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"Una simile pace dovrebbe permettere a tutti gli uomini di navigare senza impedimenti oceani e mari." (Carta Atlantica, 14 agosto 1941)
"Siano rispettati i diritti di tutti" (Benedetto XVI)
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 13 ottobre 2011


Città del Vaticano (AsiaNews) – In Egitto siano rispettati i diritti di tutti, in particolare delle minoranze. E’ l’appello lanciato oggi da Benedetto XVI che, al termine dell’udienza genrale si è detto “profondamente rattristato dagli episodi di violenza che sono stati commessi al Cairo domenica scorsa” e ha espresso il proprio sostegno “agli sforzi delle autorità egiziane, civili e religiose, in favore di una società nella quale siano rispettati i diritti umani di tutti, e, in particolare, delle minoranze, a beneficio dell'unità nazionale”. Il Papa si è detto vicino al “dolore delle famiglie delle vittime e dell'intero popolo egiziano, lacerato dai tentativi di minare la coesistenza pacifica fra le sue comunità, che è invece essenziale salvaguardare, soprattutto in questo momento di transizione”. “Esorto i fedeli – ha concluso - a pregare affinché quella società goda di una vera pace, basata sulla giustizia, sul rispetto della libertà e della dignità di ogni cittadino”.

In precedenza, il Papa nel discorso per l’udienza generale aveva evidenziato come la nostra storia anche se segnata da “dolori, incertezze, momenti di crisi” è “una storia di salvezza”, perché nella nostra storia e nella nostra vita “Dio è già presente”. E’ l’insegnamento che Benedetto XVI trae dalla lettura del Salmo 126, del quale ha parlato oggi, continuando nella illustrazione di tali preghiere.

Benedetto XVI ha così parlato di una preghiera “dalle note festose, che nella gioia canta le meraviglie di Dio”: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi”. E’ il ricordo della “esperienza esaltante della salvezza”, “quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion”. Si parte da una situazione di sofferenza e di bisogno nella quale Dio opera la salvezza e “riporta” la situazione come era prima, anzi in meglio.

E’ quanto accade al popolo di Israele tornando in patria dall’esilio babilonese. Era la fine della deportazione in terra straniera.(...)

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-in-Egitto-siano-rispettati-i-diritti-di-tutti,-in-particolare-delle-minoranze-22887.html

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permalink | inviato da franzmaria il 13/10/2011 alle 1:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Libertà, parola su cui riflettere (Bidussa e Ichino)
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 1 marzo 2011


Liberazione e libertà (una riflessione di David Bidussa)

Nelle ultime settimane si è parlato molto di rivoluzione aproposito dei fatti che hanno interessato Tunisia, Egitto e poiLibia. Per favorire una corretta comprensione e, soprattutto, nonincorrere in improvvisi “risvegli” come già accaduto peraltri eventi, é bene distinguere tra liberazione e libertà.Per ora si è vista molta liberazione, la pratica della libertàdeve ancora trovare la sua via.

http://www.moked.it/unione_informa/110227/110227.html#alef

LA LIBERTA’ NON SI TROVA ALLO STATO DI NATURA, di Pietro Ichino

DEPORRE UN TIRANNO, COMESTA ACCADENDO NEI PAESI DELL’AFRICA MEDITERRANEA, E’ MOLTO PIU’FACILE CHE DAR VITA A UNA DEMOCRAZIA FONDATA SU DI UNA VERA DIVISIONEDEI POTERI E A UN’ECONOMIA CONCORRENZIALE

Editoriale telegraficoper la Newsletter n. 141 del 28 febbraio 2011

Tutti, giustamente,esultano per il travolgente movimento di popoli che nel nord-Africaha abbattuto due regimi autoritari e ne sta abbattendo un terzo,sempre in nome della libertà. Quasi tutti, però,dimenticano un fastidioso particolare: la libertà non si trovaallo stato di natura. Un regime di vera libertà culturale,divisione dei poteri politici e concorrenza in economia èquanto di più artificiale esista al mondo: richiede unknow-how sofisticatissimo e non facilmente trasferibile. Per questo,purtroppo, la caduta di un despota è una buona notiziasoltanto a metà.

Il discorso valeanche, se del caso, sulla sponda opposta del Mediterraneo.

http://www.pietroichino.it/?p=13121


Libia: è possibile fare qualcosa, in questo momento?
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 21 febbraio 2011


Ci vuole massima prudenza nel valutare le informazioni che arrivano dalla Libia.

Come è successo in queste ore per le notizie che si sono avvicendate sulla chiusura dello spazio aereo di Tripoli, dichiarata e poi smentita in pochissimo tempo, le notizie sono armi virtuali che vengono utilizzate per alzare la tensione; è inevitabile che le voci circolino incontrollate (o controllate con fini di disinformazione), e perciò da parte di tutti, anche da parte di noi semplici "spettatori", è necessaria massima responsabilità. Al di là di facili slogan.

Se fossero confermate le notizie dei raid aerei contro i civili, certo la condanna della comunità internazionale dovrebbe essere netta (ma parlare di "genocidio" mi pare non corretto, dobbiamo calibrare le parole in questi momenti, e l'analogia con altri momenti della storia e con altre dinamiche va fatta con cautela).

Ma chi condanniamo e cosa facciamo, se lì esplode lo stato libico? In una guerra civile è quasi impossibile intervenire dall'esterno, se non "scegliendo" una parte contro l'altra.
C'è dunque una parte "popolo" contro una parte "regime"? Mi sbaglierò, ma la situazione mi pare molto più complessa.

Se non si è operato in precedenza in accordo con fazioni in lotta, prevedendo questa escalation, è difficile spostare ora, in questo momento, i rapporti di forza. 

Possiamo e dobbiamo fare qualcosa dal punto di vista umanitario, dobbiamo costringere tutta l'Europa a farsi carico delle migrazioni che sicuramente ci saranno.

Per il resto, è fondamentale capire quali siano le "componenti" delle rivolte: è probabilmente esagerato parlare oggi di "un germe di Califfato" che starebbe impiantandosi nel Mediterraneo, ma certo se la Libia non si risollevasse si aprirebbero spazi di azione per attori a noi avversi.

E non è un caso che l'Iran stia testando nuove rotte, quasi a "saggiare" il "nuovo" Egitto.
Temo non sia ancora tempo di parlare di "vento della libertà", nel Mediterraneo.

Francesco Maria Mariotti

(ultimo aggiornamento: 22/2/2011 ore 0:31)
Cadere in piedi nel caos (il Nord Africa e noi)
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 2 febbraio 2011


E' facile a posteriori dire che non si dovevano appoggiare regimi che ora stanno morendo; la politica estera non tratta però di possibilità troppo azzardate, e per definizione è a più facce e, spesso, menzognera. 

Arte della diplomazia vuole che il proprio Stato - non necessariamente il proprio governo - cada sempre in piedi, quale che sia il rivolgimento di politica internazionale che si attua.
 
Questo in parole povere significa giocare su più tavoli, magari su uno esplicitamente, su altri più sottotraccia, "diversificando il rischio". L'Italia e l'Europa devono poter gestire al meglio l'esito, chiunque vinca la partita delicatissima in corso in Nord Africa - anzi, le partite in corso. .
 
Si tratta quindi almeno di dire quale possa essere la direzione auspicabile, per noi e per loro.
 
Come dimostra il caos di queste ore, puntare tutto sulla piazza è assurdo, perché la piazza legittima sempre e solo se stessa, oggi contro Mubarak domani magari di nuovo contro l'eventuale successore; puntando sulla piazza, in realtà si rischia di scommettere di fatto - al di là delle belle intenzioni - su chi la reprimerà meglio..
 
Molto più utile - per tutti - lavorare su percorsi di transizione morbida, per quello che possibile (se possibile, altrimenti sarà quello che verrà dal caso, dalla fortuna e dalla guerra civile in nuce che già oggi si gioca in quei territori, sperando che eventuali nuovi governanti non ambiscano ad "esportarla")

Transizione morbida significa anche salvaguardare le vite e i patrimoni dei vecchi governanti, dare loro un salvacondotto in termini di protezione da tribunali internazionali e da vendette dell'opposizione, collaborare attivamente nel passaggio delle consegne, evitando che altri attori terzi - a noi avversi - incidano sulla situazione.
 
L'importante è chiarire - nei confronti della comunità internazionale - al di là del personaggio X o Y che andrà a ricoprire il Ruolo Principale, i nomi di chi tiene il cordone della borsa e la pistola in mano; ovvero chi gestisce le infrastrutture fondamentali - militari ed economiche - dei paesi coinvolti. Tanto per esempio: chi sono, oggi, gli uomini di El Baradei, che si candida a sostituire Mubarak?
 
Altri ragionamenti appartengono al palcoscenico della politica estera, dove si raccoglie l'applauso, si recita in versi e si vincono i nobel della pace; ma è da dietro le quinte, e da posizioni che non corrispondono a quelle dei protagonisti, che si può evitare - forse - che la scintilla sprigioni l'incendio in tutto il teatro.
 
Francesco Maria Mariotti
 
 
Tunisia, rischio o speranza?
post pubblicato in Focus Mediterraneo - Afriche, il 20 gennaio 2011


"(...) Dell'euroregione mediterranea che avrebbe dovuto esistere dal 2010 non si parla più, non esiste più nel nostro vocabolario; e i programmi della Ue sulla società civile non hanno dato quasi nessun risultato. E qui il problema non è del mondo arabo, ma dell'Europa: perché non ha un'idea di se stessa, e perché non ha capito o non vuol capire che la globalizzazione ha effetti inediti sui futuri assetti geopolitici e geoeconomici del pianeta.
L'Europa sembra solo "contenere" delle situazioni, rifiutando di costruire nuovi assetti in grado di creare una reale cooperazione tra le due sponde. Il risultato è che continuiamo ad accumulare errori. Perché in realtà non si può parlare di un effetto-sorpresa. Chi studia quei paesi e quelle culture, soprattutto la loro storia del XX secolo, sa bene che hanno quasi tutte un tratto caratteristico: nel mondo arabo lo stato si è costruito in opposizione alla propria società, impedendo così l'emergere della questione democratica. Ma, come ho più volte affermato, la democrazia non è una riserva indiana per alcuni privilegiati; la democrazia è un'aspirazione universale, e ritenere che alcune società possano accedervi prima di altre è un errore. Certo, non può essere trasferita come si fa con un pacco postale, ma sono le società - ogni società - a dover trovare la forza per conquistarla e per costruirla (...) 

Quale futuro per il Medio Oriente?
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 16 gennaio 2009


Scrivo mentre una "ultima ora" letta sul Corriere della Sera parla di una proposta di tregua da parte di Hamas: un anno contro il ritiro delle truppe israeliane e la revoca del blocco al territorio di Gaza.

Oggi Tzipi Livni volerà negli Stati Uniti, probabilmente per discutere il "cessate il fuoco" di "Piombo Fuso"; potremmo dunque essere alla svolta che il mondo attendeva con ansia, anche se dalla decisione alla messa in pratica potrebbero passare ancora diversi giorni, utili per consolidare i risultati sul terreno.

L'operazione militare era teoricamente giusta, e forse ha portato risultati positivi per Israele dal punto di vista strettamente militare; di contro ha però gettato su Gerusalemme l'ombra dell'"eccessiva durezza", della "sproporzione"; è ritornata l'immagine dello Stato militare contro la popolazione indifesa. E' inevitabilmente tornato il conteggio e i paragoni del numero di vittime. E nella riservatezza delle operazioni interne alla Striscia, il mondo dei media narra ancora di tutto, spesso senza un controllo preciso e senza una competenza tecnica che faccia distinguere cosa siano realmente i tracciati di luce che si vedono alla televisione, avvalorando così - ma spesso nell'imprecisione e nell'errore - le peggiori ipotesi.

Anche in questo caso, come in passato, però il problema non è nelle singole azioni od errori, ma è sostanzialmente politico: Israele sembra convinta - con moltissime ragioni, per la verità - che il mondo non capisca realmente il portato della tensione in Medio Oriente; da Gerusalemme si sono lette con molta chiarezza le "firme" iraniane dei nuovi missili che hanno superato la gittata dei "classici" Qassam e la "guida" siriana dal vertice di Hamas in esilio; e la preoccupazione è che il mondo non veda che la "guerra impossibile" in Gaza è una sorta di "sostituto" crudele di altre guerre, addirittura impensabili.

Quando il mondo seppe coalizzarsi contro l'Iraq che aveva invaso il Kuwait, Israele ebbe le rassicurazioni necessarie per non controbattere direttamente ai missili lanciati da Saddam Hussein. E la prima guerra del Golfo portò il Medio Oriente alla conferenza di Madrid, dove i Palestinesi - sotto "vesti" giordane  - cominciarono  a parlare con gli Israeliani; di lì - non direttamente, non in termini di conseguenza necessaria e automatica, con tutti gli "stop and go" e i "salti" che accompagnano le trattative diplomatiche fatte contemporanemente in posti diversi - si arrivò ad Oslo, a Rabin e Arafat che si stringono la mano.

La guerra del Golfo di Bush figlio, che aveva creato grandi perplessità in Israele fin dalla sua progettazione, ha lasciato un Medio Oriente frantumato e difficilmente governabile, aperto più di prima alle tentazioni terroristiche. In questo "paesaggio" Gerusalemme ha ritenuto di dover tentare di porre un argine chiaro e indiscutibile alle azioni di Hamas, che fossero proprie o per conto terzi.

Livni va a Washington a consegnare - più a Obama che a Bush - un risultato discutibile e difficile da difendere, ma probabilmente anche una situazione che può permettere al neopresidente americano di arrivare ad armi - si spera - silenti per tentare nuove strade, magari coinvolgendo l'Egitto - protagonista in primo piano della diplomazia parallela di questi giorni - e la Turchia, più discreta ma sempre infaticabile tessitrice del lavoro diplomatico nel Medio Oriente (si veda per questo l'analisi di Janiki Cingoli che riporto più sotto)

Se Livni o Barak dopo le elezioni di febbraio saranno ancora al governo, potrebbe essere realmente l'ora di un nuovo processo di pace: ma oltre al voto israeliano, sono tante le incognite di cui dovremo tenere conto. Fra queste, vorrei metterci il destino di un'Europa che potrà giocare un ruolo fondamentale (in particolare nelle trattative con l'Iran sul nucleare) se saprà trasformare la sua "cacofonia permanente" in una "polifonia concordata": oggi più che mai il Medio Oriente e il mondo hanno bisogno di una "forza gentile".

Francesco Maria Mariotti


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permalink | inviato da franzmaria il 16/1/2009 alle 2:53 | Versione per la stampa
Gaza, il puzzle del negoziato
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 11 gennaio 2009


di Janiki Cingoli, Centro per la pace in Medio Oriente (08-01-2009)

Nella sua prima dichiarazione Obama ha espresso profonda preoccupazione per le vittime civili a Gaza e in Israele. Essa costituisce un campanello d’allarme che Israele non può trascurare, nel giorno in cui si devono contare oltre quaranta vittime palestinesi nella scuola Onu nel campo profughi di Jabaliya. Il nuovo presidente ha inoltre preannunciato un serrato impegno della sua amministrazione sulla questione mediorientale, subito dopo il suo insediamento del prossimo 20 gennaio.

Il rinvio della terza fase offensiva
L’offensiva israeliana sta attraversando un’ulteriore momento di transizione nel quale gli obbiettivi che potevano essere perseguiti nelle prime due fasi, con l’attacco aereo e la prima invasione di terra, sono stati sostanzialmente esauriti. Cresce intanto il numero delle perdite israeliane, ed in misura assai più forte di quelle palestinesi che hanno oramai oltrepassato le 700. Il Gabinetto ristretto israeliano, pur ratificandola in via di principio, ha peraltro deciso di rinviare la terza fase dell’offensiva (che punterebbe sulle zone più popolate, a partire dalla Città di Gaza e dai campi profughi più popolati) di fronte allo sviluppo delle diverse iniziative internazionali volte ad ottenere una cessazione delle ostilità. Si tratta di diverse iniziative parallele della Ue, della Francia, della Turchia, dell’Egitto (insieme ad altri paesi arabi) spesso concomitanti e talora in aperta concorrenza tra loro.

La proposta franco-egiziana
Tuttavia l’iniziativa europea, mal guidata dalla nuova presidenza cecoslovacca considerata troppo filo-israeliana, è presto evaporata e ora l’attenzione pare concentrarsi sempre più su una proposta avanzata congiuntamente da Mubarak e Sarkozy a Sharm al-Sheikh. Lo stesso Olmert ha annunciato attraverso il suo portavoce di guardare ad essa con attenzione. La proposta è stata sostenuta anche da Condoleeza Rice (che ha richiesto un cessate il fuoco che duri, che porti reale sicurezza e che sia sostenibile) e da un sempre più appannato Abu Mazen, nei loro interventi al Consiglio di Sicurezza. La proposta contemplerebbe un immediato cessate il fuoco (non è chiaro se sulle attuali linee di fuoco) e l’avvio di un negoziato, della durata di due-tre mesi, sui problemi di lungo termine relativi sia alla questione della sicurezza sul confine egiziano, sia alla cessazione del blocco israeliano nella striscia.
In realtà la proposta si dirama attraverso canali paralleli di contatto e di contrattazione in corso.
Uno, che coinvolge egiziani, francesi e Usa, è volto a discutere l’ipotesi del dislocamento di ingegneri militari statunitensi sulla parte egiziana del confine per controllare e impedire il rifornimento di armi ad Hamas attraverso i tunnel (ma anche via mare, secondo una proposta francese, attraverso la creazione di una specifica forza navale).
Questi ingegneri non assumerebbero la veste di una forza internazionale per non ledere la sovranità egiziana, ma quella di esperti chiamati come consulenti, su iniziativa dello stesso Governo del Cairo e al suo servizio.

Sull’altro versante si sviluppa l’iniziativa congiunta franco-egiziana volta a premere su Hamas perché accetti il cessate il fuoco: mentre una missione di rappresentanti della organizzazione islamica si è recata al Cairo per incontrare il responsabile della intelligence Omar Suleiman, che li ha informati sui contenuti della proposta e sulle pesanti conseguenze di un loro eventuale rifiuto, Sarkozy nella sua tappa a Damasco ha chiesto al presidente Assad di esercitare la sua influenza su Hamas, per convincerlo a porre termine agli attacchi contro il Sud di Israele e ad accettare il cessate il fuoco. In questa fase Hamas sconta l’ostilità egiziana e degli altri regimi arabi moderati, che non vogliono che la crisi si concluda con un ulteriore rafforzamento dell’organizzazione islamica.

La Turchia come “cerniera”
Parallelamente ha preso consistenza l’iniziativa della Turchia (il cui governo ha mantenuto contatti ufficiali con Hamas dopo la passata vittoria nelle elezioni legislative), che ha avanzato in queste settimane critiche estremamente dure contro l’offensiva israeliana, malgrado i consolidati rapporti di cooperazione con il Governo di Gerusalemme, che le hanno consentito di sviluppare un importante ruolo di mediazione nei recenti negoziati indiretti tra Israele e Siria. La Turchia continua a sviluppare con grande determinazione il suo nuovo ruolo di potenza regionale, proponendosi come una cerniera di contatto tra occidente e mondo islamico, e pare essere destinata a svolgere un ruolo centrale nella costituzione della nuova forza internazionale che dovrebbe essere costituita per garantire la riapertura dei valichi di frontiera a Gaza.

Israele preferirebbe procedere per accordi paralleli
Per parte sua Israele preferirebbe evitare un nuovo negoziato indiretto con Hamas, procedendo attraverso accordi paralleli: sul traffico d’armi, con l’Egitto e con un coinvolgimento degli Stati Uniti; sulla riapertura delle frontiere a Gaza, riesumando il vecchio accordo del 2005 sul valico di Rafah, che coinvolgeva l’Autorità Palestinese, l’Egitto e l’UE; mente per il cessate il fuoco Israele pensa a un accordo da raggiungere in sede di Consiglio di Sicurezza con il coinvolgimento degli Usa, della Francia e degli Stati arabi moderati, che gli lasci aperta la possibilità di reagire ad ogni violazione di Hamas.
Ma non è detto che questo approccio, teso a bypassare completamente l’organizzazione islamica, sia effettivamente realistico e realizzabile.


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permalink | inviato da franzmaria il 11/1/2009 alle 23:24 | Versione per la stampa
L'attacco di Israele contro Hamas a Gaza
post pubblicato in Focus Medio Oriente, il 28 dicembre 2008


L'intervista di Tzipi Livni al TG1

La cartina dell'attacco dal sito di Limes


Arrigo Levi sulla Stampa del 28 dicembre 2008 - La minaccia dell'Iran
 

(...) Nello storico confronto in atto, nel mondo arabo-islamico, tra fondamentalisti e modernizzatori, Hamas rappresenta, agli occhi dei governi arabi, un ostacolo a una pace generale, e quindi un pericolo per la loro stessa sopravvivenza. Si aggiunga che nella West Bank, controllata dal governo palestinese moderato di Abu Mazen, la situazione economica e politica è in netto miglioramento, la presenza israeliana sempre meno ossessiva. Il confronto con le condizioni drammatiche di Gaza, conquistata da Hamas con una violenza sanguinaria che gli eredi di Arafat a Ramallah non perdonano, diventava per Hamas intollerabile.

Così, le pur forti pressioni esercitate dall’Egitto su Hamas, per invitarlo alla moderazione, non hanno avuto successo. La denuncia della tregua e la ripresa dei lanci dei missili sulle cittadine del Sud d’Israele, a rischio di colpire «per errore» un villaggio arabo al di qua della frontiera (se due bambini arabi rimanevano uccisi, erano comunque destinati alla gloria dei martiri), era prevedibile e prevista. Altrettanto prevista, chiaramente utile a Hamas, ma inevitabile con le elezioni a febbraio, era una rappresaglia israeliana. Fin dove si spingerà non sappiamo. Sappiamo che un giuoco perverso di azioni e reazioni rischia di vanificare gli elementi positivi che abbiamo elencato: non per eccessivo ottimismo, ma per rispetto della realtà del quadro politico generale. Difficile dire chi possa fare qualcosa, e che cosa, per interrompere il «war game» che si è rimesso in moto. Sperare in Obama? Ma è ancora alle Hawaii.

L'analisi di Guido Olimpio sul sito del Corriere - 28 dicembre 2008

(...) LE PROSSIME TAPPE - In questa fase si possono segnalare i seguenti punti.
1) Israele ha iniziato ad ammassare forze terrestri attorno alla Striscia ed ha annunciato un richiamo di riservisti. Chiare indicazioni della volontà di «entrare» a Gaza con blindati e fanteria
2) I palestinesi continuano con i lanci di razzi e, se riusciranno, cercheranno di colpire con gli attentatori suicidi.
3) Verrà intensificata da parte israeliana la caccia «agli uomini dei missili» palestinesi. E’ tuttavia possibile che Hamas, imitando l’Hezbollah, abbia costituito cellule autonome di lanciatori. Una tattica facilitata dalle caratteristiche tecniche degli ordigni. Quasi rudimentali, sono facili da usare, si nascondono bene.
4) Israele ha effettuato un buon numero di incursioni per neutralizzare una quarantina di tunnel al confine tra Gaza ed Egitto. Sono la linea logistica vitale per Hamas. Attraverso le gallerie passa di tutto: dai consiglieri iraniani alle armi. Se si taglia questa «vena» per i palestinesi sarà ancora più dura e non resterà che la via del mare anche se i controlli israeliani la rendono ardua da percorrere.
5) E’ probabile che l’eliminazione di alcuni capi militari palestinesi sia seguita dall’uccisione di quadri politici. Un modo per accrescere le difficoltà del movimento. Non bisogna dimenticare che la leadership di Hamas non è compatta e sono note le rivalità tra i capi che risiedono all’estero (Siria, Iran, Libano) e quelli che vivono sotto le bombe a Gaza.
(...)

Antonio Ferrari, Corriere della Sera, 28 dicembre 2008 - I disperati della Striscia e le mire dell'Iran

(...) Ma il mondo forse sottovaluta il nefasto potenziale offensivo di Hamas, sempre meno partito politico e sempre più organizzazione terroristica, che ora minaccia una nuova campagna di attentati suicidi; sempre meno preoccupata per i problemi del popolo palestinese e per le quotidiane sofferenze degli abitanti di Gaza, e sempre più espressione di ciniche volontà esterne ai suoi confini, in particolare delle mire espansionistiche e aggressive degli ayatollah sciiti di Teheran. Se le emozioni, accese dalle immagini dei bombardamenti e dalle conseguenze su una popolazione stremata proprio a causa della feroce ostinazione di Hamas, si intensificano, non si possono sottovalutare né dimenticare le ragioni di quanto sta accadendo. La tracotanza degli estremisti islamici ha sfibrato il legittimo potere istituzionale dei palestinesi laici, guidati da Abu Mazen. Al punto che le elezioni presidenziali, che si sarebbero dovute tenere il 9 gennaio, alla scadenza naturale del mandato, sono state rinviate sine die. Non esistono infatti le condizioni perché il popolo della Palestina possa esprimere democraticamente la propria volontà politica.

Il voto, in questa cornice drammatica, diventerebbe un'occasione per moltiplicare le violenze dello scontro, ormai fatale, tra chi crede nel dialogo con la controparte israeliana, e chi vi si oppone, pronto al ricatto terroristico. Illuminanti non sono soltanto le manifestazioni di sostegno ad Hamas che si stanno moltiplicando nei campi-profughi palestinesi del Libano, ma l'atteggiamento dell'Hezbollah, punta avanzata dell'Iran a Beirut, quindi sul Mediterraneo. Hezbollah non minaccia soltanto Israele, ma si scaglia velenosamente contro i regimi arabi moderati, accusandoli di tradimento. Primo obiettivo l'Egitto, che da sempre cerca un'impossibile mediazione tra il laico Fatah e gli integralisti di Hamas, seguito dall'Arabia Saudita e dalla Giordania. Tutto questo dimostra che il vero obiettivo, da conseguire ad ogni costo sulla pelle dei disperati di Gaza, è la lotta per il potere tra i baldanzosi sciiti, resi più forti dalla guerra all'Iraq, che puntano a radicalizzare lo scontro fino alle più estreme conseguenze, utilizzando cinicamente sia Hezbollah sia Hamas, e i sunniti, che rappresentano la stragrande maggioranza del popolo arabo. In attesa dei primi passi del presidente americano Barack Obama, crescono le incognite anche sulle elezioni israeliane, che si terranno il 10 febbraio. (...)

Fabio Nicolucci sul Riformista del 28 gennaio 2008

(...)Perfettamente cosciente di questa impotenza e dunque della propria centralità politica, come del fatto che essa viene rilanciata dall’incrudelirsi dello scontro militare, Hamas mira così a mantenere il possesso dell’agenda in un anno cruciale come il 2009, che vedrà il 9 gennaio la scadenza del mandato di Abu Mazen da Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e il 10 febbraio le elezioni politiche israeliane. Oltre che elezioni in Iraq, Iran e Libano. Come probabilmente previsto da Hamas, proprio il fatto di trovarsi praticamente già in campagna elettorale ha infatti costretto il governo israeliano a mutare la decisione presa all’inizio della crisi da Barak, Olmert e Tizpi Livni, di esercitare il massimo di controllo possibile e di evitare una reazione su larga scala dalle imprevedibili conseguenze, dando così il via ad una lotta per il migliore posizionamento politico che inevitabilmente sotto elezioni diviene quello di chi ha la mano più vicina al grilletto. Una lotta fatta a spese della realtà militare che ha molto irritato lo Stato Maggiore dell’esercito israeliano, la cui cautela e prudenza intessuta di realismo è finita quasi per essere dipinta come codardia dai politici più estremi e spregiudicati di tutto lo spettro politico ma soprattutto di destra.(...)

Dal sito di Haaretz

Define the objectives in Gaza

With Gaza raid, Barak is back in the political ring

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