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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
Gaza, il puzzle del negoziato
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 11 gennaio 2009


di Janiki Cingoli, Centro per la pace in Medio Oriente (08-01-2009)

Nella sua prima dichiarazione Obama ha espresso profonda preoccupazione per le vittime civili a Gaza e in Israele. Essa costituisce un campanello d’allarme che Israele non può trascurare, nel giorno in cui si devono contare oltre quaranta vittime palestinesi nella scuola Onu nel campo profughi di Jabaliya. Il nuovo presidente ha inoltre preannunciato un serrato impegno della sua amministrazione sulla questione mediorientale, subito dopo il suo insediamento del prossimo 20 gennaio.

Il rinvio della terza fase offensiva
L’offensiva israeliana sta attraversando un’ulteriore momento di transizione nel quale gli obbiettivi che potevano essere perseguiti nelle prime due fasi, con l’attacco aereo e la prima invasione di terra, sono stati sostanzialmente esauriti. Cresce intanto il numero delle perdite israeliane, ed in misura assai più forte di quelle palestinesi che hanno oramai oltrepassato le 700. Il Gabinetto ristretto israeliano, pur ratificandola in via di principio, ha peraltro deciso di rinviare la terza fase dell’offensiva (che punterebbe sulle zone più popolate, a partire dalla Città di Gaza e dai campi profughi più popolati) di fronte allo sviluppo delle diverse iniziative internazionali volte ad ottenere una cessazione delle ostilità. Si tratta di diverse iniziative parallele della Ue, della Francia, della Turchia, dell’Egitto (insieme ad altri paesi arabi) spesso concomitanti e talora in aperta concorrenza tra loro.

La proposta franco-egiziana
Tuttavia l’iniziativa europea, mal guidata dalla nuova presidenza cecoslovacca considerata troppo filo-israeliana, è presto evaporata e ora l’attenzione pare concentrarsi sempre più su una proposta avanzata congiuntamente da Mubarak e Sarkozy a Sharm al-Sheikh. Lo stesso Olmert ha annunciato attraverso il suo portavoce di guardare ad essa con attenzione. La proposta è stata sostenuta anche da Condoleeza Rice (che ha richiesto un cessate il fuoco che duri, che porti reale sicurezza e che sia sostenibile) e da un sempre più appannato Abu Mazen, nei loro interventi al Consiglio di Sicurezza. La proposta contemplerebbe un immediato cessate il fuoco (non è chiaro se sulle attuali linee di fuoco) e l’avvio di un negoziato, della durata di due-tre mesi, sui problemi di lungo termine relativi sia alla questione della sicurezza sul confine egiziano, sia alla cessazione del blocco israeliano nella striscia.
In realtà la proposta si dirama attraverso canali paralleli di contatto e di contrattazione in corso.
Uno, che coinvolge egiziani, francesi e Usa, è volto a discutere l’ipotesi del dislocamento di ingegneri militari statunitensi sulla parte egiziana del confine per controllare e impedire il rifornimento di armi ad Hamas attraverso i tunnel (ma anche via mare, secondo una proposta francese, attraverso la creazione di una specifica forza navale).
Questi ingegneri non assumerebbero la veste di una forza internazionale per non ledere la sovranità egiziana, ma quella di esperti chiamati come consulenti, su iniziativa dello stesso Governo del Cairo e al suo servizio.

Sull’altro versante si sviluppa l’iniziativa congiunta franco-egiziana volta a premere su Hamas perché accetti il cessate il fuoco: mentre una missione di rappresentanti della organizzazione islamica si è recata al Cairo per incontrare il responsabile della intelligence Omar Suleiman, che li ha informati sui contenuti della proposta e sulle pesanti conseguenze di un loro eventuale rifiuto, Sarkozy nella sua tappa a Damasco ha chiesto al presidente Assad di esercitare la sua influenza su Hamas, per convincerlo a porre termine agli attacchi contro il Sud di Israele e ad accettare il cessate il fuoco. In questa fase Hamas sconta l’ostilità egiziana e degli altri regimi arabi moderati, che non vogliono che la crisi si concluda con un ulteriore rafforzamento dell’organizzazione islamica.

La Turchia come “cerniera”
Parallelamente ha preso consistenza l’iniziativa della Turchia (il cui governo ha mantenuto contatti ufficiali con Hamas dopo la passata vittoria nelle elezioni legislative), che ha avanzato in queste settimane critiche estremamente dure contro l’offensiva israeliana, malgrado i consolidati rapporti di cooperazione con il Governo di Gerusalemme, che le hanno consentito di sviluppare un importante ruolo di mediazione nei recenti negoziati indiretti tra Israele e Siria. La Turchia continua a sviluppare con grande determinazione il suo nuovo ruolo di potenza regionale, proponendosi come una cerniera di contatto tra occidente e mondo islamico, e pare essere destinata a svolgere un ruolo centrale nella costituzione della nuova forza internazionale che dovrebbe essere costituita per garantire la riapertura dei valichi di frontiera a Gaza.

Israele preferirebbe procedere per accordi paralleli
Per parte sua Israele preferirebbe evitare un nuovo negoziato indiretto con Hamas, procedendo attraverso accordi paralleli: sul traffico d’armi, con l’Egitto e con un coinvolgimento degli Stati Uniti; sulla riapertura delle frontiere a Gaza, riesumando il vecchio accordo del 2005 sul valico di Rafah, che coinvolgeva l’Autorità Palestinese, l’Egitto e l’UE; mente per il cessate il fuoco Israele pensa a un accordo da raggiungere in sede di Consiglio di Sicurezza con il coinvolgimento degli Usa, della Francia e degli Stati arabi moderati, che gli lasci aperta la possibilità di reagire ad ogni violazione di Hamas.
Ma non è detto che questo approccio, teso a bypassare completamente l’organizzazione islamica, sia effettivamente realistico e realizzabile.


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permalink | inviato da franzmaria il 11/1/2009 alle 23:24 | Versione per la stampa
Barak Obama nel Medio Oriente che cambia
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 29 luglio 2008


Dal sito del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, traggo l'editoriale di Janiki Cingoli dedicato alla visita di Barak Obama in Medio Oriente

Obama ha trovato un Medio Oriente diverso (23 luglio 2008)
 
  Il Medio Oriente che Barak Obama si troverà di fronte, durante la sua ambiziosa visita di aspirante Presidente USA, è un Medio Oriente profondamente diverso da quello concepito da Bush. Per un capriccio della storia, i protagonisti paiono oggi tutti quei cattivi che lo stesso Bush aveva cercato di emarginare e mettere all’angolo, nella sua battaglia contro l’Asse del male. La stessa Gerusalemme, di cui anche Obama (per propiziarsi l’elettorato ebraico) aveva parlato anche in futuro come capitale indivisa di Israele, appare tutt’altro che sotto controllo: è di ieri il nuovo attentato al bulldozer, effettuato ancora una volta da un abitante arabo della parte orientale della città, dotato di carta di identità israeliana: un attentato che rivela come la penetrazione della propaganda terrorista e forse qaedista ha fatto breccia tra la popolazione di Gerusalemme Est, su cui non si esercita né l’autorità dell’ANP, i cui organi di rappresentanza anche indiretta (come Horient House) sono stati cancellati in tutti questi anni di repressione della nuova intifada, né di fatto la stessa autorità israeliana: vi sono quartieri arabi, al di qua e al di là del muro, che costituiscono zone franche aperte ad ogni infiltrazione, come ha rilevato in una audizione parlamentare lo stesso capo dello Shin Bet, Yuval Diskin.

Ma è tutto il panorama regionale ad essere in movimento: dopo che tutti i servizi di sicurezza USA hanno certificato al Presidente americano, attraverso il report pubblicato mesi fa, che l’Iran aveva oramai abbandonato ogni programma militare nucleare, report in sé dubbio, ma che stava a significare un fermo stop dell’establishment militare ad ogni progetto di attacco armato contro Teheran, la politica di Washington sta effettuando un faticoso ed incerto passaggio da una politica di confrontation a breve a una politica di containement a medio periodo: in qualche modo analogo a quello effettuato verso l’Unione Sovietica, quando si decise di abbandonare la politica di Roll Back attivo, affidandosi per una intera fase al cosiddetto equilibrio del terrore. E’ di questi giorni la partecipazione di William Burns, numero tre del Dipartimento di Stato, al fianco dei negoziatori europei che trattano con l’iraniano Saeeb Salili il pacchetto di incentivi per l’abbandono del programma di arricchimento dell’uranio, e l’annuncio della probabile apertura di una Sezione di interessi statunitense in Iran, per la prima volta dopo la crisi degli ostaggi nell’Ambasciata statunitense del ’79. La scelta del contenimento, naturalmente, non esclude prove di forza e sfide anche dure, ma rende altresì possibili accordi limitati e momenti di cooperazione, come si è visto d’altro canto in Iraq: gli Stati Uniti, di fatto, non possono prescindere dal rapporto con l’Iran, se vogliono ritirare le loro truppe da Baghdad in un futuro non troppo remoto. Ma sull’elenco dei cattivi, l’altro protagonista tornato alla ribalta è indubbiamente la Siria: fino a poco tempo fa proscritta e sotto minaccia di un processo internazionale, ha visto il suo Presidente accolto con tutti gli onori alla recente Assemblea Euromediterranea di Parigi: e d’altronde, il giovane Assad aveva già visto volgere in suo favore il conflitto interno libanese per l’elezione del nuovo Presidente della repubblica, Suleiman, conclusosi con il riconoscimento del potere di veto a Hezbollah nella formazione del nuovo governo: un potere che mette al riparo Damasco da indagini troppo approfondite per l’assassinio del precedente presidente libanese Hariri. Il gruppo sciita libanese, d’altro canto, ha concluso con successo lo scambio di prigionieri, restituendo i corpi dei due soldati rapiti due anni fa in cambio dei terroristi ancora imprigionati in Israele: uno scambio che riapre tutti gli interrogativi sulla scelta israeliana della guerra di due anni fa. Sull’altro versante, la Siria ha avviato promettenti negoziati indiretti con Israele, attraverso la mediazione turca, e tiene in mano le leve di controllo su Hamas e su Hezbollah, in condominio con l’Iran.

Quanto ad Hamas, ha concluso l’accordo per la tregua di sei mesi con Israele, sta negoziando per la riapertura dei valichi di Gaza, già parzialmente attuata, e sta negoziando, attraverso la mediazione egiziana, per il rilascio del soldato Shalit, in cambio di 1000-1500 prigionieri palestinesi, tra cui dovrebbe essere incluso, secondo le voci, lo stesso leader palestinese in carcere Marwan Barghouti. Ciò naturalmente stabilizza il controllo di Hamas su Gaza, e indebolisce il Presidente legittimo dell’ANP, Abu Mazen. Non è un caso che i negoziati tra Fatah e Hamas per la ricostituzione della unità interna palestinese, propiziati da diversi stati arabi, ristagnino: la formazione islamica, che ha dimostrato di saper reggere il blocco economico imposto da Israele, non pare avere troppa fretta, sa che il tempo lavora in suo favore. Così, quelli che oggi sono in difficoltà, sono i buoni: Di Abu Mazen si è già detto, quanto a Olmert si attende solo di conoscere la data delle sue dimissioni per le inchieste giudiziarie da cui è sommerso.


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permalink | inviato da franzmaria il 29/7/2008 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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