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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Ratzinger: politica e diritto, per un'ecologia dell'uomo - Angelo Scola: rivedere gli stili di vita
post pubblicato in Focus Europe, il 22 settembre 2011


Ci sarebbe molto da dire sul discorso di Benedetto XVI al Bundestag: c'è l'ottimismo di fondo - che fa la grandezza e il limite di questo pensiero - del riconoscere nella ragione l'impronta più forte della creazione di Dio (cosa vera, ma da tenere sempre in tensione con il fatto che è parte dell'umano, ed è stato quindi "accettata" da Dio nell'Incarnazione - se così possiamo dire - anche la nostra irrazionalità...). 

E' comunque importantissima  - in questi tempi, ed è la cifra di questo papato - la sottolineatura che il pensiero cristiano ha scelto la filosofia - e dunque il tentativo di un discorso totalmente umano e razionale, al di là della fede nel divino - come traccia per fondare un proprio discorso giuridico, comunitario, politico.

Certo, c'è in questo un tratteggiare una storia del pensiero cristiano e "occidentale" che - complice la sintesi inevitabile di un discorso - non può che apparire troppo coerente, apparentemente senza quegli strappi e quelle forzature che anche la storia delle idee presenta.

E si potrebbe discutere all'infinito del concetto di "natura", che se da un lato rimane un punto fondamentale della dottrina cattolica (e per certi aspetti è assolutamente positivo, soprattutto se inteso come "limite" alla "volontà di potenza" dell'uomo, come in queste parole di Ratzinger), dall'altra presenta sfaccettature che ogni volta rimangono non pienamente spiegate, con il rischio di presupporre nella natura ciò che è anche un "prodotto" di cultura e storia.

Detto ciò, il discorso rimane - anche per chi si sente lontano dalla Chiesa - un bellissimo affresco che vale come richiamo potente alle coscienze di noi europei, soprattutto nel ricordarci che la nostra comunità politica nasce dall'incontro fra Gerusalemme, Atene e Roma. Nel ricordarci insomma che gli europei sono "derivati da", non "originali", e dunque mai "puri".

Approfitto anche per segnalare una intervista di Angelo Scola, nuovo arcivescovo di Milano, del 2009: una lettura della crisi economica che anche qui risente delle semplificazioni inevitabili di un commento che è "pastorale" e non certo tecnico, ma che rimane interessante, in questo periodo, soprattutto per la chiarezza con cui si stacca da una visione "maligna" del mercato e della proprietà privata, spesso in voga anche in parte del mondo cattolico.

Francesco Maria

(...) La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto?
(...) Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”. Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione (...) 
Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé.
(...) A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza 
dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico. Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Grazie per la vostra attenzione.


(...) Come uscirne, appunto?Credo sia necessario riequilibrare l’economia di mercato nella direzione di subordinare l’uso dei beni al valore e alla dignità del soggetto personale e comunitario. In questo senso, nella crisi è contenuto un invito profondo a mutare i nostri stili di vita.
Si tratta di ridurre i consumi, di “decrescere”, come afferma qualcuno?
No, non si tratta tanto di non consumare o di consumare di meno: al centro ci deve essere l’interrogarci su come consumare. Dobbiamo in primo luogo chiederci in che modo il consumo dilata e rende dignitosa la vita del soggetto e della comunità. In questo senso vedo un’analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunità? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato.
E i consumi?
Se sono assunti dentro la ragionevolezza dei beni materiali necessari ad espandere la dignità dell’uomo, occupano un posto importante nella nostra vita. Altrimenti producono squilibrio.
Lei, Eminenza, sta cioè invitando a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell’economia?
Esattamente. Se si riporta il soggetto al cuore dell’economia di mercato, allora inesorabilmente si equilibra il rapporto fra il soggetto stesso e l’uso dei beni. In ciò basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa, proprio già dei tempi di san Tommaso, secondo cui tutto ci è dato in uso. La proprietà privata consiste nel fatto che tutto ci è dato in uso, ma la destinazione dei beni è universale. E qui si innesta un altro e basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che abbiamo delineato è per sua natura solidale.
Il che, tradotto nel concreto delle scelte economiche, cosa significa?
Che noi non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di povertà - cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi - per andare ai bisogni dell’Africa. Il che vuol dire, per esempio, guardare alla povertà e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carità, ma come a opportunità per riequilibrare il mercato.All’incirca com’è accaduto in questi ultimi anni con la Cina?
Certamente. Nel rispetto, però, di tutti i diritti dell’uomo e della società. Noi occidentali, così come siamo troppo ignavi verso l’Africa, siamo colpevoli circa la modalità con cui la Cina non sta affrontando il problema dei diritti dell’uomo. 
SUBITO UN NUOVO GOVERNO: MARIO MONTI PREMIER
post pubblicato in Focus Europe, il 12 settembre 2011


 

Dopo la giornata di oggi, il tempo che ci separa dal default del nostro paese sembra essersi ristretto in maniera drammatica: in questi momenti rischia di aggredirci un senso di impotenza, al quale non dobbiamo arrenderci.

Ho scritto il testo che segue a guisa di appello; se lo ritenete potete farlo girare.
Possiamo e dobbiamo farcela, ma il tempo stringe.
 
Francesco Maria

SUBITO UN NUOVO GOVERNO: MARIO MONTI PREMIER

 
Indipendentemente dalla collocazione politica che ognuno di noi può avere, non si può più negare che l'attuale situazione di stallo rischia di aggravare in termini irreversibili la crisi finanziaria del nostro paese.
 
E' quanto mai necessario che venga dato un segnale inequivocabile di svolta ai mercati e alle pubbliche opinioni del mondo che guardano con ansia all'Italia come punto di non ritorno di un'eventuale crisi dell'Euro: questo perché è evidente a tutti che se cadiamo noi, crolla l'Euro e si compromette irrimediabilmente il progetto di integrazione europea.
 
Tale segnale può essere dato solo con una crisi di governo pilotata che porti alla nascita di un governo tecnico di solidarietà nazionalesorretto dalle principali forze politiche presenti in Parlamento.
 
La persona giusta per guidarlo è Mario Monti. Con lui potrà forse collaborare anche Lorenzo Bini-Smaghi, che dovrebbe lasciare la BCE a breve, al momento dell'insediamento di Mario Draghi come Presidente.
 
In pochissimi giorni, già dopo l'approvazione della manovra finanziaria ed entro lunedì prossimo, il cambiamento va posto in essere senza più indugi: l'Unione Europea e la BCE devono difenderci come possono - anche mettendo in atto una nuova fase costituente che ci porti ad avere una reale governance economica del continente; ma la responsabilità di un cambiamento e della cura dei mali italiani spetta solo a noi.
Trichet Presidente d'Europa per una fase Costituente
post pubblicato in Focus Europe, il 7 settembre 2011


Con l'attentato in India a pochi giorni dall'anniversario dell'11 settembre il terrorismo dimostra di avere l'occhio lungo, colpendo una delle nazioni protagoniste del futuro. 
Come scrive Gordon Brown, anche l'India deve essere coinvolta nella "grande contrattazione globale" che dovrebbe spingere le potenze emergenti a coordinarsi con Europa e USA per portare a soluzione la crisi globale. 

L'Europa deve comunque parlare con una voce sola: Barroso è espressione del concerto degli Stati, Draghi prenderà il ruolo "tecnocratico" (in realtà fortemente politico, ma comunque svincolato dalla ricerca di consenso, come è bene che sia) di Presidente della BCE. Si deve però cercare di "far vedere" al mondo una voce europea politicamente autonoma, che sia eletta dal Parlamento europeo con un mandato limitato per guidare il continente verso una nuova fase costituente

Trichet potrebbe essere il candidato migliore, dopo che avrà passato il testimone a Draghi: è stato lui il primo a fare una delle proposte più interessanti per l'Europa del futuro, un Ministro europeo delle Finanze.
 
Ma al di là dei nomi: oggi è ancora fondamentale che le figure di riferimento dell'Europa siano "tecnici - politici" capaci di "resistere" alle tentazioni della popolarità, e soprattutto del populismo; un giorno forse - superata questa tempesta - potremo votare direttamente il vertice europeo, confrontando proposte politiche alternative. 

Ma è un giorno ancora lontano.

Francesco Maria Mariotti

(...) Dobbiamo innanzitutto rilanciare la visione di cooperazione globale contenuta nel patto sulla crescita del G-20. Serve però un programma più ampio: la Cina dovrebbe concordare di aumentare la spesa delle famiglie e le importazioni dei consumi; l'India dovrebbe aprire i propri mercati in modo tale da garantire ai propri poveri l'accesso alle importazioni a basso costo; e l'Europa e l'America devono rilanciare la competitività con l'obiettivo di aumentare le importazioni. Nel 2009 il G-20 è stato inflessibile sulla necessità di un nuovo regime finanziario globale per la futura stabilità. Il problema è già sotto gli occhi di tutti. Le passività del settore bancario dell'Europa sono quasi cinque volte superiori a quelle degli Usa. Le banche tedesche hanno una leva finanziaria che è 32 volte superiore al patrimonio netto. Ai fini della stabilità finanziaria non serve quindi solo la ricapitalizzazione delle banche, ma anche una riforma dell'euro, fondata sul coordinamento delle politiche fiscali e monetarie e su un maggiore ruolo della Bce, in veste di prestatore di ultima istanza, nel sostenere i singoli Governi (non le singole banche). Il G-20 non raggiungerà crescita e stabilità senza concentrarsi su una riduzione del debito a lungo termine. Ma esiste anche un imperativo nel breve periodo, ossia evitare una spirale negativa. (...) L'accordo sulla crescita del G-20 deve essere anche un accordo sull'occupazione.(...)

Alla fine del 1930, il presidente Hoover aveva capito che la posizione debitoria della Germania stava per diventare insostenibile per la perdita di fiducia dei mercati nella capacità dei creditori (privati) tedeschi di ripagare l'enorme debito estero. Al presidente era perfettamente chiaro che, per salvare non solo la Germania ma l'intera Europa e gli stessi Stati Uniti da una crisi senza precedenti, erano necessari prestiti pubblici (in sostituzione del credito privato) e la sospensione delle riparazioni di guerra imposte ai tedeschi dal Trattato di Versailles. Ai collaboratori che gli chiedevano perché non prendesse subito l'iniziativa, Hoover rispondeva che era necessario che la situazione si deteriorasse ulteriormente perché si creassero le "condizioni politiche" per un intervento a favore della Germania. Sappiamo come andò. Nell'estate 1931, alla caduta dei redditi e dell'occupazione si aggiunse una crisi bancaria senza precedenti catalizzata dal ritiro dei capitali stranieri dalle banche tedesche. Solo allora l'opinione pubblica e le cancellerie compresero che la crisi avrebbe travolto non solo la Germania, ma l'intera economia mondiale e si crearono le "condizioni politiche" che resero possibile l'iniziativa di Hoover per una moratoria delle rate del debito di guerra tedesco. Questa giusta iniziativa arrivò fuori tempo massimo. (...) 

Speciale

(...) La conclusione è semplice: la Cina ha visto nell’11 settembre una finestra di opportunità strategica. Di cui cogliere i vantaggi. A sei mesi dall’attacco di al Qaeda, la Cina entrava senza problemi nel WTO: la globalizzazione “made in China” era cominciata. Sul piano interno, Pechino ha utilizzato la minaccia qaedista per combattere con durezza il proprio “terrorismo”, il separatismo uiguro nello Xinjiang. (...) per la leadership comunista capitalista cinese un’America indebolita poteva essere un vantaggio; un’America troppo debole non lo è. Questa è tutta la differenza, in effetti, fra il settembre 2001 e il settembre 2008: quando, con la crisi finanziaria e le sue conseguenze, la Cina si è trovata esposta ai guai dei suoi vecchi “maestri” occidentali.
Il rischio, visto da Pechino, è che l’era post-americana arrivi troppo in fretta, costringendo una leadership ancora riluttante ad assumersi una quota di oneri globali, con i costi e le responsabilità che ne derivano.(...)
Europa, Forzare L'Aurora A Nascere
post pubblicato in Focus Europe, il 3 agosto 2011


Penso a queste ore di tensione del nostro Paese, penso all'ansia con il quale stiamo attendendo un giudizio dei mercati sulle parole del nostro presidente del Consiglio, in questi giorni sempre più Presidente di tutti noi, piaccia o meno la persona che ricopre questa carica.

Abbiamo tutti paura, proviamo ansia nel dover affrontare una crisi di impoverimento, e un balzo indietro di anni, sotto vari punti di vista, sia di ricchezza che di diritti. E' un timore che condividiamo con i nostri fratelli europei, che non abbiamo ancora imparato a chiamare concittadini, anche se ormai collegati a loro da vincoli economici e non solo.

Epperò, se è proprio in questa distanza fra il "già" e il "non ancora" che si apre lo spazio dell'angoscia, qui è possibile anche quello della speranza. E' proprio questo già essere de facto legati ma non ancora cittadini-assieme che si pone lo spazio politico reale, che non è quello delle discussioni che vediamo o facciamo fra noi, ma lo spazio della possibilità che si concretizza, della collettività che si dà una forma giuridica e legale, della libertà attiva che crea nuovi confini di autonomia (pur con tutti i limiti che essa può avere...).

La parte sincera del rigetto antipolitico che stiamo vivendo - non solo in Italia, ma in tutto l'Occidente - è il fatto che le "arene pubbliche" già costituite non appaiono più in grado di cambiare e governare il reale. Camminando lungo un sentiero stretto (perché c'è sempre il rischio di scivolare nella costruzione di nuovi idoli, nuovi Faraoni che ci facciano schiavi), la politica ha nello spazio europeo il suo unico attuale ambito concreto: ma deve porlo in essere velocemente.

Il salmo 57 inizia nella paura, chiede il rifugio a Dio dal pericolo, dal leone che azzanna; è angoscia reale anche di imprecisati nemici che tendono reti in cui si rischia di cadere. Ma il breve componimento si rovescia presto in fiducia, chiede al cuore, e all'arpa e alla cetra di svegliare l'auroradi accelerare i tempi: è la speranza attiva che fronteggia il pericolo, e che scopre che nella fossa sono caduti i veri nemici, le nostre paure.

Dal dolore di questi giorni, siamone certi, potrà nascere qualcosa di più grande: sarà certo un travaglio duro, ma sappiamo che non saremo sconfitti.

Francesco Maria Mariotti

"(...) In questa fase storica i passi importanti da fare sono tre: 1. fronteggiare la speculazione sistemando i debiti pubblici in eccesso con operazioni di finanza straordinaria simili a quelle usate per la grande crisi 1929-33; 2. dare poteri fiscali autonomi (tassazione e emissione di titoli) agli organi dell’Unione su specifiche materie, lasciando il resto delle competenze agli stati-membri; 3. ampliare il mandato della Banca centrale europea, consentendo a essa, senza obbligarla, di intervenire sul mercato dei cambi e sul debito pubblico. In breve, è necessaria una nuova fase costituente europea (...)."

Paolo Savona: rispondere all'ondata di sfiducia

Atene e Oslo, una sola patria: l'Europa
post pubblicato in Focus Europe, il 23 luglio 2011


Le ultime notizie - ma è ancora presto per esserne pienamente certi - dicono che la pista degli attentati norvegesi è "interna". 
Questo non deve cambiare il nostro atteggiamento, anche se è in parte inevitabile una percezione diversa dell'avvenimento: in ogni caso l'attacco è avvenuto in Europa, nostra patria comune; l'attacco è dunque "interno" anche per noi. 

Il disastro economico greco ci ha costretto a capire che siamo sempre più interdipendenti, ma i legami sensibili dell'economia non sono gli unici che devono valere; i governanti che si sono riuniti per aiutare Atene (forse finalmente nel modo giusto, ma dobbiamo ancora fare passi in avanti), devono andare a Oslo: la Norvegia non è parte della Unione Europea, ma il "senso" della nostra comunità deve farsi sentire al di là dei confini formalmente segnati dai trattati.

Come europei dobbiamo reagire, insieme ai fratelli norvegesi, quale che sia la matrice degli attentati di Oslo.

Francesco Maria Mariotti
Vie Di Uscita Dalla Crisi
post pubblicato in Focus Europe, il 15 luglio 2011


Sulle possibili risposte alla crisi finanziaria che si sta facendo sentire in questi giorni, segnalo alcune riflessioni: un articolo apparso sul Sole 24 Ore, un appello firmato tra gli altri da Giuliano Amato e Michel Rocard (su Aspenia online), e alcuni articoli dei siti laVoce.info e nelMerito.com.

Paradossalmente possiamo diventare più forti, come Italia e come Europa, se accettiamo la sfida di questa crisi: la speculazione va duramente combattuta quando necessario (a questo link ripropongo un bell'articolo di Luigi Spaventa dell'anno scorso, sempre molto utile da rileggere), ma al tempo stesso non vanno negate o rimosse le esigenze di mutamento profondo di cui l'Italia ha bisogno.

E l'Europa deve cominciare a muoversi come un corpo politico unitario, magari a partire da un Ministro delle finanze comune, che sia realmente in grado di imporre la sua voce.

Al di là delle soluzioni tecniche, l'importante è comprendere che il rigore non è alternativo a crescita e benessere e che - se decidiamo di muoverci seriamente sul fronte dei conti pubblici - possiamo vincere questa partita senza rinnegare il meglio dello stato sociale europeo.

Francesco Maria Mariotti


Una crisi di fiducia sul terzo debito del mondo non si risolve da un giorno all'altro, né con un rimbalzo della Borsa. Non abbiamo idea della devastazione che potrebbe provocare, forse non c'è neanche una soluzione. Sarebbe l'affondo finale all'euro, la mossa che potrebbe portare allo scacco matto. D'altra parte è una partita che si gioca già da tanto tempo, prima con la Grecia, poi con Irlanda e Portogallo, ora con l'Italia, saltando la Spagna.(...)

Oggi abbiamo una moneta unica e non possiamo più svalutare. La crisi colpisce direttamente il debito e la sua sostenibilità. Il punto critico è capire se sia il caso di seguire una soluzione di "mercato", cioè se si debba fare di tutto per soddisfare i desideri del mercato e ripristinare la fiducia - posto che si sappia cosa il mercato vuole - oppure se bisogna pescare dal cilindro delle soluzioni non ortodosse.(...)

Ecco che privatizzazioni o una tassa patrimoniale ci potrebbero salvare. Ma dobbiamo arrivare a tutto ciò, con i tempi stretti che il mercato ci imporrà, per poi scoprire di essere più poveri senza aver raggiunto il nocciolo della questione?
La crisi italiana è anche, e soprattutto, crisi europea. La soluzione non può che essere europea e possibilmente poco ortodossa. (...)

La riunione dell'Eurogruppo di lunedì scorso è sembrata andare nella direzione giusta, anche se con contorni poco chiari e con il problema dell'Italia ancora indiscusso. Finalmente si apre la possibilità che il fondo di salvataggio europeo Esfs acquisti debito sul mercato secondario o lo faccia acquistare indirettamente dagli stessi governi. Così si può pensare ad una ristrutturazione ordinata fuori mercato che permetta di ripartire le perdite fra le varie parti e alleviare l'onere del debito greco in forma sostenibile. Willem Buiter, capoeconomista di Citigroup, ha fatto notare che, con l'Italia nel mirino dei mercati, l'Esfs dovrebbe portare la sua capacità a 2mila miliardi di euro. Chi mai può dare così tante garanzie se non un finanziamento diretto della Bce e quindi una monetizzazione implicita dei debiti pubblici?

La via più lineare sarebbe riprendere la proposta degli Eurobond, forse nella versione più radicale che abbiamo suggerito sul Sole dello scorso 5 luglio, cioè di convertire tutto il debito dei singoli Stati in debito federale con un trasferimento proporzionato di entrate fiscali che sia in grado di pagare anno per anno gli interessi. A questo punto, si potrebbero costringere i singoli governi a raggiungere il pareggio di bilancio dal momento che sarebbe un pareggio senza spesa per interessi e non soggetto più alla speculazione.
Arrivati a questo stadio della crisi, la soluzione di rafforzare in maniera drastica l'Unione europea è l'unica che non porta al fallimento dell'euro.

Un New Deal per l'EuropaGiuliano Amato and Enrique Baron, Michel Rocard, Jorge Sampaio, Mario Soares e Guy Verhostadt.

(...) suggeriamo che la conversione di una quota del debito nazionale verso l'UE non deve essere posta sul mercato. Potrebbe essere detenuta direttamente dall’Unione. Non essendo oggetto di scambio sarebbe esente dalla valutazione delle agenzie di rating. Il suo tasso di interesse potrebbe essere deciso in una misura sostenibile dai ministri delle Finanze dell'eurogruppo. Sarebbe immune dalla speculazione. Governerebbero i governi piuttosto che le agenzie di rating.Suggeriamo anche che bisogna imparare dalle lezioni del New Deal americano degli anni Trenta che hanno ispirato la proposta di Jacques Delors nel 1993 diretta ad accompagnare una valuta comune con obbligazioni europee. 

L'amministrazione Roosevelt non ebbe bisogno di far finanziare o garantire i bond degli Stati Uniti da parte degli stati dell’Unione, come la California o il Delaware, esigere trasferimenti di bilancio, o acquistare il loro debito. E non ha bisogno di farlo l'Unione Europea per emettere i suoi bond. 

Le obbligazioni USA sono finanziati con la politica fiscale comune. L'Europa non ne dispone. Ma gli Stati membri la cui quota di debito nazionale è stata convertita in bond UE possono servirlo tramite le entrate fiscali nazionali, senza trasferimenti di bilancio da parte degli altri. 

L'Europa ha anche un ulteriore non trascurabile vantaggio. La maggior parte degli Stati membri è fortemente indebitata in seguito al salvataggio delle banche. Ma questo non è il caso dell’Unione. Anche considerando l’acquisto di parti del debito nazionale dopo maggio dell’anno scorso, il suo debito è inferiore all’1% del suo PIL. 

Si tratta di meno di un decimo dell’ammontare delle obbligazioni emesse dagli Stati Uniti per finanziare il New Deal, il cui successo consentì di finanziare il Piano Marshall per la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, di cui la Germania fu il principale beneficiario. 

I bond europei non avrebbero necessariamente bisogno di nuove istituzioni.

I bond protetti dai mercati potrebbero essere detenuti dall’European Financial Stability Facility. Bond destinati alla crescita; potrebbero essere emessi dall’EFSF o dall’European Bank Group. Essi potrebbero essere serviti dalle entrate dei progetti co-finanziati così come lo sono le obbligazioni della BEI.

La BCE è il guardiano della stabilità dei prezzi, ma la BEI può intervenire a salvaguardia della crescita. I finanziamenti di progetti dalla BEI sono già doppi rispetto a quelli della Banca Mondiale. La quale da 50 anni ha emesso proprie obbligazioni senza garanzie nazionali o trasferimenti fiscali. Nessuno dei principali Stati membri dell'eurozona calcola i finanziamenti della BEI all’interno del debito nazionale.

Le obbligazioni non sono moneta stampata. Non sono finanza in deficit. Le emissioni nette di obbligazioni da parte dell'Unione significherebbero flussi di fondi per finanziare la ripresa europea, piuttosto che l'austerità. Ci rivolgiamo all'Ecofin e al Consiglio europeo perché adotti questa linea sia per salvaguardare l’eurozona, sia per sviluppare la coesione economica e sociale attraverso un New Deal per l'Europa. 

http://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/un-new-deal-leuropa


(...)Ma esiste un modo di recuperare la fiducia dei mercati? Poiché l’origine del problema è nella politica fiscale, il modo di recuperarla è sul fronte del fisco: occorre dare segnali forti e coordinati che gli stati deboli dell’area dell’euro sono capaci di “mettere a posto” i propri conti pubblici, accettando un monitoraggio e una disciplina comunitaria molto forte sulle proprie finanze.
Ciò vuol dire limitare significativamente la sovranità fiscale degli stati membri, dopo aver già accettato di delegare quella monetaria alla Bce. Ma occorre andare ben oltre la fragile disciplina del trattato di Maastricht e del patto di stabilità, assoggettando direttamente le leggi di bilancio degli stati membri dell’Unione a limiti comunitari vincolanti e a istituzioni dell’Unione Europea che li facciano valere. Non è affatto cosa di poco conto: difficile da realizzare e politicamente dolorosa, come le dimostrazioni e i morti di Atene dimostrano. I governi e soprattutto i parlamenti nazionali saranno disposti a farlo? Se sì, allora da questa crisi l’Europa riemergerà più forte di prima, e procederà verso il completamento della sua struttura sovranazionale con l’introduzione graduale di istituzioni fiscali federali, ovvero la naturale controparte della Bce.Potrebbe anche essere l’occasione per colmare finalmente il deficit democratico dell’Unione Europea, poiché è naturale che decisioni vincolanti di natura fiscale siano prese da organismi rappresentativi. In tal modo, i limiti alla sovranità fiscale nazionale avrebbero una legittimazione democratica sovranazionale, invece di essere visti come diktat di organismi tecnico-burocratici o di comitati di ministri degli stati membri. Se i paesi dell’euro avranno il coraggio di accettare questa grande sfida, non solo la fiducia tornerà sui mercati, ma questa crisi diventerà l’occasione di una svolta storica nella costruzione europea.
Cambiamo l'Europa! (un appello su cui riflettere)
post pubblicato in Focus Europe, il 13 giugno 2011



Non condivido alcuni contenuti e un certo linguaggio, soprattutto nelle parti in cui parla di "scelte ideologiche" in relazione alle misure richieste ai paesi a rischio default: nel momento in cui non c'è ancora una struttura politica europea con un governo realmente unitario, le misure di razionalizzazione del debito pubblico dei singoli stati sono infatti una prima mossa necessaria e ineludibile. 

Al tempo stesso mi pare che nel testo si rischi una sottovalutazione delle responsabilità del settore pubblico, quasi a contrapporlo "per principio" al settore privato.Le cose non sono così semplici e schematiche: i problemi di sostenibilità del welfare europeo sono purtroppo reali (si pensi alla fondamentale questione demografica, che troppo spesso dimentichiamo); non sono una costruzione ideologica dei cattivi mercati finanziari che speculano su di noi, e l'appello rischia di minimizzare questo fattore.

In ogni caso mi pare importante che si levi una voce con una prospettiva altra rispetto a quella "battaglia persa" che è il continuo dire sì a misure di razionalizzazione senza avere un orizzonte politico. Il problema è infatti dare alla politica europea un "corpo" coeso, che possa poi essere base a soluzioni come quelle che i firmatari propongono (altrimenti gli eurobond o simili percorsi rischiano di non avere senso, come ha detto Mario Draghi recentemente). 

Questo appello può portarci a un momento di riflessione. Si tolga però di mezzo la retorica e si approfondisca il percorso da seguire per avere una politica capace di coniugare rigore di bilancio, solidarietà, coesione politica. Una politica che nasce da un orizzonte comune, integrazione di principi liberali, socialisti, cristiani: il mix su cui si è costruita l'Europa che conosciamo e amiamo.

Francesco Maria Mariotti

"(...) E’ ovvio per noi che assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche è un obiettivo politico essenziale: esse sono uno strumento chiave al servizio di beni comuni quali la coesione sociale o la protezione dell’ambiente. Ed è vero che la crisi che stiamo vivendo ha significativamente deteriorato le finanze pubbliche in Europa. Ma, pur avendo il settore pubblico la sua parte di responsabilità, le cause della crisi sono prima di tutto da ricercarsi nel settore privato: aumento delle disparità salariali, eccessivo indebitamento, e bolle speculative generate da una finanza irresponsabile.(...) Qui si rischia di trasformare la crisi economica attuale in crisi politica.
(...) La zona euro deve difendere la sua moneta comune e sostenere imperativamente i suoi membri in difficoltà, perchè ciò è vitale per l’Europa nel suo insieme.(...) E’ possibile risanare la finanze pubbliche senza annientare lo sviluppo economico e gli investimenti in materia di istruzione, ricerca, energie rinnovabili, e senza alimentare l’ingiustizia sociale e l’esclusione. E’ possibile ritrovare margini di bilancio essendo coraggiosi ed innovatori. Per farlo, occorre innanzi tutto che tutti gli Stati membri contribuiscano a questo sforzo insieme – sia quelli in surplus che quelli in deficit commerciale. In tutti i Paesi, bisogna poi proteggere gli investimenti pubblici produttivi dall’austerità finanziaria, e raccogliere sotto forma di Euro obbligazioni una parte del debito pubblico degli Stati membri per ridurne il costo globale, e creare le basi di una politica fiscale europea comune, garante di entrate giuste, efficaci e sostenibili. Occorre diminuire il carico fiscale sui redditi da lavoro ed aumentare quello sui redditi da capitale, combattere l’evasione fiscale, creare una vera fiscalità ecologica e introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie. I governi europei debbono vegliare affinchè i salari più elevati e i redditi da capitale contribuiscano equamente allo sforzo generale di risanamento, per evitare che siano i salari e redditi medio bassi a pagare per tutti. Noi non auspichiamo soluzioni semplicistiche o irresponsabili, vogliamo un progetto di modernizzazione economica grazie a politiche responsabili, equilibrate, intelligenti e pienamente rispettose dei valori sui quali poggia il progetto europeo. Chiamiamo a raccolta tutti quelli che condividono le nostre convinzioni, affinchè firmino questo appello, per dare all’Europa un’altra politica di uscita dalla crisi, che rafforzi l’Europa stessa, invece di continuare ad indebolirla."
Italia distratta, Europa timida
post pubblicato in Focus Europe, il 21 gennaio 2011


A chi non volesse ridurre la nostra politica a una guerra civile in salsa giudiziaria (con possibili esiti imprevedibili, come fu per Tangentopoli), conviene levare gli sguardi e capire che si stanno giocando - senza di noi - partite ben più importanti. 

Dall'altra parte del Mediterraneo c'è chi si illude sui moti di ribellione in atto; si parla anche di "rivoluzioni liberatorie", forse non rendendosi conto di quali possano essere gli improvvisi rovesci di queste partite incontrollate. Ben venga, se riesce a dispiegarsi, la democrazia nell'Africa mediterranea; ma quali saranno i suoi colori e le sue parole d'ordine? 

Noi italiani, capaci di gestire in passato il "golpe" a favore di Ben Alì, oggi sembriamo silenti, distratti dalle nostre vicende, con il rischio che nel frattempo altri stati, o - peggio - altre forze non statuali prendano piede sulle nostre "rotte". Perché di questo alfine si tratta: del controllo dei nostri mari, e del confronto economico quotidiano e continuo fra stati e potenze, anche attraverso l'"arma" delle migrazioni.  Questa la partita che (non) stiamo giocando.

Allargando lo sguardo all'Europa, verrebbe da dire così: se gli italiani oggi sono distratti, gli europei in genere sono timidi. 
C'è infatti ancora troppa paura dei mercati e poca politica, perché il nostro continente-federazione possa partecipare dignitosamente alla spartizione del potere nel mondo; il confronto diretto USA - CINA sembra metterci fuori gioco, ma a ben vedere le due superpotenze potrebbero trovare in questo attore "terzo" la sponda con cui evitare un perenne braccio di ferro, oggi ancora "silenzioso", domani chissà.

Se lo volessero, quindi, Italia ed Europa potrebbero fare la differenza, una grande differenza; ma forse pensiamo ancora di dover aspettare il permesso del mondo per esistere: in una sorta di "strascico psicologico" del secondo dopoguerra, ci illudiamo che gli USA ci proteggano ancora come un tempo e aspettiamo che siano loro a indicarci la strada.

Non è così; speriamo di accorgercene prima di dover pagare prezzi troppo elevati.

Francesco Maria Mariotti
Europa fra Cina e Usa
post pubblicato in Focus Europe, il 14 dicembre 2010


Sottolineo i passaggi finali dell'editoriale "Usa e Cina le potenze riluttanti", di Marta Dassù, pubblicato sulla Stampa del 14 dicembre 2010.
 
Francesco Maria Mariotti
 

(...) Se la Cina è per ora una potenza riluttante e l’America lo è temporaneamente (ri)diventata, cosa ne sarà della famosa «governance» internazionale? Ammettiamo pure, ha detto un partecipante cinese al colloquio di Aspen a Pechino, che la crescita di potere di un Paese ne aumenti anche le responsabilità internazionali; la Cina non ha nessuna intenzione di pensarsi come «potenza irresponsabile». Ma chi definisce le responsabilità?
Il rischio, con Cina e Stati Uniti entrambi ripiegati all’interno e al tempo stesso forzati a coesistere, è quello di un vuoto di potere conflittuale. Il rischio è l’incertezza: su di sé e sulle mosse reciproche.

E’ di fronte a una prospettiva del genere che l’Europa stagnante potrebbe trovare una sua ragione di essere. In teoria e nella pratica dell’ultimo anno, l’Europa appare ancora più risucchiata dalla crisi dell’euro; e quindi marginale rispetto alle tensioni o distensioni cino-americane. Che il cosiddetto G-2 decolli o si frantumi (si vedrà nel gennaio prossimo, con la visita di Hu Jintao negli Stati Uniti), l’Europa sembra destinata a rimanere alla finestra, più che sedersi allo stesso tavolo.
Non è necessariamente così. Seduti al tavolo a tre della Scuola di Partito a Pechino, con cinesi e americani, gli europei hanno parlato e pesato.

Soprattutto, è stata la presenza degli europei a costringere Cina e Stati Uniti a uno scambio diverso: meno concentrato sulle rivalità bilaterali ma anche meno spiazzato dalla latitudine di un forum alla G-20. Certo, è stato soltanto un esperimento politico-intellettuale; ma per quello che può contare, l’impressione è che questo tipo di Europa, a condizione che risolva la propria crisi interna, servirebbe. L’Europa come network? Non sarà una grande teoria, su come governare il mondo di oggi. Ma è una convinzione possibile: l’Europa come fattore unificante, più che come forza a sé stante, troverebbe uno spazio nei terminal del XXI secolo.


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permalink | inviato da franzmaria il 14/12/2010 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Enzo Bettiza sulla Stampa - Lo scarto balcanico
post pubblicato in Focus Europe, il 14 ottobre 2010


(...) S’è per esempio visto, sull’avambraccio di un gigantesco ultrà belgradese, la fatale data del 1389, evocante la tragedia degli eserciti slavi guidati dai serbi contro i turchi nella sfortunata battaglia del Kosovo Polje. Ai duemila guerriglieri serbi, perché tali e non tifosi erano per davvero, interessava assai poco parteggiare sia pure energicamente per la loro squadra e gufare per quella italiana.

Interessava molto più agli epigoni e fanatici della Stella Rossa di Belgrado sottolineare con brutalità, in un grande emporio europeo come Genova, che essi provenivano dai battaglioni paramilitari dediti a suo tempo a perpetrare in Bosnia, Croazia e Kosovo i più orrendi massacri compiuti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Gli energumeni in tuta mortuaria, passamontagna terroristico sul volto, teschio gessoso con ossa incrociate sul petto, solo in parvenza evocavano i Gozzilla tratti da qualche film o videogame dell’orrore; in realtà s’è trattato di veterani ben agguerriti, provenienti in gran parte dalle temibili «Tigri di Arkan», lanzichenecchi ipernazionalisti che avevano il loro vivaio nella Stella Rossa di Belgrado il cui gestore milionario, durante e dopo le ultime guerre interjugoslave, era stato per l’appunto Željko Ražnatovic, detto Arkan. (...)
 
Che si sia trattato, inoltre, di una vera e propria performance paramilitare, lo dimostrava anche la quintessenza insieme leggendaria e politica che animava i veterani decisi a distruggere lo stadio Marassi con lancio di razzi, fumogeni, bombe di carta, cesoie, coltelli e spranghe d’ogni genere: la distruzione doveva essere un ammonimento non alla nazionale italiana, ma all’Italia in quanto tale, che aveva partecipato alla guerra antiserba nel Kosovo e riconosciuto, insieme con altre sessantuno nazioni, l’indipendenza kosovara nel febbraio 2008. Il momento culminante del raptus mitico lo si è visto nel momento in cui hanno dispiegato la bandiera albanese, con l’aquila bicipite, dandola alle fiamme e tracciando minacciosamente nell’aria il segno ortodosso delle tre dita: «Serbia divina», «Montenegro sacro», «Bosnia fedele». Purtroppo quel sacro gesto cristiano, pervertito dai cetnici delle milizie più estremiste, è stato contraccambiato dal campo di gioco, non si sa se per condivisione o per paura dal capitano Dejan Stankovic. (...)
 

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permalink | inviato da franzmaria il 14/10/2010 alle 22:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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