basato sullo stesso principio organizzativo: un sistema che consente la non responsabilità individuale nello sterminio.


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permalink | inviato da franzmaria il 26/1/2009 alle 22:34 | Versione per la stampa
Quelle folle imponenti
post pubblicato in Idee, il 11 gennaio 2009


La Stampa, 11/1/2009 - VITTORIO EMANUELE PARSI
 
Numeri imponenti, quelli di ieri a Milano, che fanno impallidire quelli registrati pochi giorni fa sul sagrato del Duomo. Il fatto che il teatro della preghiera collettiva con cui si è conclusa la manifestazione pro Palestina sia stato diverso, il piazzale antistante la Stazione Centrale, consente di far chiarezza almeno su una cosa. Ciò che ci colpisce non ha nulla a che fare con l’ipotetico affronto o la meno ipotetica mancanza di delicatezza verso la religione ampiamente maggioritaria in Italia (ne scriveva sulla Stampa di ieri Gian Enrico Rusconi).

No, il punto è un altro e, evidentemente, molto più importante per la civile convivenza in una società composita culturalmente e per le istituzioni doverosamente laiche della Repubblica. Il punto è che la politicizzazione delle molte decine di migliaia di individui di religione islamica presenti nel nostro Paese sta avvenendo su un tema che incorpora, nella sua storia, sessant’anni di violenza e di rabbia: talvolta latente, talvolta esplosiva. Il punto è che ciò si manifesta nel momento in cui una «tregua duratura» tra Hamas e Israele sembra essere lontana e mentre le posizioni appaiono, se possibile, radicalizzarsi ulteriormente. Il punto infine è che, in queste condizioni e su questi temi, il rischio che organizzazioni politiche affini o vicine a Hamas (e, più in generale, al mondo del fondamentalismo islamista radicale) diventino le «beneficiarie naturali» di questa politicizzazione è estremamente elevato.

È in sé un fattore positivo che i cittadini stranieri che lavorano in Italia si organizzino politicamente per far valere i propri diritti, i propri interessi e le proprie aspettative. Ma non è indifferente, rispetto alla possibilità di una convivenza non programmaticamente conflittuale, che ciò avvenga nel nome di valori di un tipo o di un altro, sull’onda di una spinta all’integrazione o di fenomeni, come la guerra, che polarizzano e aiutano a trovare le ragioni dello scontro e della diversità esibita e brandita come un’arma, invece che impiegata come uno strumento di arricchimento complessivo della società.

Le manifestazioni pro Palestina di questi giorni, che avvengono un po’ in tutto il continente, sono legittime, in questa Europa costruita sui valori della tolleranza e della libertà. E noi vogliamo che resti tale. Guai a chi, impaurito, lo dimenticasse. Bene ha fatto il presidente del Consiglio a ricordarlo concretamente, liquidando la proposta leghista di far pagare una tassa sul permesso di soggiorno, quasi in una riedizione banalizzata della «vendita delle indulgenze» di infausta memoria. Ma chi marcia e prega per i propri «fratelli nell’Islam» deve essere consapevole che la libertà non è garantita dalle regole e dal loro rispetto, ma è costruita sulle regole e sul loro rispetto. L’entità di queste manifestazioni ci ricorda anche che il mondo arabo è parte del nostro mondo, e che i governi occidentali hanno uno speciale interesse a contribuire il più rapidamente possibile al raffreddamento di questa crisi, prestando tutta la loro disponibilità alla realizzazione del piano franco-egiziano per una forza internazionale a Gaza.  

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