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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Rimaniamo uniti in Cristo
post pubblicato in Cristiani, il 2 gennaio 2011


CITTA' DEL VATICANO - Il Papa ha «appreso con dolore la notizia del grave attentato contro la comunità cristiana copta compiuto ad Alessandria d'Egitto». Parlando all'Angelus in piazza San Pietro, Benedetto XVI ha detto che «questo vile gesto di morte, come quello di mettere bombe ora anche vicino alle case dei cristiani in Iraq per costringerli ad andarsene, offende Dio e l'umanità intera, che proprio ieri ha pregato per la pace e ha iniziato con speranza un nuovo anno».
«CRISTIANI NEL MIRINO» - In una piazza San Pietro gremita da migliaia di persone, il Papa ha aggiunto che «davanti a questa strategia di violenze che ha di mira i cristiani, e ha conseguenze su tutta la popolazione, prego per le vittime e i familiari, e incoraggio le comunità ecclesiali a perseverare nella fede e nella testimonianza di non violenza che ci viene dal Vangelo. Penso anche ai numerosi operatori pastorali uccisi nel 2010 in varie ugualmente il nostro affettuoso ricordo davanti al Signore. Rimaniamo uniti in Cristo, nostra speranza e nostra pace».(Fonte: Ansa)

http://www.corriere.it/cronache/11_gennaio_02/papa-attentato-alessandria-gesto-vile_57feeeb0-1662-11e0-9c76-00144f02aabc.shtml



Sono almeno due i piani di lettura che si possono scegliere per spiegare i gravissimi attentati anticristiani di Alessandria d’Egitto: il primo concentrato sulle peculiarità proprie del più importante dei Paesi arabi, il secondo più attento alle dinamiche complessive del Medio Oriente e al peggioramento generale delle condizioni di sicurezza (ma dovremmo dire di sopravvivenza) dei cristiani in tutto il mondo arabo e islamico.
Il mio punto di vista è che essi sono talmente intrecciati che devono essere tenuti contemporaneamente presenti se si vuole capire davvero la portata degli eventi cui stiamo assistendo.
Quello che appare essere in atto in tutto il Medio Oriente è una vera e propria spinta a omogeneizzare il tessuto sociale dal punto di vista religioso. Per lungo tempo il mondo musulmano ha conosciuto la piaga della rivolta contro i propri leader ritenuti corrotti e (intimamente) apostati da parte di movimenti che si autoproclamavano i soli interpreti autentici del messaggio del Profeta. Pensando all’Egitto, il pensiero corre immediatamente a Anwar el Sadat, il coraggioso presidente del viaggio a Gerusalemme che venne assassinato da appartenenti ai Fratelli Musulmani pochi anni dopo aver stipulato i primi accordi di pace con Israele. In campo sciita, con tutti i necessari distinguo, impossibile non ricordare la rivoluzione khomeinista, che portò alla caduta dello scià Reza Pahlavi e all’instaurazione della Repubblica islamica.(...)
In quella che agli occhi dei fondamentalisti violenti è una fitna (una lotta interna al mondo musulmano contro gli apostati e gli eretici), da oltre un decennio è però divampata una vera e propria jihad il cui scopo è purificare la società dalla presenza cristiana. In parte questo è dovuto alla semplicistica sovrapposizione tra cristianesimo e Occidente, che ha accompagnato la progressiva marginalizzazione politica del primo e l’ascesa del secondo nel corso soprattutto del Novecento. Ma in parte è anche legata all’obiettivo di rendere religiosamente uniformi le società arabe, così che il messaggio che associa in maniera esclusiva la rivolta politica e la sua declinazione islamista radicale non trovi più alcun ostacolo.
D’altra parte, nei tanti regimi illiberali che da sempre costellano la regione, i cristiani avevano trovato protezione (e non diritti) in quanto comunità politicamente sottomessa al potere costituito, e non come individui, come del resto la stessa tradizione coranica e la lunga consuetudine della dominazione prima araba poi ottomana avevano loro insegnato. Ecco allora che è sempre stato particolarmente facile e odioso additarne i loro esponenti come «manutengoli» del tiranno, legati a lui ma estranei al corpo di una società beceramente immaginata e violentemente modellata come monolitica.
L’Egitto è tradizionalmente il Paese più importante del mondo arabo, il solo vero alleato (e non cliente) americano in quel mondo. Al Cairo Obama scelse di tenere il suo importante e infruttuoso discorso ai musulmani del mondo. A distanza di circa due anni da allora, il regime è sempre più avviluppato in una crisi di transizione di cui non vede un’uscita che possa essere auspicabile, dove l’introduzione di elezioni fantoccio ha contribuito a esasperare la tensione politica e sociale, e dove il futuro di una minoranza cristiana che risale a quasi duemila anni orsono appare sempre più nero.




permalink | inviato da franzmaria il 2/1/2011 alle 22:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
mobilitazioni...
post pubblicato in Cristiani, il 11 settembre 2010


Mi piacerebbe che il mondo si mobilitasse contro l'eccidio dei cristiani in alcuni paesi - così come contro qualsiasi tentativo di annientare violentemente una fede - quanto si sta mobilitando contro il rogo di libri sacri, evento inutile e folle, inventato da un fesso e "valorizzato" da massmedia prigionieri del loro stesso funzionamento



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Monsignor Luigi Padovese
post pubblicato in Cristiani, il 14 giugno 2010


Dal sito de Il foglio, una cronaca -a firma di Maurizio Crippa- dei funerali di monsignor Luigi Padovese, martire

Per primi entrano i cappuccini, con i sandali ai piedi e la cotta bianca sopra al saio. Portano loro la Croce. Dietro sono una quarantina i vescovi di tutt’Europa e dell’Anatolia, l’arcivescovo Edmond Farhat, nunzio apostolico in Libano, a rappresentare la Santa Sede. La bara spoglia, sopra solo il Vangelo aperto, è già lì per terra davanti all’altare. Dentro al Duomo sembra quasi che sia la presenza di monsignor Luigi Padovese a guidare i gesti dei suoi confratelli nell’episcopato. Funerali solenni, rito religioso, saluto commosso a un fratello nella fede. Per una volta, le formule vuote descrivono un fatto pieno di senso. E’ il rito della chiesa di Ambrogio e Carlo che saluta un suo figlio sacerdote. Per quanto il vicario apostolico dell’Anatolia ucciso il 3 giugno non fosse sacerdote diocesano ma padre cappuccino, figlio di Francesco e della grande vocazione missionaria fiorita nel secolo della riforma cattolica. Ma era partito da qui, aveva studiato i padri della chiesa dell’Asia minore, era diventato biblista e, a Milano, amico del cardinale Carlo Maria Martini. La chiesa ambrosiana ha del resto un filo sottile ma tenace che la lega alla chiesa apostolica di Turchia. 

(...)Nell’ottobre 2009 Padovese aveva scritto: “La vita non viene più dalla morte e dal sacrificio di altri, ma piuttosto nell’offerta di sé, dalla morte di sé per la vita di altri. E’ la fine della violenza! E’ una offerta volontaria!”. Il leitmotiv dell’omelia di Tettamanzi è un versetto di Giovanni: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto”. Lo stesso che il cardinale Camillo Ruini aveva citato quattro anni fa, per don Andrea Santoro.  Ruini disse che la “fine violenta” di don Santoro poteva portare “a concludere che si illudeva”. Il suo era invece “il tipico coraggio dei martiri”. E aveva ribadito: “Fin da adesso sono interiormente persuaso che nel sacrificio di don Andrea ricorrono tutti gli elementi costitutivi del martirio cristiano”. Non dice persecuzione, Tettamanzi, ma parla di “una chiesa di minoranza, spesso sofferente e provata”. Il martirio c’è, nessuno ovviamente ha bisogno di dare un nome alla causa. Ma le letture della liturgia, diversamente dal consueto, sono brani dalla Passione di Luca e Matteo.

Solo alla fine sono più dirette, dure, le parole di monsignor Ruggero Franceschini, il vescovo di Smirne che proprio non vuole “ingannare nessuno davanti a questa bara”. Dice che la chiesa di Anatolia è un “piccolo gregge disperso e ora anche colpito, sgomento, impaurito”, troppo fragile oggi “per fronteggiare il male che l’ha colpita, troppo povera per trovare in se stessa le risorse per continuare a sperare almeno di esistere”. Ricorda che Padovese non aveva avuto paura ammonire i suoi figli: “Tra tutti i paesi di antica tradizione cristiana – aveva detto – nessuno ha avuto tanti martiri come la Turchia. La terra che calpestiamo è stata lavata con il sangue di tanti martiri che hanno scelto di morire per Cristo anziché rinnegarlo”.(...)




permalink | inviato da franzmaria il 14/6/2010 alle 21:47 | Versione per la stampa
La croce e la letizia (Benedetto XVI)
post pubblicato in Cristiani, il 7 giugno 2010


Da sito di Sandro Magister traggo un bellissimo brano dell'omelia di Benedetto XVI a Nicosia (sabato 5 giugno)
FMM

(...) La croce, pertanto, è qualcosa di più grande e misterioso di quanto a prima vista possa apparire. Indubbiamente è uno strumento di tortura, di sofferenza e di sconfitta, ma allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il simbolo più eloquente della speranza che il mondo abbia mai visto. Parla a tutti coloro che soffrono – gli oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime della violenza – ed offre loro la speranza che Dio può trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro isolamento in comunione, la loro morte in vita. Offre speranza senza limiti al nostro mondo decaduto.

Ecco perché il mondo ha bisogno della croce. Essa non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno della società, ed il suo significato più profondo non ha nulla a che fare con l’imposizione forzata di un credo o di una filosofia. Parla di speranza, parla di amore, parla della vittoria della non violenza sull’oppressione, parla di Dio che innalza gli umili, dà forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere l’odio con l’amore. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza, un mondo in cui la tortura e la brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e l’avidità avrebbe la parola ultima. L’inumanità dell’uomo nei confronti dell’uomo si manifesterebbe in modi ancor più orrendi, e non ci sarebbe la parola fine al cerchio malefico della violenza. Solo la croce vi pone fine. Mentre nessun potere terreno può salvarci dalle conseguenze del nostro peccato, e nessuna potenza terrena può sconfiggere l’ingiustizia sin dalla sua sorgente, tuttavia l’intervento salvifico del nostro Dio misericordioso ha trasformato la realtà del peccato e della morte nel suo opposto. Questo è quanto celebriamo quando diamo gloria alla croce del Redentore. Giustamente sant’Andrea di Creta descrive la croce come “più nobile e preziosa di qualsiasi cosa sulla terra […], poiché in essa e mediante di essa e per essa tutta la ricchezza della nostra salvezza è stata accumulata e a noi restituita” (Oratio X, PG 97, 1018-1019).

Cari fratelli sacerdoti, cari religiosi, cari catechisti, il messaggio della croce è stato affidato a noi, così che possiamo offrire speranza al mondo. Quando proclamiamo Cristo crocifisso, non proclamiamo noi stessi, ma lui. Non offriamo la nostra sapienza al mondo, non parliamo dei nostri propri meriti, ma fungiamo da canali della sua sapienza, del suo amore, dei suoi meriti salvifici. Sappiamo di essere semplicemente dei vasi fatti di creta e, tuttavia, sorprendentemente siamo stati scelti per essere araldi della verità salvifica che il mondo ha bisogno di udire. Non stanchiamoci mai di meravigliarci di fronte alla grazia straordinaria che ci è stata data, non cessiamo mai di riconoscere la nostra indegnità, ma allo stesso tempo sforziamoci sempre di diventare meno indegni della nostra nobile chiamata, in modo da non indebolire mediante i nostri errori e le nostre cadute la credibilità della nostra testimonianza.

In questo Anno Sacerdotale permettetemi di rivolgere una parola speciale ai sacerdoti oggi qui presenti e a quanti si preparano all’ordinazione. Riflettete sulle parole pronunciate al novello sacerdote dal Vescovo, mentre gli presenta il calice e la patena: “Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”.

Mentre proclamiamo la croce di Cristo, cerchiamo sempre di imitare l’amore disinteressato di colui che offrì se stesso per noi sull’altare della croce, di colui che è allo stesso tempo sacerdote e vittima, di colui nella cui persona parliamo ed agiamo quando esercitiamo il ministero ricevuto. Nel riflettere sulle nostre mancanze, sia individualmente sia collettivamente, riconosciamo umilmente di aver meritato il castigo che lui, l’Agnello innocente, ha patito in nostra vece. E se, in accordo con quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle sofferenze di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua gloria.

Nei miei pensieri e nelle mie preghiere mi ricordo in modo speciale dei molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in questi momenti una particolare chiamata a conformare le proprie vite al mistero della croce del Signore. Dove i cristiani sono in minoranza, dove soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose, molte famiglie prendono la decisione di andare via, e anche i pastori sono tentati di fare lo stesso. In situazioni come queste, tuttavia, un sacerdote, una comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e continua a dar testimonianza a Cristo è un segno straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella Regione. La loro sola presenza è un’espressione eloquente del Vangelo della pace, della decisione del Buon Pastore di prendersi cura di tutte le pecore, dell’incrollabile impegno della Chiesa al dialogo, alla riconciliazione e all’amorevole accettazione dell’altro. Abbracciando la croce loro offerta, i sacerdoti e i religiosi del Medio Oriente possono realmente irradiare la speranza che è al cuore del mistero che celebriamo nella liturgia odierna.

Rinfranchiamoci con le parole della seconda lettura di oggi  (Filippesi 2, 5-11), che parla così bene del trionfo riservato a Cristo dopo la morte in croce, un trionfo che siamo invitati a condividere. “Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra”. Sì, amati fratelli e sorelle in Cristo, lungi da noi la gloria che non sia quella nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Galati 6, 14). Lui è la nostra vita, la nostra salvezza e la nostra risurrezione. Per lui noi siamo stati salvati e resi liberi.



permalink | inviato da franzmaria il 7/6/2010 alle 22:53 | Versione per la stampa
Mons. Padovese: l'omicidio di don Santoro è una ferita ancora aperta
post pubblicato in Cristiani, il 3 giugno 2010


Attraverso il sito de il Foglio, recupero l'ultima intervista di Mons.Padovese rilasciata a Il Sussidiario nel febbraio del 2009
FMM

(...) «La mia diocesi comprende quasi i due terzi dell’intera Turchia: circa 480.000 km quadrati. Un’estensione vastissima in cui vivono tra i 2500 e i 3000 cattolici.

 

Un numero approssimativo, in realtà non riusciamo a calcolare meglio il numero dei cristiani perché mancano le parrocchie che terrebbero registrati i fedeli». I cristiani che abitano il Paese sono 90, 100 mila con un infinità di riti, lingue, e tradizioni. Latini, Armeni cattolici e gregoriani, Ortodossi, Caldei e Siro-cattolici, Maroniti, Melchiti o protestanti, insomma, «un panorama ecumenico variegato. Forse il più variegato sulla faccia della terra. Le componenti hanno radici storiche profonde: la comunità armena è nata in Turchia come la siriana e quella caldea… ed evidentemente anche la Chiesa ortodossa… Costantinopoli, no?». (...)


Il discorso varia a seconda della regioni, «nelle grandi città come Istanbul, Smirne, Mersin, Antiochia… – ad eccezione di alcuni atti di violenza e intimidazione che si sono verificati negli anni passati – i rapporti con il mondo musulmano sono buoni. La situazione della Turchia non è legata tanto alla presenza dell’Islam, cui appartiene più del 99% della popolazione, e alla sua predicazione, quanto piuttosto a una sorta di nazionalismo che vede il cristianesimo come un fenomeno estraneo alla cultura turca». Per questo motivo «molti cristiani – non tutti – hanno scelto l’anonimato, di non comparire o mettere sui documenti che sono musulmani. Fortunatamente oggi molti giovani stanno prendendo consapevolezza della propria identità cristiana. Ma il cammino è lungo perché in questa situazione – con un numero ridotto di sacerdoti e precarietà di mezzi economici…–, spesso non abbiamo possibilità di fare arrivare messaggi. Molti mantengono la fede dei padri come si conserva in casa un quadro prezioso del quale non conoscono pienamente il valore. Il nostro impegno è proprio quello di dire “guardate che questo è un quadro d’autore”. C’è molta ignoranza e quelli che sono rimasti cristiani a volte hanno lottato con grande difficoltà, rimanendo fedeli ad un’identità che, però, va scoperta, approfondita…». (...)

 


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permalink | inviato da franzmaria il 3/6/2010 alle 21:3 | Versione per la stampa
don Luigi Sturzo
post pubblicato in Cristiani, il 9 agosto 2009


don Luigi Sturzo, Lungo monologo sullo statalismo, da La Via, 1° dicembre 1952

(...) Le circostanze della guerra e del dopo-guerra, la caduta dell’impalcatura economica e amministrativa del paese, la necessità e l’urgenza di provvedimenti, portarono ad un massimo intervento statale. E mentre si esaltavano i principi della libertà, dell’autonomia istituzionale, del decentramento amministrativo, nel campo pratico si era obbligati a operare in senso unico accentratore e statale, perché la strumentalità burocratica e la mentalità erano orientate quasi esclusivamente verso lo stato. (...)

Quando Crispi, con la legge 17 luglio 1890 concentrò le opere pie di beneficienza e le pose sotto la diretta sorveglianza dello stato, i cattolici italiani si levarono in piedi come un sol uomo, e chi scrive, diciannovenne, fece la sua prima battaglia antistatalista. Oggi si può tollerare l’art. 25 del codice civile che mette tutte le fondazioni libere e private sotto la vigilanza e il controllo dello stato, che può arrivare a scioglierne le amministrazioni, mandare commissari e modificare statuti? Quale interesse hanno mostrato i cattolici a rivendicare in Italia quella libertà, che su questo punto esiste in tutti gli stati civili?
Perfino la scuola materna è insidiata, e si vuole farla passare sotto l’ingerenza diretta dello stato; attendo di vedere quale sarà la reazione degli amici democratici cristiani.

Lo statalismo economico è venuto per ultimo, ma non è meno pericoloso. Non ho mai negato l’intervento dello stato in difesa dai diritti del lavoro; tale intervento fu dichiarato un dovere dalla Rerum Novarum. Ma Leone XIII insistette sui principi della libertà dei sindacati, del rispetto della proprietà insieme alla funzione sociale di essa; sulla collaborazione fra le classi; è bene non dimenticare questi punti, prima di arrivare a volere affidare allo stato, direttamente o attraverso i suoi enti (che superano il migliaio), economia e interessi sociali.

Nel mio articolo «Stato democratico e statalismo» precisai in che senso possa parlarsi di leggi economiche, che fanno parte del necessario condizionamento di tutta l’attività umana. La quale è pertanto dotata di un dinamismo interiore e di forza creativa da potere trasformare l’economia dell’oggi come ha trasformato nei secoli le economie del passato.
Ma guai che un uomo, un gruppo di uomini, pensino di modificare il mondo con la bacchetta magica del potere statale, credendosi onnipotenti, mentre dovrebbero sentirsi umili cooperatori delle forze sociali nel loro progressivo sviluppo. La storia ci dice quante lacrime e sangue sono costate le rivoluzioni sociali e i cambiamenti politici che le accompagnano.(...)

Lo statalismo non risolve mai i problemi economici e per di più impoverisce le risorse nazionali, complica le attività individuali, non solo nella vita materiale e negli affari, ma anche nella vita dello spirito.
Può darsi che i miei amici non comprendano più il significato del termine statalismo nella sua accezione originaria (dal francese étatisme) che serve ad indicare l’eccesso e la degenerazione dell’attività statale, da non confondersi con i compiti, i doveri e i diritti dello stato.

Il disuso del termine statalismo è significativo, indica la perdita della bussola, che dall’individuo si va a cercare nello stato onnipresente, onnipotente, monopolista e fattore unico della vita di un paese.


Alberto Mingardi sul Riformista


Luigi Sturzo moriva l'8 agosto di cinquant'anni fa. Non mancano quest'anno le occasioni per ricordare il sacerdote di Caltagirone, grazie in special modo all'Istituto Sturzo ora presieduto da Roberto Mazzotta. Tuttavia, visto che l'avvenimento politico indimenticabile della sua vita è la fondazione del Partito popolare nel 1919, tutto il resto rischia di finire svilito al rango di dettaglio. L'aver inaugurato un grande "mezzo" può portare a sminuire i tanti "messaggi" di Luigi Sturzo.

Un messaggio di quelli facili a dimenticarsi è il liberismo di don Sturzo, «liberale manchesteriano» reo confesso e pertanto serenamente perdente, senz'altro il più importante esponente di una battaglia di giusta retroguardia, che nel secondo dopoguerra lo contò fra i pochissimi in Italia ad opporsi all'avanzata dello Stato padrone.

Non è un caso che a fare di Sturzo un senatore a vita sia stato Luigi Einaudi, e che fra i suoi "fan" più sinceri vi fosse Piero Gobetti. Era inevitabile che Gobetti apprezzasse il Partito Popolare come veicolo per «fare entrare nella vita pubblica per la prima volta» contadini e piccoli proprietari, ma all'entusiasmo politico si sommava l'apprezzamento per le idee. Sturzo era, per Gobetti, un «liberale conservatore», del genus che all'Italia tanto mancava. E, per inciso, «soltanto la sua abilità e la profonda onestà ideale seppero evitare all'equivoca azione del partito [popolare] i due scogli dell'eresia, che gli avrebbe tolto ogni importanza pratica, e del confessionalismo che l'avrebbe ridotto idealmente a un'inerte contraddizione
». (...)

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permalink | inviato da franzmaria il 9/8/2009 alle 20:13 | Versione per la stampa
Mons. Sako: incentivare l’esodo dei cristiani è un danno per tutto l’Iraq
post pubblicato in Cristiani, il 1 dicembre 2008


L’Unione Europea ha annunciato di voler accogliere fino a 10mila profughi iracheni, in esilio in Siria e Giordania. L’arcivescovo di Kirkuk si dice contrario a una fuga di massa dei cristiani dalla loro terra d’origine e denuncia l’assenza di una leadership politica che promuova l’unità. Andarsene implica “tradire il senso del messaggio cristiano”.

Kirkuk (AsiaNews) – Accogliere i rifugiati è doveroso, ma ancora più importante è “eliminare le cause alla base della fuga” e permettere alle persone di “vivere in pace e armonia nella loro terra”. È il senso del messaggio che mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, lancia attraverso AsiaNews sulla questione dei profughi iracheni.

Il 27 novembre l’Unione Europea ha annunciato di essere pronta ad accogliere fino a 10mila rifugiati iracheni, la maggior parte dei quali vive in esilio in Siria e Giordania, in mezzo a stenti e sofferenze. “Fare una sanatoria di questo genere – continua mons. Sako – è come dire ai cristiani di fuggire, di andarsene via dall’Iraq. Oggi 10mila, domani altri 10mila fino al giorno in cui il Paese non si svuoterà della presenza cristiana”. Il prelato ribadisce che non ci si può limitare “ad accogliere i rifugiati”, ma bisogna predisporre “tutte le iniziative necessarie per favorirne la permanenza”.  (... continua sul sito AsiaNews)


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permalink | inviato da franzmaria il 1/12/2008 alle 22:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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