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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
In Ricordo Di Boris Biancheri
post pubblicato in Persone, il 19 luglio 2011


Un articolo di Boris Biancheri è sempre stato importante per chi si interessa di politiche internazionali; le doti dell'intellettuale sono ben raccontate in poche righe da Mario Calabresi al link che vi segnalo più sotto.

Qui ripropongo gli articoli che in alcune occasioni ho citato o segnalato; il più bello mi pare sia quello scritto nell'imminenza dell'elezione di Obama (Mr.President e il mondo): una lezione di politica e di stile al tempo stesso; il ricordare a tutti - parlando d'America forse anche per parlare di noi - che la politica estera di un paese non può essere "progettata" più di tanto. 

Il campo delle relazioni internazionali è dominato anche dal caso, che costringe spesso ad abbandonare progetti, a ricostruire le proprie idee, a rimettere mano a ciò che si era previsto fare.

Per questo - aggiungo a bassa voce - le relazioni internazionali sono anche scuola di laicità, preziosa oggi più che mai.
(...) L’Italia si conferma dunque come un paese in cui il risultato delle prossime elezioni amministrative detta non solo il comportamento del governo negli affari correnti ma anche le linee, o quanto meno il linguaggio, della nostra politica estera. Si dirà che anche in Germania, su gravi temi economici e ambientali, è successo altrettanto: ma certo con meno andirivieni e più serietà.
Quanto al futuro, imminente o lontano che sia, non vi è dubbio che un errore è stato commesso dagli alleati fin dall’inizio, quando si è scambiata la crisi libica, che ha carattere verticale perché sono l’est e l’ovest del paese che vi si confrontano, con le insorgenze del tipo egiziano o tunisino che hanno avuto carattere orizzontale e hanno interessato senza fratture le rispettive società. Per questo, predisporre oggi e comporre domani il futuro assetto della Libia sarà ancora più difficile che vincere senza combatterla quella che è una guerra intestina ma che abbiamo tutti fatto finta, per semplicità o per interesse, fosse una sana, autentica, democratica rivolta popolare.
 
 
 
(...) Credo che il limite estremo della banalizzazione del suicidio sia stato raggiunto con l’attentato compiuto giorni fa nel Belucistan e con le polemiche che vi hanno fatto seguito. Sulla finalità di questo nuovo episodio di morte vi sono, come sappiamo, interpretazioni diverse. Vi è chi lo mette a carico dell’oppressione che l’Iran eserciterebbe da tempo sulle popolazioni del Belucistan e sullo scoppio improvviso di un clamoroso atto di protesta; vi è chi vede in esso una fase del confronto politico in atto in Iran dopo le ultime elezioni parlamentari, dando così per scontato che un attentato suicida sia oggi una forma corrente di lotta politica. Ancor più sconcertante è la versione che ne danno le autorità iraniane, secondo cui l’attentato è il prodotto dell’azione dei servizi segreti americani (o forse pachistani su suggerimento americano) nel braccio di ferro che oppone l’Iran all’Occidente. L’attentatore sarebbe stato in questo caso reclutato per l’occasione, esattamente come si acquista un prodotto di cui si ha bisogno su un mercato di potenziali suicidi. Gli attentati terroristici e l’immenso fiume di sangue che essi generano sono la via che la modernità ha scelto per proseguire le guerre del passato ed esprimere il proprio bisogno di violenza. L’apparente facilità con cui si reclutano gli attentatori suicidi ne è l’aspetto più inspiegabile e più inquietante. (...) Questa mi sembra sia stata la spinta che ha portato tanti giapponesi, soprattutto tra i giovani, a una scelta di cambiamento che a noi parrebbe quasi naturale ma che nella storia politica del Giappone ha un carattere epocale.Cosa dobbiamo aspettarci dal Giappone di Hatoyama e quali ripercussioni avremo nelle relazioni internazionali? Il Manifesto programmatico del Partito democratico non ha in sé nulla di rivoluzionario. Vi è un accenno di solidarietà sociale, vi è qualche riserva verso la globalizzazione e il libero mercato portato alle estreme conseguenze, vi si trova frequentemente e con diverse accentuazioni la parola fraternità. Una parola, tuttavia, alla quale sappiamo possono darsi diversi significati. Sul piano delle relazioni esterne si riafferma la solidità del rapporto nippo-americano, ma si mette l’accento sulla necessità di una maggiore integrazione asiatica, anche per ciò che riguarda la creazione di una futura moneta unica. Nel cautissimo linguaggio politico giapponese, queste parole sembrano indicare un’apertura verso nuovi equilibri nel continente, ma senza colpi di scena e con molta gradualità.Quanto al velo di socialdemocrazia di cui il Paese si ammanta, esso sembra leggero e trasparente. Ma lo abbiamo già detto: più dei contenuti che il cambiamento porterà con sé, è il cambiamento stesso che oggi celebriamo. (...) La realtà è che la politica estera, anche se si tratta di una potenza globale come lo sono gli Stati Uniti, non può essere programmata in anticipo se non in termini tanto generali che non significano quasi più nulla. La guerra al terrorismo e l’intervento militare in Iraq non erano nei programmi di Bush più di quanto la guerra del Kosovo lo fosse in quelli di Bill Clinton. Bush, anzi, iniziò il suo mandato concentrandosi su problemi interni e mantenendo, sul piano internazionale, le iniziative dell’amministrazione precedente. Poi giunse l’11 settembre a sconvolgere gli Stati Uniti e il mondo e a dare della guerra al terrorismo un ruolo centrale condiviso da tutti. Ricordate il «siamo tutti americani» di quei momenti? Da lì nacque l’azione militare in Afghanistan e, dal successo di quella, l’operazione Iraq, fallimentare nella gestione della pace ancor più che della guerra.

Un governo può avere un programma di politica fiscale, di politica sanitaria, di espansione dell’economia o di riduzione della spesa pubblica perché sa di poter perseguire i suoi programmi presentando al proprio Parlamento delle leggi che, se approvate, conducono a questi risultati. Non è in suo potere programmare in termini altrettanto precisi la politica estera che è quasi sempre il frutto di una reazione ad avvenimenti estranei alla volontà di chi governa, di cui non si possono scegliere i tempi né, di solito, prevedere tutte le conseguenze, e di fronte ai quali occorre spesso fare scelte di intuito e improvvisazione.
 
La stessa dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, la scomparsa di un universo contro il quale l’America aveva lottato per decenni, colse il mondo di sorpresa e trovò gli Stati Uniti incapaci di contribuire a guidarla. La crisi in Georgia nello scorso agosto ha rischiato, per un eccesso di reazione da parte americana, di sconvolgere i propositi europei di pianificare laboriosamente dei nuovi rapporti con la Russia. Il Presidente degli Stati Uniti ha, in materia di politica estera, una grande autonomia. Il nostro futuro dipenderà più dalle sue doti di carattere che dalla bontà dei suoi programmi, più dal temperamento o dall’equilibrio che dalla forza della ragione, più dal caso che dalla ideologia. Speriamo bene.

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permalink | inviato da franzmaria il 19/7/2011 alle 19:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il rispetto e la speranza, di Claudio Magris
post pubblicato in Persone, il 24 dicembre 2010


 
"(...) Quando Maria riceve l’annuncio della sua maternità, non sa ancora quale sarà l’atteggiamento di Giuseppe ed è decisa ad affrontare tutte le conseguenze della sua accettazione, anche il disonore e la vergogna che marchiano una ragazza madre; è pronta ad assumere sulle sue spalle l’infame peso della colpa e dell’emarginazione iniquamente messo in carico soltanto alla donna. Maria, che nella sua solitudine dice sì, è una donna, non quell’idolo di gesso o quel fantasma in cui più tardi una superstizione idolatrica degraderà spesso la sua immagine. Il suo compagno si comporterà come un vero uomo, virile e libero da tutte le prepotenze, convenzioni e insicurezze maschili; anche per questo si attirerà le pacchiane barzellette di tanti cretini, così frequenti fra i narratori di barzellette. (...) A quella capanna, a festeggiare il neonato, non arriva alcun parentado, arrivano alcuni pastori. Sono loro, in quel momento, la famiglia di quel bambino. Anche da adulto egli ribadirà, pure con durezza, il primato dei legami nati da libera scelta e affinità spirituali su quelli di sangue, dicendo che i suoi fratelli e le sue sorelle sono coloro che ascoltano e condividono la sua parola e chiedendo perfino bruscamente alla madre, dinanzi a una sua interferenza, cosa vi sia fra loro due. Dopo i pastori arriveranno, secondo la tradizione, i Magi, seguaci e maestri di un’alta religione—quella di Zoroastro, la prima a proclamare l’immortalità dell’anima individuale. Quella capanna è un tempio di tre grandi religioni mondiali; la quarta, che arriverà secoli dopo, l’Islam, si richiamerà ad esse e soprattutto alla prima, quella ebraica. (...) Quel bambino non è venuto a fondare una nuova religione, di cui non c’era bisogno perché ce n’erano già forse troppe. È venuto a cambiare la vita, cosa ben più importante di ogni Chiesa. Indubbiamente la promessa di pace, annunciata in quella notte, è stata e continua ad essere clamorosamente smentita. È difficile dire se, in questo senso, quel neonato abbia finora vinto o perso la sua partita. Ma è indubbio che egli abbia posto per sempre, nel nostro cuore, nella nostra mente e nelle nostre vene, l’esigenza insopprimibile di quella salvezza. L’albero di Natale col suo verde scuro di foresta, le sue candele e i suoi globi colorati (sul mio ce n’è ancora uno proveniente dalle favolose vetrerie di Norimberga, che adornava quello di mia madre quando era bambina) non dice un’idillica quiete domestica, ma una speranza sinora delusa. Ma proprio perché nel mondo c’è tanta sofferenza e ingiustizia e il male così spesso trionfa, ammoniva Kant, è necessaria l’accanita e lucida speranza, che vede quanto sciaguratamente vanno le cose ma si rifiuta di credere che non possano andare altrimenti.(...) Se l’amore è una grazia troppo alta possiamo chiedere almeno un’altra virtù fondamentale, il rispetto, che per Kant è la premessa di ogni altra virtù e che sembra sempre più latitante. Se non possiamo amare la folla oscura come noi che entra nella metropolitana, possiamo sentire concretamente che ognuno di quelli sconosciuti ha gli stessi nostri diritti e la stessa nostra povera dignità. Rispetto per ognuno, anche per l’avversario e per il nemico, anche per chi crediamo di dover combattere duramente, anche per chi va giustamente e pure pesantemente punito per un reato commesso. È questo rispetto, nient’affatto incompatibile con la severità, che manca sempre più, ovunque: nella lotta politica, nella violazione di ogni intimità, nell’arrogante negazione dell’altro.(...)"
Lettere da un padre
post pubblicato in Persone, il 27 luglio 2010


Segnalo un bell'articolo di Chiara Beria di Argentine in memoria del padre, nel decennale della morte.
Un ricordo di un magistrato, una riflessione importante per discutere anche dell'oggi.
 
Francesco Maria Mariotti
 
(...) Spesso nello scorrere degli anni ricevevo una sua lettera («Personale. A Chiara») con notazioni, consigli, persino lodi per ciò che avevo scritto. In pensione dal 1990 dopo una intera vita dedicata all’istituzione giustizia (da giudice a consigliere nel ’68 del Csm; da capo gabinetto al ministero della Giustizia a presidente dell’Associazione magistrati negli anni del terrorismo in cui furono uccisi Alessandrini, Galli, Tartaglione, Minervini tutti magistrati riformisti suoi amici e stimati colleghi; da presidente del Tribunale dei Minori a Procuratore Generale di Milano) papà fin dai giorni di Mani Pulite, in un crescendo quasi angoscioso – ferita che porto e mai si rimarginerà – m’indirizzava però parole di netto rimprovero.
 
Febbraio 1993 «...come puoi scrivere un articolo che si avvale di violazione del segreto di ufficio se non di quello istruttorio...». E ancora: «...una cosa è la difesa dell’iniziativa giudiziaria e di quello di positivo ha fatto il pool, altro è condividere certe condotte, certi comportamenti che poco hanno a che fare con la terzietà della giustizia...». Giustizia a furor di popolo, carcerazioni per ottenere confessioni, esasperato protagonismo e pm che, in un batter d’indagine, entravano in politica. Il vecchio magistrato che negli anni di piombo aveva sempre opposto «la civiltà dei processi alla violenza» scriveva di notte non tanto alla figlia incapace di capire che anche il fine migliore – lotta alla corruzione – non giustifica mai i mezzi ma, soprattutto ai suoi ex colleghi, con la profetica consapevolezza di chi, già da tempo, vedeva fallire per colpa di un pugno di toghe e dell’ignavia di tanti politici con le sue battaglie la sua visione di una magistratura qualificata, moderna, integra.
 
Fare il magistrato per papà non era una missione salvifica ma una professione da esercitare con rigore ed equilibrio. «...lo Stato non ci delega, nei fatti, altro potere che di capire interessi e conflitti e dipanarli per esso e la collettività», scriveva nel 1984. E ancora nell’articolo «Magistrati potenti, magistratura sconfitta» avvertiva: «Senza preparazione professionale della magistratura, senza apparato di supporto la maggior parte delle riforme sta per naufragare... e i giudici rischiano di diventare se non i responsabili quanto meno i curatori del loro fallimento». (...)
 



permalink | inviato da franzmaria il 27/7/2010 alle 0:26 | Versione per la stampa
In ricordo di Igor Man
post pubblicato in Persone, il 20 dicembre 2009


Igor Man - Il Crocifisso dall'Ucraina, la Stampa del 20 novembre 2009

Arrivò l’estate e mia madre si portò via. Per sempre. Lei aveva lasciato scritto a mio padre di non portarci al cimitero. «Non mi vedrete epperò sarò sempre accanto a voi, in casa, nel Mondo». Da convinta allieva di Tolstoi, mia madre insegnò la scrittura ai contadini di Cibali. Era una menscevica nobile e molto attiva, sicché amici fascisti (si può essere amici e fascisti solo a Catania) consigliarono a mio padre di lasciare l’Isola. Prima di partire ci fu concesso di traslare mia madre nella semplice tomba di marmo creata da Emilio Greco. Dal tumulo emerse persino il triciclo che il piccolo dei fratelli aveva voluto andasse con sua madre, ma non ci fu verso di trovare un crocifisso d’arte povera, ucraino. Prima di lasciare la Sicilia, mio padre promise «adeguate ricompense» a chi avesse mai trovato quel Crocifisso.(...)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6638&ID_sezione=&sezione=

Igor Man - Gesù Cristo, il volto dell'innocente negli orrori delle guerre, TERTIUM MILLENNIUM, N.2/ Maggio 1997

Convinto, come sono, che nessuna guerra sia "giusta" anche se qualcuna è imprescindibile, più volte anch'io mi sono posto l'interrogativo che con dolorosa civiltà ha postulato Norberto Bobbio: «Ma avranno le previsioni sulla pace la stessa credibilità delle previsioni sulla guerra?». Porsi un simile interrogativo significa garantirsi molti tormenti ancora ma, forse, chi genuinamente "pretende" la pace, e subito e per sempre, non vuole più soffrire. (Penso ai palestinesi: arabi ed ebrei; penso agli uomini disperati del Rwanda, del Burundi, dello Zaire e del Sudan e della Bosnia, eccetera). Anche chi combatte vuole la pace. La pace e basta. Verosimilmente perché la cultura della guerra è morta col Vietnam.

Una volta la società accettava la guerra "perché la guerra risolve". A quelli della mia generazione insegnavano che la guerra era un "male necessario". Oggi è diverso. Mi dice un Cardinale-Pastore, oggi tutti hanno capito che la guerra non risolve nulla, dà solamente la medesima illusione dell'intervento chirurgico su un organismo mitragliato dalle metastasi d'un tumore cattivo. «La pace, invece, fermando la corsa della morte, salva la vita, dona la speranza della giustizia».

Forse è veramente così. ("E' vero davvero"). Non lo so. Io sono soltanto un vecchio cronista che ha scarpinato per il mondo inciampando di continuo nella guerra: anche se tutte le volte che l'ho attraversata, ho incontrato una immensa domanda di pace. Ho fatto (da cronista, armato solo di taccuino e di biro) tutte le guerre mediorientali; ho raccontato la lunga guerra civile che ha trasformato il Libano da produttore di benessere in produttore di cadaveri; ho testimoniato dell'orrore del Vietnam e delle infinite guerre di guerriglia che hanno sferruzzato il mondo negli ultimi cinquant'anni e posso dire che "ovunque e comunque" ho visto invocare la pace. Soprattutto da chi combatteva o era costretto a farlo.(...)

http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01051997_p-14_it.html

Igor Man - Nel Golfo senza Hemingway, la Stampa dell'11-2-1991, da "Diario arabo", ed.Bompiani, pp.78-81

(...) Tutto questo per dire come il giornalismo in generale, quello italiano in particolare, stia vivendo una sorta di dramma dell'incomunicabilità. Fisica, materiale, effettiva. Lo vive da tempo, ma con questa guerra "censurata" siamo giunti all'ultimo atto. (...) Ecco, l'unico modo di vendicarsi della incomunicabilità contingente rimane quella di affidarsi alla comunicazione scritta. Lo scrivere come salvezza (...) se è vero che "La storia" di Elsa Morante è il più sublime reportage, in forma di romanzo tolstoiano, che sia mai stato scritto su di una guerra contemporanea, è vero altresì che, dimenticando non dico Tolstoj ma Hemingway (impresa comunque difficile), una piccola ragazza del sud può scrivere una autentica storia di guerra. Mi riferisco a Bassa Intensità, il libro di Lucia Annunziata (in questo momento in servizio tra Amman e Baghdad) dove figurano le corrispondenze che non furono scritte ma pensate, durante un anno e passa di Salvador. Una guerra a "bassa intensità", per dirla in gergo militare, raccontata stupendamente con avveduta umiltà. Il lettore avrà notato com'io parli solamente di libri scritti da donne. forse perché di giornalisti uomini capaci di raccontar guerre non ce ne siano? Certo che ce ne sono, soltanto sul Libano si contano almeno tre buoni libri di altrettanti colleghi italiani. Gli è che le donne non dico scrivano meglio ma scrivono in un modo non concesso agli uomini. Scrivono con lo stesso travaglio col quale si fa un bambino, sicché il loro non è soltanto un libro, è una specie di "figlio". Bello o brutto che sia, ha sangue e muscoli, ha la voce della vita. (...)

Igor Man - La canzone diventa preghiera, la Stampa del 12-2-1991, da "Diario arabo", ed.Bompiani, pp.82-84

(...) Sul prestigioso El Pais leggiamo di una festa da ballo di cinque marines donna e venti maschi, nella discoteca Mopp, frammezzo le dune del fronte arabico. Si sono scatenati col rap nel "ballo della maschera", inventato "involontariamente" dal marine Meil Bulke, 22 anni, newyorkese. Il ballo simula l'angoscia di quando Meil s'era perso nel deserto, chiuso, nella tuta antichimica, con la maschera antigas sul volto. "Avevo perduto l'orientamento, andavo su e giù, sbandavo da una parte all'altra, soffrivo come un condannato a morte". Ad un certo momento Meil si è sorpreso a mugolare il salmo che cantava da bambino in chiesa, "e alla fine ho beccato la via che porta al campo"(...)

***

Igor Man ricordato dai colleghi de La Stampa

(...) A un certo punto della sua lunga carriera, Man aveva preso una sorta di seconda cittadinanza in Medio Oriente e nel mondo arabo nostro dirimpettaio e non ancora soffocato dal fondamentalismo. Andava e veniva, tornava e ripartiva, allungava orgoglioso il lungo medagliere di foto dei suoi intervistati. Accanto a Che Guevara, ad Allende, a un gruppo di misteriosi guerriglieri boliviani armati fino ai denti, a un Kennedy avvicinato svagatamente a un ricevimento a Washington, da un elegantissimo Igor in dinner jacket e papillon, comparvero così l’israeliana Golda Meir, l’egiziano Mubarak, il vecchio re Hassan II del Marocco, il ras della Tunisia Bourguiba, e poi, in varie pose, un Arafat di cui Man era spesso ospite esclusivo e autorizzato, raro privilegio, a descriverne la vita riservatissima nella casa araba dove il the bolliva lento tutto il giorno, tra nuvole d’incenso e fiori di gelsomino sparsi un po'dappertutto.

Con molti anni di anticipo, Man aveva capito che dalla sponda orientale a noi più vicina la polveriera islamica stava incubando dentro e attorno a un Occidente del tutto impreparato a contenerla. Per questo Igor, che aveva visto nascere il khomeinismo in Iran, era desolato quando gli americani avevano dovuto abbandonare la Somalia infestata dai fondamentalisti. Ed era disperato di fronte alla prima guerra del Golfo, quella del '91 in cui l'Italia si commosse per le gesta eroiche del maggiore Bellini e del capitano Cocciolone, ma non immaginava neppure cosa sarebbe accaduto dieci anni dopo. Toccò a Man raccontare nella sua rubrica «Diario arabo» la cultura, i valori e anche gli eccessi del mondo islamico: lo faceva umilmente, in trenta righe, tutti i giorni. E ogni articolo si concludeva con una «sura», una massima del Corano.(...)

Il cuore di un maestro, Marcello Sorgi, la Stampa, 19 dicembre 2009
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6755&ID_sezione=&sezione=

(...) Il suo “Diario arabo”, quelle notazioni quotidiane che sulle pagine del nostro giornale hanno accompagnato e spiegato le complesse filiere nelle quali s’andava dipanando la preparazione - fino a poi lo scontro sul terreno - della guerra del Golfo tra Saddam Hussein e il resto del mondo guidato dai marines di Schwarzkopf,  quel diario giornaliero gli aveva dato alla fine la popolarità che solo il giornalismo televisivo riesce altrimenti ad attribuire; e il merito, com’egli stesso ha riconosciuto, stava nell’aver saputo legare la cronaca quotidiana di un’inquietante confronto politico con le motivazioni culturali e religiose  che inevitabilmente stavano ripiegate dietro l’apparenza del conflitto geostrategico. Prendendo a spunto i versetti del Corano, e leggendone con cura e rispetto il senso profondo, Man offriva ogni giorno al lettore strumenti nuovi e “altri” per la comprensione di fatti e di personaggi che si mostravano inaccettabili nella semplificazione mistificatrice di tipizzazioni  di comodo.

E da questa vicinanza all’Islam come religione (ma anche come struttura identitaria, sempre riproposta e offerta all’attenzione del lettore) Man era passato progressivamente a vivere con una partecipazione intensa la dimensione cattolica della sua propria storia privata; è stata però, la sua, una religiosità laica, mai perduta dentro le anse difficili del fideismo, ma ugualmente intensa, verrebbe da dire pubblicamente intensa, in quello spazio nel quale un personaggio popolare finisce per essere obbligato a consumare anche i momenti più intimi del proprio vissuto quotidiano. E il racconto dei suoi incontri privati con gli ultimi due Pontefici lo coinvolgeva e lo emozionava anche al di là dei doveri che il cronista deve sapersi dare.(...)

Con la morte di Igor Man muore "il vecchio cronista" della Stampa, Mimmo Candito, blog della Stampa, 18 dicembre 2009
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=126&ID_articolo=219&ID_sezione=&sezione=

(...) Igor ora se n’è andato, ha lasciato all’improvviso i suoi affezionati lettori e i suoi amici e rivali di tutta una vita. Fra tutti noi, Igor era forse, per istinto, il più esotico nei suoi interessi. Quando diventai, nel 1973, direttore della Stampa, era considerato uno specialista sia di America Latina sia di Medio Oriente. Quelle vaste aree del globo le aveva girate da un capo all’altro, era stato testimone di tutte le crisi e aveva incontrato tutti i grandi protagonisti che meritasse incontrare. Lo sanno bene i suoi lettori, che hanno gustato ogni sette giorni i suoi ricordi di Vecchio Cronista su questo giornale. Igor si chiamava davvero, per ascendenza parzialmente russa (lo incontrai un giorno a Zurigo dove era andato a trovare nel più famoso Grand hotel una vecchia zia, gran signora, che parlava un russo musicale ed elegante che le generazioni successive hanno dimenticato). Il cognome Man, al posto del siciliano Manzella, gli era parso, giustamente, più esotico e più adatto al mestiere che faceva. Una piccola dose d’inventiva era pur necessaria, in quel nostro mestiere. Senza esagerare.(...)

Scrittore non solo cronista, Arrigo Levi, la Stampa, 19 dicembre 2009
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6758&ID_sezione=&sezione=



permalink | inviato da franzmaria il 20/12/2009 alle 22:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
E' morto Gino Giugni
post pubblicato in Persone, il 5 ottobre 2009


E' morto Gino Giugni, padre dello Statuto dei lavoratori

Roma, 5 ott. (Apcom) - E' morto Gino Giugni. Nato a Genova il 1 agosto 1927 era considerato il padre dello Statuto dei lavoratori. Giurista, nel 1969 diviene presidente della Commissione Nazionale per lo Statuto dei Lavoratori, che ebbe l'incarico di scrivere il testo che è una delle norme principali del diritto del lavoro italiano. Si è laureato in Giurisprudenza, ed è divenuto, poi, avvocato. In seguito ha intrapreso la carriera universitaria insegnando presso diverse cattedre a Nanterre, Parigi, Los Angeles, Buenos Aires. Nel maggio del 1983 è vittima di un attentato delle Brigate Rosse. Giugni, come in seguito Massimo D'Antona e Marco Biagi, è stato "anello di congiunzione" tra le istituzioni e il mondo economico. Sempre nel 1983 viene eletto senatore nelle liste del Partito Socialista Italiano. Ricopre il ruolo di presidente della Commissione per il lavoro e la sicurezza sociale, e diviene membro della Commissione Parlamentare Inquirente sulla Loggia Massonica P2. Nel 1987 viene rieletto senatore, ed è riconfermato presidente della Commissione per il lavoro e la sicurezza sociale e diviene membro della Commissione Parlamentare per le Riforme Istituzionali. Dal 1993 al novembre 1994 Giugni è presidente nazionale del Psi e dall'aprile del 1993 al maggio 1994 ricopre la carica di ministro del Lavoro e della sicurezza sociale del governo Ciampi. Nel `94 viene eletto deputato del Partito Socialista e diviene membro della Commissione per l`impiego pubblico e privato. Dal novembre 1994 è presidente del gruppo dei Socialisti Italiani. Viene nominato presidente della Commissione di vigilanza sul diritto allo sciopero.

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permalink | inviato da franzmaria il 5/10/2009 alle 11:14 | Versione per la stampa
Nessuno Stato, nessuna religione, nessun decreto potrà disporre della mia vita, se io non lo desidero.
post pubblicato in Persone, il 18 febbraio 2009


Caro Direttore,

io non rispetterò il decreto «fine vita» con cui destra e sinistra stanno decidendo a chi apparterrà la nostra vita. Se passa questa legge unica al mondo, cioè, questo testamento biologico che non prevede la facoltà di sospendere alimentazione e idratazione, potrebbe capitare che io finisca in galera per ciò che i legislatori chiameranno omicidio. Forse non è chiaro a tutti: oggi, da lucidi, abbiamo facoltà di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario come per esempio un intervento chirurgico, una trasfusione di sangue, e così pure una dialisi, un’idratazione o una nutrizione; nessuno, cioè, può imporci un trattamento di sostegno o terapeutico che sia.

Ma ecco: la nuova legge (ripeto: unica al mondo) prevede che questa nostra facoltà, questa nostra vita, non ci apparterrà più dal preciso momento in cui perderemo conoscenza.
Non conterà quello che sino a quel giorno avremo detto o messo per iscritto: conterà solo una legge e uno Stato che disporranno di noi. Stiamo parlando della vita mia e delle persone a me care: e se queste dovessero chiedermelo, se dovessero preventivamente chiedermi di interrompere una vita artificiale che superasse ciò che la natura ha previsto per loro, io farò come in Italia si fa di nascosto da anni. Non avrò scelta. E andrà come andrà. Ma nessuno Stato, nessuna religione, nessun decreto potrà disporre della mia vita, se io non lo desidero.

Filippo Facci, Il Giornale 11 febbraio 2009
(tratto dal sito della Federazione dei Liberali)

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permalink | inviato da franzmaria il 18/2/2009 alle 22:58 | Versione per la stampa
NEPAL - Donne musulmane in piazza contro il “talak”, il divorzio islamico
post pubblicato in Persone, il 1 dicembre 2008


dal Sito AsiaNews -- 01/12/2008 10:30  - di Kalpit Parajuli

Centinaia di donne musulmane divorziate chiedono uguali diritti degli uomini. Due giorni di manifestazioni contro il “talak”. Il divorzio musulmano permette al marito di ripudiare la moglie cacciandola di casa senza la garanzia di alcun sostentamento. Nella città di Nepalagunj sono 236 i casi. Le donne sono ridotte in povertà, molte tornano alle famiglie di origine, alcune finiscono per prostituirsi.

Kathmandu (AsiaNews) – Due giorni di proteste contro il Talak, il divorzio islamico. Il 26 e 27 novembre le strade della città di Nepalagunj, nel Nepal occidentale, hanno visto sfilare 465 donne musulmane, attivisti per i diritti umani ed un centinaio di uomini, anch'essi musulmani. I dimostranti chiedono l’immediato risarcimento per le donne divorziate ed uguali diritti sui beni e le proprietà per marito e moglie. Molte donne musulmane raccontano di aver vissuto nella miseria dopo il divorzio, che le ha lasciate a mani vuote. Alcune spiegano che l’unico modo per sopravvivere è quello di ritornare alle famiglie d’origine o affidarsi al sostegno delle organizzazioni per i diritti umani.
 
Sima Khan, presidente della Muslim Federation for Awareness e tra le organizzatrici della manifestazione, spiega che “gli uomini musulmani danno il talak alle loro mogli, ma non pensano mai a loro. Queste donne non ricevono nessuno dei beni dei mariti né alcun sussidio da loro. Questo ha incrementato il numero di divorzi nella comunità musulmana. Dobbiamo stabilire uguali diritti per queste donne”. (...continua sul sito AsiaNews)


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Lévi-Strauss, cent'anni di diversità
post pubblicato in Persone, il 23 novembre 2008


di BARBARA SPINELLI (da La Stampa del 23/11/2008)
 
E’ durata quasi una generazione l’ubriacatura del pensiero unico e autosufficiente: l’idea che la strada del progresso sia una sola - la nostra - e che della diversità convenga diffidare. L’idea che la cultura occidentale sia assediata, e che per temprarla occorra non solo immaginare un nemico-distruttore esterno, ma darsi un’identità impenetrabile, densa come un muro. L’idea che chiunque sia radicalmente altro - per storia o colore, per stile di vita o impegno politico - abbia il profilo d’un sovversivo come ai tempi dei totalitarismi.

L’ubriacatura non è finita con l’elezione di Obama, anche se Obama incrina il muro. Non è neppure finita con la crisi economica, anche se il groviglio finanziario ha introdotto nel pensiero unico i veleni che esso voleva abolire: la sfiducia, lo scoraggiamento. Per uscire dall’ubriacatura sono opportuni farmaci forti. Urge una riflessione profonda sui limiti del monolitismo mentale, urge riscoprire i pregi della varietà, e seppellire infine la presunzione autarchica dello scontro di civiltà. Sono tanti i pensatori che aiutano a disintossicarci, e tra questi il massimo vive ancora tra noi: è Claude Lévi-Strauss, l’etnologo che venerdì compirà cent’anni e che quasi avremmo dimenticato, se non fosse ridivenuto indispensabile. Ci sono molti motivi per rimettersi a leggere Lévi-Strauss, ma il principale forse è quello che riguarda la diversità: il contributo che essa fornisce al progresso umano è infatti essenziale nella globalizzazione, e stranamente è trascurato. Gli scritti sulla razza (Razza e Storia nel 1952, Razza e Cultura nel 1971) sono preziosi per chiunque voglia capire l’attuale transizione e apprendere l’arte del pensare lungo.

Il progresso, dice Lévi-Strauss, non è qualcosa di continuo, necessario. Procede a balzi, per mutazioni e scarti, come la mossa del cavallo negli scacchi. Soprattutto non è appannaggio di genti privilegiate: non esistono culture infantili, primitive, cui si contrappongono civiltà sofisticate. «Tutti i popoli sono adulti, anche quelli che non hanno tenuto il diario della loro infanzia e della loro adolescenza» (Razza e Storia). La visione giornalistica fatica a comprenderlo: l’inviato arriva in terre inesplorate, e vede solo la coda d’una storia lunghissima che per mancanza di tempo non capisce. Il vizio s’è oggi esteso, rendendo giornalistica anche la politica estera: è significativo che Bush non sia ricorso - nei rapporti con Arabi, Asiatici, Russi - a esperti che queste culture le studiano continuativamente, senza mettere la propria al centro di tutto. Il giornalista in modo speciale deve pensare contro se stesso, perché le sue semplificazioni influenzano anormalmente le menti.

C’è una metafora con cui Einstein spiega la teoria della relatività, che Lévi-Strauss adotta spesso ma rovesciandola mirabilmente. È la metafora del treno in corsa. Per dimostrare che il movimento dei corpi nello spazio e nel tempo non è una verità assoluta, ma dipende dall’ottica dell’osservatore, Einstein racconta come il passeggero vedrà cose discordanti, a seconda che il treno parallelo guardato dal finestrino vada nella nostra direzione o in quella opposta. Se si sposta con noi, esso ci parrà immobile, molto più lungo del treno che va in senso contrario: solo quest’ultimo sembrerà muoversi. Tutt’altro accade nell’osservazione delle società, e nella suddivisione fra culture che si muovono e culture inerti. Solo quelle che camminano nella stessa direzione in cui camminiamo noi (essendo più visibili, condividendo costumi, valori) ci parranno in movimento. Le culture che corrono in senso opposto le vedremo appena: il treno «passa così rapido che ne conserviamo solo un’impressione confusa da cui persino i segni di velocità sono assenti». Sarà come immobile. «Non è più un treno, non significa più niente». Il viaggiatore al finestrino vede solo un segmento del mondo: «Noi appariremo l’uno all’altro come privi d’interesse, per il semplice motivo che non ci rassomigliamo». Lévi-Strauss evoca due figure - l’anziano, l’avversario politico - egualmente incapaci di vedere. Lontani dai centri di decisione, ambedue ritengono il mondo stagnante e vano anche quando non lo è (Razza e Cultura). Ambedue sono spesso incuriositi, meno ricchi di tempo, di spazio e di idee.

Studiare, scambiare informazioni, ascoltare: è uno dei rimedi, ed è il contrario dei conformismi che impregnano il pensiero sulle culture mondiali. La potenza di Lévi-Strauss è proprio qui: basta leggerlo, e lo scontro di civiltà che ha fatto la gloria di Samuel Huntington ingrigisce. Huntington passa, lui resta. Resta la sua idea fondamentale, secondo cui ogni progresso è una coalizione tra forze diverse che cercano una sintesi senza abbandonare la propria diversità. Se c’è una cosa aborrita dall’etnologo francese è il mondo unico, che cancella le differenze o soggiogandole con efferatezza coloniale, o ignorandole in nome di un antirazzismo falso perché disattento a forme di esclusione che penalizzano non solo le razze ma anche gli stili di vita. Il conformismo globale non è progresso: è «umanità ossificata, confusa in un genere di vita unico»; è entropia, energia che sfinisce. Il progresso non è nella difesa d’un particolarismo superiore ma in uno scambio col difforme che feconda il nostro pensiero trasformandolo. La divergenza non è scandalo: è la condizione perché la storia cessi di esser stazionaria, solitaria e diventi cumulativa, capace di combinazioni complesse. Ci sono epoche che Lévi-Strauss considera esemplari: il Neolitico, il Rinascimento, la Rivoluzione industriale. Edificando sulla differenziazione, esse avanzarono formidabilmente. Chi vede ovunque sovversivi s’adagia nell’inerzia storica.

Ogni coalizione con le diversità è minacciata da esiti paradossali. A forza di collaborare, le culture tendono alla consonanza, i particolarismi s’appannano, vivificano meno. L’omogeneità e il maggiore volume delle società accresceranno le diversificazioni interne, ma non subito né automaticamente. La sfida consiste nel trovare un equilibrio fra integrazione e differenza, e nell’evitare il «pigro, comodo riposo» che garantisce «l’immagine della somiglianza migliorata»: la storia non è fatta di somiglianze crescenti; è «piena di avventure, rotture, scandali». Quando le diversità non rifioriscono conviene cercarne di nuove, addirittura suscitarle, ridar spazio a minoranze, a avversari, anche a sistemi ideologici antagonisti. «Barbaro è solo chi crede nella barbarie». Se il progresso è sintesi fra culture occorre salvaguardare gli scarti, proteggendo quelle che l’antropologo chiama le micro-solidarietà, le società parziali; custodendo perfino le superstizioni. Uno dei più luminosi saggi è sul Babbo Natale Giustiziato, che narra l’intreccio sottile, involontario, tra cristiani e pagani. Ogni genitore o nonno, alla vigilia delle feste, ne scoprirà la delizia.

Lévi-Strauss è una mente veramente grande, e non solo per la visione cupa, dunque realista, che egli ha dell’occidente, delle sue crudeltà, delle sue megalomanie. È un grande perché, pur disperando, non cessa di pensare e credere. Tutta la vita l’ha spesa per dire che si può sempre scegliere un’altra via, che tutto poteva e può andare diversamente, solo che lo si voglia. La necessità è un muro, ma ha sue crepe. Il pianeta corre allo squasso, ma si può edificare un altro umanesimo, fondato non sull’uomo morale superiore ma sui diritti dell’essere vivente, sia esso uomo, pianta, specie animale. «I giochi non sono mai fatti. Possiamo ricominciare tutto. Quello che è stato fatto e mancato può esser rifatto», scrive in Tristi Tropici. Purché si ritrovi «l’indefinibile grandezza dei cominciamenti»: quella soglia in cui il nulla quasi non c’è più e già quasi iniziano l’essere, le parole per dirlo, l’azione per influenzarlo.

Bernardo Valli racconta "Un pomeriggio con il professore" (Repubblica, 21 novembre 2008)

Una rivoluzionaria idea di uomo, di Marino Niola (Repubblica, 21 novembre 2008)

Donne e politica (americana)
post pubblicato in Persone, il 28 agosto 2008


Lucia Annunziata sulla Stampa di oggi, a proposito di Hillary Clinton e un'interessante analisi su Michelle Obama, apparsa sul Foglio

Grande Hillary LUCIA ANNUNZIATA
 
Finalmente. Finalmente una donna in meno e un politico in più sulla scena mondiale. Hillary Clinton, arrivata boccheggiante alla fine della corsa presidenziale che avrebbe dovuto vederla vincitrice, ha avuto nell’ultimo round l’illuminazione giusta, e ha ricorretto il tiro. In un virtuale striptease si è tolta i fronzoli.

Si è tolta i fiocchi, le lacrime, le tenerezze, i ruoli di mamma e moglie, insomma tutta quella bardatura da «donna» che l’attuale cultura politica l’aveva obbligata a indossare, e alla luce dei riflettori è rimasta scintillantemente nuda, in tutta l’intelligenza, la cattiveria, la capacità di calcolo e di tattica d’un politico di razza. E grazie a questo ha vinto.

Il discorso con cui due giorni fa, dal palco della Convention di Denver, la Clinton ha (forse) salvato il destino del partito democratico (e il suo) in queste elezioni 2008, contiene una morale politica, che a guardar bene è una sana lezione di realismo. «Voglio che voi vi domandiate: avete partecipato a questa campagna solo per me? O per quel giovane marine, o per la mamma malata di cancro che fatica a crescere i suoi figli, o per quel ragazzo e la madre che tirano avanti con il salario minimo?», è il passo più significativo di questo discorso. Domande e risposte retoriche, ma efficaci nel contrapporre l’interesse generale a quel «per me», formula che condensa tutta l’ipertrofia personalistica in cui la politica si è trasmutata nello scorcio di secolo: l’elezione come percorso imperniato su un personaggio più che su una persona, su un’immagine piuttosto che su una linea politica. Complice una cultura dei mass media considerati più nel loro potere di condizionamento che in quello di convincimento. Dalla Thatcher e Reagan, a Blair e Sarkozy, la storia di questi ultimi due decenni potrebbe essere facilmente raccontata nel passaggio da personaggi realmente carismatici, e dunque produttori di immagini, a personaggi carismatici solo attraverso le immagini.

In questo gioco di travestimento della politica, il ruolo di «donna» ha avuto uno spazio sempre più grande: come nella commedia dell’arte, la politica alla ricerca di nuove identità da spingere in scena ha ripescato le maschere meno utilizzate. Le donne, i giovani, poi le minoranze, i nuovi immigrati, i neri. Maschere - diciamocelo - perché mentre il potere reale non si è mai spostato dalle mani in cui è sempre stato, queste nuove identità sono state spesso solo la rappresentazione del nuovo, illusioni ottiche per mostrare un cambio in atto, senza che ci fosse. Il nuovismo, appunto. Dentro le cui vacuità si sta perdendo più di una democrazia (e di un partito) occidentale.

Solo grazie a questa sorta di vacuità politica, del resto, si poteva arrivare, come si è fatto, a descrivere le elezioni della più rilevante carica politica del mondo, quella del presidente degli Stati Uniti, come una competizione fra la Prima Donna e il Primo Nero alla Casa Bianca. In una gara di «mascheramento», in cui i due candidati hanno in qualche modo dovuto autolimitare la misura della propria sfera d’influenza per diventare figurine pubbliche. Con il risultato che in questi mesi una campagna elettorale partita in maniera molto stimolante ha cominciato, agli occhi degli stessi elettori, a perdere senso proprio a causa del suo eccesso di simbolismo.

Essere «nero» o «donna» si sono rivelati ruoli sempre meno convincenti rispetto alle richieste di leadership nate dalla crisi del prezzo del petrolio, dei mutui, o della Georgia. Entrambi questi forti candidati hanno alla fine raggiunto Denver molto più deboli che all’inizio, anche in termini di favore di voto. E la Convenzione nelle prime ore è sembrata, invece che nuova, normalizzata, con le solite figure: da Joe Biden a Ted e Caroline Kennedy, a Gore, a Bill Clinton, fino al discorso di Michelle Obama, ex ragazza ribelle dei quartieri neri, costretta a impersonare, in questo gioco di maschere, la versione nera di Jackie Kennedy, che a sua volta fu costretta a impersonare una First Lady che non era.

Poi, Hillary sembra aver capito. È salita sul palco e ha fatto quello che un politico di razza deve fare: non alimentare il proprio spazietto, il proprio piccolo mito, ma prendersi la responsabilità per tutti e di tutti. Ha smesso i panni della Evita Perón delle femministe di mezza età ed è tornata il politico-avvocato: additando obiettivi e costi necessari a vincere e capitalizzando così in senso vero la scommessa sulla vittoria: aumentando cioè la somma finale non sottraendo i propri voti.

Discorso da politico, ripeto. Crudo, nel senso che in politica conta vincere. Ipocrita, perché dopotutto non ha mai detto le cose che pur avrebbe dovuto dire di Obama: ad esempio, che è inadatto a guidare il Paese in una crisi internazionale. E realistico: Hillary sembra aver capito prima di altri nel centro di Denver quello che è successo nelle ultime settimane. Le tensioni con la Russia hanno infatti avuto un immediato impatto anche in questa campagna elettorale, rovesciandone le logiche: una nuova lacerazione dentro l’Occidente (non più con il nemico «terzo») è cosa troppo seria per essere affrontata con quattro cliché sulla democrazia, due luoghi comuni su donne e neri, e qualche bella immagine su Cnn.

Ma questa parte della vicenda è ancora tutta da scrivere. Per ora ci basta segnalare che, dopo mesi di lagna, Hillary per la prima volta ha fatto un discorso in cui non ha mai detto di essere la Prima Donna che vuole entrare alla Casa Bianca. E per questo la ringraziamo. 


Lo sfizio di Michelle
La signora Obama ha riscattato tutte le donne lagnose del mondo. Ora può permettersi ciò che vuole, anche una pericolosa tendenza Cherie
Dal Foglio del 5 luglio 2008

Michelle Obama è la donna più fortunata del mondo. Comunque vada. Potrà anche finire come una Cherie Blair qualsiasi a scrivere libri appassionati sul suo amore eterno e inossidabile – ci sono alcuni preoccupanti segnali – o continuare a sognare la Casa Bianca dal divano della casa di Chicago, ma resterà una donna fortunata. La riscattatrice capa delle lagne femminili. Prima che il microscopio della politica cominciasse a scomporre, separare, analizzare, giudicare (e spesso condannare) tutto ciò che la candidata first lady dice, fa e pensa; prima che la macchina elettorale imponesse il solito noioso rigore ideologico; prima che la realtà la incastrasse, lei aveva già messo a posto i suoi conti con il marito. Pubblicamente. Uno sfizio che soltanto una come Michelle si può togliere, uno sfizio che tutte le donne vorrebbero levarsi nelle notti passate a tranquillizzare bambini frignanti, quando meditano con lucidità come accoppare il marito diventato improvvisamente sordo. Michelle ha sputtanato l’adorato Barack davanti a tutti, in più occasioni, sorridendo spietata, ricordando tra le altre cose che, quando l’agenda non era ancora zeppa di appuntamenti glamour, Barack ogni sabato mattina si dedicava solerte alla pulizia dei bagni della loro magione nel quartiere chic di Chicago.
I commentatori politici addetti all’obamamania dicono che il ruolo di Michelle – prima che Obama diventasse il candidato democratico alla Casa Bianca, cioè quando ancora i Clinton non facevano finta di credere nelle possibilità del senatore nero di diventare presidente – era quello di rendere Obama un normale marito americano calato nella vita di una normale famiglia americana. Un sognatore e un venditore di sogni, certo, ma anche e soprattutto un uomo che conosce i problemi della quotidianità, che sa di che cosa ha bisogno la gente, che non vive nel mondo dorato e astratto dei custodi della cosa pubblica. Michelle doveva dare quest’immagine di Obama all’elettorato.
All’inizio si rifiutò. Lei che aveva scelto di non trasferirsi a Washington quando suo marito era stato eletto senatore dell’Illinois, lei che aveva una carriera ben avviata a Chicago (perché come già accaduto in casa Blair e in casa Clinton, anche in casa Obama l’avvocato di successo è la moglie, non il marito) avrebbe dovuto rinunciare a tutto e andare in giro a dire “quanto è bravo mio marito, mi aiuta anche a fare il barbecue”? No e poi no. “Sono una mamma che lavora e ogni momento passato con le mie figlie è prezioso, non potrei mai rinunciarci”, disse quando, l’anno scorso, la corsa obamiana stava per partire in quel di Springfield. Michelle garantiva la sua presenza agli eventi importanti, con tanto di festosa commozione, nulla di più.
Poi ha capito che l’occasione era troppo gustosa per sprecarla così. Michelle partiva con un vantaggio competitivo sulla sfidante di Barack, Hillary, non portandosi addosso corna conclamate. Anzi, la signora Obama era nota per essere una che avrebbe spezzato il collo del marito se avesse anche soltanto immaginato una sua qualche distrazione (e la madre di Scarlett Johansson che tutto sa e tutto controlla avrebbe pure potuto avvisare la figliola di questo dettaglio, si sarebbe evitata quell’accusa di mitomania per un paio di e-mail). La donna amata non può trattenersi dall’ostentare la sua superiorità nei confronti della donna cornuta, la tentazione è più forte di qualsiasi solidarietà femminile. Così l’immagine della coppia solida, ancora innamorata dopo quindici anni di matrimonio e due ragazzine che saltano nel lettone, ha iniziato ad avere il sopravvento sulla ritrosia iniziale (vedere alla voce Cherie Blair, ultracinquantenne che proclama orgogliosa l’attivismo sessuale del suo Tony). Poi Michelle ha avuto un’illuminazione. Vuoi vedere che, ridendo e scherzando, posso dire a Barack tutto quello che fino a oggi ha sempre fatto finta di non sentire? Vuoi vedere che d’ora in avanti Barack non può più ignorare le mie lamentele? Da quel momento la signora Obama è diventata la più grande spargitrice di perle matrimoniali della campagna elettorale americana, riscattando mogli lagnose e inascoltate in giro per il mondo.
Il primo punto Michelle l’ha segnato con la storia delle sigarette. Da buon fumatore indefesso, Barack non riusciva a rispettare i divieti casalinghi: in salotto non si fuma, vicino alle stanze delle bimbe non si fuma, in cucina non si fuma, al limite c’è la veranda, ma sarebbe bene evitare di accendere sigarette in casa, l’odore non se ne va neanche se tieni aperte le finestre per una settimana di fila. Ma poi si sa che i mariti arrivano tardi a casa, si stravaccano sul divano e implorano: “Ti prego non farmi alzare, ne fumo soltanto una”. Come fai a dire di no a uno che vuole costruire un mondo nuovo e sta scoprendo che ci sono tanti disposti a prenderlo sul serio? Non puoi. Michelle allora ha usato il ricatto: caro Barack, se non smetti di fumare, questa campagna elettorale te la fai da solo. Lui ha provato a negoziare, ma quando era prossimo all’umiliazione ha ceduto. Ora appena le telecamere non lo inquadrano si infila in bocca una di quelle disgustose gomme da masticare alla nicotina. Pare che faccia fuori confezioni intere in tempi da record, ma ha mantenuto il patto con Michelle.
Il secondo punto la signora Obama se l’è aggiudicato quando tutti i giornali hanno ripreso l’unica frase degna di nota dell’ultimo libro di Barack “L’audacia della speranza”, la frase che ogni donna sa di non dover pronunciare mai ma che poi, appena crea una famiglia, pensa rimugina ricaccia indietro, pensa rimugina ricaccia indietro fino a che, all’ennesimo attacco di disperazione, non sputa fuori, urlando e frignando. “Non avrei mai pensato che mi sarei ritrovata a tirare su la nostra famiglia tutta da sola”. Sulle labbra di una donna invariabilmente definita forte, determinata, con le palle, di ferro, aggressiva, intransigente, il mantra dell’insoddisfazione suona come il riscatto globale del mondo femminile. Se poi Michelle è riuscita pure a farla scrivere a Barack, nel suo libro manifesto del sogno che cambierà il mondo, senza commenti falsi sui sensi di colpa di ogni marito che torna troppo tardi alla sera, non si può che inchinarsi davanti alla signora di tutte le signore.
Dopo quest’impresa eroica, Michelle può permettersi quel che vuole. Lei ha adottato la tattica dei piccoli dettagli. La tattica del logorio da piccole ripicche. Frasi lasciate cadere qui e là, mentre il suo profilo si istituzionalizzava. Prima spiega che lei, nel sogno del marito, ci crede davvero; che l’America ha bisogno di una svolta vera, profonda, culturale; che il cambiamento non è uno slogan, è un progetto su cui Barack lavora con passione da sempre; che soltanto un uomo che conosce la discriminazione può comprendere i bisogni veri degli americani; che Washington non si può riformare da dentro, ci vuole un outsider che raccolga le istanze popolari. Poi si lascia scappare che Obama alla mattina tira su col naso e puzza. Prima racconta che lei la discriminazione contro i neri la conosce davvero, è cresciuta in un ghetto (molto allegramente però); che quando è arrivata a Princeton era trattata prima come una nera e poi come una studentessa; che l’ha scritto anche nella sua tesina di fine corso quanto fosse dura e solitaria la vita per una ragazza nera in un campus bianco; che le donne nere hanno una difficoltà in più a trovare un posto in società. Poi si lascia scappare che Obama è disordinato, lascia in giro tutto, che è francamente disgustoso trovare i suoi stracci abbandonati per casa.
E via così. A un certo punto la più snob delle editorialiste americane, Maureen Dowd, ha scritto sul New York Times: “Rabbrividisco ogni volta che Michelle Obama rimprovera suo marito trattandolo come un comune mortale (una routine comica che si basa sul presupposto che il resto del mondo lo percepisca come un dio, Obama). Potrebbe non essere una mossa politica astuta quella di prenderlo in giro facendolo piombare dall’aura glamour di John Kennedy a quella ben più terra terra di un Gerald Ford che si prepara da solo il muffin per la prima colazione. Se ciò che il senatore Obama sa vendere molto bene è la sua mistica di Camelot, perché togliere la magia?”. Se sogno dev’essere, che sogno sia, insomma. Michelle non si è ovviamente fatta scappare l’occasione per sistemare anche la Dowd: ha detto che una donna a trentacinque anni magari può anche farsi impressionare dalle parole di un’altra perfida donna, ma a quarantacinque anni no, queste cose ormai non fanno né caldo né freddo, fatti gli affari tuoi Maureen.
Però poi di dettagli alla Gerald Ford ne sono filtrati molti meno. Certo, Michelle i conti li aveva già messi in regola, Obama il messaggio l’aveva già colto e aveva fatto piccole ammende pubbliche, dichiarando amore eterno e assoluto alla sua donna e concedendole la parte della padrona. Michelle poteva ritenersi soddisfatta, anche perché nel frattempo la coppia rivale, Billary, aveva ceduto ai colpi dell’obamamania, abbandonando speranze e corsa presidenziale e allineandosi all’“Yes We Can”.
Così la storia di Michelle è diventata quella di una qualsiasi first lady, tendenza Cherie (soltanto infinitamente più alta e più tonica). Come Cherie – moglie “proletaria” dell’ex premier inglese che, appena arrivata a Downing Street, ha pensato bene di aprire la porta alla mattina scompigliata e allucinata finendo su tutte le prime pagine dei tabloid, e che cosa andasse cercando fuori dalla porta quella mattina non si è ancora capito – Michelle si porta addosso la nomea della donna concreta e poco mondana, propensa a un’involontaria goffaggine nonostante il physique du rôle. Così sorge la solita domanda: la signora Obama è un aiuto o un ostacolo alla corsa di suo marito? I commentatori si dividono, lei non può troppo fingere di non essere una leader post razziale come suo marito, lei è ancora molto arrabbiata per quel che la sua comunità ha dovuto subire nel mondo e in America. Così, quando se n’è uscita con la frase “non sono mai stata così orgogliosa del mio paese come oggi”, è cominciata la solita, prevedibile caccia alla strega. Michelle non è patriottica, Michelle non sa reggere il ruolo istituzionale, Michelle allontana i voti dei moderati, Michelle non va. Lei si è difesa, ha spiegato che in realtà intendeva dire tutt’altra cosa, parlava del processo politico e delle primarie, non della nazione. “Sono orgogliosa di questo paese, una storia come la mia non sarebbe mai esistita se non in America”, è stato l’orgoglio per quel suo marito fenomenale a farle dire frasi così malinterpretate. L’incantesimo era però svanito e lei è diventata il tallone d’Achille del solitamente intoccabile Obama (e comunque rispetto alla signora McCain, Cindy, le sta ancora andando di lusso,  almeno di lei non si dice che è una depressa alcolizzata e cornuta).
Ora Michelle è tornata nel ruolo della moglie e madre solida e felice. La fase delle lagne è finita. Il suo rilancio è partito a “The View”, il talk show del mattino di Abc, bevendo caffè con Whoopi Goldberg, Joy Behar, Sherri Shephard, Elisabeth Hasselbeck e Barbara Walters. Con un abitino bianco e nero, sorridente e rilassata, Michelle ha ripetuto che all’inizio non voleva che Barack facesse il politico – “no, please” – perché la politica è brutta e cattiva, ma poi ha capito che lui poteva renderla bella e buona e allora ha ceduto. Poi c’è stato spazio soltanto per la famiglia, anzi, per un manifesto sull’importanza della famiglia unita per figli e società. Si prende sempre poco sul serio, Michelle, dice che sua figlia Malia, la più grande (nove anni, Sasha ne ha sette), ama tantissimo andare davanti alle folle oceaniche invasate per suo padre: “Sono qui per vedere anche me, salgo sul palco, saluto, sorrido e me ne vado”, ha spiegato Malia a sua madre. Lei è rimasta sbalordita da tanta nonchalance, pure se evidentemente ci dev’essere qualcosa di genetico. Dice che ci sono tanti stravolgimenti per le bambine, ma che anche lei confida nella forza di tutta la famiglia, quella forza che ha salvato Michelle stessa quando era piccola e i suoi genitori facevano un sacco di sacrifici per farla studiare. Dice che è contenta di essere diventata un simbolo positivo per le donne nere – “almeno hai tutti i denti belli bianchi, non uno sì e uno no e l’altro dorato come spesso accade alle donne nere”, ha detto Whoopi Goldberg – e fa pure una concessione a Hillary, quella di aver sdoganato il ruolo delle donne nella politica. Dice che alla mattina anche lei mangia uova e pancetta come suo marito, ma si tiene in forma andando prima a correre. Dice che il pugno contro pugno con suo marito – il gesto con cui gli Obama celebrano le vittorie – non è un segno di chissà quale loggia massonica, “è una cosa che fanno i ragazzi, me l’hanno insegnato loro, è come battere un cinque”, un segno di complicità.
Non c’è nulla dell’aggressività che le viene sempre attribuita. Michelle è bella, perfetta, allineata, pronta ad accompagnare il marito fino alla Casa Bianca ubbidiente e tranquilla. Fa persino quasi finta di imbarazzarsi quando dice che Barack ha perso anche quelle poche buone abitudini che aveva. Ora non va più fuori a buttare la spazzatura.

di Paola Peduzzi


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permalink | inviato da franzmaria il 28/8/2008 alle 21:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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