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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Rassegna Stampa: l'accordo Israele - Hamas per la liberazione di Gilad Shalit
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 13 ottobre 2011


(...) Dunque, la mera cronaca ci dimostra che nei fatti Israele ha spesso trattato con i terroristi per riportare a casa dei soldati rapiti, vivi o morti. Anche se questo significava rafforzare i suoi nemici e cedere ad accordi sbilanciati. Resta da chiedersi il perché. La spiegazione forse è più semplice di quanto non si potrebbe pensare. In un Paese dove le amministrazioni, il governo e i sindacati godono di una stima bassa, l’esercito non è visto come un’istituzione, ma come il cuore della società, senza distinzione tra destra e sinistra.
Tutti in Israele hanno qualcuno nell’esercito: un figlio, una figlia, un marito riservista, o tutte e tre le cose. Per tutti, dai soldati alle loro famiglie, è fondamentale sapere che il governo farebbe qualsiasi cosa per riportarli a casa, vivi o morti. Il governo non ha scelta: se abbandonasse i propri soldati, anche per una causa teoricamente giusta come non cedere ai ricatti, crollerebbe l’intero sistema.
La determinazione a non abbandonare mai i soldati, vivi o morti, è la forza del sistema-Israele e insieme una debolezza che i suoi nemici sanno sfruttare.


















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permalink | inviato da franzmaria il 13/10/2011 alle 1:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Più vicina una guerra in Medio Oriente?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 27 giugno 2010


«gli effetti di un raid aereo potrebbero variare a seconda di chi lo conduce, delle munizioni a disposizione e della capacità di attacco che gli iraniani possono sopportare». (il generale David Petraeus, nel gennaio di quest'anno)
 
L'Iran manda le sue navi contro Israele; o meglio, verso Gaza, ma il significato del gesto è oggettivamente "bellico", al di là di quello che può succedere in mare; si spera che le rispettive diplomazie abbiano già previsto tutti i possibili scenari: questi gesti sono spesso infatti dimostrazioni di forza - non necessariamente violente - che servono a consolidare e certificare erga omnes i posizionamenti delle potenze in campo, in questo caso soprattutto da parte iraniana. 

E' necessario avere presente però che la situazione complessiva va cambiando: fino a qualche mese si era abbastanza confidenti che il conflitto armato fra i due paesi fosse una situazione impensabile e anche un raid preventivo era visto come una soluzione molto difficile sotto diversi versanti; la minaccia di un'escalation era ed è utile soprattutto a Teheran per continuare a giocare sul filo del rasoio con la comunità internazionale e stressare i nervi israeliani, nella realtà contrattando un nuovo ruolo in quell'area attraverso la "moneta di scambio" nucleare.

La tensione portata agli estremi però non può trascinarsi a lungo: c'è stato l'episodio della Mavi Marmara che ha avuto "successo" dal punto di vista della vasta area politica antiisraeliana e che ha irrigidito - al di là delle decisoni di breve periodo - le posizioni di Gerusalemme; c'è stata l'anno scorso l'involuzione interna all'Iran con la repressione delle dimostrazioni di piazza, "scusa politica" per la decisione del regime di chiudersi rispetto alle influenze esterne e di mostrare il suo volto più tetro. 

Ma soprattutto oggi il mondo è meno capace di stare sotto pressione su questo problema, quando già molte altre situazioni richiedono ben maggiore attenzione; Cina e Stati Uniti, mentre trovano un'intesa monetaria, stanno anche facendo prove di governo del mondo e il voto comune per un inasprimento delle sanzioni a Teheran è un segnale importante in questo senso.
 
Ma al di là delle sanzioni è pensabile che il mondo agisca contro l'Iran militarmente? E' un'opzione molto improbabile; forse però sta diventando meno improbabile l'ipotesi di lasciare mano libera in caso di necessità a Israele (il problema è però a quel punto chi valuta la necessità, e Israele vuole essere autonoma da questo punto di vista). 

L'escalation che ne seguirebbe in Medio Oriente, probabilmente è considerata tollerabile e gestibile anche dagli USA, visto che in realtà l'Iran atomico è considerato scomodo non solo da Gerusalemme, che parrebbe trovare inaspettati (si fa per dire) "appoggi" a un eventuale blitz

In un frangente di questo tipo entrano in gioco altri fattori, che possono indurre le potenze maggiori a delegare la questione e però al tempo stesso a trarne - per quel che possibile - il massimo profitto politico: in particolare la scossa di una crisi in Medio oriente potrebbe imporre una cogestione successiva, e facilitare così - forzando le tappe - una cooperazione internazionale difficile (ma a quel punto obbligata), come quella che abbiamo visto tentare con molte difficoltà in questi giorni nel G8-G20.

In breve, le navi iraniane verso Gaza faranno una scommessa grave, che spero fallimentare: ma la questione - comunque vada - non riguarderà solo Teheran e Gerusalemme.

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permalink | inviato da franzmaria il 27/6/2010 alle 21:9 | Versione per la stampa
Ma ancora una volta ha vinto Teheran
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 10 giugno 2010



Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia). 

Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale.

Più in particolare, desta scalpore la presa di posizione turca, perché costituisce l’ennesimo strappo rispetto alla solidarietà atlantica e occidentale su un tema quale la sicurezza collettiva degli Stati membri e i rischi a cui essa è esposta dalla proliferazione nucleare e dalla perdita di prestigio degli Usa. (...)

Tutto ciò accade a meno di 24 ore dall’annuncio iraniano di voler impiegare proprie unità navali «civili» in un nuovo pericolosissimo tentativo di forzare il blocco di Gaza: un’operazione che salda, per mano iraniana, la vicenda di Gaza con quella del programma nucleare di Teheran. Un incidente tra unità israeliane e iraniane al largo di Gaza sarebbe di per sé già gravissimo, perché materializzerebbe lo spettro israeliano di dover fronteggiare la possibile minaccia iraniana su due fronti: in Libano attraverso Hezbollah, e a Gaza attraverso Hamas. In una simile prospettiva la possibilità che Israele non decida un’azione contro l’Iran prima che esso divenga una potenza nucleare dipende solo dall’efficacia delle sanzioni approvate ieri. Ed ecco il secondo punto della nostra analisi. Le nuove sanzioni non sono quelle che gli Stati Uniti auspicavano: erano il massimo che si poteva ottenere, ma il massimo è probabilmente meno del minimo necessario.(...)

È una lotta contro il tempo, in cui le carte buone le ha l’Iran e il tempo gioca a suo favore. Tra l’altro, sanzioni inefficaci non sono solo inutili, ma anche dannose, perché fanno il gioco del regime, alimentando la mentalità da stato di assedio che lo aiuta a radicalizzare il clima interno e massacrare le opposizioni (solo nella giornata di ieri ci sono state 15 impiccagioni). Colpisce, infine, il fatto che gli Usa sembra non riescano a capire se è possibile (e se conviene loro) trasformare il proprio ruolo di protettori di un ordine mediorientale (sempre più fragile) fondato sul predominio israeliano in quello di garante di un nuovo ordine più equo e stabile, ma forse impossibile da raggiungere in queste condizioni. 
Se Benedetto parla come Obama
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 7 giugno 2010


Lucia Annunziata, laStampa, 7 giugno 2010

Se è possibile mischiare cose che si muovono fra cielo e terra senza irriverenza, si potrebbe dire che il Santo Padre ieri si è espresso sul Medio Oriente come un democratico americano. Usiamo questa formula non per sminuire il discorso di Benedetto XVI, ma per sottolineare con chiarezza quanto di nuovo ci sembra sia emerso dal discorso con cui ha detto addio a Cipro, e dal documento che prepara il Sinodo sul Medio Oriente che si terrà a Roma in ottobre. 

La frase che certamente ha avuto più impatto, anche emotivo, riguarda la chiara definizione di responsabilità di Israele: «L’occupazione di Israele dei territori palestinesi sta creando difficoltà nella vita di tutti i giorni, impedendo la libertà di movimento, della vita economica e religiosa», ha detto il Papa, definendola «un’ingiustizia politica imposta ai palestinesi».

Ma è davvero questa una drastica presa di posizione? In realtà su Israele il Vaticano non ha mai avuto toni teneri. (...)

Più rilevante pare oggi una precisazione che sottolinea la gravità dell’occupazione: un atto, dice Benedetto XVI, «che nessun cristiano può giustificare con pretese teologiche». Il riferimento è fra i più duri, e coinvolge quell’enorme movimento di neo-evangelici (in Usa alcuni ne contano 50 milioni) che giustificano con il percorso della fine della storia, l’esistenza di Israele, e militano al suo fianco. È un fenomeno molto conosciuto negli Stati Uniti, che ha avuto il volto soprattutto del predicatore Jerry Falwell, uomo noto per il suo radicalismo repubblicano. 

Forse qui troviamo una chiave di volta del discorso del Papa. Forse è proprio la condanna di ogni estremismo, in qualunque religione, o meglio l’uso della religione come giustificazione di estremismo politico, ad essere il filo che percorre l’intervento di Benedetto XVI. 

Meno risalto hanno avuto ieri le sue parole sul mondo arabo, ma non sono state meno forti. 
Se la relazione con gli ebrei è stata definita «essenziale, benché non facile», quelle «tra cristiani e musulmani sono, più o meno spesso, difficili», ha detto il Papa. E ha introdotto una ragione di distanza fra mondo musulmano e visione cristiana di natura politica oltre che religiosa: «Soprattutto per il fatto che i musulmani non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini». Un taglio netto, e di profonda inconciliabilità, attuato intorno all’idea di cittadinanza, e che in maniera elegante parla dell’essenza di una dittatura.

Benedetto XVI, dunque, ieri non ha risparmiato critiche a nessuno dei protagonismi radicali in Medio Oriente: che sia l’esercizio delle armi di Israele, o il giustificazionismo in nome del Vangelo, o le dittature arabe. (...)

Con il suo discorso del Cairo agli arabi, Obama ha spostato lui stesso l’accento dalla ragione di questo o quello Stato, alle ragioni della cittadinanza: diritti umani, diritti civili, libertà, benessere, ovunque essi vengano violati. Un discorso che certamente ha in parte allontanato gli Usa dal loro ruolo di difensori senza se e senza ma di Israele, che però ha il merito di poter suonare la stessa campana dappertutto, e in tutte le orecchie. Dalla diplomazia, alla società civile, si direbbe in gergo europeo. 

Interessante è dunque che anche il Papa abbia parlato di cittadinanza da recuperare, nel senso dei valori di individuo e di libertà innanzitutto. Benedetto XVI si riferisce ai cristiani. Sappiamo qual è la sua preoccupazione su questo tema alla luce delle persecuzioni che i cristiani subiscono in tutti i Paesi arabi, certo non solo a Gaza o nei Territori ex Occupati della Cisgiordania. L’uccisione in Turchia di padre Padovese è ancora nella testa di tutti. 

Sinistra per Israele sulla vicenda della Freedom Flottilla - RASSEGNA STAMPA
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 1 giugno 2010


In queste ore di grande tensione internazionale, segnalo il comunicato di Sinistra per Israele, che abbiamo elaborato in queste ore in relazione alla tragica operazione israeliana contro la Freedom Flottilla.

Come nostro stile, abbiamo tentato di dire una parola puntuale e al tempo stesso più di riflessione che emotiva, anche se è netta la condanna dell'azione israeliana in quanto sicuramente sproporzionata rispetto al fine di fermare un gruppo di navi, obiettivo che poteva essere raggiunto con altri metodi. Troppi i morti e inaccettabile l'esito per una operazione che poteva essere gestita in maniera diversa. 

Detto ciò, è necessario non perdere la calma e non seguire la retorica violenta che a tratti sta imperversando, sul web e non solo. 

Come sempre in politica internazionale, inoltre, è necessario avere presente tutto il contesto: basti qui citare il ruolo ambiguo che la Turchia sta avendo, ruolo che si sta ridisegnando in un'ottica sempre più aperta al mondo islamico e sempre meno attenta alle ragioni dell'Occidente. 

Per tentare di fornire materiale per comprendere di più le dinamiche e gli attori in gioco, segnalo vari link per una breve rassegna stampa su quanto accaduto e alcuni documenti tratti dal sito dell'ambasciata israeliana.

Ciao

FranzMaria Mariotti

***

IL COMUNICATO DI SINISTRA PER ISRAELE

A poche ore dal drammatico intervento della Marina Israeliana contro la flotta dei pacifisti che hanno tentato di forzare il blocco navale a Gaza, sviluppare un ragionamento a partire dai fatti è difficile ma necessario. 

Prima di ogni altro ragionamento però noi esprimiamo il nostro cordoglio per le vittime della nave Marmara. SpI nasce per ribadire che solo la formula due popoli due stati potrà interrompere la tragedia continua della perdita di vite umane in medioriente.

Una cosa è certa: anche chi come noi non transige sulla sicurezza di Israele, non può esimersi dal considerare la risposta del governo israeliano – al di là dell'eventuale legittimità o meno – come inaccettabile dal punto di vista del costo in vite umane. La Marina Israeliana, che prima dell'azione ha esplicitamente invitato le navi della flottiglia umanitaria a dirottare su un altro porto, ha infatti messo in atto un attacco che appare da diversi punti di vista sproporzionato rispetto alla manovra di rottura dell'embargo; questo anche laddove si accertino le volontà offensive di singoli esponenti del gruppo di pacifisti. Parte dei quali non hanno certo le carte in regola per definirsi "operatori di pace".

Anche se chi forza un blocco militare sa che non può non esserci una reazione, sicuramente il previsto arrivo delle navi con gli aiuti poteva essere gestito dalla leadership israeliana in carica con un approccio diverso che impedisse – o per lo meno limitasse al minimo – un eventuale conflitto.

L'attuale governo israeliano mostra – in questa azione – il deficit di politica che lo sta accompagnando fin dalla sua nascita. E’ necessario che al più presto riprendano i colloqui di pace fra Israele e l'unica legittima Autorità Nazionale Palestinese, emarginando Hamas e altre frange terroristiche, che in questo frangente stanno tentando di riprendere peso nella scena internazionale. Dobbiamo infatti ricordare che causa del duro embargo contro Gaza è anche la scelta terroristica di chi governa quel territorio, scelta che non è mai stata rinnegata.

Per il bene della democrazia israeliana che sappiamo capace di autocorreggersi e dare segni di maturità anche in momenti di gravissima tensione, anche quando è in gioco la sua sopravvivenza,e per tenere accesa la flebile speranza di una pace giusta in medioriente ci auguriamo che venga al più presto stabilita la corretta dinamica dei fatti, e si accertino le responsabilità: Israele si apra alla collaborazione delle autorità internazionali e dell'Unione Europea e avvii una propria inchiesta indipendente. In questo senso è bene anche che venga rapidamente chiarito lo status di tutti gli attivisti fermati.

In ultimo, auspichiamo che altrettanta responsabilità venga da ogni parte coinvolta nella vicenda: è infatti inquietante che le manifestazioni di ieri siano state guidate verso i quartieri a forte presenza ebraica e le sinagoghe di alcune città ; la critica – legittima – contro la politica del governo di Israele non deve mai rischiare di confondersi con forme di antisemitismo; manifestare di fronte ad una sinagoga per i morti a bordo della nave turca significa scegliere come obbiettivo della propria protesta gli ebrei e non il governo d'israele, il che è pericoloso e inaccettabile.

Vogliamo sperare che tutti coloro che lavorano per la pace siano consapevoli di questo rischio gravissimo e faranno di tutto per evitarlo. 

SpI continuerà a lavorare perchè in medioriente si possa giungere ad una giusta conciliazione fra il diritto di Israele a esistere sicuro e il diritto del popolo palestinese ad una propria patria.

Furio Colombo, presidente nazionale di Sinistra per Israele
Emanuele Fiano, segretario nazionale di Sinistra per Israele
Fabio Nicolucci, coord. Sinistra per Israele di Roma
Giorgio Albertini, coord. Sinistra per Israele di Milano
Silvia Cuttin, coord. Sinistra per Israele di Bologna
Ilda Sangalli Miller, coord. Sinistra per Israele di Trento

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RASSEGNA STAMPA







La versione ufficiale di Israele (dal sito dell'ambasciata)

IRAN, l'Occidente dovrà muoversi il meno possibile, almeno in superficie...
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 29 dicembre 2009


L'Occidente si muova il meno possibile: le parole che Gary Sick, negoziatore per gli Stati Uniti con Teheran durante la crisi degli ostaggi del 1979, utilizzò con Repubblica (giugno 2009) per dire che meno faceva l'Occidente sulla crisi iraniana meglio era, temo valgano ancora oggi, anche per ragioni distinte da quelle che Sick esprimeva.

La situazione è delicatissima e l'Occidente (sarebbe da delimitare meglio cosa intendiamo con questa parola: in quest'ottica la collocazione dell'attuale governo turco è per esempio discutibile) non ha "tempo" per "ricalibrare" le sue politiche su un regime diverso da quello attuale. 

Di fatto, lo si dica o meno, l'amministrazione americana e le diplomazie europee possono (e devono) alzare la voce per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, ma al tempo stesso probabilmente sperano e si muovono affinché la situazione non esploda e non deragli.

Di fronte al riemergere delle azioni qaediste e alle nuove tensioni che vedono protagonista la Russia (http://www.corriere.it/esteri/09_dicembre_29/putin-russia-armi_3391b94e-f44a-11de-a1b2-00144f02aabe.shtml), anche in termini per noi quasi vitali (vd. ripetute tensioni sul gas che passa attraverso l'Ucraina, è solo di un'ora fa la notizia di un accordo http://it.euronews.net/2009/12/29/russia-ucraina-accordo-su-rifornimenti-petrolio/), è essenziale non perdere un fattore di stabilità -per quanto "avversa" - come Teheran. 

Detta più semplicisticamente: meglio un nemico certo che una situazione completamente incerta o un amico dubbio (chi è realmente Moussavi? e chi sono i suoi uomini dal punto di vista politico?); anche perché con il nemico certo sei eventualmente autorizzato ad assumere atteggiamenti e risposte che in una situazione più incerta sarebbe più difficile approvare (leggi: bombardamenti mirati alle installazioni nucleari di Teheran).

Vuol dire che dobbiamo stare a guardare senza far nulla? No, la ricchezza delle società occidentali - forse la principale rispetto ad altri regimi e società - è la distinzione fra la struttura dello Stato e la mobilità della società civile; e anche nella logica di un funzionamento a comparti separati (come di fatto è oggi lo Stato moderno) si possono avere diverse azioni contemporanemente: oggi e in futuro, al di là delle politiche ufficiali dei governi, altre strutture degli stati e delle organizzazioni internazionali possono mantenere contatti con l'opposizione iraniana; le associazioni e i partiti politici, al di là del loro schierarsi ufficiale, possono coltivare rapporti, inviare aiuti per quel che possibile, mantenere viva la speranza di un futuro diverso per l'Iran, tentando anche di capire meglio se c'è una effettiva alternativa all'attuale regime o se si rischia di coltivare un sogno senza prospettive, o peggio aiutare altre fazioni liberticide (anche nel 1979 gran parte dell'Occidente tifò per la rivoluzione...)

Il percorso per un Iran veramente libero è molto lungo, e le scorciatoie non sono consentite.

Francesco Maria Mariotti
http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it 

L'Occidente si muova il meno possibile (Repubblica, giugno 2009)
http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=MQXK1

Iran, si stringe la strada del negoziato, Vittorio Emanuele Parsi, laStampa, 29 dicembre 2009
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6792&ID_sezione=&sezione=

"Sarebbe già più che sufficiente l'amore per la libertà a spingerci idealmente accanto ai giovani che a Teheran e in tante altre città iraniane sfidano la violenza tutt’altro che cieca delle squadracce di Ahmadinejad e Khamenei, la triste diarchia che dal golpe bianco della scorsa estate si è impossessata del potere assoluto nella Repubblica islamica. Ma occorre dire che dalla vittoria dell’onda verde, di questo straordinario movimento acefalo, dipendono sempre più anche le residue chances che alla questione del nucleare iraniano possa essere trovata una soluzione insieme accettabile per tutte le parti ed efficace nella sostanza. (...) A lungo in bilico tra timidi tentativi di autoriforma e svolte sempre più autoritarie, in cui persino i labili freni posti all'arbitrio del potere da parte della Costituzione islamica vengono travolti, il regime di Teheran sembra aver imboccato la via di un’ulteriore spinta verso un totalitarismo di tipo nuovo. A rappresentare l'ultima fragile, valorosa barriera per evitare che questo passaggio irrimediabilmente si compia, stanno - soli - gli studenti, i giovani e le donne, che da mesi riempiono le strade e le piazze della capitale, di Isfahan, di Shiraz, e contro cui si abbatte sempre più brutale la repressione del regime. Se falliranno, se Ahmadinejad e Khamenei prevarranno, nulla potrà più arrestare la completa mutazione del regime. Nelle cancellerie occidentali la consapevolezza di tutto ciò sta crescendo, insieme alla certezza che, qualora il regime dovesse trionfare, verranno meno anche le residue, esili speranze di poter trovare qualunque soluzione alla questione del nucleare iraniano. Da quando Khamenei ha deciso di appoggiare il golpe bianco di Ahmadinejad, infatti, le posizioni negoziali iraniane si sono, se possibile, ulteriormente irrigidite e, soprattutto, sono state accompagnate da una serie di atti concreti e calcolate provocazioni, tutte governate dalla strategia del fatto compiuto: dalla sperimentazione di missili a lunga gittata all'apertura di un nuovo sito a Qom, alla messa in funzione di centinaia e centinaia di centrifughe, all’annuncio della prossima apertura di un numero non precisato di ulteriori impianti. (...)

Chi comanda in Iran, Alberto Negri, CIPMO, 2 luglio 2009

http://www.cipmo.org/1501-indice-analisi/chi-comanda-iran.html

Intervista ad Alberto Negri del marzo 2009 

1a parte - http://politicaesocieta.blogosfere.it/2009/03/il-turbante-e-ia-corona-liran-sospeso-tra-nucleare-e-medio-oriente-intervista-ad-alberto-negri.html

2a parte - http://politicaesocieta.blogosfere.it/2009/03/iran-dialogo-con-obama-dopo-i-vantaggi-da-iraq-e-afghanistan-intervista-ad-alberto-negri.html 

A proposito di IRAN - la Newsletter del 2007 del CIPMO, che presenta ancora oggi spunti interessanti di approfondimento

http://www.cipmo.org/archivio-newsletter/newsletter-iran-nucleare.html
Nuovi Terroristi: pista Yemenita?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 26 dicembre 2009


Segnalo l'articolo di Guido Olimpio sul fallito attentato di cui abbiamo notizia in queste ore.
Naturalmente tutte le valutazioni fatte nelle ore immediatamente successive a un evento di questo genere sono da assumere con estrema cautela; da segnalare comunque lo scenario yemenita, già da tempo
oggetto di attenzione degli States (si vedano successivi link a proposito della guerra "segreta" che su questo territorio l'amministrazione USA sta portando avanti, in un complicato intreccio di presenza qaedista e probabili manovre iraniane)

Francesco Maria Mariotti
http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it/

http://www.corriere.it/esteri/09_dicembre_26/attentato-nigeriano-ordigno-olimpio_88b0a076-f1fb-11de-b17d-00144f02aabe.shtml

IL FALLITO ATTENTATO SUL VOLO AMSTERDAM-DETROIT
L'identikit dei neo-terroristi e la pista yemenita Tre le ipotesi possibili sull'azione di Umar Faruk Abdulmutallab, l'attentatore nigeriano

di Guido Olimpio

(...)LA PISTA YEMENITA - Di recente è stato affermato dagli esperti che lo Yemen può diventare il nuovo Afghanistan. E non è un caso che gli americani siano coinvolti, al fianco delle forze locali, nella lotta al terrorismo. Pochi giorni fa c’è stato un raid condotto dagli stessi Usa e alla vigilia di Natale un blitz ha colpito un accampamento. Sembra che tra i bersagli – mancati - ci fosse anche l’imam Anwar Al Awlaki, sospettato di aver ispirato l’autore del massacro a Fort Hood, Texas. La pista yemenita porta poi ad un altro episodio interessante. In agosto un kamikaze proveniente dallo Yemen ha cercato di assassinare il principe saudita Nayaf. La bomba – miniaturizzata – era nascosta nelle mutande o – secondo le autorità – nell’ano. Una ricostruzione presa per buona da alcuni esperti e vista con scetticismo da altri. La terza ipotesi è una combinazione delle prime due. Abdulmutallab è un estremista fai-da-te e si è recato nello Yemen a cercare l’avvallo e magari il supporto tecnico per il suo attacco.

L'analisi del raid Usa dei giorni scorsi sul Corriere
http://www.corriere.it/esteri/09_dicembre_19/yemen-raid-usa-olimpio_91160ffc-ec84-11de-a048-00144f02aabc.shtml

Da Il Foglio del 23/12/2009: Perché Obama bombarda in segreto l'alleato Yemen - il primo colpo di Washington nella guerra tra Arabia Saudita e Iran
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=OYKK7
8 ottobre 2009, Milano - CIPMO: L'Iran a trent'anni dalla rivoluzione
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 28 settembre 2009


Cattedra del Mediterraneo 2009:
giovedì 8 ottobre 2009
ore 17 Sala Conferenze di Palazzo Turati

Via Meravigli 9/b, Milano


"
L'Iran a trent'anni dalla rivoluzione. Quale negoziato dopo l'onda verde?"

Saluto di apertura:
Federico Maria Bega - Responsabile Area Mediterraneo, Medio Oriente e Golfo - Promos, Camera di Commercio di Milano

Presiede:
Janiki Cingoli - Direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Relatori:
Sergio Romano - Editorialista del Corriere della Sera
Bijan Zarmandili - Giornalista per il Gruppo Espresso-Repubblica e scrittore
Alberto Negri - Inviato speciale de Il Sole 24 Ore

In occasione dell’incontro verrà presentato il libro di Alberto Negri: Il turbante e la corona. Iran, trent’anni  dopo (Tropea, 2009).

Per maggiori informazioni:

CIPMO - Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente
Galleria Vittorio Emanuele 11/12
20121 Milano
Tel. 02/86.61.47-09
Fax. 02/86.62.00
www.cipmo.org

Prova di orchestra
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 24 settembre 2009


L'editoriale di Janiki Cingoli, Direttore del centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Il vertice a tre tra Obama, Netanyahu e Abu Mazen, tenutosi a New York non è stato solo una   photo opportunity. La stretta di mano tra i leader israeliano e palestinese ha messo fine ad una incomunicabilità che durava dalla vittoria elettorale di Netanyahu.

Ma l’incontro ha dato modo soprattutto ad Obama di esternare tutta la sua impazienza per il prolungato palleggio negoziale israelo-palestinese, che nelle scorse settimane ha costretto il suo Inviato Speciale George Mitchell ad una spoletta defatigante e senza risultato.(...)

Nelle prossime settimane i contatti di Mitchell con le due delegazioni presenti a New York e tra le due delegazioni dovrebbero ripartire, sotto la supervisione della stessa Hillary Clinton, per arrivare poi a metà ottobre ad un qualche avvenimento ufficiale per la riapertura dei negoziati, già si parla di un possibile vertice a Sharm El-Sheikh.

Nella valutazione del vertice, occorre tener conto di una osservazione assai acuta fatta da Aluf Benn, sul quotidiano israeliano Ha’aretz: l’approccio di Obama è diverso da quello dei precedenti presidenti USA, da Clinton a Bush, che hanno iniziato ad occuparsi di Medio Oriente a fine mandato: egli è all’inizio, ha davanti i prossimi quattro anni e probabilmente sarà rieletto. Per lui il problema non è sottoscrivere un documento (non a caso anche in questo vertice non si è discusso su un possibile comunicato congiunto), è raggiungere l’obbiettivo in una ottica di medio termine, incamerando risultati successivi. Li ha già ottenuti, parzialmente, con Netanyahu, che è stato costretto a accettare la piattaforma due stati due popoli, pur tra mille limitazioni, ha rimosso molti dei blocchi stradali in Cisgiordania e ora è costretto a misurarsi con la questione degli insediamenti; li ha ottenuti in termini di sicurezza dai palestinesi, ed ora i due servizi di sicurezza israeliano e palestinese collaborano come mai prima; e sta cercando di ottenerli da alcuni stati arabi, in termini di passi concreti e intermedi in direzione del riconoscimento di Israele. In questa prospettiva, il vertice va considerato come una tappa, certo rilevante, ma non determinante.

Tuttavia, il disagio crescente per il caotico sviluppo dei contatti negoziali delle ultime settimane deve essere stato assai acuto, nel Presidente USA, se ha sentito il bisogno di convocare il vertice per esprimere la sua posizione e la sua determinazione ad andare avanti, ignorando tutti i rifiuti ricevuti dalle parti in causa, e la crescente confusione che si era venuta determinando.

Viene in mente il film di Fellini, “Prova di orchestra”, quando ogni musicista suona per conto suo, finché non arriva il suono del grande gong, e tutto rientra nell’ordine. Anche a New York il gong di Obama ha suonato, ma non è detto che il concerto cominci.


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permalink | inviato da franzmaria il 24/9/2009 alle 21:55 | Versione per la stampa
La seconda occasione di Obama
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 2 settembre 2009


l'editoriale di Janiki Cingoli, dal sito del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente

Obama si appresterebbe a presentare, in vista della Assemblea Generale dell’ONU di fine settembre, una proposta complessiva di pace per il Medio Oriente. Un primo annuncio è stato dato alcune settimane fa dal ministro della Difesa israeliano Barak, che ha anticipato la richiesta di accogliere il piano. Sulla nuova proposta sono ritornati lo stesso Obama e Mubarak, nella conferenza stampa a conclusione della visita del presidente egiziano a Washington. L’annuncio sarebbe accompagnato da un vertice a tre, con il presidente USA, Netanyahu e Abu Mazen.


Non si sa molto delle caratteristiche del piano. Secondo alcuni potrebbe trattarsi dell’indicazione di un nuovo framework negoziale, con il ribadito richiamo alla Road Map,  l’indicazione del limite di due anni per la conclusione delle trattative, e la rivendicazione di un ruolo più attivo degli USA al tavolo negoziale. Secondo altri, si indicherebbero anche alcune essenziali linee guida sui contenuti, dando priorità alla definizione dei confini dei due stati, rispetto alla questione dei rifugiati e quella di Gerusalemme (malgrado la stretta interconnessione tra questi diversi problemi): ciò consentirebbe di svelenire la stessa questione degli insediamenti, una volta deciso quali tra essi sono destinati a restare israeliani. La proposta includerebbe in una fase successiva anche i contenziosi siriano e libanese, in modo da dare un assetto stabile a tutta la regione.

Il presidente USA, sicuramente, non parte da zero, e ha a disposizione un materiale abbondante e approfondito, dai “parametri” presentati nel 2000 da Clinton, al termine del negoziato di Camp David II, al verbale redatto da Moratinos a Taba, all’inizio del 2001, alla stessa proposta informale del Piano di Pace di Ginevra, del dicembre 2003, che fu appoggiata anche da Rahm Emmanuel, l’attuale Capo di Gabinetto di Obama.

Può interessare sapere che gli annessi particolareggiati di tale piano, i cosiddetti “Annex X”, che non erano stati completati, sono stati perfezionati nel dicembre 2008 a Torino, in un Seminario organizzato dal CIPMO (insieme ai Comitati di Ginevra israeliano e palestinese e al Ministero degli Esteri svizzero), e ora sono andati a integrare la documentazione a disposizione dello Staff presidenziale.

La presentazione del nuovo piano marcherà dunque un salto di qualità nella iniziativa USA, definendo le linee guida della pace possibile, a cui sarà difficile per ognuno delle parti in conflitto opporsi. Se ne sentiva il bisogno.

L’iniziativa mediorientale di Obama, annunciata con grande impatto nel suo discorso de Il Cairo, pare infatti essersi un po’ arenata. Malgrado le grandi attese suscitate soprattutto nel mondo arabo, i risultati sono ancora scarsi: il presidente USA, come sintetizza efficacemente Aluf Benn sul quotidiano israeliano Ha’aretz, si è trovato di fronte tre no: quello israeliano di congelare gli insediamenti, quello palestinese di riprendere il negoziato senza tale congelamento, quello arabo di intraprendere passi concreti in direzione del riconoscimento di Israele, per creare un clima propizio al negoziato.

Lo stesso giornalista ha d’altronde criticato la mancanza di una iniziativa di Obama in grado di parlare alla popolazione israeliana, parallela a quella presa verso il mondo arabo: la stessa sua visita al campo di sterminio di Buchenwald, effettuata il giorno dopo il discorso de Il Cairo, è sembrata più rivolta alla minoranza ebraica americana che alla società israeliana, che non ha visto in essa un gesto di riconoscimento delle ragioni fondative di Israele e dello stesso movimento nazionale ebraico, il sionismo. Ciò ha consentito uno spazio di manovra più ampio a Netanyahu, che nel suo braccio di ferro con gli Usa ha fatto perno su questo diffuso sentimento popolare: secondo l’ultimo sondaggio, solo il 12% della opinione pubblica del paese ritiene che il presidente USA sostenga gli interessi di Israele.

L’analisi del giornalista israeliano risulta in realtà un po’ sommaria, perché in questi mesi dei risultati importanti sono stati raggiunti: Netanyahu, nel suo discorso di risposta alle proposte del presidente USA, tenuto a Bar Ilan, ha finito per riconoscere il principio dei due stati per i due popoli, accettando l’idea di uno Stato palestinese purché esso sia demilitarizzato, Gerusalemme resti indivisa sotto sovranità israeliana, e palestinesi e arabi riconoscano Israele in quanto Stato ebraico. Condizioni ardue, certo, ma che non attenuano l’importanza del passo compiuto, che ha posto il leader israeliano al centro dello scenario politico e del consenso dell’opinione pubblica del suo paese. D’altro canto, il governo israeliano ha adottato significative misure per facilitare la circolazione dei palestinesi in Cisgiordania, rimuovendo molti dei blocchi stradali installati in questi anni dopo l’esplodere della seconda intifada.

Sulla questione del blocco degli insediamenti, l’inviato speciale USA, Mitchell, si è impegnato in un defatigante negoziato con gli israeliani, in particolare con il ministro della difesa Barak, che in questa fase si è proposto come principale interlocutore degli americani, sostituendosi di fatto all’impresentabile ministro degli Esteri Lieberman.

Al centro della trattativa, che dovrebbe essere finalizzato in queste settimane, la proposta di un congelamento a tempo delle costruzioni (si parla di 9 mesi), che non dovrebbe però riguardare le circa 2500 unità abitative già appaltate. Anche su Gerusalemme Est, resterebbe per Israele un margine di ambiguità e di manovra, anche se gli USA si riserverebbero libertà di critica. Per parte sua, il governo ha fatto trapelare la notizia del blocco dei nuovi relativi appalti pubblici , inclusi quelli riguardanti Gerusalemme Est, che però in realtà coprono meno della metà delle iniziative edilizie nelle colonie, in larga misura private. Esso si sarebbe inoltre impegnato a evitare altre iniziative provocatorie, quale la demolizione di abitazioni abusive o l’espulsione di famiglie palestinesi. Rispetto agli avamposti non autorizzati, Barak ancora una volta si è impegnato alla loro rimozione entro pochi mesi, anche se i coloni continuano a crearne dei nuovi.

Quanto ai palestinesi, Abu Mazen è uscito molto rafforzato dalla Conferenza di Al Fatah, la prima dopo venti anni, gestendo con equilibrio il processo di rinnovamento dell’organizzazione, eliminando la parte più impresentabile e sgangherata della vecchia guardia, e aprendo qualche spazio alla nuova guardia, capeggiata dal leader della seconda intifada, Marwan Barghouti, oggi detenuto nelle carceri israeliane, che si è classificato terzo nell’elezione del nuovo Comitato Centrale.

Il presidente dell’ANP ha retto la sfida di Hamas, che ha bloccato l’afflusso dei delegati provenienti da Gaza (a differenza di Israele che salvo rare eccezioni ha consentito l’ingresso ai delegati provenienti dall’estero, anche se coinvolti in atti di terrorismo), e ha fatto approvare un documento politico che rilancia in pieno la scelta negoziale, pur con qualche concessione verbale ai settori più militanti. Egli potrà, quindi, presentarsi al prossimo vertice come un interlocutore più credibile e munito di un ampio mandato politico, se non elettorale.

Infine, per quanto riguarda il mondo arabo, questo resta in generale attestato sulla linea del suo Piano di pace approvato a Beirut nel 2002, su iniziativa saudita, che condiziona il riconoscimento di Israele da parte di tutti gli Stati arabi alla restituzione dei territori arabi occupati nel ’67 e alla creazione di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, insieme ad una soluzione “giusta e concordata” del problema dei rifugiati.

Tuttavia, Oman e Qatar (e probabilmente anche Tunisia e Marocco) avrebbero fatto sapere di essere disposti a accettare la riapertura degli uffici commerciali israeliani, chiusi all’esplodere della seconda intifada, se gli insediamenti vengono bloccati e il negoziato riparte. Resta invece ancora incerta la accettazione della richiesta USA di aprire lo spazio aereo e gli aeroporti arabi agli aerei di Israele, e di erogare visti turistici e di affari ai suoi cittadini.

I più riservati restano proprio gli autori del Piano arabo, i sauditi, probabilmente preoccupati per le aperture statunitensi all’Iran e che hanno la sensazione di essere tenuti ai margini dalla iniziativa del presidente USA, che ha fatto perno su Egitto e Turchia. L’Arabia Saudita si sarebbe comunque impegnata a erogare alcune centinaia di milioni di dollari al Governo palestinese di Ramallah.

Queste reciproche “confidence building measures”, per quanto parziali, sarebbero ugualmente annunciate in occasione del prossimo vertice di fine settembre.

Resta tuttavia l’impressione che l’iniziativa statunitense si sia dispersa in mille particolari, tralasciando il perno centrale, che resta il contenuto della pace possibile: la realtà, è che se non si conosce, almeno nelle grandi linee, dove si vuole arrivare, ognuno resta acquattato sulle sue posizioni, senza voler cedere anzitempo le carte che ritiene di avere in mano. Per questo il carattere della nuova proposta di Obama appare essenziale per rimettere in movimento la situazione. Essa deve essere attentamente calibrata e mirata, per non risultare ancora una volta un semplice annuncio di intenzioni, con il rischio di cadere nelle sabbie mobili di cui il Medio Oriente è disseminato.

Sullo sfondo, essenziali restano le grandi manovre sul nucleare iraniano, dopo il sanguinoso esito delle elezioni presidenziali in quel paese, con il pesante corollario delle susseguenti repressioni: si preannuncia un indurimento delle posizioni americane ed europee, che potrebbe facilitare, sull’altro versante, una maggiore flessibilità israeliana.


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permalink | inviato da franzmaria il 2/9/2009 alle 22:8 | Versione per la stampa
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