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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Energia: Israele punta forte sul Sole
post pubblicato in Alternative, il 4 novembre 2008


Energia: Israele punta forte sul Sole -Tre miliardi di dollari per avere fino al 40per cento del fabbisogno dal deserto del Negev

Francesco Battistini 04 novembre 2008 Corriere della Sera

GERUSALEMME – La chiamano la rivoluzione del sole. Una nuova frontiera energetica. Che viene dopo quella dell’acqua, del deserto fiorito, dei kibbutz collettivisti. Israele lancia il primo, grande investimento per sfruttare l’energia solare in larga scala. 

Nel deserto del Negev, nel profondo sud di Arava. Un accordo con una quindicina fra le più grosse comuni agricole e un obbiettivo che non ha eguali in questa parte di mondo: soddisfare almeno il 20 per cento del fabbisogno nazionale, sognando un giorno di coprire anche il 40 per cento della domanda. Il progetto, gestito dal gruppo Apc (Arava power Company), è un investimento da tre miliardi di dollari (ma s’arriverà anche a 30 miliardi nei prossimi dodici anni) e passa attraverso la più tradizionale delle cellule produttive d’Israele: i kibbutz, appunto, le prime forme di «socialismo» agricolo. Che furono introdotti sessant’anni fa in Medio Oriente e adesso, dopo la diversificazione dalle arance alle materie plastiche e all’elettronica, entrano nell’era dei gigawatt.

PIONIERI - «I kibbutz sono da sempre i nostri pionieri – dice il presidente dell’Apc, Yosef Abramowitz – e il solare non è altro che la continuazione del loro spirito pionieristico». La novità, ammantata d’un po’ di retorica, non è solo economica. La dipendenza da petrolio e gas è, per Israele più che per altri, una questione vitale. La maggior parte delle risorse energetiche è in mano a governi ostili e la crisi non aiuta: secondo le stime dell’Agenzia per l’elettricità, le riserve nazionali caleranno l’anno prossimo del 2 per cento. Di qui l’urgenza di ribaltare la situazione e investire il più rapidamente possibile in fonti alternative. «La maggior parte dei Paesi europei sta puntando a rifornirsi per il 20 per cento d’energie rinnovabili – spiega Binyamin Ben-Eliezer, ministro per le Infrastrutture -, e questo anche se hanno la metà del sole che abbiamo noi. Col nostro potenziale, potremmo arrivare facilmente al 40 per cento». Il progetto piace anche ad alcuni investitori stranieri, dice il governo, «e ci sono già altri kibbutz che hanno chiesto di partecipare».

IL PRIMO IMPIANTO 35 ANNI FA - Lo sfruttamento dell’energia solare in Israele risale ad almeno 35 anni fa, quando a Ketura fu impiantato il primo centro agricolo alimentato soltanto dai pannelli. Oggi i kibbutz sono 256 e le 160mila persone che vivono in queste comuni, il 3,3 per cento della popolazione ebraica, spesso hanno solo un pallido ricordo di quel che fu l’esperienza del 1948, quando vi partecipavano 700mila israeliani e la condivisione dei mezzi di produzione, la redistribuzione del reddito erano ancora considerate una «possibile utopia». Messi in crisi dal declino dell’ideologia, dalle privatizzazioni, dal cambio generazionale, in questi giorni i kibbutz sono tornati di moda nei commenti sulla grande crisi finanziaria mondiale, sul ritorno a un «socialismo» produttivo. La rivoluzione del sole sarà il nuovo avvenire? 


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11 settembre... La libertà degli uomini contro l'orrore
post pubblicato in Alternative, il 11 settembre 2008


L'11 settembre il mondo è cambiato, disse qualcuno dopo l'attacco terroristico alle Torri Gemelle.
Sette anni dopo sembriamo constatare, in particolare con il conflitto russo-georgiano (in trasparenza russo-statunitense, con noi europei a raccogliere i cocci e fare gli infermieri da campo), che in realtà le strutture portanti del mondo globalizzato sembrano ancora essere quelle di un tempo. La faglia est-ovest sembra ancora determinare gran parte dei nostri movimenti, e il protagonismo terroristico ha avuto un dispiegamento particolare, con un frastagliamento e una polverizzazione che potrebbero indurci - erroneamente -in tranquillità.

Forse l'11 settembre è - anche - un'occasione mancata della politica, che dovrebbe essere capace di forzare le tragedie, trasformandole in opportunità. Il pensiero e la pratica neocon - forse sopravvalutati nella valutazione della loro incidenza sulle scelte dell'amministrazione statunitense - hanno tentato tutto sommato l'impresa, ma hanno utilizzato mezzi molto vecchi, financo nella prassi militare. Di fatto si è "esternalizzato" il conflitto in un paese, ritraducendo la logica terroristica in logica bellica classica; e ritrovandosi così - in parte volutamente, in parte no - a giocare di rimessa con interlocutori come l'Iran e la Russia (e con un'altra partita - ma altra fino a a un certo punto - sullo sfondo con la Cina), preoccupanti "avversari", ma paradossalmente non nemici radicali (la dinamica Iran-Israele-States che ci sta tenendo con il fiato sospeso è - al di là delle apparenze retoriche e folli del presidente iraniano - ancora molto giocata infatti su standard classici di battaglia prebellica statuale).

Perdendo "di vista" il nemico terrorista - atomizzato e sfuggente - si è forse persa la possibilità di ridefinirsi, di ridefinirci. Il nemico, il male, possono essere "occasione", violenza che costringe a morire e rinascere.

Quando Churchill e Roosevelt firmarono la Carta atlantica seppero dire parole di libertà anche fin troppo utopistiche (una frase è proprio messa "a slogan" di questo blog), sapendo che le avrebbero essi stessi contraddette; ma la raffigurazione e la realtà del male che si trovavano a fronteggiare li costrinse quasi a definire "a contrario" un'ipotesi politica, la libertà dei mari e dei cieli, e delle persone, e la libertà dei popoli di scegliere il loro destino. E l'Europa che è nata dopo le macerie della seconda guerra mondiale e dopo l'orrore dei campi di sterminio ha saputo dire parole alte sulla sacralità dei diritti della persona.
Il mondo seppe combattere, seppe capire (anche se terribilmente tardi...)

(non è "necessario" il male, perché il bene si mostri; ma il male può essere l'ostacolo sul quale il bene fa il salto più alto, l'avversario che rende più forte il bene, più disincantato, più duro... siate astuti come serpenti, dice il Maestro)

Quale dunque l'occasiona mancata, o ancora non colta, dell'11 settembre?

All'atomizzazione del male non puoi rispondere con il gigantismo dei Leviatani; essi non possono che rispondere aggiungendo sicurezza artificiale su sicurezza artificiale; non possono che arrivare, molesti e ingombranti come l'animale che Dio sconfisse nel "porre ordine" sul mondo, alla tortura di Guantanamo, all'eccesso di reazione degli eserciti, ai danni collaterali delle bombe intelligenti ma inevitabilmente sommarie.
Le guerre sono a volte necessarie, ma deve esserci l'intelligenza di vedere nella penombra della storia, per evitare che il sangue caduto sia sparso inutilmente.

L'atomizzazione del terrorismo poteva forse suggerirci che il nostro "corpo politico" stava andando incontro a una mutazione profonda. E' anche per questo che oggi Stati e Parlamenti ci appaiono inutili, incapaci di regolare un mondo sempre più friabile e convulso; perché tutti noi siamo radicalmente slegati dalla comunità, tutti noi siamo sempre più atomi fra atomi, che vogliono scegliere, qui ribellandosi al fisco, altrove migrando (ed è sacro il diritto di chi fugge dalla fame e dalla sete).

Il nemico incontrollabile ci suggerisce "in forma di incubo" che i nostri "corpi politici" lo imiteranno, rendendosi flessibili, impalpabili, leggeri, permeabili a tutto. Frantumabili e ricomponibili di continuo.

Gli Stati - anche utilizzando in parte correttamente la motivazione (la scusa?) del terrorismo e del panico economico - continueranno ulteriormente a legiferare, a ispezionare, a "rinsaldare" comunità sempre più vuote di motivazione: inevitabile sforzo, ma destinato in ultimo a un continuo fallimento.

Per questo dobbiamo pensare a un nuovo diritto delle genti, dei popoli, ma soprattutto delle persone.
Perché genti, popoli, comunità e stati ormai si rivelano nella loro artificialità, nella loro falsità di "idoli", di costruzioni pesanti, a tratti insopportabili.

Il cammino della persona umana, della sua emancipazione, è al tempo stesso ancora da iniziare, ma già maturo, e deve forse passare ad uno stadio più avanzato di quello raggiunto dopo la seconda guerra mondiale. Certo, l'abitudine di pensare per collettività e per generi, per gregge e per popoli, è dura a perdersi. Ma la nostra "vocazione" - non la nostra natura - è fatta di libertà, non di schiavitù, è fatta di indipendenza, non di appartenenza al gregge. La nostra vocazione è di cooperazione fra eguali, e non di sottomissione.

Un dirittto delle persone, realmente universale, realmente legato all'individuo e non alla collettività che lo circonda; a questo aspiriamo.

La sacralità della persona e della sua dignità, della sua libertà di movimento e di affermazione, anche contro la sua comunità di origine; contro l'autodeterminazione dei popoli (foriera di tante mostruosità) l'autodeterminazione delle donne e degli uomini, degli individui che scelgono il loro destino, il loro nome, la loro storia.

Questa la Carta che gli Alleati oggi devono firmare, contro quell'11 settembre di terrore e di morte.
E contro la paura del faraone, che ci vorrebbe ancora schiavi.




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Alternativa energetica. "Il sole non è soggetto ai monopoli"
post pubblicato in Alternative, il 22 agosto 2008


Mondi e Politiche ripropone un'intervista a Carlo Rubbia, sull'unica vera alternativa energetica: il sole; in un momento come questo anche una visione radicale può aiutarci, anche se accettata solo in parte e non integralmente, nel doveroso compito di costruire una politica per l'Europa
FMM

Rubbia: "Né petrolio né carbone soltanto il sole può darci energia"
di GIOVANNI VALENTINI (Repubblica, 30 marzo 2008)

GINEVRA - Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d'eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l'Organizzazione europea per la ricerca nucleare. Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s'è ritirato a studiare e lavorare, dopo l'indegna estromissione dalla presidenza dell'Enea, il nostro ente nazionale per l'energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.

Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, "con particolare riferimento - come si legge nel decreto del ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio - al solare termodinamico a concentrazione". Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l'energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio mentre parliamo, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ministro dell'Ambiente e d'intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.

Prima di rispondere alle domande dell'intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.

Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell'Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l'Agenzia internazionale per l'energia. Un "outlook", come si dice in gergo, sull'andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.

Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l'outlook della IEA e l'effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall'Agenzia nel corso del tempo. In pratica, dal 2000 in poi, l'oro nero s'è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. "Il messaggio dell'Agenzia - si legge a pagina 71 del rapporto tedesco - lancia un falso segnale agli uomini politici, all'industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media".

Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell'Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall'Agenzia. E anche qui, "i risultati per lo scenario peggiore - scrivono i tedeschi - sono molto vicini ai risultati dell'EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici". C'è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell'andamento del prezzo e c'è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.

Passiamo all'uranio, il combustibile per l'energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall'Energy Watch Group, si documenta che fino all'epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal '90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.

Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell'energia?
"Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l'oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".

Eppure, dagli Stati Uniti all'Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c'è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
"Sa quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l'arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".

Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?
"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo".

In che cosa consiste?
"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".

Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
"E' già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".

Ora c'è anche il cosiddetto "carbone pulito". La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s'è detta favorevole...
"Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso".

E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l'uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l'alternativa?
"Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità".

Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti...
"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l'uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".

Il sole, però, non c'è sempre e invece l'energia occorre di giorno e di notte, d'estate e d'inverno.
"D'accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".

Se è così semplice, perché allora non si fa?
"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".

(30 marzo 2008)


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